Le colpe altrui/Parte II/Capitolo X

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Capitolo X

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X.


Quella notte però ne sentì finalmente il coraggio: si avanzò rapido, a testa bassa, come volesse sfondare l’ostacolo che gl’impediva il passaggio, e quando fu nel recinto respirò con sollievo.

La luce della finestra della malata illuminava la siepe; attraverso la porta si vedevano i ragazzini raccolti attorno al focolare acceso, insolitamente silenziosi, storditi dall’avvenimento misterioso che si svolgeva nella loro casa.

Mikali sedette come un tempo in mezzo a loro e domandò sottovoce:

— Ebbene?

— Zia Battista muore; sta zitto! — rispose il più grandetto, quello che un tempo gli portava i messaggi di Vittoria; e il più piccolo, con gli occhi rotondi verdognoli spalancati nel viso nero pieno di un terrore arcano, gli si aggrappò alle ginocchia e si rizzò mormorandogli all’orecchio:

— C’è il frate!

Un bisbiglio sorse dal circolo dei bambini [p. 289 modifica]taciturni, tosto represso dal comando energico del grandetto:

— Zitti! V’ho detto zitti!

Mikali rimase in mezzo a loro, gigantesco sullo sfondo della sua ombra che oscurava tutta una parete; e non desiderava di rivedere Battista, ma pensava al tempo lontano in cui sedevano assieme anche essi bambini sulla pietra di quel focolare. I ragazzini che gli stavano adesso intorno erano venuti tutti dopo; egli ricordava di averli veduti uno dopo l’altro nel canestro ove li deponevano appena nati, e come lui e Battista ogni volta si rallegravano per l’arrivo di «un bambino nuovo» che portava un po’ di biscotti e di bevande dolci nello stazzo solitario.

La sua fantasia lavorava; visioni incerte apparivano e sparivano come le ombre sulle pareti: ecco un letto di legno con le coltri disfatte, e sopra, una donna che soffre: è Battista, è Vittoria, è zia Sirena?... Nel canestro sopra la cassa, fra pannolini caldi e bianchi come piume di colombo, si agita un neonato tutto rosso, ancora insanguinato, con la testa grossa coperta di lanugine scura e gli occhi gonfi, ancora chiusi e già piangenti... Sì, solo il pianto può aprirgli le palpebre: per questo pare provi gusto a piangere... È uno dei bimbi dello stazzo? È suo figlio? Egli non sa bene ma si turba pensando come si nasce, come si muore, fra il sangue e le lagrime; e si sente sempre più commosso dai ricordi, dalle speranze, dai bisbigli dei ragazzini spauriti, dall’idea che il [p. 290 modifica]frate sta lassù nella cameretta della povera Battista per raccoglierne l’anima pura, come la «maestra di parto» raccoglierà nella camera di Vittoria il bambino appena nato.

— È meglio che Battista muoia — pensa, chinando il viso sulle mani, mentre i ragazzini lo fissano e come vinti dal suo esempio tacciono curvando uno sulle spalle dell’altro le testine melanconiche. — Se stava sana ci vedevamo ancora e ci amavamo ancora e cadevamo in peccato mortale. Le donne son tutte donne... io le conosco... sono deboli, sono nate per peccare... povere loro! Ma Battista no... lei no... non era nata per essere come le altre. Il Signore se la riprende per questo... Ella, no, non sapeva neppure baciare... come le altre... era senza malizia... Il maligno ero io... perchè l’uomo nasce con la malizia... Io che ho l’anima nera come il carbone, io che sono pieno di vizi e di peccati e faccio diventare nero e terribile come la polvere da sparo tutto quello che tocco...

Un sospiro profondo gli gonfiò il petto; i suoi pensieri, come nubi correnti, mutarono colore.

