La scienza nuova - Volume I/Introduzione dell'editore/I

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I. La struttura esterna della Scienza nuova

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I. La struttura esterna della Scienza nuova
Introduzione dell'editore Introduzione dell'editore - II
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I


A mostrare il posto che la Scienza nuova occupa nella produzione filosofica del Vico, basta non tanto il fatto che egli stesso ebbe parecchie volte a manifestare il desiderio che tutte le sue opere si perdessero e soli gli sopravvivessero quei «cinque libri d’intorno alla comune natura delle nazioni», quanto l’altro fatto, assai più significativo, che la vita spirituale di lui può dividersi in due periodi: l’uno, che va su per giù dal 1694 al 1717 o 1718, dedicato a meditare l’opera sua capitale; l’altro, dal 1718 al 1739 o 1740, consacrato a scriverla.

Non è nostro compito di studiare il primo periodo. La preistoria della Scienza nuova, che, se avessimo maggior copia di documenti, darebbe luogo a un lavoro assai suggestivo, esce fuori dal campo di una modesta introduzione bibliografica, ohe deve limitarsi a narrare la storia quasi meramente estrinseca di quel libro maraviglioso.

Fu dunque nel 1720 che Giambattista Vico, dopo venticinque anni di «aspra e continova meditazione», credette d’essere stato alfine condotto dalla divina Provvidenza a ritrovare quella nuova scienza che doveva rivoluzionare tutto lo scibile umano. Ebbro di gioia, pensò di annunciare il gaudium magnum ai suoi concittadini, che, nella sua ingenua fede di filosofo, immaginava ansiosi di apprendere il verbo novello. Ma, ahimè, la Sinopsi del Diritto universale1, come si suol chiamare quella specie di manifesto, lasciò gli animi freddi e indifferenti. Fu molto se [p. x modifica]qualcuno dei tanti letterati e pseudoletterati, cui il Vico l’aveva inviata con trepidanti lettere di accompagnamento, rispondesse con qualche vacua parola di gratulazione2. Il Vico per altro era appena agli inizi della dura via crucis delle delusioni, e poteva ancora conservare un po’ d’ottimismo: quando avrebbero vista l’opera — diceva — l’entusiasmo per tante nuove e maravigliose discoverte si sarebbe senza dubbio svegliato. E fiducioso mandò fuori il primo volume: De uno universi iuris principio et fine uno, cui a breve distanza seguì l’altro: De constantia iurisprudentis, diviso a sua volta in due parti: De constantia philosophiæ' e (dove si enunciava esplicitamente la Nova scientia) De constantia philologiæ.

Pareva ormai che quell’anima torturata di filosofo potesse trovar pace. Il frutto di tante fatiche era raccolto: la fiera tragedia che s’era agitata per lunghi anni nello spirito di lui, ora spinto al parossismo della gioia quando credeva d’aver squarciato un altro lembo del fitto velo che gli celava l’origine comune delle nazioni, ora prostrato nel più profondo abbattimento quando s’accorgeva d’aver seguìta una falsa traccia, era giunta finalmente alla catastrofe, e a una lieta catastrofe. Quei due volumi, esigui relativamente di mole ma mirabili per ricchezza di contenuto, erano innanzi a lui; ed egli poteva contemplarseli con occhio tenero di padre, e magari maravigliarsi con se stesso d’aver saputo tanto pensare.

Senonchè anche questa soddisfazione, che qualsiasi manipolatore di manualetti si crede in diritto di non rifiutarsi, al Vico era completamente negata. Non aveva, per così dire, ancora pubblicato il libro, e già s’ergevano contro di lui implacabili due nemici, che gli avvelenarono gli ultimi venticinque anni della sua desolata ed [p. xi modifica]eroica esistenza. L’uno, il più innocuo, fu l’indifferenza costante del pubblico: più innocuo, perchè a essa con l’andar del tempo il Vico, quantunque bramosissimo di fama, finì, quando se l’ebbe filosoficamente spiegata, per accomodarsi o almeno per rassegnarsi3. Il nemico vero del Vico, colui che non gli lasciò mai un momento di tregua, fu lo stesso spirito di lui, sempre irrequieto e insoddisfatto. Irrequieto e insoddisfatto come pensatore; irrequieto e insoddisfatto come scrittore.

