La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1895)/Ricette/Arrosti

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Arrosti

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ARROSTI


Gli arrosti allo spiedo, eccezion fatta degli uccelli e de’ piccioni, ne’ quali sta bene la salvia intera, non si usa più nè di lardellarli, nè di pillottarli, nè di steccarli con aglio, ramerino od altri odori consimili che facilmente stuccano o tornano a gola. Dove l’olio è buono ungeteli con questo liquido, altrimenti usate lardo o burro ove, per qualche ragione locale, si suol dar la preferenza all’uno più che all’altro di questi condimenti.

L’arrosto, in generale, si preferisce saporito e però largheggiate alquanto col sale per le carni di vitella di latte, agnello, capretto, polllame e maiale: tenetevi più scarsi colle carni grosse e coll’uccellame perchè queste sono carni per sè stesse assai saporite; ma salate sempre a mezza o anche a due terzi di cottura. Commettono grave errore coloro che salano un arrosto qualunque prima d’infilarlo nello spiedo perchè il fuoco allora lo prosciuga, anzi lo risecchisce.

Il maiale e le carni di bestie lattanti, come vitella di latte, agnello, capretto e simili, debbono esser ben cotte per prosciugare la soverchia loro umidità. Il manzo e il castrato cuoceteli assai meno perchè, [p. 283 modifica]essendo queste carni molto asciutte, devono restare sugose. Gli uccelli cuoceteli a fiamma, ma badate di non risecchirli per troppa cottura, che quelle carni perderebbero allora gran parte del loro aroma; ma però avvertite che non sanguinino, il che potrete conoscere pungendoli sotto l’ala. Anche dei polli si può conoscere la giusta cottura quando, pungendoli nella stessa maniera, non esce più sugo.

Le carni di pollo risulteranno più tenere e di miglior colore se le arrostirete involtate dentro ad un foglio la cui parte aderente alla carne sia prima stata unta di burro; per evitare che la carta bruci, ungetela spesso all’esterno coll’olio. A mezza cottura levate il foglio e terminate di cuocere il pollo, il tacchino, o altro che sia, salandoli ed ungendoli. In questo caso sarà bene di mettere un po’ di sale nel loro interno prima d’infilarli allo spiedo e di steccar con lardone il petto de’ tacchini e delle galline di Faraone.

La carni arrostite conservano meglio, che preparate in qualunque altra maniera, le loro proprietà alimentari e si digeriscono più facilmente.


386. - Roast-beef

Questa voce inglese è penetrata in Italia col nome volgare di rosbiffe, che vuol dire bue arrosto. Un buon rosbiffe è un piatto di gran compenso in un pranzo ove predomini l’elemento maschile il quale non si appaga di bricciche come le donne; ma vuol ficcare il dente in qualche cosa di sodo e di sostanzioso.

Il pezzo che meglio si presta è la lombata, quella indicata per la bistecca alla fiorentina N. 406. Onde riesca tenero, deve essere di bestia giovine e deve superare il peso di un chilogrammo, perchè il fuoco non [p. 284 modifica]lo risecchisca, derivando la bellezza e bontà sua dal punto giusto della cottura indicato dal color roseo all’interno e della quantità del sugo che emette quando lo affettate. Per ottenerlo in codesto modo cuocetelo a fuoco ardente e bene acceso fin da principio onde sia preso subito alla superficie; ungetelo coll’olio, che poi scolerete dalla leccarda, e per ultimo passategli sopra un ramaiuolo di brodo il quale, unito all’unto caduto dal rosbiffe, servirà di sugo al pezzo quando lo mandate in tavola. Salatelo a mezza cottura tenendovi un po’ scarsi perchè questa qualità di carne, come già dissi, è per sè saporita, e abbiate sempre presente che il benefico sale è il più fiero nemico di una buona cucina.

Mettetelo al fuoco mezz’ora prima di mandare la minestra in tavola, il che è sufficiente se il pezzo non è molto grosso, e per conoscerne la cottura pungetelo nella parte più grossa con un sottile lardatoio ma non bucatelo spesso perchè non dissughi. Il sugo che n’esce non dev’essere nè di color del sangue, nè cupo. Le patate per contorno rosolatele a parte nell’olio, da crude e sbucciate, intere se sono piccole e a quarti se sono grosse.

