Lettere di Winckelmann/Articolo XV

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Articolo XV

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A r t i c o l o   XV.


Senza preamboli vi mando la notizia d’alcune scoperte di monumenti, che sono recentemente venute a mia notizia1. I. Un Fauno, o Priapo giovane vagamente vestito da donna, e in atto di ballare, alzando alquanto la lunga verte talare con ambedue le mani, come usano le zitelle, che modestamente ballano. Ma nel più bello di volere smentir il sesso principia a rizzarsi un Priapo smisurato, che spinge in fuori la verte2. La figura è di tre palmi in circa, e sta presso lo scultore Cavaceppi. II. Un Mercurio putto, il primo, che si sia veduto, senza petaso, o cappello, ma colle alette verso le tempia. E’ di grandezza naturale, e sta presso il medesimo3. III. Un prigioniero sedente senza gambe, e braccia, ma di tal eccellenza d’arte, che fuori del Laocoonte, difficile farebbe trovargli il compagno. E’ [p. 259 modifica]grande quasi al naturale. Acquisto fatto da un inglese. IV. La testa d’un Fauno con due cornette sulla fronte, la quale di gran lunga supera ogni idea di bellezza espressa in marmo. Modello più perfetto non credo essere stato concepito dal sangue umano, nè nella mente di quei, che presumevano volare con la mente sino all’origine del bello. E’ mancante però di naso, ed il labbro di sopra è scagliato. Sta presso Cavaceppi4. V. Pochi giorni sono fu mandata di Grecia una statua con due bassi rilievi, tutti due con iscrizioni. La statua è di donna panneggiata, non eccellente, ma buona, coll’iscrizione del nome dell’artefice, di cui però è scagliato via il nome, e vi è rimasto quello soltanto di suo padre: ... ΣΙΜΑΧΟΥ (ΛΥΣΙΜΑΧΟΥ) ΕΠΟΙΕΙ. Un medico inglese della compagnia di Smirne ha acquistato tanto credito in quei paesi, e alla Porta medesima, che gli è stato permesso di cavare antichità. Un altro inglese suo amico, che conosco, ha mandato di lì in Inghilterra due felucche piene di statue, e di busti. Fra quelle ve n’erano otto di perfettissima conservazione. Quell’altra è venuta a Roma, per essersi trovata senza testa, e mancante d’un braccio. VI. Nella villa dell’emo mio padrone fu fatto un consulto sopra il risarcimento d’un bellissimo Atleta giovane di pietra di paragone, trovato già anni sono a Porto d’Anzio. Non v’era che una mano staccata, la quale tiene come una granata da fuoco, e si convenne, che era un’ampollina d’olio: ed io proposi di dargli un disco nell’altra mano per farne un Pentatlo, e mi feci mandare il modello del disco di bronzo di Portici. Si trovò poi l’altra mano, che tiene unito il dito pollice coll’indice; ma l’atto di quella mano accresceva l’imbroglio, per non potersi indovinare, cosa gli si avesse a [p. 260 modifica]dare in mano. Osservai però, che vi era fra quelle due dita come un attacco lasciato per cautela dallo scultore, come usavano, ed usano ancora fra le dita: ma qui non vi era quella necessità, essendosi potuto accostare le dita senz’attacco. Quel frammezzo è come un sassolino piccolino, e piatto. Nell’ondeggiare nel mare di molti dubbj, e congetture, volle porre il suo cencio in bucato anche il mastro muratore, e credette di trovare lo stoppaccio, o il turacciolo per l’ampollina. Ci levò ogni dubbio, & pedibus itum in ejus sententiam. Credereste, che una figura di così poco significato stesse con statue di Giove, d’Esculapio, e con un Fauno della medesima pietra, in compagnia di tre deità, come in fatti fu trovata?5 VII. Nel cavare i fondamenti d’una nuova fabbrica del palazzo Pontificio a piedi del Quirinale fu scoperto un pavimento di musaico grossolano, sotto di cui, andando più sotto, sono comparsi archi così smisurati, e vasti, che sgomentano a considerarli. Non sono ancora in chiaro di qual fabbrica immensa fossero. VIII. Nella Marmorata, o sia nel luogo dell’antico sbarco de’ marmi al Tevere in faccia all’Aventino, passeggiando solo in una vigna del duca Cesarini, scoprii un rocchio di cipollino colla iscrizione fatta dallo scarpellino antico:


