La freccia del parto ed altre novelle/Le tre rose

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Le tre rose

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La freccia del parto Bugia

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LE TRE ROSE

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Nel 1835 l’osteria del Lepre a Roma era (come la è forse anche adesso) il ritrovo di tutti gli artisti, studenti, commessi viaggiatori e buontemponi in genere. Vi si andava a mangiare l’abbacchio e a discutere una tesi, senza pregiudizio delle carte, del vino e delle donne. Marcello, che era il capo di una comitiva di giovani pittori, diceva che a questo mondo ogni cosa ha il suo posto, meno il giudizio, che non trovò ancora il domicilio stabile. [p. 186 modifica]

(Ecco una riflessione preziosa per gli storici, rilevandosi dalla massima di Marcello che in quel tempo non esistevano critici di sorta).

L’eroe di questa storia declamava appunto, com’era suo costume, seduto al posto d’onore in una sala terrena del Lepre, ed erano intorno a lui a fargli corona quattro pittori, uno scultore e un architetto. Il tema corrente era: il bello nell’arte: tema classico messo avanti dallo scultore.

— Non mi persuaderete — gridava Marcello, rizzando al di sopra di tutte le altre la sua fronte fiammeggiante — che il bello artistico sia diverso dal bello reale. Perchè piacciono la Venere, l’Apollo, la Beatrice di Guido Reni? perchè sono vere oltre all’esser belle. [p. 187 modifica]

— Vere, vere — si arrischiò a dire uno dei pittori, cui mancava l’erre ed era veneziano — nella realtà intanto non si trovano su tutti i canti le Beatrici.

— Giusto; perchè la bellezza non corre i trivi. Noi pittori avremmo la pappa fatta se ad ogni svolto di via ci imbattessimo nella bellezza. Si sa che la bellezza è rara come la virtù, come il denaro, come.... che so io!

— Come il giudizio — suggerì ridendo l’architetto.

— Benissimo.

— Come il talento — ribattè un altro.

— Anche.

— Come lo stufatino a punto.

Questa sciocchezza la pronunziò il [p. 188 modifica] pittore senz’erre per vendicarsi della sconfitta.

— Tutte le volte — continuò Marcello — che l’arte ha voluto scostarsi della verità è caduta nel barocco.

— Verità sì, ma verità abbellita.

— Che abbellita d’Egitto! Come se bellezza non esistesse prima che noi tingendo i pennelli nel bianco e nel rosso dicessimo alle turbe esterrefatte:

Ecco il bello. L’abilità e la specialità dell’arte è quella di scegliere diverse porzioni di bello e riunirle in un tutto armonico. La natura ci dà un bell’uomo qui (non parlo per te, venezianino), una bella donna lontana cinquanta miglia e un bel paesaggio lontano altri cinquanta; l’arte mette in un quadrato [p. 189 modifica] di tela l’uomo, la donna, il paesaggio e fa un bel quadro.

— Scusa — saltò su lo scultore — il paragone non è reso bene; sembra dire, e non è quello che tu pensi certamente, che l’arte fa il mestiere dei rigattieri.

— No, no, no....

— Marcello intendeva....

— Oh! insomma, se un bambino nascesse in una casa ermeticamente chiusa, nuda, vuota, e non vedesse mai nè cielo, nè alberi, nè fiori, nè persone, nè leggesse i poeti, nè udisse la musica, quand’anche natura gli avesse dato l’ingegno di Dante e di Michelangiolo, credete che potrebbe fare qualche cosa?

— Concesso; ma concederai tu pure [p. 190 modifica] che la copia servile della natura non è arte.

— E chi parla di servile? Io ho sempre parlato di bello, e sostengo che il bello è in natura, ma non ho detto che tutta la natura sia bella. Il genio dell’artista si dimostra appunto nella scelta che fa del suo soggetto e nel modo di trattarlo. Che se anche non fosse eguale alla natura, quella parte di bellezza che sembra e che dicesi ideale non è che il riflesso di altre bellezze vere, o sentite o intravedute o gustate, sparse nella sua mente a guisa del seme che cade in forma di chicco e sorge in forma di foglia.