Il rosbiffe si può anche mandare al forno, ma non viene buono come allo spiedo. In questo caso conditelo con sale, olio e un pezzo di burro, contornatelo di patate crude sbucciate e versate nel tegame un bicchier d’acqua.

Se il rosbiffe avanzato non vi piace freddo tagliatelo

a fette e rifatelo con burro e sugo di carne o di pomodoro. [p. 285 modifica]

386bis. - Arrosto di vitella di latte

Questo bis sta a carico dell’autore, gli altri sono sviste condonabili dello stampatore nel dar ordine alle ricette.

La vitella di latte si macella in tutti i mesi dell’anno: ma nella primavera e nell’estate la troverete più grassa, più nutrita e di miglior sapore.

I pezzi che meglio si prestano per l’arrosto allo spiedo sono la lombata e il culaccio, e d’altro condimento non hanno bisogno che d’olio e sale.

Gli stessi pezzi si possono cuocere in tegame, leggermente steccati d’aglio e ramerino, con olio, burro e un battutino di carnesecca, sale, pepe e sugo di pomodoro per cuocere nell’intinto piselli freschi.

È questo un piatto che piace a molti.


387. - Arrosto morto

Potete fare nella maniera che sto per dire ogni sorta di carne; ma quella che più si presta, a parer mio, è la vitella di latte. Prendetene un bel pezzo nella lombata che abbia unita anche la pietra. Arrocchiatelo con uno spago perchè stia più raccolto e mettetelo al fuoco in una cazzaruola con olio fine e burro, ambedue in poca quantità. Rosolatelo da tutte le parti, salatelo a mezza cottura e finite di cuocerlo col brodo in guisa che vi resti poco o punto sugo.

Sentirete un arrosto che se non ha il profumo e il sapore di quello fatto allo spiedo avrà in compenso il tenero e la delicatezza. Se non avete il brodo [p. 286 modifica]vitevi del sugo di pomodoro o conserva sciolta nell’acqua.

Se vi piace più saporito aggiungete carnesecca tritata fine.


388. - Arrosto morto coll’odore dell’aglio e del ramerino

Se, piacendovi questi odori, non amate che tornino a gola, non fate come coloro che steccano un pollo, un pezzo di filetto o altra carne qualunque con pezzi d’aglio e ramerino; ma regolandovi, quanto alla cucinatura, come nel caso precedente, gettate nella cazzaruola uno spicchio d’aglio intero e due ciocche di ramerino. Quando mandate l’arrosto in tavola passate il suo sugo ristretto senza spremerlo e contornate, se credete, il pezzo della carne con patate od erbaggi rifatti a parte. In questo caso, piacendovi, potete anche aggraziare la carne con pochissimo sugo di pomodoro o conserva.

Il cosciotto d’agnello viene assai bene in questa maniera, cotto tra due fuochi.


389. - Arrosto di uccelli

Gli uccelli devono essere freschi e grassi; ma soprattutto freschi.

In que’ paesi dove si vendono pelati bisogna essere tondi bene per farsi mettere in mezzo. Se li vedete verdi o col brachiere, cioè col buzzo nero, girate largo; ma se qualche volta rimaneste ingannati, cucinateli come il piccione in umido N. 208, per la ragione che se li mettete allo spiedo, oltrechè aprirsi tutti durante [p. 287 modifica]la cottura, tramandano, molto più che fatti in umido, quel fetore della putrefazione, ossia della carne faisandèe come la chiamano i Francesi: puzzo intollerabile alle persone di buon gusto, ma che pur troppo non dispiace in qualche provincia d’Italia ove il gusto, per lunga consuetudine, si è depravato fors’anche a scapito della salute.

Una sola eccezione potrebbe farsi per le carni del fagiano e della beccaccia le quali, quando sono frolle, pare acquistino, oltre alla tenerezza, un profumo particolare, specialmente poi se il fagiano lasciasi frollare senza pelarlo.

