La piazza universale di tutte le professioni del mondo/Congiura di Zoilo

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Prologo L'Auttore a spettatori
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CONGIURA DI ZOILO, E DEL
Convento de' Maledici, insieme con la Caterva de' Pedanti, et con
l'essercito de' Buffoni, et ignoranti, contra la Piazza del GAR-
ZONI, ove s'introduce Batto rivelatore de furti di Mer-
curio significarla all'Auttore, et esso vindicarsi con-
tra tutti loro con una lettera bellissima scritta
in fine al Choro de gli Dei.


Zoilo ragiona a nome di tutto il Convento de' Maledicenti.

POI che tanta ingiustitia si trova fra Dei del cielo, che con aperta ingiuria di Momo, è stata favorita dal lor Choro l'opra moderna del GARZONI, sprezando i fortissimi ostacoli, et i saldissimi fondamenti della parte nostra, delusi, e beffegiati estremamente dalle lingue loro, per vendicare cotanto oltraggio almeno in parte, esplicarò dinanzi a voi l'humor c'hò in capo confidandomi, che voi non siate dal mio pensiero differenti per haver notitia, et pratica, per non dir famigliarità antichissima con tutti voi, quali amo, riverisco, et honoro più che quante bestie si trovano la su, le quali han manco ingegno, che gli asini, et sono di giudicio grossi più che i cavalli, e gli elefanti. Che vi pare compagni fidelissimi di quella sentenza goffa c'hanno dato a compiacimento di Minerva cotesti buffali celesti? Dovevasi a questa foggia scornare il Dio di tutti noi altri, et farci apparere insieme con lui temerarij, et insolenti, per haver detto con ragione, che questa Piazza non è mai degna di quelli honorevoli fregi, che all'opre illustri, et alle rare imprese son convenevoli, et dovuti? Chi è si rozzo d'ingegno e si incapace d'intendimento, che senza prova alcuna non lo veda? non poteva bastare a questi pilastri d'ignoranza che sostentan l'Olimpo, l'haverlo detto Momo? e tutti noi altri esser d'accordo seco nell'istesso parere? che cosa c'andava a tenere dalla nostra, et far parere al mondo, che quest'opera sia tale, quale noi tutti unitamente prononciamo? Quand'io primo de gli altri tassai l'opera di Homero, qual fu quel Dio si arditto, che all'hora interrompesse i miei dissegni? quando il nostro Bavio, et Mevio caro sfodraron contra Virgilio la lor lingua liberissima [p. 13 modifica]che si mosse allhora dal cielo, per replicar contra di quelli in favore dell'offeso? quando che Palemone si voltò all'aperta contra l'opere di Varrone, dando nome di bestia meritamente a un simile sogetto, chi tolse allhora la protettione di quello contra una lingua si acuta e forbita? Tacquero pur allhora questi furfanti Idoli tutti, et hor per si debile Auttore, e per causa si furcile, e vana, sedono per tribunale, ascoltando la sciocca Minerva, si ridono di Momo, scherniscon noi altri, dispreggiano i detti nostri, e sententiano perfidamente contra il vero. Deh Theone che cosa fai, che non t'armi hor hora d'amarulentia affatto contra questo Choro inimico del nostro nome à spada tratta? Hipponace che fai che non sfoderi fuor quei Iambi da fare arrabbiar costoro, che vilipendono tanto il valore, et la virtù delle lingue nostre? Osco fratel che fai, che non dai mazzate da orbo a questa schiuma etherea, che ci reputa da niente nel concistoro loro non meno ingiusto veramente che profano? perché non sorgi Tantalo dall'inferno, ove da questi scelerati condannato fosti per haver rivelato le lor poltronarie, e non t'accordi nosco a castigar con la tua lingua i torti che fanno all'honorata, et nobile nostra compagnia? perché non hai tu Lara honor della caterva de liberi, quella lingua che ti tolse Giove, che ben saresti hora d'accordo con noi, a rimproverare a questo gregge di becchi, et di montoni, tante lascivie, e tante mere sporchezze, nelle quali à guisa di animalacci immondi sono stati involti ben mille, e mille volte? Havess'io pur insieme con la mia la lingua d'Archiloco, la mordacità d'Anasacro, quei folgori di parole c'hebbe