Poco o punto da quest’ultimo punto di vista egli è stato studiato; che anzi, in virtù del falsissimo principio che si possa insieme pensar bene e scrivere male, sembra esser diventato quasi canone indiscusso4 che la forma del Vico sia orrida, e che di lui come scrittore non ci si debba occupare nè punto nè poco. Pure, se c’è scrittore che offra materia a un interessante studio stilistico, è per l’appunto l’«orrido» autore della Scienza nuova. Compiere qui codesto studio in modo esauriente non è possibile: tenteremo soltanto di fissare alcune qualità, positive e negative, del Vico scrittore; e ciò allo scopo precipuo di meglio intendere le tante torture che egli volle darsi nello scrivere la Scienza nuova.

È stato osservato5 del Vico filosofo che, quantunque profondissimo, mancasse poi del pregio molto minore dell’acume; e del Vico storiografo che, dotato d’un maraviglioso senso storico che gli permetteva di tracciare in modo affatto nuovo le grandi linee della storia, fosse poi sfornito di quel senso critico spicciolo che basta a saper interpetrare senza errori il contenuto di questo o quel documento [p. xii modifica]storico. Questi pregi e deficienze, indice evidentissimo d’uno spirito mancante d’agilità, si ripercuotono, naturalmente, nel Vico scrittore. A lui era dato di raggiungere, anche nella forma, la grandezza, la robustezza e sopra tutto l’originalità; e di scrittori così maestosi, così robusti e specialmente di così spiccata fìsonomia personale (fatto tanto più mirabile in quanto egli scriveva nell’arcadeggiante prima metà del secolo decimottavo), la letteratura italiana ha da vantare ben pochi. Si potrà, per uno dei tanti scherzi che fa la memoria, attribuire al Petrarca una strofa del Bembo, all’Ariosto un’ottava del Berni e, andando giù giù, a Paolo Sarpi un periodo di Pietro Giannone; ma come non è possibile assegnare a nessun altro poeta una terzina di Dante, così anche l’uomo più smemorato di questo mondo non farà mai Giordano Bruno (cito a bella posta lo scrittore che col Vico ha meno dissimiglianze) autore d’una «Degnità» vichiana. Pare quasi che in ogni pagina, in ogni periodo, in ogni frase, e perfino in talune parole e forme grafiche, il Vico abbia voluto imprimere la sua firma con un marchio rovente. Provatevi infatti a esporre un suo concetto con parole diverse da quelle da lui adoperate. Già, prima d’ogni altro, non vi riuscirete; e anche se, a mo’ d’esempio, vorrete dire che ogni favola ha un fondamento di vero, la penna non vi obbedirà e, senza che ve ne accorgiate, alla parola «fondamento» sostituirà l’altra, ch’è tutta vichiana, di «motivo». Ma anche se a furia di cattivo gusto raggiungerete l’intento, il profano, sì, potrà essere contento della vostra esposizione; ma chi conosca un po’ da vicino il Vico, vi dirà (e avrà mille ragioni) che glielo avete rovinato.

Senonchè, dopo di aver assegnato al Vico questo posto altissimo che gli compete anche come scrittore, conviene pur confessare che a lui mancavano, totalmente o quasi, certe doti di molto minor valore, che ogni uomo d’ [p. xiii modifica]ingegno normale e di mente chiara, con un po’ di pratica dello scrivere, riesce facilmente a conseguire. Tali per l’appunto le quattro cose a cui egli tenne sempre fiso l’occhio, e che talvolta s’illuse perfino d’aver mirabilmente conseguito: vale a dire la perspicuità, la concisione, l’ordine matematico e l’eleganza o, com’egli la chiamava, la «sfoggiatezza» di linguaggio.

«Scienza nuova» e «lucidezza» sembrano termini quasi antitetici, tanto quell’opera appare, a chi vi si accosti per la prima volta con religioso e pavido rispetto, oscura, profonda e nebulosa. E invero, come poteva raggiungere la perspicuità un filosofo, il quale, appunto perchè scopritore di verità profondamente originali, non riusciva ad avere idee molto chiare, e ora vedeva, ora intravedeva, ora prevedeva? Come poteva esser lucida l’esposizione di un sistema filosofico, fondato tutto su di un colossale errore (errore degno del grand’uomo che lo commise, e quindi pregno di verità altissime); vale a dire sul continuo fraintendimento tra la storia ideale eterna, che non è altro se non filosofìa dello spirito, la storia effettiva dell’umanità e un’empirica scienza sociale?

