La piazza universale di tutte le professioni del mondo/Prologo

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Tavola di tutte le professioni e mestieri del mondo Congiura di Zoilo
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PROLOGO
NVOVO
MOMO DIO DELLA MURMURA-
tione accusa l'Auttore presso al Choro de gli Dei.
Minerva Dea della Sapienza piglia la prot-
tetione di quello. e il Choro de gli Dei
giudica in suo favore.


MOMO.

IL debito mi sforza, la ragion mi comanda, e la natura mia impatiente mi costringe immortali, et sopremi Dei, che con gli occhi di fuoco, et con la faccia furibonda, a quella guisa ch'havresti voi quel dì che dal monte Olimpo fulminaste i Centauri, et i Lapithi, dinanzi al vostro severo tribunale facci una strana accusa contra un soggetto troppo audace il qual conturba il mondo, e gli elementi con un'opera sua materia di mille querele a tutti i professori delle scienze et dell'arti, i quali dal vostro alto giudicio son nel globo mondano constituiti non solo per ornamento d'essa sfera ma perché facciano col loro ingegno à suoi fattori principali ogni sorte possibile d'honore? Hor eccomi alla presenza vostra attorniato da una grossa catena di gente signorile, et di mecanica insieme la qual si duole, si rammarica, s'affligge, si dispera d'esser trattata d'una mala foggia, et che sia tornato al mondo. Archiloco, et Matullo a fare impender le persone da se stesse con tante ingiurie, e tanti vituperi che ricevono a un tratto da questo Autore. Come volete ch'io non dica se tutto il mondo a me si volge, et dice Momo tu sei la libertà del [p. 2 modifica]mondo tu il vero flagello de gli ingiusti ferittori, e tu fratello di quell'Orco, il qual liberamente dicea di tutti, però a te di ragione s'appartiene reduarguir questo audace Theone, che con rabbiosa loquacità parla d'ognuno, havendo per favore, che la lingua d'Hipponace, et l'amarulentia di Daphit sia attribuita à lui. Questo soggetto così mordace è l'Autore della Piazza Universale di tutte le scienze, et arti del mondo, il quale s'hà preso gioco d'aggravar con le sue parole tutte le conditioni di persone; senza riguardo più di questi, che di quell'altro, et a chi da con la mazza d'Hercole, qual ferisce col tridente di Nettuno, quale stroppia col fulmine di Giove, quale inghiottisce come un'Orco marino, havendo destinato di sommerger con la sua lingua tutto l'universo. A voi tocca, Immortali Dei, di vendicar questi communi oltraggi, e reprimer tanta licenza, quanta un mortale in dispreggio vostro particolarmente adopra. Non sete voi gli inventori delle scienze, et dell'arti, che costui si vivamente tocca? anzi ferisce, e impiaga notabilmente col suo dire? Tu sacra Pallade non sei stata inventrice delle scielte, et eleganti discipline? tu Mercurio felice non hai trovato la Rhettorica? tu Appollo glorioso non sei stato l'inventore della Poesia? voi gratiose Camene non havete inventato la Musica? tu Numeria fortunata non hai investigato l'Arithmetica? tu Marte potente non hai posto in prezzo la militia fiera? tu Polluce valoroso non hai dato nome singolare alla palestra? tu Cerere gran madre della terra non hai insegnato al mondo rozo l'Agricoltura? non è venuta l'Astrologia da Arthlante? la medicina da Esculapio? la Magia da Zoroastro? la Filosofia da Endimione? la navigatione da Dedalo? le leggi da Minos? la pastura dal Dio Pan? la caccia da Diana? l'arte del fabro da Vulcano? et quella delle tazze et de' bicchieri, dal Dio Bacco? Hor non è stata Venere inventrice de gl'amori? Pomona madre de gl'hortolani? Silvano duce de' Porcari, et Boari? Aristeo de' Ceraiuoli? Hippona Dea de' Cozzoni? Laverna de' barri, et mariuoli? Murcea de gli otiosi? Portuno de' Portonari? Consa de' Consiglieri? Dice de' Giudici? Arculo de gli Arcari? Tutano de' Tuttori? Libitina de' Beccamorti? et fin Stercutio non è stato maestro de' curadestri? se tutte le professioni adunque vengon da voi, perché beffarle? perché detraher loro? perché non ci