Aristofane, e Cratino, l'impetuoso dire di Theocrito et di Nevio, che hora fulminarei più dardi, che mai non ha fatto Vulcano contra un Choro sì maledetto, et cosi iniquo come è questo? Chi è quel ninfato d'Apollo che porta le lattughe crespe al collo, se non un adultero, vergognoso, come voi altri havete letto tante volte meglio di me? Chi è Mercurio, se non un Ruffiano eloquentissimo in tutte le materie d'amore inhonesto, così dè Dei, come delle Dee? Chi è tutto quel Choro di gente irrationale uniti insieme, se non il bestiame d'Argo, che putisce da sterco, et da stalla per ogni banda? Hor questo è l'humor c'ho in testa, di lacerar tutti costoro in prima, e poi sfogarmi bene, e scapricciarmi meglio con l'Auttore di questa Piazza, il quale è stato potentissima occasione di tanto scandalo successo fra loro, e noi. Rallegrisi di gratia questo sacrato Collegio d'ignoranti a haverci dato contra la sentenza et attendiamo un poco al frutto che farà la Dea fortuna presso al Duca, poi che si vivacemente è stato a quella raccommandato. Che si pensa costui? d'esser pigliato in cocchio forse come un Dion Prusico dal gran Traiano? ò che sua Altezza vada con la carrozza incontra da quattro cavalli bianchi, come fece Dionisio al divin Platone? Non bisogna far torri in aria e fabricar castelli nell'arena a questa foggia, perché a quel Prencipe non mancano soggetti di sommo valore appresso al riscontro [p. 14 modifica]dè quali costui non vale anco un quadrante, se ben s'estima per quest'opera più grande che Senetione, il quale camminava su la punta de' piedi per parere un gigante alla vista di tutti. Ma che, facciamo così. Dica ciascuno il suo parere, che non voglio anco parer io solo quel che affronti il toro, et occupar tutta la sbarra da me solo. Parli un poco sopra questa materia il dottissimo Mosco, e sentiremo quanto si conchiude da questa banda.

Mosco Pedante a nome di tutta la caterva de' Pedanti.

E Cosa congrua, comminamente consentanea al magisterio nostro in mille pagine già reso celebre, che questo recente Auttore appellato il Garzoni, di lingua garrula più che un crocitante corvo, il quale ha contesto uno emporio di tanto pieno, come l'esteriore imagine indica al mondo, et ove con petulante sermone ha dilaniato l'honor nostro commune, adoprando insanamente il satirico eloquio contra tutti, senza un rispetto al mondo di tanti lumi Tulliani, ch'illustrano il secol nostro con la eleganza, et lepidezza del dire sia verberato per commune ultione, con la scutica nostra magistrale, in modo che egli apprenda quanto sia stato impudente, e temerario a deducere in giudicio voi altri, et noi, con questa sua Platea, dinanzi al foro de i numi etherei, i quali per sua cagione hanno dedecorato si grosso numero d'huomini probi, et per la lor libera loquella, degni del nome di Censorino, o dell'Uticense così glorioso. Ne tu Zoilo audace, d'herculeo valor referto, hai proclamato tanto che basti, perché bisogna che noi altri ancora descendiamo nell'arena, e concertiamo da una parte contra gli hospiti del sopremo Olimpo, et dall'altra contra questo inepto scrittore, che alla similitudine di uno impudentissimo Darethe và provocando Entello seco al certame. Hor non merita quel Choro illepido, di tante blanditie cupidine e aperto hospitio, d'esser deluso di commun consenso, poiché parvi pende si perspicuamente la ragione, asperna in tutto l'equità, flocci pende la giustitia, e si getta dopo il terzo tutti i termini del dovere? Questa non è contumelia illata à voi solamente, ma tange ancora l'honore di noi altri; però fa di mestiero, che tutti conveniamo in uno e pigliamo i pugioni in mano contra loro, per mostrar di non negligere noi stessi e tener poca essistimazione della fama nostra. Io so che Zopiro, e Orbilio, et il facondissimo nostro Timocrate padre dell'urbane lettere approbaranno con tutto il ginnasio insieme la mia opinione, e senz'altro scruttinio di voci, si può contrahere uno accordo fra noi, che sarà tanto essitiale et pernicioso