Di siffatta oscurezza il Vico era il primo ad accorgersi; e anche se non se ne fosse accorto, gli avrebbero bene aperti gli occhi i suoi contemporanei, avversari o ammiratori che fossero: gli uni proclamandolo pazzo6 e stampandogli su per le riviste che la sua opera era stata accolta dagl’italiani con maggior tedio che profitto7; gli altri dicendogli (e credevano di fargli un complimento) che la commemorazione della Cimini valeva assai più della Scienza nuova8. Talvolta egli tentava di ribellarsi contro [p. xiv modifica]il suo medesimo convincimento; e anziché cercare in se stesso la causa dell’oscurità, s’illudeva che ella fosse nel lettore9, cui raccomandava quale antidoto parecchie medicine: come per esempio, spogliarsi d’ogni corpolenza, addormentare la fantasia, sopir la memoria e ridurre la mente in istato di puro intendimento, informe d’ogni forma particolare; aver fatto l’abito di ragionare geometricamente, e non leggere il libro a pezzi, ma da cima a fondo; fornirsi di una grande e varia dottrina ed erudizione; aver mente comprensiva e acuta; e finalmente leggere l’opera almeno tre volte e meditarvi su a lungo10. Precetti che nella loro vuota generalità non sappiamo fino a che punto possano essere tradotti in pratica; ma che, anche se rigorosamente applicati, non contribuiscono di certo a diradare le tenebre della Scienza nuova. A intender la quale non c’è se non un rimedio solo: superare il Vico, ossia cogliere quel suo errore fondamentale a cui poco innanzi accennavamo, e riconoscere tutte le [p. xv modifica]perturbazioniche esso ha introdotto nell’organismo del sistema11. Ciò a noi, per effetto dello sviluppo degli studi filosofici, specialmente degli ultimissimi tempi, torna abbastanza agevole: pel Vico, invece, era e doveva essere impossibile. Quindi accadeva che quando talvolta egli, cessando dal suggestionarsi, confessava a se stesso che la sua opera era oscura e andava ansiosamente in traccia della causa dell’oscurità, non riuscisse mai a trovarla o, quel ch’è peggio, la ravvisasse in cose meramente estrinseche.

Tale, per esempio, l’ordinamento generale della materia, che egli mutò ben quattro volte (Diritto universale, Scienza nuova in forma negativa, Prima Scienza nuova, Seconda Scienza nuova), giungendo, sì, nell’ultima redazione a trovarne uno che, astrattamente considerato, si può chiamare perfetto, ma che invece di diradare rese assai più fitto l’oscuro velo.

Un’altra causa di poca chiarezza egli credette di scorgere nel non essere, a parer suo, richiamate a sufficienza alla mente dei lettori certe massime generali da cui altre massime derivavano; onde pensò che rimedio opportuno fosse la costante e integrale ripetizione delle prime. Siffatta preoccupazione aumenta sempre più nelle ultime redazioni dell’opera (forse anche perchè nel Vico, con l’avanzarsi negli anni, s’accentuava la passione che egli aveva a ripetersi); cosìcché si giunge al punto che tutte le volte (e sono assai) che il Vico deve citare una Degnità, [p. xvi modifica]non si limita a un semplice rimando, ma crede suo dovere di trascriverne con la maggiore scrupolosità l’integrale contenuto. E se si pensi che vi sono periodi in cui le Degnità che si richiamano l’una dopo l’altra pervengono al numero di quattro o cinque, si può ben immaginare quanto codesto sistema di citazioni, turbando l’armonia e l'economia dell’esposizione, contribuisca ad aumentare, anziché a diminuire, l’oscurezza.