portar rispetto per vostro amore? Ma vedete nuova baldanza di questo Auttore, che vuole imitar Bellorofonte su 'l caval pegaseo, Icaro male accorto con l'ali paterne, Giasone e Tiphi con gli altri Argonauti temerarii, e il superbo Fetonte col carro presontuoso, mentre si leva in aria da se stesso, e si pensa confondere il mondo con ragionare d'ogni materia et professione, che il capriccio, o l'humore fantastico li detta. Veggo miracoli troppo superbi, immortali Numi del cielo, et parmi che torni al mondo un altro Carneade, che né giochi Olimpiaci si gloriò di sapere ragionar d'ogni [p. 3 modifica]cosa indifferentemente; parmi di videre quell'Hippia Sofista, il quale si persuase di saper tutte le scienze, et tutte l'arti, facendo mostra d'un par di scarpe, d'un par di calze, d'un'anello, d'una gemma, di un'ampolla di vetro, d'una coppa di legno fatta da lui, et ragionando del tutto come se fosse stato un Dio di tutte le discipline. Non so se per caso fosse mai suscitato quel Gorgia Leontino cosi audace, il qual si vantò di ragionare all'improviso di qualunque dubbio è questione, che proposta li fosse da' circonstanti. Ma dubito che questo scrittore non sia a guisa di un altro Senetione, che non volea parlare se non di cose insolite, et maravigliose all'orecchie d'altri, et che non segua lo essempio de Empedocle Agrigentino, il qual si gettò nel monte Etna, per far pensare agli huomini, che fosse volato alla volta del cielo. Ma che credete che non habbia fatto un cumulo di tanti auttori da lui cittai a propositi diversi, per mera ostentatione di haver visto quanto un Plinio, quanto un Celio, quanto un Teophrasto Paracelso, et forse più di loro? et che pensare che non dica mille canzoni come han fatto ancora essi? verbigratia la favola di Lucio Cossico Tusdritano, qual Plinio narra de visu, il dì delle nozze in Africa essersi cangiato di donna miracolosamente in maschio. Et quella che all'acque Cutilie si trova una selva opaca, la qual ne dì, ne notte mai nell'istesso luogo si vede, et quella pazzia grossa di Celio, che Budda prencipe de Ginosofisti generasse dal suo fianco una vergine bellissima, et quella più solenne di Theofrasto, che un certo Arcaso atrahesse per via della fantasia senza speculatione alcuna la dottrina, et sapienza de gli huomini al suo intelletto, se fate anco giudicio dell'utile che apporta al mondo quest'opra, io credo che la trovarete sterile più che il mare della sabbia, perché qui non s'insegna il methodo delle scienze, et dell'arti, come è l'ufficio del speculativo, ma si fa una congetie di cose non masticate a diversi propositi, le quali han bisogno d'esser digeste da huomini più forbiti, che non si mostra egli al giudicio di ogn'uno. Oltra che al grado di tale Auttore parmi che fosse molto più opportuno, et conveniente trattar senza alcun dubbio qualche cosa spettante ai sacri libri delle divine leggi, et por lo studio suo nelle dottrine più gravi, et più sode, dando ragguaglio al mondo, ch'egli sia fra gli Ethici un Theologo, e non più presto un'ethnico fra Theologi, come si scopre. Chi dirà mai che fosse honore ai sacerdoti salij, mentre nelle solennità di Marte, ballavano, et saltavano a guisa d'Ebrij? Chi potrà dir con verità, che honorevolmente si diportasse Choreò sacrato al culto di Cibele, vestendo la corazza, et l'arme come se l'ufficio di un sacerdote fosse eguale a quello di un soldato? Chi osarà mai di commendar le pazze Menade, le quali portavano i pampini alla fronte, et il furor nel capo, al tempo sacrificij del Dio Libero? Ma se questo par che non convenisse al religioso culto di cosi alti [p. 4 modifica]Numi; non sia minore inconvenienza, che questo nostro scrittore, por per l'ode, per gli Hinni, per gli Cantici, et per gli Salmi debiti al sommo Giove, parli de' lenocinij di Venere, delle guerre amorose di Cupido, delle sfrontate impudicitie di Flora, dall'intemperanze grandissime di Bacco, disdicendo questi soggetti tali alla persona sua nel modo istesso. Ma, dato