La discussione incominciava adesso a farsi seria, ma per quella avversione [p. 191 modifica] alla serietà che hanno appunto i giovani e per conservare la fama che giammai discussione al mondo ha concluso qualche cosa, anche questa futroncata. L’architetto togliendo da una sedia dove l’aveva deposto un vecchio libraccio legato in cartapecora e corroso dai sorci, trovò questo punto intermediario fra la discussione artistica e un più piacevole argomento.

— Ecco qua il perfetto scrittore Francesco Cresci cittadino milanese, che scioglierà i nostri dubbi sul bello. È un libro del 1570, è dunque più vecchio di noi, e Socrate insegna che bisogna rispettare i vecchi.

Tutti gli studenti furono addosso al libro ridendo e schiamazzando. L’architetto incominciò a leggere la dedica [p. 192 modifica] facendo spiccare, secondo stavano scritte, le effe invece delle esse e i vi invece degli u.


«All’ill.mo sig. Marcantonio Florentio cameriero segreto di N. S.


«Poi che al sig. Dio è piacciuto che col favore della fua divina gratia io fia pervenuto al fine di quefta mia lunga e difpendiofa fatica, a me non refta far altro che provvederla d’un foftegno al quale ella poffa appoggiarfi o difenderfi dall’impeto delle punture de’ miei invidiofi emuli, effendo io certiffimo....»

Il veneziano dietro le spalle dell’architetto, leggeva anche lui ad alta voce e gli altri commentavano con grida, risate e lazzi, per modo che non [p. 193 modifica] si riuscì a capire più nulla; finchè l’architetto seccato richiuse il libro e dichiarò che andava a dormire, invitandoli a fare altrettanto.

La proposta non era di quelle che suscitano l’entusiasmo, ma era ragionevole, e a poco a poco vi si conformarono tutti, uscendo a due, a tre per avviarsi ognuno alle proprie case.

L’architetto, preso a braccetto lo scultore, riappiccicò il discorso sul bello nell’arte. Marcello, rimasto solo, s’avviò lentamente giù per via Condotti. [p. 194 modifica]

Nel cielo purissimo la luna di maggio splendeva chiara senza nubi. La linea irregolare dei tetti, i comignoli, le torricelle, i frontoni dei palazzi, la facciata delle chiese spiccavano netti su un fondo trasparente, pallidamente glauco.

Non si sentiva uno zitto; i fedeli sudditi di Sua Santità dormivano il sonno del giusto; Roma pareva una immensa necropoli, ma una bella necropoli imponente e severa, intorno a cui le aure primaverili scherzavano spandendo un soffio di vita nuova. [p. 195 modifica]

Di notte le cose prendono tutte un aspetto diverso; le proporzioni si confondono, le distanze spariscono, i suoni sembrano più gravi e i silenzi più solenni. Le persone fantastiche (Marcello lo era un poco) si compiacciono a popolare la buja solitudine coi fantasmi del loro cervello — evocano le memorie del passato, rivivono nelle scene di sangue o nei duetti d’amore, si fanno volta a volta tiranni, vittime ed eroi.

Già Marcello aveva veduto sfilare una processione di triumviri, di proconsoli di imperatori e di re; il bianco seno di Virginia gli era balenato davanti, un momento, cancellato subito dal profilo severo di Cesare e dallo sguardo profondo di Bruto — quando, svoltando [p. 196 modifica] l’angolo di una viuzza, si arrestò improvvisamente davanti a un palazzo antico, sulla cui facciata annerita dai secoli la luna batteva in pieno.

Da quasi un mese egli aveva l’abitudine di fermarsi tutte le sere a quel posto; tutte le sere si apriva tacitamente una finestra, e sulla immobilità marmorea del vecchio palazzo si disegnava la figura soave di una fanciulla. Oh! i casti amori che chiedevano alla luna tutta la sua luce, che si pascevano di sguardi e di sospiri! — Di soli sguardi e di soli sospiri.

Come poteva la giovinetta patrizia sfuggire alla sorveglianza delle sue governanti? per quante ore aveva tenuta chiusa nel cuore l’ansia di quel momento? perchè, dai principi che la [p. 197 modifica] circondavano, il suo primo sguardo amoroso era caduto su un povero pittore?... Queste ed altre domande bruciavano le labbra di Marcello, ma egli non aveva mai parlato. Un senso ignoto d’onestà, una persuasione dell’abisso che c’era fra loro due, una simpatia troppo debole per arrischiarsi a folli imprese, lo tratteneva. Gli bastava passare di là, fermarsi, alzare gli occhi, scambiarsi, quando v’era luna, un sorriso — dopo si metteva a letto tranquillo sognando blandemente di un angelo.