La mania di perspicuità indusse il Vico a un terzo espediente; vale a dire alla costante abitudine da lui presa di sottolineare, e quindi di far stampare in «corsivo», tutte quelle parole o frasi su cui egli credeva di dover richiamare l’attenzione del lettore. Il rimedio, parcamente adoperato, non è, nella sua estrinsechezza, cattivo; ma il Vico (privo o quasi di quel che si dice senso del rilievo o della prospettiva) non era uomo da servirsene con moderazione. Tutto a lui pareva importante, e tutto quindi nervosamente sottolineava, e talvolta bisottolineava e finanche trisottolineava; giungendo per tal modo al grottesco risultato che ogni sua pagina di stampa ha più parole in «corsivo», in «maiuscoletto» e in «maiuscolo» che in carattere normale, e fa una tal guerra agli occhi del lettore e gli rende così complicata e fastidiosa la lettura, che questi finisce per imbrogliarsi anche dove il senso dello scritto per se stesso sarebbe chiarissimo.

Credette in ultimo il Vico che l’opera potesse riuscire di più facile intelligenza mercè illustrazioni grafiche, tavole sinottiche e simili. Da ciò l’allegorica e incomprensibile «dipintura» preposta al frontespizio della seconda Scienza nuova la cui lunga e inutile spiegazione, manco a farlo a posta, volendo condensare in quaranta pagine tutta la Scienza nuova, è un capolavoro d’oscurezza. Da ciò ancora la non meno inutile tavola cronologica con le relative annotazioni; le quali, non essendo [p. xvii modifica]altro, in fondo, che anticipazioni di alcune conclusioni storiche dell’opera, non contribuiscono di certo, avulse come sono da tutto il resto, ad accrescere chiarezza. Da ciò infine quel tentativo, abbozzato nella prima redazione della seconda Scienza nuova, di una tavola d’indici: indici per modo di dire, giacché il solo nome in essi contenuto, ch’è quello di Giove, porse occasione al Vico non già di richiamare i vari passi dell’opera a quel nome relativi (lavoro a cui egli era completamente disadatto), sì bene di prender le mosse dalle cose già dette per aggiungerne altre del tutto nuove. Prova ne sia che nell'ultima redazione gl’indici scompaiono, e un lungo pezzo di essi è rifuso nel corpo dell’opera.

Il peggiore effetto di codesta ossessione d’irraggiungibile perspicuità fu il non lieve imbarazzo in cui si venne a trovare il Vico di fronte alla concisione, ch’era l’altra virtù stilistica che egli voleva a tutti i costi conseguire. Il Vico intendeva la concisione in doppio modo. La intendeva cioè anzi tutto nel significato veramente estetico della parola, ch’è quello di raggiungere l’espressione rapida, scultoria, che dica il maggior numero di cose nel minor numero di parole. Siffatta virtù, appunto perchè propria degli scrittori sommi, il Vico mostrò, a volte, di possedere in modo maraviglioso. Non c’è chi non ammiri lo stile lapidario di quasi tutte le Degnità, e chi nel leggere il capitolo d’intorno all’eroismo dei primi popoli, in cui in sole quattro o cinque pagine di stupenda prosa vien ritratta con colori vivissimi la vita e la psicologia delle società eroiche, non sia preso dall’entusiasmo.