ancora che la materia sia bella, che sia degna, che sia maravigliosa, et c'habbia ogni qualità d'honore in se stessa, non giudicarete voi, che infinite cose sian rubbate da questi, et da quell'altro per tante auttorità sparse in quest'opera? et che la cornacchia d'Horatio, al restituir delle pene, debba restar semplicemente svestita e ignuda? e poi che forma di parole, overo di limatura ci scorgiamo? et che stile elegante è il suo, che possa paragonarsi con la lingua del Pietro Bembo ò del Tolomei, o del Ruscello; da partorirli quella gloria, che i buoni scrittori moderni contendono, per acquistate? se fosse qui Calliope inventrice delle lettere, et de' punti ella saprebbe dir meglio di me quanta copia d'Ortografia cosi latina, come volgare è inserta in tal compositione, et forsi che Scopa ci travagliarebbe dentro gli anni di Nestore, et lo Spauterio si spaventarebbe a ritrovare un'essercito d'accenti, et di punti, che stanno impegolati molto sinistramente nel fondo di questa opra. Ma così avviene a chi vuol partorire avanti tempo, che si forman gli aborti, et ne nascono i monstri horribili da vedere; poi che il nostro gravido scrittore non hà voluto affaticarsi come Latona in Delo, dietro al suo parto, non imitar quel Cinna in nove anni compose la sua Smirna; non seguir'i vestigi di Isocrate, il qual formò il suo Panegirico in dieci anni, ma far come le donne Hebree, che senza balia, o diligente nutrice, son solite à cacciare in un tratto fuori il parto da lor medesime, e perciò non è maraviglia, Sopremi Numi, se a questo corpo dell'opra sua ha congionto due prologhi per capi, come veder potete, essendo tutto il parto sconcertato, et per l'abondanza delle materie, nato questo monstro di due teste, assai ben sciocco, et ridicolo, come la legge de' communi scrittori saprà benissimo discernere, et giudicare. Che gran dottrina poi, dite di gratia, risplende in quest'opra, da pascere, et da cibare gli huomini sodi? et che sorte di eruditione contiene in se stessa da uguagliarla ai dottissimi commentarij di Filosofia, ò Theologia, o d'altre discipline, che alla Stampa si vedono all'età nostra? Si scorge qui forse un methodo scolastico, come quel d'Alessandro de Ales, ò d'Henrico? una profondità Filosofica, come quella di Simplicio, d'Averroè e del dottissimo Aphroditer? una diversità di lingue, come appare in Hieronimo, in Origine, et nel Pico? una universalità nelle scienze, come dimostra Alberto, Raimondo Lullio, Gregorio Tholosano, et altri; uno ingegno profondo, come quel di Boetio, di Archimede, e di tanti altri Mathematici? un spirito elevato, come quel del Ficino, del Barbaro, et del Politiano? una [p. 5 modifica]consummata, et assoluta scienza o Platonica, ò Aritotelica, ò da Thomista, ò da Scotista, ò qualunque altra via, come in tanti soggetti moderni su può addur l'essempio? Che cosa c'è se non parole al fine ciantie, argutie, novelle favole, motti, bagatelle, et minutie, che non vagliono a pena quel che vale Buovo d'Antona, o il Piovano Arlotto, se ben la prospettiva esteriore dimostra altramente di quello che si vede? Et perché porre in tavola i nomi di tanti auttori, quasi che ognun non sappia, che tutti non gli havrà visto, ma che uno sarà citato da un altro, et così agevol cosa sia l'allegatione superflua di tanta turba? perché non dar qualch'ordine ancora da persona considerata a tanti suoi mestieri come par che facci il Citolino nella sua Tipocosmia, et come par ch'intendesse di far Giulio Camillo nel suo Theatro, partendo da quella strada commune Alfabetaria, per guadagnarsi almeno in questa parte lodi di giudicioso, et unico intelletto? perché tralasciare anco nelle memorie illustri d'huomini singolari, et espertissimi nelle professioni alcuni forse più segnalati de gli altri, ponendo in Catalogo i mediocri, e scordandosi i nomi de' più gloriosi, et rari in ogni professione? perché non attender parimente alle lode senza descrivere i diffetti noiosi e strani di tutti i professori? Oltra