a quelli, quanto a questo. Ma, perché parmi d'intuere già ne gli occhi vostri i fulmini della iracondia impressi, dirò senza cogitar più oltra, che per questo io insieme con voi, et voi insieme con me, debbiate con dire imprecationi insorgere contra loro, e con perpetuo dedecore deprimere tanta petulantia c'hanno havuto in capo. Ignorano [p. 15 modifica]i miseri che noi sappiamo tutti gli arcani loro? è che non è cosa turpe, e dishonesta fatta da essi, che mille volte ne i ludi literarij non habbiamo letta ai discepoli nostri? Quando il dominatore dell'Herebo si congionse promiscuamente con la pulcherrima Minta usandola per pellice, in contempto espresso della coniuge sua Proserpina, chi meglio l'ha letta di me a Cintheolo per le mie quotidiane lettioni erudito al par d'ogn'altro Comite suo? Chi è conscio più di me di quell'altra, quando le venuste Ninfe d'Arcadia ebrie di Zelotipia convertiron la Ninfa Cyringa in un Calamo Palustre, perché Pan Dio de Pastori infettava più questa, che tutte loro? Non è posto in propatulo a ognuno il seguito anxio, et urgente, che tenne Giove a Iuturna Scorto nobilissima, ove la Ninfa Lara fece iattura della lingua, per pandere il secreto a Giunone di questo Scelesto commercio meritamente invidiosa? non è cognito da un cardine all'altro il Lenocinio indecoro usato, per amor di Silvano con la blanda Galathea, ch'empie di verecondia et rubore qualunque tiene di pudiche cogitationi i precordij suoi repleti. E chi è d'ingegno così rude, et d'intelletto così obtuso, che non faccia un giudicio estraneo del caso ignominioso di Clauco, et Panopea, per esser stati visti da Protheo copulati lascivamente in mezzo dell'Estuante pelago, nudi fra loro? Ma che vò io volvendo frustatoriamente i gesti particolari di costoro se tutte le sfere supercelesti son piene del fetore di questi luxurianti arieti in modo che il stabulo Vaccineo d'Argo non è di si fetido odore tabefatto come queste. Et grande indignità delle purissime auri nostre sentir ripeter tante volte le mollitie di questi tauri indomiti, onde bisogna convertire il calamo addosso al livor Garzonio, et argurlo, secondo la condecentia nostra dell'inurbano stile, c'ha adoperato così mordicamente in vilipendio nostro. Ecco l'immorigerato nostro adversario, che tratta da pedagogi humilissimi gli eruditissimi precettori delle vere lettere. Ecco il lanista del nostro honore, ch'irride tutta la caterva de più eruditi viri, c'habbiano le scienze, et discipline tutte. Ecco un altro Democrito, che con aperto cachinno illude singolarmente la toga nostra magistrale di tanti pregi decorata appresso il mondo. Ma forse ha acuito la lingua ne gli obbrorij nostri, perché in lui non eluce una minima imagine d'Ortografica scrittura, nella sua elocutione non appare venustà d'alcuna sorte, nelle parole non si può aspicere una colliganza al mondo, ne' periodi non è quel numero completo che s'opra da' dotti, nell'oratione tutta non si vede altro, che uno incondito, et inculto modo, di sermocinare. Dove sono i membri dell'oratione da huomo esperto nell'arte del dire esculto; dove le suppositioni lepide; dove l'appositioni venuste; dove si manifesta una figura pulchra, e degna d'esser notata in tutta la sua compositione? Qui si desidera sale eruditione, documenti ingenui, essempli gravi, sentenze profonde, urbanità hilare, ordine congruente, e non scurrilità, e fattuità commiste insieme, come nimiamente le và admiscendo in tutta l'opra. Però lascio il giudicio a questi altri comiti, che sapranno meglio di me, [p. 16 modifica]come più vesati in tal subietto, produre in luce la sentenza contra l'ineptie di costui, per stomacho soverchio della sua indocilità, repulso dalla lingua di tutti i dotti et eruditi. Hor promulgate voi quel tanto, che ingenuamente sentite di questo Auttore, et imponiamo silentio in questo mezzo à tante voci querule, che clamano assiduamente contra quello.

Protho Buffone et Ignorante, a nome di tutto l'essercito
de Buffoni et ignoranti.