— E tutti moriamo, sì, ha ragione mia madre... Ma io voglio partire prima; s’accenda il mondo, ma voglio partire e guadagnarmi un patrimonio. Allora, quando lavorerò sul mio, la malìa che pare mi opprima si scioglierà; dirò a Vittoria: «moglie mia, col patrimonio rubato facciamo celebrare tante messe per le anime loro: col mio possiamo vivere bene e in [p. 291 modifica]pace». Allora tutto cambierà, io non andrò più alla bettola e le carte mi sembreranno ciò che sono, le mani del demonio, e gli occhi delle donne non mi affascineranno più... Vittoria, moglie mia, un uomo come me non deve vivere sulla roba usurpata... Vittoria mia, Vittoria mia...

Il pensiero di lei lo riempiva di tenerezza angosciosa; il ricordo delle parole sanguinanti di lei non lo abbandonava, no, ed egli anzi ne serbava un’umiliazione ardente; ma era l’umiliazione, era l’affanno nostalgico del bambino percosso e scacciato dalla madre e che ha bisogno di ritornare a lei per consolarsi.

A poco a poco i bambini raccolti intorno videro una cosa straordinaria: dalle dita di lui cadevano sul focolare grosse goccie che al riflesso del fuoco parevano di sangue; e il petto possente di lui stretto dal velluto turchino del giubbone si sollevava e si abbassava come un’onda.

— Zio Mikà, zio Mikà! Perchè piangete? È morta zia? — domandò il maggiore dei fratellini.

E il dolore di lui, invece di imporsi ai bambini, parve scuoterli dal loro stupore: due si guardarono e scoppiarono a ridere; gli altri tentarono di imitarli. Frate Zironi apparve sull’uscio, seguìto da Maria Luisa Zoncheddu che gli teneva alto un lume sul capo; e vedendo l’uomo forte che piangeva in mezzo ai bimbi ridenti credette, poichè l’avevano già avvertito di recarsi subito allo stazzo Zanche, che Vittoria anche lei stesse per morire. [p. 292 modifica]

— Mikali, — disse curvandosi su lui, — coraggio; sarà niente, andiamo!

Zia Maria Luisa, nonostante l’angoscia che la premeva, s’informò dello stato di Vittoria e se c’era pericolo e se avevano chiamato il dottore. Allora Mikali parve svegliarsi dal suo incubo; ebbe vergogna delle sue lagrime e mentì.

— Sì, Vittoria sta male. Andiamo.

Quando fu nel cortile e rivide la finestra illuminata della morente si accorse di non aver neppure domandato notizie di lei.

— Come sta? — chiese al frate che gli camminava dietro zoppicando e guardando per terra.

— Non passa la notte. Ma è tranquilla; è là nel suo lettuccio come un uccellino malato nel nido. È diventata piccola piccola; non ha più viso, più corpo; non ha che gli occhi ove l’anima s’è raccolta come l’allodola sulla cima azzurra della rupe per spiccare il volo... Sia lodato Dio...

La sua voce, per quanto lieve, risuonava nel silenzio notturno della brughiera; egli camminava guardando il buio, ma la visione della cameretta dove si volgeva il grande mistero, la cameretta bianca e nuda arrossata appena dal chiarore della lampada come dalla luce del tramonto, gli stava sempre davanti.

Continuò sottovoce:

— È là, bianca come la luna che sta per tramontare; ma capisce perfettamente il suo stato ed è contenta; non ho mai veduto una [p. 293 modifica]creatura più contenta; è come la serva che torna a casa sua col peculio che le permetterà di vivere libera; è come l’emigrante che torna col sacco pieno d’oro guadagnato onestamente.

A queste parole Mikali trasalì e si fermò: erano arrivati allo stradone e s’era già pentito di aver condotto via il frate mentre Battista poteva morire da un momento all’altro, ma si vergognava di confessare la sua debolezza.

Una volta tanto, però, sentiva il bisogno di dire a qualcuno la sua pena. A chi meglio di frate Zironi?