Ma badiamo di non far loro oltrepassare il primo indizio della putrefazione perchè altrimenti potrebbe accadervi come accadde a me quando, avendomi un signore invitato a pranzo in una trattoria molto nominata, ordinò fra le altre cose, per farmi onore, una beccaccia coi crostini; ebbene, questa tramandava dal bel mezzo della tavola un tale fetore che, sentendomi rivoltar lo stomaco, non fui capace neppur di appressarmela alla bocca, lasciando lui mortificato ed io col dolore di non aver potuto aggradire la cortesia dell’amico.

Gli uccelli dunque, sieno tordi, allodole o altri più minuti, non vuotateli mai e prima d’infilarli acconciateli in questa guisa: rovesciate loro le ali sul dorso onde ognuna di esse tenga ferme una o due foglie di salvia; le zampe tagliatele all’estremità ed incrociatele facendone passar una sopra il ginocchio dell’altra forando il tendine e in questa incrociatura ponete una ciocchettina di salvia. Poi infilateli collocando i più grossi nel mezzo, ponendo al di quà e al di là di ogni uccello una fettina per lato, sottile quanto la carta, di carnesecca o, meglio, di lardone colore roseo e tramezzando gli uccelli con un crostino ossia una fettina [p. 288 modifica]di pane di un giorno grossa un centimetro e mezzo, oppure, se trovasi, un bastoncino tagliato a sbieco.

Se vi servite del lardone salatelo avanti e tenete la fetta del medesimo lunga in modo che fasci il petto dell’uccello e si possa infilar nello spiedo insieme con esso.

Cuoceteli a fiamma e se il loro becco non l’avete confitto nello sterno, teneteli prima fermi alquanto col capo a penzoloni onde facciano, come suol dirsi, il collo; ungeteli una volta sola coll’olio quando cominciano a rosolare servendovi di un pennello o di una penna per non toccare i crostini, i quali sono già a sufficienza conditi dai due lardelli, e salateli una volta sola.

Metteteli al fuoco ben tardi perchè dovendo cuocere alla svelta c’è il caso che arrivino presto e risecchiscano. Quando li mandate in tavola sfilateli pari pari, onde restino uniti sul vassoio e composti a fila, che cosi faranno più bella mostra.

Quanto all’arrosto d’anatra o di germano, che sa di salvatico, alcuni gli spremono sopra un limone quando comincia a colorire e l’ungono con quell’agro e coll’olio insieme raccolto nella ghiotta.


390. - Arrosto d’agnello all’aretina

L’agnello comincia ad esser buono in dicembre, e per Pasqua o è cominciata, o sta per cominciare la sua decadenza.

Prendete un cosciotto o un quarto d’agnello, conditelo con sale, pepe, olio e un gocciolo d’aceto. Bucatelo qua e là colla punta di un coltello e lasciatelo in questo guazzo per diverse ore. Infilatelo nello spiedo e con un ramoscello di ramerino ungetelo spesso fino a cottura con questo liquido, il quale serve a levare [p. 289 modifica]all’agnello il sito di stalla e a dargli un gusto non disgradevole. Piacendovi più pronunziato l’odore del ramerino potete steccare il pezzo con alcune ciocche del medesimo levandole prima di mandarlo in tavola.


391. - Cosciotto di castrato arrosto

La stagione del castrato è dall’ottobre al maggio. Dicesi che si deve preferire quello di gamba corta e di carne colore rosso bruno.

Il cosciotto arrostito offre un nutrimento sano e nutriente opportuno specialmente a chi ha tendenza alla pinguedine.

Prima di cuocerlo lasciatelo frollare diversi giorni, più o meno a seconda della temperatura. Prima d’infilarlo allo spiedo battetelo ben bene con un mazzuolo di legno, poi spellatelo e levategli, senza troppo straziarlo, l’osso di mezzo. Dopo, perchè resti tutto raccolto, legatelo e dategli fuoco ardente da principio e a mezza cottura diminuite il calore. Quando comincia a gettare il sugo, che raccoglierete nella leccarda, bagnatelo col medesimo e con brodo digrassato, nient'altro. Salatelo a cottura quasi completa; ma badate che non riesca troppo cotto nè che sanguini e servitelo in tavola col suo sugo in una salsiera e per più bellezza involgete l’estremità dell’osso della gamba in carta bianca frastagliata.