di ciò perché mordere alcuni copertamente, essendo sicuro che anco i motti taciti sono intesi, et oltra il pericolo d'un risentimento martiale s'acquista nome di Zoilo, et d'Aretino presso à Magnati, e Tiranni del mondo? ma questo è quel che preme al mondo più del resto, che non dovea quest'opra di tante cose minime sparsa esser dedicata a cosi gran Signore, come è il Serenissimo Duca di Ferrara, non dovendo l'orecchie di sua Altezza aggravarsi nell'udir tante bassezze, delle quali soverchiamente abonda questo volume, il quale non è forse dedicato a sua Altezza ma più presto sua Altezza a lui, tenendo l'Auttore d'esse intentione (come s'usa) di ricercar qualche honore, o vile dall'Oceano delle gracie, che nel petto di sua Altezza tengono albergo. Non voglio accumulare somma di questa maggiore interno ai demeriti di questa nuova Piazza, forse ai curiosi grata, ma senza dubbio alcuno dalla schiera de' letterati avvilita e negletta stimando che le voci d'huomini saggi e prudenti più che le lodi popolari del volgo debbano essere essaudite nella condemnaggione di quella del vostro prudentissimo, et sapientissimo concistoro. Hor dò fine al mio dire, aspettando l'ira vostra conforme alla giusta accusa mia, et la sentenza eguale alla sciocca temerità di questo.

MINERVA.

NON debbono le persone gravi, et gli huomini prudenti, per grandissimo dispiacere che ricevan da altri, donarsi immantinente [p. 6 modifica]all'impeto, et furore, ma condesato, et maturo consiglio provedere, che la follia di colui, che offende non sia cagione l'oltraggiato, et offeso appaia nel cospetto de' savi, mediante l'ira insana, forse maggiore pazzo e mentecatto di lui. Però, stando l'ingiuria, grave, che Momo Dio de' murmuranti, hà imposto al presente scrittore; et formatore della Piazza Universale delle scienze, et dell'arti, et verdando la varia accusa sua dinanzi a questo giustissimo foro ho riputato io, che son la Dea della sapienza esser cosa ragionevole, et honesta che questo Auttore sia col mio favore difeso, et che risponda saviamente al conspetto vostro, sacratissimi Numi, per mio mezzo, alle varie obiettioni indegne e strane, che da si stolta lingua, com'è questa di Momo si sfrenatamente procedono contra di lui. Ma non è maraviglia, immortale collegio, che questo aspe mordace (benché con lingua adulatrice habbia cercato di leccarci alquanto) s'avanzi addosso a un mortale, e terreno soggetto, havendo altre volte costui preso ardimento di por la bocca in cielo, e lacerar tutto il sacrato choro de' Dei, come ciascuno l'hà per isperienza in se medesimo conosciuto. Chi ha rivelato al mondo dite sopremi Dei, l'infamo ratto di Ganimede fatto (no 'l dico da me stessa) dal sopremo Giove, se non Momo? Chi ha scoperto (se pur è vero) che sotto forma d'un tauro portasse Europa dinanzi alla gelosa consorte, se non Momo? Chi ha palesato il conquisto di Danae in pioggia d'oro, se non Momo? chi ha disseminato l'adulterio di Venere con Marte, se non Momo? chi ha pubblicato Mercurio, per Dio de' ladri, se non Momo? Chi ha fatto sapere al mondo, che io mi sia lasciata veder nuda insieme con Giunone, et Venere, dal pastore Ideo, per cagione cosi frivola d'un pomo, se non Momo? da Momo pur s'è inteso, che Bacco è un'ubriaco, ch'Apollo, è un vano, che Marte, è furioso, che Cupido è un frasca, che Vulcano è un zoppo del cervello, che Plutone è un Demonio, che Protheo è un Mostro, che Pan è un cornuto, che Silvano è un pegoraro, che Priapo è un dissoluto, e tutti i Dei del cielo da quest lingua iniquia hanno provato morsi troppo rabbiosi, e troppo fieri. Se Momo non era, nessun saprebbe la discordia di Giove con Nettuno e Plutone fratelli insieme, non si saprebbe che Bellona havesse posto tante dissensioni fra noi altre Dee, sarebbe ignoto a tutti l'odio ingiusto, che portò Giunone ad Hercole, per esser nato di Giove, et Alcmena a lei rivale; tutto il mondo sarebbe ignorante, che Glauco havesse posseduto il furtivo amor di Theti, col sdegno