Ma la parola «concisione» assumeva spesso nel Vico un significato non estetico, anzi gretto, meccanico e a dirittura commerciale: «esser conciso» valeva per lui quanto riuscire a far entrare tutta la Scienza nuova in un libretto di dodici fogli di stampa. Abilità da compilatori [p. xviii modifica]di manuali per le scuole elementari: ma tant’è, il Vico un po’ perchè costretto da dolorose ragioni pratiche, e molto più a causa del suo odio giustissimo contro gl’ingombranti in folio nei quali ai suoi tempi soleva essere ammannita la scienza, ci teneva assai. Il guaio era che codesta seconda specie di concisione si veniva a trovare in aperto dissidio con la perspicuità, nel modo strano in cui il Vico l’intendeva. Tavole, prospetti, spiegazioni, annotazioni, continue citazioni in extenso di cose già dette occupavano spazio assai; gli argomenti da trattare erano tali e tanti da fornire materia ad ampi volumi; e intanto non bisognava oltrepassare, a mo’ d’esempio, le quattrocento pagine. Pur mettendo i propri occhi e quelli dei lettori al rischio d’una malattia, mercè la scelta dei più minuti caratteri che offrissero le officine tipografiche di Felice Mosca, codesto era un laberinto senza via d’uscita; tranne che non si volesse sacrificare il necessario e l’utile a vantaggio del superfluo. E ciò per l’appunto fece il Vico, sopprimendo a volta a volta periodi, pagine e talora capitoli interi, indispensabili per intendere il nesso logico tra un’idea e un’altra; salvo poi a pentirsi della soppressione e a riaggiungere il già tolto, magari ampliato e quindi guastato nell’economia; e salvo ancora a pentirsi del pentimento e a risopprimere di nuovo, ma non del tutto, producendo per tal modo un nuovo guasto al già tanto martoriato testo. Una larga esemplificazione di quanto s’è fin qui asserito può esser data dalla fitta selva di brani soppressi o sostanzialmente mutati, che diamo nella nostra edizione a piè di pagina. Esemplificazione larga ma tutt’altro che completa, perchè essa in fondo mostra semplicemente i passaggi dalla prima all’ultima redazione della seconda Scienza nuova ma non dà i brani del Diritto universale e della prima Scienza nuova non rifusi nella seconda, e non poteva dare per manco di [p. xix modifica]documenti quelli della Scienza nuova in forma negativa e della seconda redazione della prima Scienza nuova, e tanto meno chi sa quanti altri brani che il Vico doveva sopprimere mentalmente, prima ancora di averli scritti.

Ma c’è di peggio. C’è che la fissazione per la perspicuità e la concisione ispirò al Vico la non felice idea di voler dare (di voler dare, si badi, non già di dare effettivamente) al suo libro la veste d’un’opera matematica, o meglio geometrica. Può sembrare strano, ma è così. Lui l'antimatematico per eccellenza, lui l’odiatore di Cartesio e del metodo matematico applicato alle scienze morali12, lui che si vantava di non essere mai andato oltre la quinta proposizione d’Euclide13, aveva poi la debolezza di voler presentare la sua opera methodo geometrica conscripta. L’idea di esibire prima degli assiomi, ossia verità indimostrabili che si presuppongono (le Degnità), indi dei teoremi che si dimostrano (i capitoli iniziali di ciascuna sezione), e in ultimo dei corollari che si ricavano dai medesimi teoremi, gli sorrideva. Gli pareva forse di raggiungere così quell’evidenza di dimostrazione che avrebbe conquiso alle sue teorie anche i più refrattari.

Per uno spirito dotato di minore potenza filosofica codesta fisima sarebbe stata rovinosa, in quanto avrebbe condotto al meccanizzamento della Scienza nuova. Pel Vico servi semplicemente ad accrescergli cento volte la fatica e a fargli rendere ancora meno chiara quell’opera in cui egli teneva tanto a riuscire perspicuo. Giacché se c’è libro in cui di vero metodo matematico non v’è nemmeno l’ombra, è per l’appunto la Scienza nuova. Metodo matematico importa infatti deduzione continua, un perenne sillogizzare dal principio alla fine; e il [p. xx modifica]Vico, filosofo grandissimo ma cervello «genialmente confusionario» 14, era incapace non solamente di formolare il più modesto sillogismo, ma talvolta anche di mettere una dopo l’altra due idee che avessero tra loro stretto rapporto. Metodo matematico importa ancora terminologia rigorosamente precisa: il cerchio non può significare nello stesso tempo anche il quadrato, l’estrazione della radice quadrata non può significare anche l’elevazione alla seconda potenza. E la terminologia vichiana, con le sue sinonimie da unificare e le sue omonimie da sdoppiare, forma la disperazione degli interpetri15. Metodo matematico importa infine schematismo, astrazione, bando completo alla fantasia. E il Vico era antischematico, tuffato permanentemente nel concreto, dotato di fantasia ultrapossente.