392. - Arrosto di lepre

Le parti della lepre (Lepus timidus) adatte per fare allo spiedo sono i quarti di dietro; ma le membra di questa selvaggina sono coperte di pellicole che [p. 290 modifica]gna accuratamente levare, prima di cucinarla, senza troppo intaccare i muscoli.

Avanti di arrostirla tenetela in infusione per dodici o quattordici ore in un liquido così preparato: mettete al fuoco in una cazzaruola tre bicchieri d’acqua con mezzo bicchier d’aceto o anche meno in proporzione del pezzo, tre o quattro scalogni trinciati, una o due foglie d’alloro, un mazzettino di prezzemolo, un pochino di sale e una presa di pepe; fatelo bollire per cinque o sei minuti e versatelo diaccio sulla lepre. Tolta dall’infusione asciugatela a steccatela tutta col lardatoio con fettine di lardone di qualità fine.

Cuocetela a fuoco lento, salatela a sufficienza ed ungetela con panna di latte e nient’altro.

Dicono che il fegato della lepre non si deve mangiare perchè nocivo alla salute.


393. - Coniglio arrosto

Anche per un arrosto di coniglio allo spiedo non si prestano che i quarti di dietro. Steccatelo di lardone, ungetelo con olio, o, meglio, col burro e salatelo a cottura quasi completa.


394. - Arrosto morto lardellato

Prendete, mettiamo, un pezzo corto e grosso di magro di vitella o di manzo, nella coscia o nel culaccio, ben frollo e del peso di un chilogrammo all’incirca; steccatelo con grammi 30 di presciutto grasso e magro tagliato a fettine. Legatelo collo spago per tenerlo raccolto e mettetelo in una cazzaruola con grammi 30 di burro, un quarto di una cipolla diviso in due pezzi, [p. 291 modifica]tre o quattro costole di sedano lunghe meno di un dito ed altrettante striscie di carota. Condite con sale e pepe e quando la carne avrà preso colore, voltandola spesso, annaffiatela con due piccoli ramaiuoli d’acqua e tiratela a cottura con fuoco lento lasciandola prosciugare molta parte dell’umido; ma badate non vi si risecchi e diventi nera. Quando la mandate in tavola passate il poco succo rimasto e versatelo sulla medesima che potrete contornar di patate a spicchi rosolati nel burro o nell’olio.

Potete anche metter l’arrosto morto al fuoco col solo burro e tirarlo a cottura con la cazzaruola coperta da una scodella piena d’acqua.


395. - Piccione a sorpresa

È una sorpresa de’ miei stivali; ma comunque sia è bene conoscerla perchè non è cosa da disprezzarsi.

Se avete un piccione da mettere allo spiedo e volete farlo bastare a più d’una persona, riempitelo con una braciuola di vitella o di vitella di latte. S’intende che questa braciuola dev’essere di grandezza proporzionata. Battetela bene per renderla più sottile e più morbida, conditela con sale, pepe, una presina di spezie e qualche pezzetto di burro, arrocchiatela e mettetela dentro al piccione cucendone l’apertura. Se al condimento suddetto aggiungerete delle fettine di tartufi sarà meglio che mai. Potete anche cuocere a parte la cipollina e il fegatino del piccione nel sugo o nel burro, pestarli e con essi spalmare la braciuola. Cosi facendo l’aroma differente delle due qualità di carne si amalgama e si forma un gusto migliore. Ciò che si è detto del piccione valga per un pollastro. [p. 292 modifica]


396. - Quagliette

Servitevi delle braciuoline ripiene del N. 229, oppure fate l’involucro con vitella di latte, e quando saranno ripiene, fasciatele con una fettina sottilissima di lardone e legatele in croce col refe. Infilatele nello spiedo per cuocerle arrosto, ognuna fra due crostini e con qualche foglia di salvia: ungetele coll’olio, salatele, bagnatele con qualche cucchiaiata di brodo e scioglietele quando le mandate in tavola.

Anche col filetto di manzo a pezzetti, fasciato di lardone, coll’odore della salvia e fra due crostini, si ottiene un buonissimo arrosto.


397. - Pollo ripieno

Non è un ripieno da cucina fine, ma da famiglia. Per un pollo di mediocre grandezza eccovi all’incirca la dose degli ingredienti:

Due salsiccie.
Il fegatino, la cresta e i bargigli del pollo medesimo.
Otto o dieci marroni bene arrostiti.
Una pallina di tartufi e, in mancanza di questi, alcuni pezzetti di funghi secchi.
L’odore di noce moscata.
Un uovo.

