Lettere d'una viaggiatrice/«Alla montagna debbo ritornare»/Un principe

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Un principe

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UN PRINCIPE

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Courmayeur, agosto...


La picciola Courmayeur, così bella e così fresca innanzi agli eterni ghiacci del suo maestoso Monte Bianco, la piccola Courmayeur, dolce nei ricordi dei vecchi alpinisti, affascinante nei sogni dei giovani, alpinisti, la piccola Courmayeur che è la salute, il riposo, la pace di tutti coloro che sono deboli, stanchi, affranti, la piccola Courmayeur, paradiso dei bimbi che vi mettono gli squillanti gridi della loro allegria, fra i boschi ombrosi, sulle praterie molli di erbe profonde e di rugiade, ove le innocenti mani colgono fiori e fragole e lamponi, la piccola Courmayeur, è singolarmente piena di ricordi del Polo. Qui, [p. 424 modifica]sulla piazzetta, vi è la modesta casa di Michel Petigax, il buono, pensoso e taciturno Petigax, una delle tre guide alpine che Luigi di Savoia, duca degli Abruzzi, volle condurre seco, laggiù, laggiù, nella grande notte polare, sempre più avanti, dove mai altri era giunto: e nella casa della guida alpina che lasciò il suo paese e le ardite ascensioni sulle catene del Monte Bianco, per seguire il suo principe, in questa casetta semplice e nitida, vi sono tante e tante tracce viventi e tangibili di quella eroica, indimenticabile avventura, che fu il viaggio della Stella Polare. Michel Petigax custodisce affettuosamente i suoi due grandi cani, superstiti della spedizione glaciale: più di cento ne morirono, in quell’ultimo, spaventoso inverno, e questi due forti, vividi, tranquilli e bonari, sono i soli, i due soli, che resistettero alla crudeltà di quell’ambiente, e sono giubilati, oramai, i due cani forti e robusti; ora essi si godono il sole alpestre d’estate, e l’inverno, sotto il Monte Bianco, non li sgomenta, essi, che non morirono al Polo.

Testimone vivente è, qui, Petigax, colui che [p. 425 modifica]pensò di mai più ritornare, come l’altra guida, Ollier, la guida che accompagnava Querini, e che non è mai più ritornata: pensò di lasciare per sempre il suo caro paese, e l’Italia, e la famigliuola sua, e la vita, ma non esitò a seguire Luigi di Savoia, il suo Principe. Silenziosamente, Michel Petigax siede sul banco, innanzi alla porta della sua casetta, nelle sere di estate, quando la scintillante via lattea si parte dalla paurosa Aiguille Bianche e si inclina laggiù, laggiù, verso la svelta ed elegante Grivola; e qualcuno, ogni tanto, si va a sedere accanto a lui, parlandogli dell’eroico viaggio, che un giovane Principe, figliuolo di un Re, un discendente di Re, volle tenacemente compire. Petigax risponde, con frasi brevi, sagaci, ove non manca la poesia; risponde con quell’austerità , onde è piena l’anima ingenua e pur profonda di queste guide alpine che, ogni giorno, combattono con la morte. Ogni tanto, un sospiro di melanconia, di rimpianto, solleva il suo petto: egli rammenta le ore lunghe e mortali, le giornate lunghe e mortali, quando, due volte, la Stella Polare fu assalita da enormi [p. 426 modifica]blocchi di ghiaccio e, due volte, si piegò sul fianco e parve perduta; egli rammenta la lunghissima e ansiosa attesa di coloro che andarono, per altre vie, lontano, e non tornarono più, Querini e Ollier. Ma, subito, dato un sospiro a quelli che più non sono, la sua voce si commuove, parlando di Luigi di Savoia... del suo Principe, padre, protettore, amico di quanti furono suoi compagni nel periglioso viaggio, di Luigi di Savoia che, ha assicurato la loro vita materiale e che è rimasto a loro legato, per sempre, chiamandoli a sè, cercandoli nella sua alacre e nobile vita.....