principale d'Oceano, et di Nettuno, e finalmente à gloria nostra commune non sarebbe annichilata, e sopita dalla forza di questa lingua dispettosa, e propriamente bestiale, come ognun vede. Et voi sacratissimi Numi celesti tanto scornati, e offesi, darete udienza a Momo? ascoltarete [p. 7 modifica]le sue invide parole? porgerete le purgatissime orecchie a così laide, et così ingiuste accuse, come al presente secondo la natura sua maligna, sfodra contra un Scrittore indegno d'altrettanta lode? Non pare al giudicio vostro limpidissimo, che tutti i vituperi de' mortali verso di voi sian derivati dal poco rispetto et minor riverenza, c'hà portato Momo a questa c orte celeste, publicando come insensato et maligno trombetta, tante dishonestà, tanti vitii, tante scorrettioni, e scandali, de' quali fa noi altri, con espressa bugia principali inventori? Se Demonace non vuol sacrificare alla Dea Eleusina, questo procede; perché Momo hà detto, che i suoi sacrificij sono sospetti, perché si fan di notte: se Athalanta, et Hippomene con venereo concubito macchiano il tempio della Dea cibele, questo avviene, perché Momo l'hà resa degna di scherno facendola madre di molti Dei notturni, vagabondi, e dissoluti. Se il Re Serse osa di minacciare le tenebre a Febo, et a Nettuno i ceppi a' piedi, questo è cagionato da Momo, c'hà pubblicato le mollitie di Febo, con Dafne baldanzosa, e gli agnati di Nettuno con Doride, e Amphitrite, che (se fosser vere) togliono loro il credito, et quanta riputatione si persuadono d'havere. Et hor sarà creduto à Momo, che lacera, che infama, che maligna si stranamente con tutta la Deità celeste? Voi voi celesti divi giudicarete Momo Dio da bene, amico d'equità, tutore dell'honesto, che con tanta dishonestà diffama le vostre infamie, publica i vostri sacrilegij, e quasi tromba errante divulga per l'universo mille, et migliaia di pazzie fatte da noi? Non sapere, se questo è il zoilo di tutti? se questo è cerebere trifauce di Plutone? se questo è della razza di quei cani, che stracciaron miseramente il misero et infelice Atheone? Deh dimmi sprezzator de gli Dei, voragine ingorda della fama altrui, satyra dell'universo, Apologia di nessuno, chi t'ha fatto quel gusto si insipido? quell'odorato si corrotto? quel genio si depravato, che tu ardisca accusar di maledicenza questo auttore, e confrontarlo con i Timageni, e con gli Anassarchi, essendo che le professioni tutte ( parlo delle meritevoli) sono dà suoi discorsi così ampiamente illustrate, come da i pari tuoi neglette, et avvilite? pensi tu forse che questo sia quel spirito petulante dell'Agrippa, ò quella lingua informe dell'Aretino da te si favorito, che facci professione di dir ben male, et che voglia trasformarsi in Pasquino, et Marforio, per far ridere il mondo delle sferzate, le quali dia mò a questo, mò a quell'altro? Non hà questo pensiero, credi a me, ne questo è l'oggetto dell'animo suo, mentre arguisce altrui, ma discopre i diffetti di questa et quell'altra professione, affine d'escludere il vitio, et giovare a gli huomini con la notitia del male a tutti prudentemente scoperto. Ma rispondimi di gratia Aristarco calonnioso, quando questo scrittore nel principio dell'opra inalza, e sublima tutte le professioni, et l'arti in generale, parti che sia aversario degli Dei inventori [p. 8 modifica]d'esse? o pur lor favorito, e partigiano singolare? quando a discorso per discorso in vari modi celebra Theologi, Filosofi, Leggisti, Medici, Astrologi, Arithmetici, Poeti, Rhettori, Musici, Avvocati, Procuratori, Giudici, Soldati, Cavallieri, Religiosi, Signori, e Plebei d'ogni sorte, parti ch'egli habbia del Nevio maledico, dell'Hiperbolo amarulento, dell'Eurinno calumniatore, ò pur del lor nemico a spada tratta? Quando arguisce in un discorso particolare tutta la frotta de maldicenti, e detrattori, parti ch'egli ami la Satyra, ò pur l'encomio de malignanti? sai qual è l'Archiloco, e 'l Marullo, e Patacio furfante insieme? tu medesimo sei