Aveva una bella amante, una popolana; e delle altre ancora, avventure di piazza, conoscenze di studio — era abbastanza celebre; ma la sua apparizione della sera, quella non la [p. 198 modifica] raccontava a nessuno; la teneva per sè, in una celletta alta alta del suo cervello dove raggiava perenne l’ideale.

La sera di maggio era così limpida che Marcello vide questa volta la fanciulla meglio che non l’avesse veduta mai, e si fermò compiacentemente a mirarla, appoggiato al muro dirimpetto, colle braccia conserte. Lei, tremante, stava chinata sul balcone togliendo per pudore la faccia dai raggi della luna, e pur sollevandola tratto tratto con un lieve sospiro.

Chi contava i momenti? Essi no. Ma un rumore nell’interno della stanza e la rapida comparsa di un lume trassero alla fanciulla un piccolo grido; si scosse e fuggendo lasciò cadere (giudichi chi vuole se pensatamente o a caso) una [p. 199 modifica] rosa boraccina bellissima. Nel medesimo punto la finestra fu chiusa violentemente.

Marcello raccolse la rosa; sostò qualche minuto per accertarsi che nulla di strano accadeva in palazzo, poi continuò la sua strada morsicchiando, sopra pensieri, il fiore che teneva in mano; fiutandolo distratto.

È di prammatica che i fiori donati dall’amato oggetto si debbano custodire gelosamente sul cuore, o per lo meno in un libro, in un tiretto, in un astuccio. Ne conosco uno, beato fiore, al quale il suo proprietario ha fabbricato un piccolo tabernacolo con due iniziali sullo sportellino. Marcello non fece nessuna di queste cose.

È d’uopo però dire in sua difesa che [p. 200 modifica] la gentile fanciulla non era proprio per lui quello che si dice l’amato oggetto, anzi non l’amava affatto. Sarebbe impossibile amare tutte le donne che si corteggiano a vent’anni.

Marcello dunque s’avviò a casa coll’intenzione di porsi a dormire; senonchè quando fu sulla soglia cambiò idea; tornò indietro, rifece parte della strada già fatta, si cacciò per viottoli e per traversi, e riuscì in un chiassuolo. Una voce di donna cantava alta e serena dentro una piccola finestra illuminata; egli raccattò un sassolino e lo gettò contro i vetri; la donna smise di cantare.

Alcuni momenti dopo Marcello sedeva vicino alla sua amante, che faceva la cucitrice e che aveva quella sera molto [p. 201 modifica] da lavorare. Marcello, quando si metteva in vena, era di un naturale allegro; cantò anche lui, rise, ciarlò, disse e fece mille pazzie. Quando uscì dalla stanzetta della popolana non aveva più la rosa; la rosa della patrizia era rimasta sul tavolo dell’operaja.

E però bisogna compatire il nostro eroe. Se quella benedetta rosa fosse riuscito a portarla a casa, non dico il tabernacolo, ma un libro forse l’avrebbe trovato per disseccarvi in pace.

Anche i fiori hanno il loro destino!

L’indomani Marcello stava vestendosi lentamente, ancora un po’ sonnacchioso quantunque fosse abbastanza tardi, e leggiermente distratto da una biondina che annaffiava un vaso di garofani dall’altra parte della strada. [p. 202 modifica] Marcello, teoricamente, non amava le bionde; egli aveva sostenuto parecchie dispute accanite con i suoi amici dimostrando che le bionde per piacere hanno bisogno di una bellezza assoluta, mentre sotto una chioma nera basta il lampo di una nera pupilla. Ma in pratica le cose sono sempre diverse, specialmente queste cose.

La biondina aveva annaffiato tre volte la sua pianticella come fosse un campo di riso, e non poteva risolversi ad abbandonare la finestra, ostinandosi a cercare dei bruchi sulle foglie e dei sassolini nella terra; Marcello si faceva la barba, canterellando negli intervalli.