Frate Zironi per lui non era un uomo; era qualcosa di più e di meno; il cespuglio a cui ci si aggrappa scivolando giù lungo la china; il bastone raccattato per strada, la pietra ove ci si siede stanchi, il lume lontano nella notte; era il confessore di cui, passata l’ora dell’abbandono, ci si può anche burlare.

— Frate Zirò, — disse attirandolo accanto al paracarri, — vi ho fatto venir qui perchè devo dirvi una cosa; ma poi tornate subito là dalla meschina che può aver bisogno dell’opera vostra. Mia moglie non sta male e può aspettarvi. Io dunque devo dirvi... devo domandarvi un consiglio... Io voglio partire; voglio andare in America!

Il frate sollevò il viso e vide gli occhi di Mikali luccicare nell’ombra: lo credette ubbriaco.

— E ti pare adesso l’ora di parlare di queste cose?

— Mi pare, sì! Io voglio partire appena mia moglie sta bene. E voi appunto dovete parlarne [p. 294 modifica]a Vittoria. Essa si confesserà con voi: voi le dovete dire: «Vittoria, tu e Mikali vivete nell’errore, con la roba usurpata, e state in discordia perchè, certo, Bakis Zanche nel mondo di là si arrovella sapendo che lo avete ingannato». Egli non avrebbe lasciato la sua roba a Vittoria se avesse conosciuto la verità, come non l’ha lasciata a me perchè scontassi il peccato di mia madre. Dopo tutto era roba sua, non nostra, e lui era il solo padrone. E noi, frate Zirò, io e mia moglie, sentiamo come un peso; la pietra del peccato ci divide. Per questo io voglio andare in cerca di un po’ di fortuna.

Il frate sedette sul paracarri, pensieroso. Che fare? Ricordava che ogni volta che s’era intromesso negli affari dei Zanche, aveva sbagliato: sbagliato nel respingere Andrea dal convento, sbagliato nel consigliare il matrimonio di quei due. Tuttavia, un po’ per amor proprio, un po’ per timore di dare nuovamente un consiglio errato, tentò di convincere Mikali a togliersi di testa la sua idea.

— Ma se son io, Mikali, che per primo ho incoraggiato Vittoria a seguire la sua inclinazione? Era un atto di giustizia che ella doveva compiere; tu piuttosto cerca di evitare i veri peccati; lascia il vino e le donne; lavora qui, chè se vuoi hai ben più da lavorare che in America.

— Non posso! Esco di casa al mattino con l’intenzione di accudire ai fatti nostri e come una mano mi spinge altrove... Vado alla bettola perchè non so dove andare... Quando entro in [p. 295 modifica]casa o attraverso la vigna o la tanca sento sempre quella mano... Vi dico, è lui, è lui che mi scaccia. Mi hanno fatto qualche malìa e quando sono con mia moglie non posso dirle parole buone, e ci guardiamo come nemici, mentre sappiamo di volerci bene... Io devo andare: anche stasera abbiamo litigato e lei mi ha cacciato di casa: certo anche lei è sobillata dallo spirito di lui che non può vederci in pace... Sono disperato, frate Zirò! Se uomo disperato c’è, quello sono io! Ecco che anche questa (accennò alla finestra illuminata della morente) se ne va, e dicono per colpa mia: ed io non le volevo male; io darei dieci anni di vita, così Dio mi assista, perchè viva... Ma sono ammaliato e tutto quello che tocco è maledetto. Tante volte mi è venuta in mente l’idea di venire da voi e farmi leggere l’Evangelo per scongiurare la maledizione che mi perseguita. Voi me la farete questa carità, prima ch’io parta, altrimenti affondo col bastimento e tutto...

— Mikali, io non so cosa dirti. Abbi pazienza; aspetta che sia nato tuo figlio e poi ne riparleremo.

— Ah, no, frate Zironi, è inutile; io partirò: altrimenti non rispondo di me... E voi dovete convincere mia moglie...