A leggere l’indice dei capitoli della seconda Scienza nuova si prova, sì, l’impressione d’avere innanzi uno schema, e anche uno schema ben organizzato. Ma quando dai titoli si passa al contenuto dei capitoli, lo schema si dilegua come per incanto, fino al punto che talvolta ci si domanda perchè mai il Vico si sia preso il fastidio di dividere in libri e capitoli un’opera, nella quale, costruita, com’essa è, tutta d’un pezzo, siffatta divisione rimane meramente estrinseca. Credete voi infatti che le Degnità sieno veramente tutte Degnità, ovvero assiomi indimostrabili Leggetele, e quando v’imbatterete, a mo’ d’esempio, in una, lunga tre pagine fitte, in cui si dimostra ampiamente con «pruove filologiche» come la legge delle XII Tavole, non che importazione straniera, fu codificazione dell’antico diritto consuetudinario romano, vi convincerete del contrario. Cosi parimente troverete [p. xxi modifica]enunciatii principii di scienza morale nel capitolo che giusta il titolo, non dovrebbe discorrere se non del metodo con cui è condotta la Scienza nuova. Cosi ancora è vano voler trovare raccolti tutti i principii dell’Estetica vichiana nella sola sezione la quale non ne dovrebbe lasciar fuori alcuno: la Logica poetica. E gli esempi si potrebbero agevolmente moltiplicare. La materia, che al Vico ribolliva nel cervello come in un vulcano in continua combustione, era tale e tanta che, quasi lava incandescente, erompeva impetuosa dalle fragili dighe in cui l’autore l’aveva voluta comprimere, assumendo talvolta, a causa di questa stessa violenza, atteggiamenti strani, grotteschi, mostruosi. Da ciò le sproporzioni spaventevoli della Scienza nuova e della seconda più che della prima: un libro di circa trecento pagine e un altro di poco più di venti; un capitolo di quaranta pagine, a cui segue un altro di dieci righe; un teorema di tre pagine, da cui derivano (o meglio dovrebbero derivare) circa cinquanta pagine di corollari; tra gli stessi corollari, uno di due pagine, e tre che tutt'insieme non ascendono a sei righe.

Antiastrattista com’era antischematico, il Vico, pur volendo, non poteva mai riuscire a scarnificare un'idea. Egli, che, come s’è visto, raccomandava tanto ai lettori di spogliarsi d’ogni corpolenza, non sapeva poi concepire se non idee corpolentissime, ossia tutte materiate di fatti. Un concetto filosofico gli richiamava alla mente una tal folla di fatti e di raffronti storici, che vi restava presso che affogato. Pagine di mero ragionamento nella Scienza nuova sono assai rare, anche nel primo libro, che pur vorrebbe essere dedicato semplicemente allo stabilimento dei principii.

S’unisca a tutto ciò l’esuberante fantasia di cui il Vico era dotato; fantasia da vero poeta, che, se talvolta gli rendeva qualche cattivo servigio, più spesso, quando il [p. xxii modifica]ragionamento o l’esame del preciso dato di fatto non gli avrebbero potuto offrir nulla, gli riusciva di mirabile ausilio. La sua ricostruzione della storia del tempo oscuro e favoloso, una delle più difficili e ardite che si sieno finora tentate nel campo della storiografia, è tutta effetto di raziocinio e di studio di documenti, o non c’entra in gran parte il lavoro d’una grande fantasia? Quegli uomini primitivi, che, abbandonati dalle madri non appena spoppati, si rotolano nelle loro feci; fatti adulti e diventati giganteschi, vagano per la gran selva della terra, fuggendo le fiere e inseguendo con libidinoso furore le donne ritrose e schive; moribondi, scorgono con occhio disperato le iene e gli avvoltoi che si disputano diggià i loro cadaveri destinati a giacere insepolti; — quegli stupidi e orribili bestioni, dipinti con sì efficaci colori nella suprema miseria della vita ferina, il Vico li vedeva solamente con l’occhio del filosofo e dello storico, o non anche con quello (in questo caso assai più penetrante) del poeta? O beato e santo Vico, benedetta la tua ingenuità da grand’uomo, che ti faceva vedere solamente un’arida dimostrazione matematica ov’era tanta bella e grande poesia!

La più innocua delle preoccupazioni stilistiche del Vico fu senza dubbio quella di riuscire scrittore elegante. Innocua, s’intende bene, per la struttura della Scienza nuova, non già per lui, che si venne a dare gratuitamente un’altra serie di ambasce.