A un tratto irruppe nella camera la padrona di casa del giovanotto con [p. 203 modifica] una scopa in mano e delle ragnatele in capo.

— Signor Marcello, signor Marcello....

— Rispettabile matrona, mi lasci terminare questa barba e sono da lei; i bottoni li voglio più piccoli....

— Non è per i bottoni, signor Marcello; c’è abbasso un signore, credo bene un pezzo grosso. Vorrei sbagliarmi, ma è il camerlengo di qualche Eminenza.

— E perchè vorrebbe sbagliarsi? — disse Marcello sciogliendo un po’ di sapone nella catinella. — Non posso io ricevere il camerlengo di una Eminenza? E forse monsignor Durazzo che vuol farsi ritrattare e viene da me perchè sa che non riesco nelle somiglianze; spera di sembrare meno brutto. [p. 204 modifica]

La padrona di casa, dividesse o non dividesse questa opinione, chiese se doveva farlo salire.

— Certamente — rispose Marcello, senza affrettarsi troppo.

Aveva appena terminato di asciugarsi il mento quando entrò un personaggio grave e solenne, vestito di una mezza livrea nera tra il laico e il pretesco. Il personaggio s’inchinò.

— Padron riverito — disse Marcello

— posso sapere in qual modo ho l’onore di interessarlo?

— Sua Eminenza il reverendissimo cardinale principe S*** ha bisogno di parlarle, e la prega a recarsi in palazzo oggi stesso dopo il tocco.

Marcello pensò un momento. Il cardinale S*** era uno dei più potenti e [p. 205 modifica] ricchi signori romani, che poteva mai volere da lui? Dargli una commissione? Hum! l’ipotesi era arrischiata, assai più che se si fosse trattato del cardinal Durazzo. Un ammonimento? in quel tempo i principi assistenti al Soglio estendevano la loro autorità su chiunque vivesse in Roma papale. Su questa seconda supposizione il giovanotto si fermò più a lungo, e un lieve rossore gli passò sulle guance che la barba non copriva interamente.

— Dite a Sua Eminenza che non mancherò.

Il camerlengo fece un secondo inchino e sparve.

Marcello, per quella mattina, non si ricordò più di guardare la bionda. Terminò di vestirsi in fretta per recarsi [p. 206 modifica] allo studio, proponendosi di ritornare più tardi a farvi una toilette più accurata.

Al tocco preciso, lindo, lisciato, vestito di nero, coi guanti, Marcello presentavasi al palazzo S***.

Restò in anticamera tre quarti d’ora appena, una vera inezia, e alle due meno un quarto venne introdotto nel gabinetto del principe cardinale.

Era costui, prima di tutto, un gran signore e poi un prete. Sulla veste talare il rocchetto pavonazzo cadeva con pieghe maestose, simili a quelle di un manto regale; la larga fascia che gli cingeva le reni somigliava più che al distintivo di un servo di Dio, al cinturino di un soldato; si cercava la spada in mezzo alle pieghe della sua sottana. [p. 207 modifica] Aveva l’aspetto aristocratico e marziale, imponente e punto benevolo.

Le insegne di un gran potere se non fossero state visibili nella numerosa servitù, nei corridoi riboccanti di persone che venivano a chiedere protezione, nelle lettere aperte e stemmate che giacevano sul tavolo davanti a lui, nel rispetto col quale pronunciavasi il suo nome, queste insegne le si sarebbero trovate vive e parlanti nel corruscare del suo occhio aquilino.

Si sentiva subito, appena messo il piede in quel gabinetto, che il cardinale non era un uomo come gli altri.

— Siete voi il pittore Marcello?.... — domandò egli con una voce bassa, velata, in aperta contraddizione col suo sguardo scrutatore. [p. 208 modifica]

E quasi senza aspettare la risposta, soggiunse:

— Duolmi di non potervi tributare in questa circostanza, come vorrei, le lodi che si devono al vostro ingegno....

— Eminenza....

— Si è parlato di voi nel circolo intimo del Santo Padre; il quadro che presentaste all’ultimo concorso dà luogo alle più belle speranze; ma, quanto è spiacevole vedere che proprio nel grano migliore si annidi sempre la zizzania.