BENCHE a me principalmente non tocchi in questa cosa sententiare, per non sapere cosi ben di gramussa, come bisognarebbe, anzi più presto s'appartenga à tutto il collegio vostro, che sa di lettera per esser voi i veri pali della latinità, la quale stà attaccata a voi come fa il caviaro su le carte de i libri da dozena; et benche noi altri non habbiamo studiato Cum ego Cato animadversissem, né manco quell'altro passo Tytire tu piatule, perché andando à scuola non habbiamo mai passato il cuium pecus, e sempre siamo stati di quelli che leggono la tavoletta, e il centurolo, et se pur semo arrivati più innanzi non habbiamo fatto altro salto, che dal Lanua sum rudibus, alle discordanze, rompendosi la testa cosi per un mese ne i rubricoli, ancora dove non potessimo mai arrivare al numero del trenta in bene, perch'eravamo troppo grossi di legname; con tutto questo per una buffonaria, come questa, sapremo dare il giudicio nostro et sententiare in una cosa cosi fatta, perché ab assuetis non fit compassio, verbi gratia faremo assai buon giudicio intorno a questa Piazza del Garzoni perché si sa, che se voleva fare una Piazza bella, la doveva fare com'è quella di S. Marco in Venetia, overamente come quella di Siena ch'è fatta à Chiocciola, e non farla come quella de gli Asinelli à Bologna come ha fatto. E poi se questa è una piazza, dove ha posto le ceste da i fighoni? i panieri da i pomi, le gabbie da i capponi? i carnieri da i colombi? et dove ha posto i meloni, le perfighe, le ciriese, le cucole, i navoni, i verzotti, et i Gabusi da mangiare? Vedete di gratia che similitudine di Piazza è questa, c'ha il titolo di Universale, e pur non c'è anco dentro Cabalao dalle menole, né tanti altri, che van gridando capparocchiole, cappe sante, cappe longhe, cappa da deo, e grancevole dalla mattina fino alla sera. Se questa è una Piazza, come si vanagloria costui, dov'è Gambarin dalle correggie, Baraso dalle risade, la Matthia che fa tante pazzie, Santin che cuoce le ballose, il Moretto dalle bruggiate, donna Menega dalle frittelle, Franceschin dal Leccabuovo? è possibile, che la piazza possa stare senza costoro? se questa (come lui dice) è una Piazza, in qual dì si fa mercato? e se il mercato si fa, d'onde vien la robba? e se la robba vien, dove si paga la gabella? e se la gabella si paga, dov'è la Doana? e se la Doana v'è, perché non l'ha chiamata Doana più presto che Piazza, essendo prima la Doana, che la Piazza; Io per me non so dir altro, se non questo, [p. 17 modifica]che, se questa è pur una Piazza, l'è come quella di Granaruolo, o di Gattia, dove non si vede altro che sterco di vacca, e letame di stalla da ogni banda. La conclusione della mia sentenza è questa, (per fornirla brevemente, perché non ho studiato Chiacchiarone come voi, ne Virgilio Castagna, ne Horatio Venetiano, ne Sallustio da Chrispino, ne quell'altro, che si chiama Nasonem petito) che costui, c'ha fatto questa Piazza l'habbia fatta da Buffone, perché certamente darà da ridere, a tutto il mondo, e noi saltaremo per tavoliero a ogn'hora, perché, se ci trattarà da Buffoni, e noi buffonando lo faremo apparer lui un Piovano Arlotto appresso a tutti. Horsu staremo a vedere.

Batto rivelatore de' furti di Mercurio à Apollo significa
la congiura dell'Autore.