È incredibile quanto quell’uomo, che pur sapeva riuscire con non troppa fatica eccellente scrittore latino, si torturasse invano per raggiungere una forma toscanamente elegante. Chi si faccia a studiare dal semplice punto di vista della lingua, e magari della punteggiatura e della grafia, le varie redazioni della seconda Scienza nuova, resta strabiliato dalla molteplicità delle correzioni meramente [p. xxiii modifica]formali. In questa materia, come in tutto il resto, il Vico era incontentabile; e anche lui fece subire alla sua opera quel lungo lavorio di ripulimento che il Manzoni dedicò alla toscanizzazione dei Promessi sposi. Con la differenza che il Manzoni era il Manzoni e il Vico il Vico; quindi se i Promessi sposi da così paziente lavoro di revisione uscirono perfetti, la Scienza nuova restò inalterata, se non a dirittura peggiorata.

Proprio così: il Vico (fedele alla sua massima d’impiegare il massimo sforzo per conseguire non già il minimo effetto, ma quasi sempre un effetto negativo), il più delle volte, dopo aver mutato dieci volte, finiva per attenersi al peggio. E anche qui quel possesso pieno delle grandi qualità di scrittore e quella deficienza delle piccole si rivelano in modo chiarissimo. Il più malevolo dei critici sarà assai bravo se riuscirà a pescare nella Scienza nuova un periodo sciatto o cascante. Che anzi uno dei difetti del Vico è per l’appunto il non saper mai abbassare il tono; onde, anche quando deve riferire un detto scherzoso napoletano («servitori, nemici pagati»), non spiana neppure allora quella sua fronte sempre aggrottata e cogitabonda, e con la solita sua gravità non interrotta mai da un sorriso, parla di «una propietà eterna, per la quale ora diciamo i servidori nimici pagati de’ loro padroni»16. Ma d’altro canto, anche il critico più benevolo, se vuol restare in pace con la propria coscienza, sarà costretto a confessare che, quanto a periodi grammaticalmente corretti, o se non altro a periodi che meritino davvero questo nome, il lettore della Scienza nuova deve rassegnarsi a far di meno. Ora manca il verbo principale; ora un inciso non è a posto; ora un inciso è venti volte più lungo della proposizione principale; ora la ridda d’incisi che si aprono [p. xxiv modifica]negl’incisi diventa così vorticosa che il Vico stesso si scorda donde ha cominciato, e pone un punto fermo senza conchiudere; ora (ed è il caso più frequente) non c’è né proposizione principale né incisi, ma una lunga sequela di proposizioni e di frasi che non hanno tra loro alcun rapporto sintattico, e a cui si deve dare il nome di «periodo» semplicemente perchè contraddistinte da una lettera maiuscola iniziale e da un punto fermo finale. — Tant pis pour la grammaire, — si dirà ripetendo per la millesima volta un detto che ormai comincia a diventare banale. Senza dubbio. Senonché il Vico (che per giunta era maestro di rettorica e talvolta anche di grammatica) non diceva così; e deliberato a voler dare a tutti i costi coesione sintattica a quei suoi periodi che non potevano averne perchè privi di coesione ideale, cercava di riparare all’intrinseco difetto con l’estrinseco rimedio di usare e abusare di particelle e di pronomi relativi. Ma Dio vi liberi dal mettere piede in quest’altro campo assai spinoso! Senza parlare dei tanti periodi in cui la parola «il quale» o «la quale», usata alternativamente come nominativo e come accusativo, ricorre sei o sette volte di fila; i «dunque», i «quindi», i «cosicché», i «ma», e specialmente i «che» e gli «onde», sono, in tutta l’opera, adoperati in modo così arbitrario e in significati così diversi, che il peggior consiglio che si potrebbe dare a uno scolare di ginnasio sarebbe per l’appunto quello di proporgli come testo di lingua la Scienza nuova.

Lo stesso si dica della punteggiatura. Il Vico, dissimile anche in questo dai suoi contemporanei, poneva una cura speciale nell’uso di ciascun segno d’interpunzione; e se era fedele all’uso del suo secolo di preporre una virgola a ogni «che» e a ogni «e», in tutto il resto era personalissimo. Ma quale punteggiatura! Punti fermi rari, e ce ne vorrebbero di molti; parentesi quasi mai, e il loro [p. xxv modifica]uso sarebbe necessario di continuo; virgole poste ove se ne potrebbe far di meno, e omesse ove sarebbero pur necessarie; e surrogato quasi abituale di tutti i possibili segni d’interpunzione, della virgola come del punto fermo, delle parentesi come dei tratti, il punto e virgola, adoperato con così spiccata predilezione da far credere che il Vico avesse speciali motivi di nutrire per quel segno cotanta simpatia.