Tacque. Marcello, che stava in piedi appoggiato alla gamba destra, mutò posizione e si appoggiò alla sinistra, aspettando che Sua Eminenza si spiegasse meglio, e Sua Eminenza visto che la montagna non veniva a lui, andò lui dalla montagna. [p. 209 modifica]

— Sapete di che cosa voglio parlarvi?

— Eminenza no.

— Non lo sapete?

— Neanche per ombra.

Il cardinale prese un’aria severissima.

— Siete pur voi che tutte le sere, dalle undici a mezzanotte passate per via***. È vero?

— Eminenza, credevo che le contrade di Roma fossero libere.

Intanto che Marcello rispondeva così, freddamente, nel suo interno pensò: Ci siamo!

— Certe libertà un onesto giovane non se le prende mai; un giovane che si rispetta sa rispettare anche le convenienze, l’onorabilità, l’inviolabilità di persone che per il loro nome, per il [p. 210 modifica] loro grado, per la loro stessa innocenza dovrebbero essere sacre.

Marcello stava per dire: — O lei perchè viene alla finestra? — ma non lo disse, e rispose invece fingendo la più bella indifferenza del mondo.

— Eminenza, io credo che persone malevole l’abbiano male informata.

Il cardinale sorrise.

— Vecchia astuzia. Ma poichè vedo che siete accorto, meglio, ci intenderemo con poche parole: o piuttosto siamo già intesi. Sua Santità non tollera ne’ suoi stati chi, in qualsiasi modo, può recare molestia alla tranquillità dei cittadini e al decoro della religione. Capite?

Marcello ebbe qui un movimento di rivolta. Gli balenò l’idea di sfidare il [p. 211 modifica] cardinale; ma da un lato l’assurdità della cosa, dall’altro il riflesso che il torto era proprio suo, lo decisero a starsene trincerato nel suo sistema di difesa negativo. E questa fu una delle poche circostanze in cui si condusse con senno e prudenza.

— Dichiaro — disse con voce ferma, leggiermente caricata — ch’io non ebbi mai nessuna delle cattive intenzioni a cui Vostra Eminenza sembra alludere.

— Prendo nota della vostra dichiarazione e per ora me ne accontento. Andate. Non dimenticatevi che c’è un occhio aperto su di voi.

Marcello, che stava per inchinarsi, si raddrizzò bruscamente. Il cardinale soggiunse con unzione:

— L’occhio paterno di Sua Santità. [p. 212 modifica]

Marcello terminò l’inchino, non senza mettervi un po’ d’ironia, e aperse l’uscio che si richiuse dolcemente su di lui scivolando sul tappeto di velluto.

Gli ostacoli che accrescono le grandi passioni agiscono in senso contrario sulle piccole. E probabile che se Marcello fosse stato seriamente innamorato della principessina, l’ammonimento del cardinale non lo avrebbe distolto dal passare ancora in via***. Ma Marcello badava a farsi un nome; l’amore entrava nella sua vita per la strada [p. 213 modifica] grande della pluralità e non vi lasciava traccia. Non volle più occuparsi della sua bianca visione della sera, e vi riuscì senza grandi fatiche. La bella popolana poi ne lo compensava largamente.

Alla sera, quando usciva dal Lepre, pigliava un altro giro; e siccome tutte le vie conducono a Roma, egli sapeva bene trovare la casa bassa e la piccola finestra della sua Fornarina.

Tutta l’estate era trascorsa con molto profitto degli studii dell’arte che Marcello amava con passione; le dispute al Lepre si succedevano e si rassomigliavano senza concludere mai nulla, ma intanto il nostro pittore lavorava e il suo nome non era più ignoto.

In una mattina di settembre, fulgida, [p. 214 modifica] di quel fulgore caldo e trasparente del cielo meridionale, Marcello usciva dalla casetta della sua amante, e fermatosi un istante sulla soglia alzò il capo a mirare lo splendido sole.

— Veh! — diss’ella, correndo a raggiungerlo con in mano una rosa carbonara del più cupo vermiglio — veh! che bel fiore; mettilo all’occhiello.

Egli la ringraziò accarezzandola sotto il mento e si infilò la rosa.