La sua voce diventava minacciosa; il fraticello, a testa china, si palpava le braccia scarne con le mani dentro le maniche, e pensava di nuovo alla grandiosa visione della morte. Che miseria la vita con le sue passioni! È il giorno con le sue luci crude e i suoi rumori e il vano [p. 296 modifica]agitarsi degli uomini; solo nel silenzio e nell’ombra è la verità — pensava — e sentiva a un tratto una grave stanchezza e il desiderio di chiudere gli occhi e addormentarsi.

— Quello che posso prometterti, — disse dopo un momento di silenzio, — è di cercare di por fine al malinteso fra voi due: lasciala sgravare intanto, e non tormentarla.

— Questo sì, l’ho giurato anche a mia madre; non turberò più Vittoria; ma partirò, con l’aiuto di Dio. Voglio rinsavire.

— Bel modo di rinsavire, il tuo! Andrai laggiù e continuerai la stessa vita; e per di più lascerai qui tua moglie in inquietudine.

— La stessa vita! — disse Mikali curvandosi sul frate. — Ah, siete istruito, frate Zirò, ma siete anche stupido! Io andrò via appunto perchè sono stanco di questa vita di qui... Tutto mi dà fastidio, uomini e donne: queste più di tutto... Oggi due di esse hanno litigato per me... Che vergogna! E un’altra mi si aggrappava alle gambe come un ragno... Che schifo, così Dio mi assista! Mi sembrano bisce... Io sono nauseato di loro. Andrò in un posto che so io, in America: ho letto una lettera di un mio amico, partito l’anno scorso, e che vive in un posto solitario ove non passano che treni e treni e treni, e tutt’intorno a perdita d’occhio è nero, come qui nelle notti d’inverno. Passano i treni e solo il loro lume rischiara ogni tanto come un lampo il luogo deserto. Il mio amico dorme di giorno e veglia alla notte; dirige per un grande tratto della linea i guardiani dei [p. 297 modifica]mucchi del ferro che deve esser caricato sui treni; prende settanta scudi al mese e ne spende neppure un terzo... Io andrò là, egli mi ha scritto che se io posso impiantare laggiù una rivendita di vino e di pane, in poco tempo divento ricco. Ecco la lettera, è qui, in fondo alla mia berretta... Voi credevate ch’io parlassi così, senza fondamento? E i denari, direte voi? Io non domanderò un centesimo a mia moglie; m’uccidano, se mentisco: so io a chi rivolgermi... sì. E così vi dico; laggiù io non vedrò che la gente che passa sui treni, e intorno sarà solitudine come al vostro convento.

Il frate sospirò due volte; ricordava il povero Andrea in cerca di solitudine. Si alzò e sospirò ancora, a testa bassa, a occhi chiusi: e pure continuando ad ascoltare i discorsi strani di Mikali sollevò il viso, vide di nuovo il chiarore della finestra di Battista e un sorriso gli illuminò gli occhi: eccolo, il faro; lassù era la pace, la barca pronta per il grande tragitto; tutto il resto, non era che il moto vano delle onde.

— Allora io ritorno da Battista; ci rivedremo poi, — disse avviandosi.

Mikali lo riaccompagnò; e poichè Maria Luisa Zoncheddu, intenta a ficcare un cero in un candelabro nero, si volse curiosa interrogandolo con gli occhi, le disse sottovoce:

— Il mio servo ci è venuto incontro per dirci che Vittoria sta bene. Allora siamo tornati indietro perchè è meglio che frate Zironi stia qui. — E dopo un momento di esitazione aggiunse: — come va?... [p. 298 modifica]

— Muore.

— Si può vedere?

La donna, col candelabro in mano, lo guardò ed egli diventò pallido.

— Zia Maria Luisa!... — disse con una voce chiara ch’ella non gli aveva mai sentito. — Siamo nati per errare...

— Vieni, figlio mio. Ma non farti vedere perchè essa ha la coscienza lucida e capisce tutto.