SE ben tal volta il rivelare le cose d'altri è preso non solamente in sinistra parte da chi t'ascolta, ma con pregiudicio espresso s'incorre molte volte in periglio della vita con tutto ciò non s'ha da restare di far servitio alle persone, quando il bisogno stringa et di due mali sempre si deve eleggere il minore, comportando cosi la sapienza, et consideratione mondana. Da questo oggetto mosso di far servitio a te se ben mi metto a manifest orischio et dell'honore, et della vita, ti fo saper Garzoni, che mi son ritrovato in luogo dove con le proprie orecchie cosi di nascosto ho inteso una congiura grandissima c'han fatto contra di te alcuni malevoli meschiati con certi pedanti, et con alcuni altri, et in quell'adunanza loro se ne son dette delle belle contra di te da dovero, et s'è proceduto tanto avanti, c'havrai non picciola fatica di sbrigarti dalle calunnie loro, et è forza che per honore tuo tu sodisfacci al mondo, et facci constar che setta è questa, la qual t'ingiuria et dishonora stranamente, e tiene animo di far di peggio, ancora se tu da saggio non sei presto a risentirti de' loro affronti. Leggi questi sermoni c'han fatto insieme de quali ho preso io la coppia con man corrente e te gli porto innanzi per questo acciò che tu comprenda con quanto amore ti rivelo la cosa, ne mi trattare da referendario, et da spione, perché a fare l'ufficio che fo con te, mi muove solamente un sincerissimo amore che ti porto, come altre volte ancora feci ad Apollo del qual so che tu sei amico, per non dir devotissimo in ogni guisa. Se questo ufficio mio ti piacerà, fallo constare al mondo acciò ognun sappia che Batto è galant'huomo, et che Mercurio hebbe un torto espressissimo a cangiarmi in altra forma, quando rivelai quel furto atroce delle vacche d'Argo, et che i pietosi Dei mossi a pietà del fatto mio, con giustitia mirabile si sono compiaciuti di restituirmi la forma propria, acciò rivelar potessi a te questa congiura, non però fatta contra di te solo, ma contro essi ancora, come da questi parlamenti veder potrai. Del mio amorevole ufficio non ti chiedo altra [p. 18 modifica]altra mercè, se non che mi sii amico, et io prometto in ogni concorrenza rivelarti tutto quello, che si dirà contra di te et contra l'opere tue, et per tuo amore farò la spia, e il diavolo e peggio, pur che ti sappi trattener col fatto mio. Horsù io son tuo procedi da huomo, tieni occulto il mio nome, et fingiamo anco fra noi d'esser nemici insieme, che io fra tanto torrò di qua, et pigliarò di là e con la parte avversa cacciarò carote, e teco venirò via alla reale perché sò che teco bisogna procedere di questa maniera. Resta in pace, che io vò a vedere quel che si dice.

Lettera del Garzoni al sopremo Choro de' Dei.

L'Haver inteso novamente sopremi Numi Celesti, da un galant'huomo, che con somma indignità del giustissimo vostro foro, ne con minor malignità di pensieri contra di me, per rigore della vostra sentenza diffeso a i dì passati dal mordace parlar di Momo, s'è temerariamente suscitato un capo di congiura detto Zoilo, il quale ha radunato insieme tutta la frotta de' maldicenti accopiando col suo sfrenato ardire ad uno, l'essercito innumerabile de' pedanti, et de' buffoni, per atterrar con nuovo insulto l'honor vostro, e il mio, mi ha recato nell'animo tanta amarezza di pena, et dolore, che non posso se non con acerbissimo sdegno prorompere in un parlare, c'habbia l'istessa amarulentia, et forse maggiore c'hanno havuto loro. Però con questa mia nella fucina di Vulcano scritta a fortissimi colpi di Sterope, et di Eronte, vi faccio più che certi, che l'honor vostro prima e il mio comporta, che questa iniqua setta sia flagellata in modo, che l'insolente audacia, e temerità sfrenata ne i petti loro non solamente perda il vigore ma che rimanga estinta, e annichilata affatto. Io dirò il mio parere in questa materia, et poi facci quel sacrato collegio ciò che gli piace, che à questa turba cosi insolente, fa di mistiero rintuzzar l'estrema libertà del ragionare, et condannargli a quelle pene, et supplicij, che son stati condannati de gli altri, per haver lacerato ingiustamente quel sopremo Choro, et morso iniquamente fra noi le persone honorate; et virtuose. Non vi ricorda, che facesti legare Hesiodo, et Homero a una colonna, et battere aspramente da i demoni infernali, perché ingrati verso di voi composero quell'opre, che sin che duraranno al mondo saranno come ritratti, e