Camminando a brevi passi, quasi sorbendo l’aria deliziosa di quel mattino di autunno, vagando colla fantasia dietro i raggi d’oro che lambivano le cupole e facevano scintillare i cristalli sulle ogive delle vecchie chiese, Marcello si imbattè in un gruppo di persone che ciarlavano vivamente. Non [p. 215 modifica] vi badò; ma poco lungi c’era un altro capannello, e un altro ancora, parevano tutti animati da una grande curiosità. Sulle botteghe, alle finestre stavano affacciate le donne con certi sguardi cupidi, intenti, e a seconda delle faccie si vedevano guizzare certi sorrisi o ingenui o maliziosi o di semplice meraviglia o sottolineati da una espressione furba e misteriosa.

Tendendo l’orecchio, Marcello udì a varie riprese la parola sposa, e capì che si trattava di qualche matrimonio cospicuo. Crescendo la folla, egli si trovò quasi portato davanti a una chiesa dove una turba di accattoni stava schierata in due file, sfidando le zampe di otto cavalli che, attaccati a superbi equipaggi, aspettavano sulla piazzetta [p. 216 modifica] l’uscita del corteggio nuziale. Di fianco alla chiesa si apriva una via che Marcello guardò con lieve sussulto nel cuore; erano cinque mesi che non passava più per quella via!

Un bisbiglio, un accorrere e qualche grido gettato dai monelli avvertiva Marcello che gli sposi sono usciti dal tempio. Allora, mosso da una subita e ansiosa curiosità, si avvicina alla folla e acquista subito la certezza che la novella sposina è la sua platonica visione delle sere di maggio.

La fanciulla sembrava molto mesta, ma era bellissima nel suo abito di raso bianco coperto di perle, colla vita sottile, il collo cinto di brillanti e i bei capelli neri intrecciati di fiori d’arancio. Il marito appariva più [p. 217 modifica] vecchio d’assai e, al suo confronto, brutto e antipatico. Questo contrasto fu avvertito dalla folla che circondava gli sposi, destando improvvisamente un senso di compassione per la fanciulla sacrificata; alcune donne le baciavano rispettosamente il vestito, altri tendevano la mano per avere un’elemosina; tutti la stringevano da vicino rendendo difficile e lungo il breve tratto che divideva la porta della chiesa dalla carrozza.

Marcello provò una sensazione strana, uno slancio di simpatia come non lo aveva provato mai; nascosto tra i mendicanti, sentì sul suo ginocchio il fruscio dell’abito di lei, e in quel punto fatto audace, colpito da un’idea romanzesca, mentre si curvavano tutti [p. 218 modifica] al passaggio della principessa, egli le offerse la sua magnifica rosa.

Forse ella credette che fosse l’offerta di un bambino e tese la mano sorridendo; soltanto quando l’ebbe presa incontrò lo sguardo di Marcello. La poveretta impallidì e non osò gettare il fiore; salì tremando in carrozza; dallo sportello aperto si vedeva la rosa posata sul suo grembo, rossa come il il fuoco sulla veste bianca.

Anche Marcello era commosso, ma si mantenne forte.

Nel seguito degli sposi egli aveva riconosciuto Sua Eminenza il cardinale S***, e affrontando a testa alta la sua occhiata sospettosa, Marcello non potè trattenere un piccolo sorriso di trionfo. [p. 219 modifica]

Sedici anni svolgendosi coll’inesorabile fatalità del tempo e degli avvenimenti cambiarono la situazione di Marcello.

Non è più lo studente scapigliato, il facile avventore del Lepre e della casetta di Fornarina. La fortuna secondando il suo ingegno lo creò caposcuola di una falange di ritrattisti famosi.

Stabilito in Milano, sua città natale, egli prese una parte attivissima alle vicende del quarantotto, e l’aureola [p. 220 modifica] di patriota posandosi su quella dell’artista e del perfetto gentiluomo, terminò di metterlo alla moda nelle società più ricercate.

Non c’era dama elegante che non volesse dire, mostrando sè stessa in una cornice dorata e in abito scollato:

— Ecco il mio ritratto, fatto da ***.

Tutti sanno che uomo simpatico fosse Marcello, principalmente nell’intimità, e questo spiega maggiormente il suo successo presso le signore.