Così, ogni tanto, chi viva in Courmayeur, incontra una figura sottile e snella di giovine, che apparisce e sparisce, che sorride, salutando, che sorridendo, sparisce. Luigi di Savoia.... E se, per non lunghi momenti, voi potete fissare la sua fisionomia, resti egli un po’ fermo sulla [p. 427 modifica]veranda di un albergo, discorrendo con amici, ascolti egli la messa, in un angolo recondito della chiesa parrocchiale, interroghi egli il cielo e le montagne, sulla porta del suo piccolo e modesto Châlet, assista egli ai lieti giri di un waltzer in un salone e vi partecipi egli sobriamente, ma graziosamente, quando che sia, voi troverete i suoi occhi pieni di un sogno senza confine..... Ah sì, egli compie tutti i suoi doveri di principe, di gentiluomo, di marinaio, di giovine, con semplicità e con grazia, con una correttezza perfetta; si, egli va, viene, discorre, partecipa alla vita della picciola Courmayer, senza nulla escludere di quel che convenga a un principe, che è anche un’anima di cortesia e di bontà: ma i suoi occhi, i suoi occhi, sono pieni di sogno. Che vede egli che gli altri non vedono, poiché i loro occhi mortali sono troppo abituati agli spettacoli volgari e bassi? Che cosa scorge egli, mentre di altro parla, di altro si occupa, che cosa scorge egli, che gli altri non potranno mai scorgere, poiché sono presi dalle cose quotidiane e meschine? Che desidera egli quando tace, quando pensa, mentre le agili [p. 428 modifica]mani, scherzando con qualche cosa, nascondono abilmente la ferita che il PoloPolo gli inflisse, assiderandogli le dita? Quale grande ed invincibile visione lo tiene, questo principe, che potrebbe cedere alle mille lusinghe della vita regale e potrebbe vivere della vita di tutti i principi, e non vuole? Ah sì, sì, egli è così compito, così simpatico, e ognuno che gli si accosti, ne è incantato; ma la sua anima è altrove, altrove, dove nessuno crede, dove nessuno sa..... In una di queste sere, io passai accanto a lui: egli era in un cantuccio del cortile, con Michel Petigax, la sua guida fedele; parlavano piano, pianissimo, il duca ascoltava più tosto a capo chino e il colloquio non fu breve; e infine, levando la testa, Luigi di Savoia ebbe un lampo di gioia, nei suoi occhi. L’indomani mattina, prestissimo, egli partiva con tre guide, di cui il capo era Petigax, con tre guide e tre portatori, ma solo, lui, col suo desiderio, solo col suo sogno, solo con un sogno di altitudine, di solitudine, di purezza, solo con un sogno, ove tutto è estremo periglio, o è forse, questo periglio, il sapore eroico del sogno..... [p. 429 modifica]


Le Demoiselles anglaises sono tre punte, irte, nere, che sono più avanzate del Monte Bianco e che niuno aveva superate, ancora. Da Courmayeur si vedono perfettamente e se le altissime vette della immane catena del Bianco, dall’Aiguille noire al mont Dolent, dal Dente du Geant alle meravigliose Grandes Jorasses, hanno una imponenza e una maestà che stupiscono l’animo più gretto, queste demoiselles anglaises, simili a un immenso, aereo tridente, fanno paura. La seconda è la più alta ed è la peggiore. Colà si diresse il duca degli Abruzzi, non sono quindici giorni. L’ascensione durò due giorni: la seconda notte fu passata, almeno, nel rifugio alpino; ma la prima notte fu passata all’aperto, avvolti nelle coperte, sopra una roccia stretta, così stretta che i dormienti si legarono con le corde, fra loro, per non precipitare, nel sonno. Il duca degli Abruzzi dormì [p. 430 modifica]profondamente. L’audace ascensione fu compita in mezzo alle difficoltà più aspre, più atroci: bisognò gittare dei razzi di ferro, in alto, per attaccarvisi, tanto la parete di roccia è liscia ed a picco: bisognò ricorrere a tutti i mezzi estremi, di cui si serve l’ostinazione e la tenacia dell’uomo per vincere una vetta. Due giorni dopo la sua spedizione, verso mezzodì, sulla bianca via che dal ghiacciaio della Brenva passa per Entreves e costeggia il monte della Saixe, presso il ponte di legno, sotto cui spuma fragorosa e bianchissima la {{w:Dora Baltea|Dora]], noi incontrammo il duca degli Abbruzzi, di ritorno. Con un passo elastico e saldo, col viso rosso dal sole alpestre e dal gelo notturno delle grandi altezze, sotto il suo grande cappello di feltro, taciturno, tranquillo, per quel giorno, egli faceva l’ultimo tratto di strada per rientrare in Courmayeur, come se venisse da una passeggiatina nei boschi. Alle nostre spalle, in Courmayeur, già cominciavano gli ingenui, i campestri spari di mortaretto, per salutare colui che ritornava, umilmente e quietamente, al piccolo paese: tutti i villeggianti erano alle porte delle loro casupole: tutti i villeggianti erano [p. 431 modifica]fuori di casa, nelle viottole. E lo lasciammo andare a questa entrata, così candidamente trionfale; ma levando gli occhi nell’aria nitidissima, che pare aumenti singolarmente la potenza visiva, levando gli occhi verso le nivali altezze, sulla nera e paurosa roccia delle demoiselles anglaises, io vidi qualche cosa biancheggiare, che non era un nevaio, che non era un ghiacciaio. Era la striscia bianca della bandiera tricolore che Luigi di Savoia aveva fissato, colà, sulla parete impervia, dove nessuno aveva osato mai di salire, dove egli per il primo aveva avuto il quieto coraggio di ascendere, mettendovi la sua bandiera, che è quella della Sua Casa, che è quella dell’Italia. [p. 432 modifica]