Se invece di un pollo fosse un tacchino, duplicate la dose.

Cominciate col dare alle salsiccie e alle rigaglie mezza cottura nel burro bagnandole con un po’ di brodo se occorre; conditele con poco sale e poco pepe a motivo delle salsiccie. Levatele asciutte e nell’umido che [p. 293 modifica] resta gettate una midolla di pane, per ottenere con un po’ di brodo due cucchiaiate di pappa soda. Spellale le salsiccie, tritate le rigaglie e i funghi rammolliti, colla lunetta; e insieme colle bruciate, coll’uovo e la pappa pestate ogni cosa ben fine in un mortaio, meno i tartufi che vanno tagliati a fettine e lasciati crudi. Questo è il composto col quale riempirete il pollo, il cui ripieno si lascierà tagliar meglio diaccio che caldo e sarà anche più grato al gusto.


398. - Pollo al diavolo

Si chiama cosi perchè si dovrebbe condire con pepe forte di Caienna e servire con una salsa molto piccante, cosicchè, a chi lo mangia, nel sentirsi accendere la bocca, verrebbe la tentazione di mandare al diavolo il pollo e chi l’ha cucinato. Io indicherò il modo seguente che è più semplice e più da cristiano;

Prendete un galletto o un pollastro giovine, levategli il collo e le zampe e, apertolo tutto sul davanti, schiacciatelo più che potete. Lavatelo ed asciugatelo bene con un canovaccio, poi mettetelo in gratella e quando comincia a rosolare voltatelo, ungetelo col burro sciolto oppure con olio mediante un pennello e conditelo con sale e pepe. Quando avrà cominciato a prender colore la parte opposta, voltatelo e trattatelo nella stessa maniera; e continuando ad ungerlo e condirlo a sufficienza, tenetelo sul fuoco finchè sia cotto.

Il pepe di Caienna trovasi in commercio sotto forma di una polvere rossa, che viene dall’Inghilterra in boccette di vetro. [p. 294 modifica]

399. - Pollo in porchetta

Non è piatto signorile, ma da famiglia. Riempite un pollo qualunque con fettine di prosciutto grasso e magro, larghe poco più di un dito, aggiungete tre spicchi d’aglio interi, due ciocchettine di finocchio e qualche chicco di pepe. Conditelo all’esterno con sale e pepe e cuocetelo in cazzaruola con solo burro e fra due fuochi. Al tempo delle salsiccie potete sostituire queste al prosciutto introducendole spaccato per lo lungo.


400. - Gallina di Faraone

Questo gallinaceo originario della Numidia, quindi erroneamente chiamato gallina d’India, era presso gli antichi il simbolo dell’amor fraterno. Meleagro, re di Calidone, essendo venuto a morte, le sorelle lo piansero tanto che furono da Diana trasformate in galline di Faraone. La Numida meleagris, che è la specie domestica, mezzo selvatica ancora, forastica ed irrequieta, partecipa della pernice sia nei costumi che nel gusto della carne saporita e delicata. Povere bestie, tanto belline! si usa farle morire scannate, o, come alcuni vogliono, annegate nell’acqua tenendovele sommerse a forza; crudeltà questa, come tante altre, inventate dalla ghiottoneria dell’uomo.

La carne di questo volatile ha bisogno di molta frollatura e, nell’inverno, può conservarsi pieno per cinque o sei giorni almeno.

Il modo migliore di cucinare le galline di Faraone è arrosto allo spiedo. Ponete loro nell’interno una pallottola di burro impastata nel sale ed involtatele in un foglio spalmalo di burro diaccio spolverizzato [p. 295 modifica]di sale, che poi leverete a due terzi di cottura per finire di cuocerle e di colorirle al fuoco, ungendole coll’olio e salandole ancora.


400bis. - Anatra domestica arrosto

Salatela nell’interno e fasciatele tutto il petto con larghe e sottili fette di lardone tenute aderenti con lo spago. Ungetela coll’olio e salatela a cottura quasi completa.