Correva l’anno 1849. I milanesi, sotto le apparenze della rassegnazione, gettavano i semi della gran rivolta; Marcello, in attesa di riprendere il fucile, lavorava alacremente col pennello. Un giorno, il suo amico marchese Fassalli gli propose di presentarlo a una gran [p. 221 modifica] dama, una vedova venuta da poco tempo in Milano, la quale aveva mostrato il desiderio di farsi ritrattare da lui.

La presentazione venne fatta con tutte le regole, e Marcello fece la conoscenza di una amabile signora, per la quale egli sentì a prima vista una inconcepibile tendenza affettuosa. Era bella la duchessa della Misericordia, ma più che bella era cara, era buona; sul suo pallido volto un po’ dimagrato, gli occhi raggiavano così sereni che era una dolcezza il mirarli: l’onda opulenta dei capelli neri ombreggiavano una fronte sulla quale quindici anni di vita mondana non avevano cancellato il candore dell’innocenza.

Dopo due o tre visite fu stabilito il [p. 222 modifica] giorno per incominciare il ritratto. La duchessa sembrava molto impaziente, e frattanto interrogava Marcello sui suoi studii, sulla sua vita giovanile, prendendo vivo interesse a tutto quello che Marcello raccontava.

Qualche volta parve a Marcello di aver veduto altrove lo sguardo soave della duchessa, ma non si rammentava dove.

Le prime sedute si limitarono alla testa; non occorreva mettersi in toletta. La duchessa stava seduta nella sua poltroncina, e quando era stanca diceva: per oggi basta; ma in genere era molto paziente. Marcello aveva espresso il desiderio di vederla pettinata alla greca, ma non vi riuscì, perchè ella si mostrò decisa a tenere [p. 223 modifica] i capelli lisci, leggiermente intrecciati con piccoli fiorellini bianchi.

Venne la volta che Marcello disse: — Domani bisognerà incominciare l’abito. E all’indomani la duchessa apparve con un abito di raso bianco a lungo strascico, accollato con una modestia quasi verginale.

Marcello restò colpito. Quel soave volto di donna gli si imprimeva ogni dì più nel cuore, e, strano a dirsi, qualche volta gli sembrava che quel volto uscisse dal suo cuore stesso come una lontana visione. Socchiudendo gli occhi, egli vedeva farsi più piena la linea della guancia, il sorriso prendere un’espressione più fresca, cancellarsi dalla fronte della duchessa quindici anni di pensieri, e allora, come [p. 224 modifica] un sogno, balenargli davanti un’altra donna. Ora poi, con quell’abito bianco, coi bianchi fiori intrecciati nei capelli nerissimi egli ravvisava intero il suo poetico ideale d’una volta.

La duchessa, ella pure, pareva agitata.

— Non sta in piedi? — chiese Marcello, sconvolto, tanto per dire qualche cosa che lo ravvicinasse alla realtà.

— No; preferisco rimanere seduta.

— Terrà in mano un ventaglio?

— L’ho dimenticato; posso mandare a prenderlo.

Perchè c’era una nota tremante nella voce della duchessa? e che cosa disse quella nota a Marcello? Un’idea lo colpì improvvisamente. Sul tavolo, lì vicino, giacevano molti fiori raccolti [p. 225 modifica] in un vaso; egli adocchiò una rosa carbonara, la prese, e posandola sui ginocchi della signora:

— Il rosso — disse — è il migliore alleato del bianco, come l’amor puro non va mai scompagnato dall’innocenza.

Aveva piegato un ginocchio, e cogli occhi fissi raccoglieva gli sguardi smarriti della duchessa, i quali gli dicevano che non si era ingannato.

Qui la lettrice vorrà ad ogni costo una conclusione; ma l’autore è ben deciso a non darla. Ci ha per questo una quantità di buone ragioni. [p. 226 modifica]

1.° Non tutte le cose di questo mondo arrivano a una conclusione.

2.° Le conclusioni delle novelle accontentano metà dei lettori per disgustare l’altra metà.

Valgano queste ragioni per dugent’altre che potrei dire, e immagini ognuno a suo modo come avrà fatto Marcello a riacquistare il tempo perduto.

Questo solo devo aggiungere, che alla Mostra del 1850, nel palazzo di Brera, fu lodato da tutti il ritratto della duchessa della Misericordia nata principessa S*** vestita di raso bianco con una rosa rossa in mano.

Dunque il quadro è stato terminato, questo è positivo, e così termina anche la novella.