simulacri di tante cose laide e brutte, che sono ascritte, e attribuite a voi? Non vi ricorda parimante dannasti a una perpetua sete l'iniquo Tantalo, solo per haver sciolto la lingua in vostro dishonore e temerariamente rivelato quel che per ogni modo di voi tacer dovea. Quando l'insolente Daphita armò la lingua sua di rabbia et di veleno contra l'honore di tanti regi, non vi rammenta medesimamente che voi lasciasti castigarlo con pena giusta e debita, restando finalmente affisso in croce sopra il monte Therace come un tristo e sciagurato. Hor con questi flagelli, et supplicij bisognarebbe al presente proceder contra costoro perché il contender [p. 19 modifica]con queste bestie non ha del saggio, et del prudente, essendo che malamente si può reprimere tanta sfacciatezza et con grandissima difficultà s'ottiene, che una lingua per sua natura maledica, et furfante dica mai quel bene che altri per sorte dirittamente, et ragionevolmente vorrebbe. Io sò, ch'in questa setta son entrati fra' primi Hipponace, e Theone,con squadriglia furfantissima di Timagene, Gratino, Archiloco, Staterio, Aristofane; e tutti sono ammutinati in modo contra noi, che, se non son sestati come Anassarco in una pila, mai cessaranno di rimettere i colpi, et di stracciar la fama nostra con quelle lingue sparse di canina rabbia quanto dir si possa. Che bene si può sperare (ditelo voi) da quelli, che son nati per dir male? et à quali è così propria, et nativa la maledicenza, che overo si dimostrano loro esser generati da quella, overamente ch'essa come da padre sia tratta, et derivata da loro? Non si sa che la mordacità petulante è tanto inferia, et incalmata in loro, che non si può disgiongere, et separar da essi à patto alcuno? Non si sa, che l'Aretino e il Franco hanno aperto la scuola à questa canaglia che supera di gran lunga nel dir male i suoi maestri istessi? Non si sa che Pasquino è duce loro, et che sotto la sua guida fanno alla peggio, et oprano tutti i mali che imaginar si possano? Ma quella razza alfine sia de' pedanti non men sfacciata che impudica, non merita altra pena, che quella di Marganore, perché secondo ch'essi stan sul puntare ogn'hora questo, et quell'altro in cose frivole, et di nessun momento, così par, che convengan loro quelle punture, che furon date all'empio, et scelerato tiranno per supplicio. Non vedete con quanta insolenza son convenuti in uno al presente Carbilio, Palemone, Lutatio, Crassitio, Diomede, Spauterio, Scopa, e gli altri, per insultar nefariamente il vostro sacrosanto Choro, et deprimere vilmente le virtuose fatiche de gli huomini, che dato bando alla inertia cercano dal vigore del loro ingegno solamente pregio, et honore? Et che cosa poi sono i pedanti se non ruggine di scempietà, feccia d'ignoranza, schiuma di gofferia, letame d'asinità, lordura di cattiverie, che non solo alberga, ma domina, et regna eternamente né petti loro? S'ha forse da portar rispetto à questi boazzi d'intelletto, à questi cavallazzi di giudicio, à queste alfane di materia, à queste giraffe senza senno, e discorso d'alcuna sorte? Non si sa, che la sostanza de' pedanti non è altro, che gofferia? la quantità non è altro, che una vacuità di cervello? la qualità non è altro, che un fumo, et una boria di scienza da tre bezzi? la relatione non tende ad altro, che à una disciplinata da fantolini? il luogo non è altro, che una vil scuola da puelli? il sito non è altro, che un vilissimo scanno, che molte volte gli è per scherno levato di sotto, come avven à Fidentia? l'habito non è altro, che una toga labile, tutta tarmata, che non ha pur un pelo per testimonio? il tempo non è altro, che quel del sabbato d'andar à spasso dietro à i fiumi come vanno i giudei? l'attione non è altro, che dar cavalli, e staffilate, cosa da carnefice, et da aguzzino? la passione [p. 20 modifica]non è altro, che un star legato alla cathena dalla mattina fino alla sera, ne haver tanto luogo da passeggiare quanto può capire una corsia? Et poi sarà da voi pregiata questa infelice caterva, ch'ha manco pane, che ciancie, et che per cibo si nodrisce d'ignoranza, la quale è l'antipasto, e il pranzo di tutte l'operationi loro? Non parmi, immortali numi celesti, che s'habbia da pigliare troppa cura del fatto loro, perché il murmurare di simil gente è come un ragghio d'asino da' saggi finalmente riputato et poca ingiuria par che facci un di costoro finalmente col suo parlare, perché all'ultimo