Il germano, ossia anatra salvatica, essendo naturalmente magra, getta poco sugo quindi meglio sarà di ungerla col burro.


401. - Tacchino

Il tacchino appartiene all’ordine dei Rasores, ossia gallinacei, alla famiglia delle Phasanidaee al genere Meleagris. È originario dell’America settentrionale, estendendosi la sua dimora dal nord-ovest degli Stati Uniti allo stretto di Panama, ed ha il nome di pollo d’India perchè Colombo credendo di potersi aprire una via per le Indie orientali, navigando a ponente, quelle terre da lui scoperte furono poi denominate Indie occidentali. Pare accertato che gli Spagnuoli portassero quell’uccello in Europa al principio del 1500 e dicesi che i primi tacchini introdotti in Francia furono pagati un luigi d’oro.

È un animale che, cibandosi di ogni sudiceria in cui si abbatte, acquista talvolta la sua carne un gusto nauseoso se è mal nutrito; ma diviene ottima e saporosa se alimentato di granturco e di pastoni caldi di crusca. Si può cucinare in tutte le maniere: a lesso, in umido, [p. 296 modifica]in gratella e arrosto; la carne della femmina è più gentile di quella del maschio. Dicono che il brodo di questo volatile sia caloroso, il che può essere, ma è molto saporito e si presta bene per le minestre di malfattini riso con cavolo o rapa, gran farro e farinata di granturco aggraziate e rese più gustose e saporite con due salsiccie sminuzzatevi dentro. La parte da preferirsi per lesso è l’anteriore compresavi l’ala, che è il pezzo più delicato. Per l’arrosto morto e per l’arrosto allo spiedo si prestano meglio i quarti di dietro. Trattandosi del primo è bene steccarlo leggermente di aglio e ramerino e condirlo con un battuto di carnesecca o lardone, un poco di burro, sale e pepe, sugo di pomodoro o conserva sciolta nell’acqua, onde potere rosolare nel suo intinto delle patate per contorno. Arrosto allo spiedo si unge coll’olio e, piacendo, si serve in tavola con un contorno di polenta fritta. Il petto poi, spianato alla grossezza di un dito e condito qualche ora avanti a buona misura, con olio, sale e pepe, è ottimo anche in gratella, anzi è un piatto gradito ai bevitori i quali vi aggiungono, conciati nella stessa maniera, il fegatino e il ventriglio stagliuzzato perchè prenda meglio il condimento.

Vi dirò per ultimo che un tacchinotto giovine del peso di due chilogrammi all’incirca, cotto intero allo spiedo come la gallina di Faraone, può fare eccellente figura in qualsiasi pranzo, specialmente se è primaticcio.


402. - Pesce di maiale arrosto

Il pesce di maiale è quel muscolo bislungo posto ai lati della spina dorsale, che a Firenze si chiama lombo di maiale. Colà si usa distaccarlo insieme colla pietra [p. 297 modifica]e in codesto modo si presta per un arrosto eccellente.

Tagliatelo a pezzetti e infilatelo nello spiedo, tramezzandolo di crostini e salvia come si usa cogli uccelli, e ungetelo, come questi, coll’olio.


403. - Agnello all’orientale

Dicono che la spalla d’agnello, arrostita ed unta con burro e latte, era e sia tuttavia una delle più ghiotte leccornie per gli Orientali; perciò io l’ho provata e ho dovuto convenire che si ottiene tanto da essa che dal cosciotto un arrosto allo spiedo tenero e delicato. Trattandosi del cosciotto, io lo preparerei in questa maniera, la quale mi sembra la più adatta: Steccatelo tutto col lardatoio di fette di lardone condite con sale e pepe, ungetelo con burro e latte o con latte soltanto e salatelo a mezza cottura.


404. - Piccione in gratella

La carne di piccione per la quantità grande di fibrina e di albumina che contiene, è molto nutriente ed è prescritta alle persone deboli per malattia o per altra qualunque cagione.