Queste, per sommi capi, le preoccupazioni che maggiormente tormentarono il Vico in quanto scrittore. Alle quali si aggiunga che il pensiero di lui, appunto perchè vivo e originale, non poteva cristallizzarsi, ma doveva subire (e subì infatti, specialmente nel decennio 1720-1730) profonde modificazioni; si aggiunga ancora che egli non compiva tanto sprecato lavoro di rifacimento e di lima con la calma e la pazienza dell’erudito e dello stilista, ma in uno stato di continua sovraeccitazione, che, accoppiata con la già ricordata sua deficienza di senso del rilievo, gli faceva dare all’aggiunta o alla soppressione d’una virgola quasi la stessa importanza che ad ammettere o no l’immortalità dell’anima; — e si potrà ben immaginare di quale altra tempesta scatenatasi in quello spirito angustiato restino documento le varie redazioni della Scienza nuova.

Ormai annunziare che esse ascendono al non piccolo numero di nove, non è cosa che possa destare maraviglia: c'è anzi da stupire che non sieno state diciotto. Passiamo, senz’altro indugio, a darne l’elenco.

  1. Croce, Bibliografia vichiana (Bari, Laterza, 1911), p. 12.
  2. Carteggio, ediz. Croce, p. 188 sgg.
  3. Cfr. la monografia più oltre cit. del Croce, Appendice I.
  4. Una doverosa eccezione va fatta non solamente pel Croce, loc. cit., ma anche per Niccolò Tommaseo. Cfr. La storia civile nella letteraria (Torino, Loescher, 1872), pp. 9-10.
  5. Cfr. la monografìa più oltre cit. del Croce, cap. III e XIII.
  6. Autobiogr., ediz. Croce, pp. 76, 119.
  7. Acta erudit., lipsiens. del 1727, fascicolo dell’agosto.
  8. Carteggio, ed. cit., p. 203 e cfr. la cit. Appendice I alla monografia del Croce.
  9. È importante a questo proposito un brano delle Vindiciæ, che mi piace trascrivere dalla prima stesura inedita, anziché dal testo, più moderato, che il V. dette poi alle stampe: «Iste literatus columbellus, omni humano sensu destitutus, utpote qui non alium nisi suum peculiarem sensum advertit, quo sensu singulari bruta animantia... prœdita sunt, cum eius libri temere qua se daretur, aperti unam et item alteram paginam cum fastu et forsan potus (sic!) ac semisomnis legeret, nec quicquam intelligeret (nam qui talis et cum tali habitu id posset?), uti fera immanisque bellua, quæ minima re incommoda subito offenditur ac ferocescit, statim librum aversatus, eum fastidivit; et uti superbi faciunt, qui solent suas in alios transferre culpas, suam mentis brevitatem, sive adeo stuporem, mihi obscuritatis vitio vertit, et uti solent stulti, qui ex suo spectant omnes animos aliorum, suum ipsius tædium universæ nationi Italorum affinxit». — E dire che si è formata la leggenda che il V. avesse voluto a bella posta riuscire oscuro! Cfr. Croce, Bibliogr., p. 91 sgg.
  10. Si vede più oltre nella nostra ediz., pp. 52-3.
  11. Il merito di avere scoperto codesto errore e d’aver reso, per tal modo, la Scienza nuova un libro relativamente chiaro, spetta tutto a Benedetto Croce, La filosofia di G. B. Vico (Bari, Laterza, 1911), cap. III (Struttura interna della SN). Troppi vincoli d’affetto e di riconoscenza mi legano a lui, perchè io possa dire tutto quel che vorrei di questo libro, che è tra i più belli, i più limpidi e i più caldi di quanti egli ne abbia scritti, e che segna una vera pietra miliare negli studi vichiani.
  12. Cfr. la cit. monografia del Croce, cap. I.
  13. Autobiogr., ed. cit., p. 13.
  14. Croce, monogr. cit., p. 44.
  15. Cfr. per vari esempi, la monografia del Croce, passim.
  16. Lib. II, sez. V, cap. I.