si risolve, che l'ha detto un pedante come se si dicesse, che l'ha detto un merlotto, o un barba gianni. Ne mai potrà un pedante dir troppo bene, perché le discordanze gli son fisse talmente in capo, che bisogna, che discordi quasi per forza ad ogni tratto. Non sarebbe manco da far gran stima del ragionare de buffoni, et ignoranti, i quali si mettono in dozena cosi volentieri, perché tutto il mondo è capace della lor melonaggine; ma, per levare l'animo a molti d'ammotinarsi a questa foggia, è necessario stringargli ben bene, accioche stiano da banda, et non ardiscano mettersi in circolo, quando più debbono star ritiratii et lontani dagli altri. Non è questa una espressa temerità buffonesca, che simil gentaglia da men d'un soldo di valuta, voglia fare il Protho, et il Quanquam fra la brigata et giudicare in cosa, che se campasse gli anni di Mathusalem, non è mai per haverne una minima scintilla d'intelligenza. Deh fate, eterni Numi, che i buffoni stian da buffoni, et che non s'impaccino in altro, che in cose mecaniche, et vili non comportando il dovere, che le ocche facciano concorrenza nel parlare coi papagalli, et che i Corbacci nel cantare siano da tanto quanto i Rosignuoli. Questa è troppo estrema presontione, quando i goffi, et ignoranti saltano in campo, et vogliono dar giudicio in materia di lettere, et proferir la lor sentenza sgarbata in mezzo della gente, quasi che la corona sia fatta per gli asini, et che l'audienza sia preparata per le bestie prive d'ingegno, et d'intelletto. A me pare il dovere che i buffoni debbano parlar di boccali, di pentole, di scutelle, d'orinali, di zangole, di pignatte, di cratitule, di padelle, di cose da bucolica, et qualche volta, entrando nella Georgica ragionare di compartimenti di campi, di cavamenti di fossa, d'edificij, di capanne, di restauratione di tezze, di conciamenti di pagliari, et passando alla Enseida, contar le prodezze c'han fatto in racconciare un destro, in fare un pisciatorio, in fabricare una colombara da topi, in dissegnare una cisterna da ranocchi, in cavare un fosso da biscie, in piantare una siepe di cannella attorno a un'horto, e non gracchiare in circolo di lettere, et virtù, come sovente fanno, con nausea di tutto il mondo. Non è d'avanzo, se voi comportate talhora, che un palo armato se da nella cathedra de' dotti? Che un Cucco faccia l'ova nel nido de' virtuosi? che una bertuccia si metta la pelliccia da dottore? che un babbuino porti la pilanda da studente? che un merlotto dia le risposte nel tempio di Delfo, et paia una Sibilla saggia, mentr'è un Castrone così grosso? Non basta [p. 21 modifica]questi, sopremi Numi, che gli honori debiti ai letterati son manomessi dai buffoni, et che la misera Filosofia giace nel fango sepolta mentre l'ignoranza gode le delitie d'Heliogabalo, et fruisce gli horti d'oro dell'Hesperidi, senza dargli tanto animo, c'habbian da calpestargli nella maniera che fanno? Veda quel giudicioso Choro, se la ragion comporta, che i buffoni, facciano questi insulti ai virtuosi, et se questo non è il dovere, io vi prego, et supplico, eterni Numi che quando un tempo, havran regnato sopra le persone honorate questi goffi, vi ricordiate di remeritare la patienza de' virtuosi, quali han sempre e giustissima querela contra loro, se ben, per essercitare la patienza di quelli, voi molte volte gli soggiogate, all'Imperio d'essi insolente, e bestiale in tutte l'attioni loro. Ma sopra tutto comandateci di gratia, che quando di parla di bagatelle, di vanità, di frascherie, di ciancie, di novelle, et di cose da un bagatino, allhora i manuali si pavoneggino bene attorno, et con l'auditorio pieno de' suoi pari, facciano le squaquarate ridicolose a modo loro, et stieno sul conegnoso nelle dispute di tal materie, quanto gli piace. Ma che quando si parla di lettere, et di virtù, citiscano, alla presenza di tutti impongano silentio alla lingua, et giochino alla mutola almeno per creanza, conoscendo, che i grilli non han da cantar coi fanelli, et che i porcelli non han dà insegnare a Minerva, come per proverbio si dice. Fratanto il mondo aspettarà la vostra risolutione, et si spera di vederla tale, che i buffoni restaran magri, i Pedanti goffi, et i maledici pitocchi et furfanti, secondo il demerito di ciascun di loro. Con questo faccio fine, et prego l'altissima Deità vostra, che ne scampi di maledico sfacciato, da pedante presontuoso, et da buffone sciagurato. Valete.