quello, perché le Rose ti paiono Urtiche, i boccioli ti paion fiori, et i Cardi Lattuche da tutti i tempi. Ma che pensiero è quel di costui, gratiosissimi Numi, che nuovo affanno è il suo, mentre chiama baldanza e temerità una nobile audacia d'animo, et arguisce un spirito elevato ad altissime imprese, essendo chiaro che non i soggetti arditi, ma l'intentione superba è quella che condanna i pensieri temerarij de gli huomini? Hora v'accetta questo scrittore, che non per fasto del mondo (benche l'honor sia il vero premio della virtù) ma veramente per utile universale ha formato l'Universale Piazza delle professioni, ove apparisce tanto evidentemente il frutto suo, che non sol da sfacciato, ma da iniquo si mostra Momo a negarlo impudentemente alla presenza vostra? Ma dimmi un poco ritratto d'ignoranza, e simulacro di bestia, non s'ha in quest'opera sommariamente la virtù di tutte le scienze? Non conosci lo scopo di tutte le discipline? Non scorgi i diffetti di qualunque professione? Non miri gli inviti, e gli allettamenti amorosi della virtù? Quanti essempi, quante sentenze, quanti motti, quanti bei detti, quanti ricordi, quanti ammaestramenti si pon trarre da essa? Sarà questo d'utile al mondo, o nò? Sai chi non la stimarà giovevole? quelli c'havranno lo stomaco pieno di ruta selvatica, come hai tu; quelli che masticano reubarbaro, et agarico de continuo; quelli c'hanno i denti legati di pruni acerbe, come ognora si vede. Quel cumulo d'Auttori ch'egli ha fatto, non è stato per altro effetto, ò sciocco, se non per levar l'occasione ai detrattori di ragionare, et dire che le sue cose han dell'insulso, et dell'incerto, non havendo autorità che le dia fede sufficiente presso à Lettori, et perché è cosa ragionevole, et di gentil creanza, come vedrai nel dotto Prohemio di Plinio ancora, confessare da chi tu hai imparato, e negar la lode à tuoi maestri. Oltra che da si gran caverna d'allegationi si manifesta la tua sciocchezza, perché non prendi la pugna con un'Auttore solo, ma con uno essercito grosso di tante persone gravi citate in quest'opra, i cui nomi parte confessa questo Scrittore d'haver visto in opre d'altri, ma la maggiore né fonti dell'opre proprie, con sudori e fatiche intolerabili? Et se in quella discopri ciancie Pliniane, o cosa tale, t'è di mestiero (come allega anco Plinio) affermar [p. 9 modifica]col detto di Catullo, che le sue ciancie sian qualche cosa, perché non è parola si vana, che non serva a qualche bene, se la persona vuole. Non usa poi questo presente Auttore il Methodo, qual si tiene in dichiarar le scienze compitamente, perché la dichiaratione cosi minuta ricercarebbe a una per una i sei mila volumi di Didimo, ma si contenta di scorrer d'esse mediocremente, e non però vanamente, come questo Scione della Dialetica va sofistando co suoi argomenti. Et, se questo soggetto non corrisponda alla qualità della persona, non deve giudicarlo Momo da alcune curiosità meschiate per necessità dentro in quest'opra, perché il savio non attende il diletto per fine principale, ma l'utile che dai libri, et dalla dottrina de' Scrittori ordinariamente si cava. Oltra che negar non si può, se non con fronte impudica, la gravità di quei discorsi che trattano di Theologia, di Cabala, di Scrittura, di Filosofia morale, di governo Politico, del vero Prencipio, delle Religioni, de Predicatori, de Prelati, d'Inquisistori, di Canonisti, et di diverse altre professioni honorate, et famose, che in questa Piazza son raccolte, et unite dal suo Architetto. Ne deve l'impudentissimo Momo tassar si espressamente di rubberia questo Scrittore; conciosiache, s'havrà anco rubbato, havrà imitato tutti i Scrittori antichi e moderni in questo furto consentienti. Non si sa che Hermette ha rubbato da Mosè? et che Diodoro ha tolto da Cadmo? che Thucidide ha preso da Ephoro, et da Hecateo? che Aristotile ha assassinato gli antichi? Che Virgilio ha spogliato Homero, e Theocrito? che Terentio hà depredato Labeone? che Plauto ha