Le poesie di Catullo/63

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Gaio Valerio Catullo - Poesie (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1889)
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Gli alti mari varcati in agil prora,
     Cupido al frigio bosco Ati pervenne;
     Penetrò della dea l’ardua dimora
     Di selvosa precinta ombra perenne;
     5Da cieca smania stimolato allora,
     Fuor di sè stesso a tal furore ei venne,
     Che di selce un coltel subito preso,
     Della virilità si svelse il peso.

Spento di sesso il corpo e di recente
     10Sangue vista qua e là tinta la terra,
     Con nivea mano il timpano, repente,
     Inizio tuo, madre Cibele, afferra:
     Con le tenere dita or leste or lente
     Sul cuojo taurin martellando erra,
     15E tremebonda alla caterva tanta
     Delle compagne in questa guisa canta:

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“Su, di Cibele agli alti boschi, o Galle,
     Gregge di Dindimena, insiem correte;
     Voi ch’esuli il natio suolo a le spalle
     20Lasciaste, e dietro a me corse qui siete,
     E varcato del mar l’orrido calle,
     Smaschiato il corpo, a Cipri in odio, avete,
     Su, col fragor della furente giostra
     Lenite il cor della signora nostra.

25Bando al torpore; tra le frigie piante,
     Di Cibele alle case ecco io vi guido,
     Ove il timballo e il cembalo sonante
     E il torto flauto frigio alzano il grido;
     Ove il crin cinta d’edra ogni baccante
     30Celebra l’orgie con acuto strido,
     Ove a vol della Dea la schiera viene,
     Là tra rapidi balli andar conviene.”

Alle compagne sue così cantò
     Ati femmina incerta; e tosto il coro
     35Con le trepide lingue alto ululò;
     Il timpano muggì, rombò il sonoro
     Cembalo; e il tiaso al verde Ida affrettò.
     Fiera, ansante, pe’ boschi, innanzi a loro,
     Qual vitella che indoma il giogo evita,
     40Ati il timpano squassa, e il core incita.

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Rapido dietro all’agil condottiera
     Lo stuolo de le Galle alterna i passi,
     Finchè alla stanza della dea severa
     Gittano per la selva i corpi lassi:
     45Un tacito languore entro la fiera
     Alma d’ognuna insinuando vassi;
     E prima che da lor cibo si tocchi,
     In un lento sopor chiudono gli occhi.

Ma come il sole il bianco ètere schiara
     50Con gli occhi radiosi e l’aurea faccia,
     E dal mare aspro e dalla terra avara
     Coi sonípedi suoi l’ombre discaccia,
     Subitamente dalla pace cara
     Ed insieme dal sonno Ati si slaccia;
     55E il sonno, che da lei ratto si toglie,
     Nell’ansio sen di Pasitea s’accoglie.

Ati, che sgombra di furor la mente
     Per l’avuto riposo anco sentiva,
     Riandò le sue cose, e chiaramente
     60Dove fosse ben vide e di che priva:
     Con l’animo in tempesta immantinente
     Si ricondusse alla deserta riva,
     E il mar guardando lacrimosa, queste
     Volse alla patria sua parole meste:

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65“O patria, o creatrice e madre mia,
     Dunque, o misera, ah dunque io t’ho lasciata,
     Qual fuggitivo servo, e per gran via
     Ho l’orma a quest’idei boschi portata,
     Perchè sepolta fra le nevi io stia
     70In gelide spelonche abbandonata?
     Perchè, vagando in queste orride selve,
     Io contenda il geloso antro alle belve?

Dove posta sei tu? Dove degg’io
     Drizzar l’occhio che in te volger si piace,
     75Or che per breve istante entro il cor mio
     La torva smania, come fa, si tace?
     Lungi dunque dal mio tetto natio
     Trascinar qui torrò la vita in pace?
     E patria e beni e amici e genitori
     80E convegni e palestre e giochi e amori?...

O misero mio core, ognora, ognora,
     O misero cor mio, pianger tu dèi.
     Qual mai delizia la mia vita ignora?
     Qual mancò gioja ed agiatezza a lei?
     85Fanciul, garzone, giovinetto, un’ora
     Mai non ebber d’affanno i giorni miei:
     Io che femmina or son, misero, il fiore
     Fui dei ginnasj e delle giostre onore.

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Erano le mie porte ognor frequenti,
     90Fervea sempre d’amici il limitare;
     Quando, già sorto il Sol, dalle tepenti
     Piume tranquillo io mi solea levare,
     Incoronata di corolle olenti
     La mia casa ridea come un altare.
     95Ed io ministra di Cibele adesso?
     Io baccante, io smembrata, io senza sesso?

E abiterò il nevoso Ida? E qui tratto
     Sarà tra’ boschi il mio giorno mortale,
     Sotto a queste colonne alte, ove il ratto
     100Cervo balza ed imboscasi il cignale?
     Ahi, già di quel che osai, di quel che ho fatto
     Già dolore e rimorso il cor m’assale!”
     Queste dai rosei labbri uscían querele:
     Ma le udiron gli Dei, le udì Cibele.

105Staccò dal giogo un dei leoni, e il fiero
     Di greggi insidiator col cenno aizza:
     “Va’, gli dice, e col tuo impeto, o altero,
     Colui di nuovo alle foreste indrizza:
     Sottrarsi ei tenta al mio tremendo impero.
     110Or su, flagella i fianchi, esci alla lizza,
     La giubba squassa in su le muscolose
     Spalle, ed al tuo ruggir tremin le cose.”

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Minacciosa così parlò Cibele,
     E il giogo dislegò. Ratta si sferra
     115La belva, e stimolando il cor crudele,
     Fremendo passa, e rami e arbusti atterra.
     Ma giunta ove la molle ed infedele
     Ati si sta co’ suoi pensieri in guerra,
     Là dove il lido biancheggiante appare,
     120E marmoreo ed immenso apresi il mare,

In lei proruppe. Di spavento insana
     Fece ai boschi selvaggi Ati ritorno,
     E là nella profonda ombra montana,
     Quanto fu la sua vita, ebbe soggiorno.
     125O Dindimena dea, gran dea sovrana,
     Alle mie case deh non far mai scorno;
     Lungi la rabbia tua, lungi al mio core;
     Altri invada, altri infiammi il tuo furore!