Prendete dunque un piccione grosso, ma giovine, dividetelo in due parti per la sua lunghezza e stiacciatele bene colle mani. Poi mettetelo a soffriggere nell’olio per quattro o cinque minuti, tanto per assodarne la carne. Conditelo cosi caldo con sale e pepe, e poi condizionatelo in questa maniera:

Disfate al fuoco, senza farlo bollire, 40 grammi di burro, frullate un uovo e mescolate l’uno e l’altro insieme. Intingete bene il piccione in questo miscuglio [p. 298 modifica]e dopo qualche tempo involtatelo tutto nel pangrattato. Cuocetelo in gratella a lento fuoco e servitelo con una salsa o con un contorno.


405. - Fegatelli in conserva

Tutti sanno fare i fegatelli di maiale conditi con olio, pepe e sale, involtati nella rete e cotti in gratella, allo spiedo o in una teglia; ma molti non sapranno che si possono conservare per qualche mese, come si pratica nella campagna Aretina e forse anche altrove, ponendoli dopo cotti in una pentola e riempiendo questa di lardo strutto e a bollore. Si levano poi via via che se ne vuol far uso e si riscaldano.

E una cosa che può far comodo a chi sala il maiale in casa, perchè si avranno allora meno frattaglie da consumare.

In Toscana i fegatelli si usa cuocerli fra due foglie di alloro, oppure di aggiungere al condimento un po’di seme di finocchio; ma sono odori acuti che molti stomachi non li tollerano e tornano a gola.


406. - Bistecca alla fiorentina

Da beef-steak, parola inglese che vale costola di bue, è derivato il nome della nostra bistecca, la quale non è altro che una braciuola col suo osso, grossa un dito o un dito e mezzo, tagliata dalla lombata di vitella o nella sua estremità. I macellai di Firenze chiamano vitella il sopranno non che le altre bestie bovine di due anni all’incirca; ma se potessero parlare molte di esse vi direbbero non soltanto che non sono più fanciulle, ma che hanno avuto marito e qualche figliuolo. [p. 299 modifica]L’uso di questo piatto eccellente, perchè sano, gustoso e ricostituente, non si è ancora generalizzato in Italia, forse a motivo che in molte delle sue provincie si macellano quasi esclusivamente bestie vecchie e da lavoro. In tal caso colà si servono del filetto, che è la parte più tenera, ed impropriamente chiamano bistecca una rotella del medesimo cotta in gratella.

Venendo dunque al merito della vera bistecca fiorentina, mettetela in gratella a fuoco ardente di carbone, così naturale come viene dalla bestia o tutt’al più lavandola e asciugandola; rivoltatela più volte, conditela con sale e pepe quando è cotta, e mandatela in tavola con un pezzetto di burro sopra. Non deve essere troppo cotta perchè il suo bello è che, tagliandola, getti abbondante sugo nel piatto. Se la salate prima di cuocere, il fuoco la risecchisce, e se la condite avanti con olio o altro, come molti usano, saprà di moccolaia e sarà nauseante.


407. - Bistecca nel tegame

Se avete una grossa bistecca che, per esser di bestia non tanto giovane o macellata di fresco, vi faccia dubitare sulla sua morbidezza, invece di cuocerla in gratella, mettetela in un tegame con un pezzetto di burro e un gocciolino d’olio, e regolandovi come al N. 388, datele odore di aglio e ramerino. Aggiungete, se occorre, un gocciolo di brodo o d’acqua oppure sugo di pomodoro e servitela in tavola con patate a tocchetti cotti nel suo intinto, e se questo non basta aggiungete altro brodo, burro e conserva di pomodoro. [p. 300 modifica]

408. - Arnione alla parigina

Prendete un rognone, ossia una pietra di vitella, digrassatela, apritela e copritela d’acqua bollente. Quando l’acqua sarà diacciata, asciugatela bene con un canovaccio ed infilatela per lo lungo e per traverso con degli stecchi puliti onde stia aperta (a Parigi si usano spilloni d’argento), conditela con grammi 30 di burro liquefatto, sale e pepe, e lasciatela così preparata per un’ora o due.

Dato che la pietra sia del peso di 0 o 700 grammi, prendete altri gr. 30 di burro ed un’acciuga grossa o due piccole, nettatele, tritatele e stiacciatele colla lama di un coltello insieme col burro e formatene una pallottola.

Cuocete la pietra in gratella, ma non troppo onde resti tenera, ponetela in un vassoio, spalmatela così bollente colla pallottola di burro e d’acciuga e mandatela in tavola.