denudato i comici Greci? et se la gravità mia comportasse una lunga narratione intorno a moderni, io contarei così bel numero di ladroncelli, et di furbetti, che farei questo sacrosanto collegio per maraviglia uscir di se stesso, ma poi che Momo non è per sodisfarsi manco di questa risposta, il Bibbiena risponderà per lui; che vada a cercar nell'opere, ch'egli allega, et se trova mancarvi cosa veruna dentro, allhora si confessarà publicamente reo; et se non bastarà d'apparer la cornacchia d'Horatio, si scoprirà per il Cucco d'Esopo quando bisogni. Dell'eloquenza, overo dello stile, et cosi de punti, et de gli accenti non dirò altro in sua difesa, se non che i punti s'imputaranno più presto al correttore ch'egli adopra, o al Stampatore, et lo stile alla natura, non ci havendo posto la lima del Varchi, ch'è tutto Fiorentino, per non havere il Mutio che lo battagli dopo morte, ne havendo voluto apparer troppo Dolce, per non dare in un Ruscello d'amaro, che il faccia smarrire tutta la sua dolcezza, benche tal stile da altri che da questo zoilo, sia stato molte volte honorevolmente celebrato. Non vi dia maraviglia, sacratissimi Dei, che questo parto non sia come quel de gli Elefanti, ma poco manco di quel dell'huomo, et c'habbia due capi al giudicio di Momo inconvenienti, perché l'Auttore di questo [p. 10 modifica]altero, e raro mostro ha fatto conto di mostrar al mondo Bacco due volte generato, over Giano bifronte, ò Pan due corna d'avorio in testa; e non Briareo tergemino, l'Hidra da sette capi, ò Medusa monstruosa, et horribile da vedere. Se vi sarà dottrina dentro ò nò questo giudicio tocca ai dotti. Si contenta ben l'Auttore, che il giudicio delle ciancie tocchi a Momo, che s'intende più di queste, che d'altra cosa. Quest'ordine particolare è mò piaciuto ancor'a lui, come tal'hor piace a un pittore d'ordinar le sue figure a modo suo. Però non importa, se l'opera è distinta più a una foggia, che all'altra, pur che non manchi di gratia, et ornamento, et v'ha raccolto dentro i nomi de' più segnalati huomini c'ha saputo, non essendo obligato a tener memoria dell'universo, con tutto che gli comprenda honoratamente sempre nella conclusione de suoi periodi; e non ha fatto almeno come quelli, che ricevendo la penna d'oro, inalzano indifferentemente i sciocchi, e i savii insieme. Non si pigli Momo per vero se l'Auttore copertamente morde alcuno, perché, tacendo i nomi, non vien a imitar Pasquino, ne risentirsi delle bestie, non pon terrore a gli huomini, havendo schermi et ripari contra gli insulti loro in molti modi. Ma sopra tutto non si disperi se questa Piazza è dedicata all'invittissimo Alfonso Secondo Duca di Ferrara, perché non ricerca l'Auttore haver fama, e splendore per l'opra dedicata, ma per le qualità del soggetto, et per la forma delle cose, che in tal compositione si ritrova, sperando, che quell'unico Signore la debba havere accetta, come giovevole ai governi del suo dominio, ai giudicij civili, a i parlamenti dello stato, al regimento della militia, al decoro Signorile, alla forma della corte, et all'intender brevemente quanto sua Altezza vogli ò curiosamente, ò gravemente ricercare; et si contenta solo d'intendere, che la sua Piazza habbia gratificato l'occhio d'un personaggio tale, havendola formata per il suo gusto particolare, senza aspettare il ramo d'oro dalla Sibilla Cumea, come questo furfante di Momo, espressamente tocca nel suo parlare. Ma perché basta à me d'haver difeso a sufficienza presso al collegio di tanti Numi questo Scrittore si impugnato da Momo, et dà suoi pari, porrò fine al mio dire, senza immergermi dentro nelle sue proprie lodi, per non parere, che la cieca passione m'habbia dominato nel celebrarlo secondo i meriti, ma che la sola equità m'habbia spronata, e spinta a reprimer la lingua insolente di questa belva irrationale, che davanti à un tanto concistoro ha gracchiato come un Corvo, e latrato come un Corvo rabbioso contra di lui, fate voi la sentenza, et io m'accheto.