Salirono la scaletta e la donna depose il candelabro sul pianerottolo, accanto ad altri che ne aveva già preparato: nella stanza che precedeva quella di Battista alcune donne sedevano, al buio, in attesa; l’uscio era socchiuso e una striscia di luce rossa attraversava l’angolo oscuro del pavimento.

Mikali s’appoggiò alla parete, e quel buio, quel raggio di chiarore, la voce sommessa del frate che dentro la camera della morente mormorava una preghiera in latino, l’odore triste che gravava intorno come un peso, — odore di morte, — tutto gli faceva pensare al luogo lontano oscuro desolato e ignoto ov’egli voleva andare. Notti e notti sarebbero passate così, in quella tristezza, in quell’attesa; eppure in fondo al cuore ne sentì un sollievo, un piacere crudele: e per la prima volta in vita sua conobbe la voluttà del dolore.

*

Allora volle vedere la morente e sottovoce pregò Maria Luisa di aprire l’uscio. E l’uscio [p. 299 modifica]fu aperto e tosto richiuso; ed egli vide e non dimenticò più. Come in un quadro illuminato da un lampo gli era apparsa la cameretta rossastra; e sul lettuccio bianco oscurato dall’ombra del frate, il fantasma della fanciulla seduta appoggiata ai cuscini, così ferma e diafana che pareva davvero dipinta, coi capelli dorati divisi in due treccie piatte intorno al viso azzurrognolo, gli occhi chiusi, il naso, la bocca, le mani già fatte di ombra.

Solo allora egli intese cos’è la morte.

Neppure davanti al cadavere di Andrea aveva provato tanto sgomento; e dimenticò tutto, la moglie, il figlio, i beni terreni; e quando alla voce monotona del frate si unì il rantolo della morente, si lasciò cadere in ginocchio, freddo di terrore.

Ma il rantolo si raddolcì, parve il mormorìo del bimbo che si addormenta e accompagna dal regno dei sogni il canto della nutrice: allora al terrore e al dolore egli sentì seguire un vivo sentimento di pietà e il desiderio che tutto finisse presto.

E ben presto Battista entrò nell’estrema agonia; le donne portarono silenziose i candelabri intorno al lettuccio e uno dopo l’altro li accesero. Scorgendo Mikali immobile nel suo angolo, inginocchiato, coi gomiti su una sedia e la testa fra le mani, Maria Luisa andò e lo toccò alla spalla. Egli si alzò, si mise a sedere affranto: vide i ceri accorciarsi, e ad ogni movimento delle persone raccolte nella stanza gli pareva che le fiammelle si scuotessero, come [p. 300 modifica]timide e meravigliate, mentre il frate non cessava di pregare, nero fra i candelabri come una nuvola fra le stelle, e il fantasma della fanciulla piano piano taceva e si dileguava.

*

Quando sentì il rantolo smorzarsi e cessare come un suono lontano, e udì il grido delle donne che annunziava l’arrivo della morte, entrò furtivo nella cameretta, appoggiandosi al dappiedi del lettuccio; e come aveva fatto con suo fratello, disse cose puerili alla fanciulla morta, ricordando tutte le promesse che le aveva fatto e non aveva mantenuto.

Ma ella aveva socchiuso gli occhi glauchi e lo guardava di là, di lontano; e gli sorrideva; finchè le donne le abbassarono le palpebre e con un cero spento le segnarono una croce sul viso. Poi qualcuno lo spinse fuori; ed egli se ne andò, inciampando come fosse ancora ubbriaco.

Anche nel suo stazzo c’era luce; la madre preparava il caffè, e sulla spalliera d’una sedia, davanti al fuoco, biancheggiava come una bandiera di pace un pannolino di neonato.

— Mikali, Mikali! Che cosa fai? — disse Marianna Zanche, sollevando gli occhi pieni di gioia e di rimprovero.

— Che c’è?

— Ebbene, hai un figlio... è nato poco fa, sarà mezz’ora...