CHORO DE GLI DEI.

HAvendo noi sapientissima Dea, la vera notitia, et conoscenza perfetta della natura di Momo; e conoscendo quanta prudenza regni [p. 11 modifica]nelle tue parole che son come gli Oracoli nel nostro Delfico Apollo non ci cade alcuna maraviglia nell'animo che egli a guisa di Balena monstruosa habbia cercato d'inghiottire questo scrittore da te sanamente difeso, ne che tu n'habbia tolto la debita, et honesta protettione, ma per farti conoscere, quanto il nostro giudicio si conformi col tuo, et quanto la sentenza nostra sia consentiente al tuo desire, noi tutti unitamente prononciamo, che Momo sia una bestia, e un sciagurato, et che sia indegno d'essere ammesso in giudicio contra alcuno, havendo publica fama presso al cielo, et alla terra, di detrattore, maledico, seminatore di zizania, et inventore di tutte le tristitie. Et ci piace, che questo auttore si sia affaticato intorno a tante cose, perché la nostra Deità si manifesta nella università del suo ingegno, et fa palese al mondo, che i suoi pensieri almeno non son come quelli di Domitiano, che traffiggeva mosche, non come quei d'Artaserse, ch'attendeva alla naspa, e alla conochia non come quei d'Artabano Rè de gli Hircani che faceva le trappole per i topi, non come quei di Biante Rè dè Lidi, che inflzava tutto il dì ranocchi, spendendo il tempo virtuosamente, e non dormendo il sonno d'Epimenide, come tanti emuli suoi, se non vogliamo dire insettatori, così scioperatamente fanno. Ci piace di questo Gazofilacio delle professioni con tanta fatica ridotto a fine, et compito, perché sempre ci è piaciuto la consuetudine dè Ginnosofisti, presso à quali colui n'andava a letto senza cena, che non portava al Gazofilacio qualche avanzo, ch'havesse fatto il giorno, et habbiamo commendato sempre i costumi della gioventù Egittia, che non potea gustare il cibo, se prima non havea corso cento ottanta stadij dissegnati loro. Ma sopra tutto ci diletta la generosa audacia dell'animo suo, havendo tentato di cavar (per modo di dire) l'Eufrate dal suo letto, come Nitocri Regina d'Egitto, et di formar dal monte Atho una città capace di diece mila huomini, come intese Stasicrate stupendissimo Architetto. Però di commun consenso lo raccomandiamo qui alla Dea Fortuna, essendo più che sicuri che altro non li manca se non sorte amica del suo valore. E, se tu Dea brammi di sodisfare al desiderio universale di tutto questo sacrato collegio, noi ti preghiamo a pigliar questo assonto di favorire il genio di questo scrittore in tutte l'opere sue, et che desti il magnanimo suo Signore a tenerne tal conto, che Momo invidioso per disperatione s'impenda da se medesimo, provando in se stesso le capre non haver il naso da Rhinoceronte, ne i cani da pagliaro fare una corsa da levrieri appresentati pur avanti al suo conspetto perché è cosa da gran Signore a ricever benignamente ogni offerta benche picciola, et se nella corte d'un tanto Prencipe operi cosa al desire elevato di questo Auttor conforme, trova in un tratto l'ali di Dedalo, et portaci lieta nova di quanto operato havrai.