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RVLANO III. COS
. EX. RAT
N . X X X I I I I


Questo console non si trova ne’ Fasti Consolari. Il carattere è del terzo secolo6. [p. 262 modifica] [p. 263 modifica]

Note

  1. La lettera è in data dei 30. aprile 1763.
  2. Questo periodo, se non fosse mancato nella prima edizione di quelle lettere, come manca in altra lettera al sig. barone Riedesel in data dello stesso mese di aprile dell’anno 1765., par. I, pag. 216., non avrebbe lasciato campo al signor abate Bellini in una lettera riportata dal signor abate Ranghiasci nel suo opuscolo Del tempietto di Marte Cyprio, inserito nella Nuova Raccolta di opuscoli scientifici fatta dal Padre Mandelli, Tomo XXXIX. pag. 28., di far osservare, che la figura descritta dal nostro Autore poteva illustrarsi colle autorità di Nonno Panopolita, il quale Dionys. lib.14.. vers. 159. scrive, che Bacco talvolta si vestiva da donna; e di Teodoreto, il quale riferisce Hist. eccles. lib. 3. cap. 7., che nella città di Emesa i Gentili al tempo di Giuliano l’apostata posero al pubblico culto in una chiesa nuova dei Cristiani la statua di Bacco Gunide, o muliebre: autorità, che il signor abate Bellini ha tratte dall’opera del Padre Paciaudi De umb. gestat. pag. 16. not. a. Egli avrebbe potuto anche lasciar di maravigliarsi, che Winkelmann non abbia pensato a simili erudizioni, se avesse veduto, che nella Storia qui avanti Tom. I. pag. 299. §. 19., e nel Trattato preliminare ai Monumenti ant. inediti, da lui pur nominati, alla pag. XLI., con scrittori più antichi, e più autorevoli diffusamente rileva, che Bacco appunto si rappresentava e nella costituzione del corpo, e nell’abito sovente come una fanciulla. Ma quelle notizie, le quali potrebbero confermarli con altre autorità, non aveano che far niente con Priapo travestito, come è nella statua di cui si tratta, fatta per qualche altra allusione a noi incognita; o forse perchè così parve all’artista, come direbbe Seneca il filosofo. Fu comprata dal card. Alessandro Albani, che la collocò nella sua villa, ove fu ridotta alla modestia, spianandogli la veste.
  3. Che ne dà la figura nella sua Raccolta di statue, ec. Tom. I. Tav. 14., e lo dice andato in Germania. Nel Tomo iI. Tav. 54. dà la figura di un busto, in cui Mercurio ha le alette sulle tempia, attaccate come a un cerchio, o diadema. Una statuetta di altro Mercurio putto colle ali come la citata, si vede nel Museo Pio-Clementino, data nel Tomo I. di esso Tav. 5.; e vi si vede un busto di eccellente lavoro in bellissimo marmo bianco, che pare alabastro, chiamato volgarmente di Perseo.
  4. L’acquistò in seguito il nostro Autore, che la diede ne’ Monum. anc. ined. num. 59.; e dopo la sua morte restò al card. Alessandro Albani, che la collocò nella sua villa.
  5. Parla Winkelmann di questa statua d’Atleta anche nella Storia qui avanti Tom. iI. pag. 15., e nei Monum. antichi ined. Par. I. cap. 24. pag. 77., dicendola in amendue i luoghi semplicemente di marmo nero, come è veramente, non di pietra di paragone. Ne dà la figura il sig. ab. Bracci Mem. degli ant. incis. Tav. 26.., con una gemma Tav. 51., in cui è rappresentato un soggetto consimile; come è similissima una statua di marmo bianco, che stava prima in casa Verospi, ed ora è in Inghilterra. Dal gesso di quella, che conserva il lodato Cavaceppi, e dalle altre si conosce ad evidenza, che la mano, di cui tanto questiona il nostro Autore, era tenuta così dall’Atleta per ricevervi l’olio, che versava dal vaso tenuto nell’altra, e poi farcisi l’unzione per tutto il corpo, come usavano gli Atleti prima di giuocare. Il preteso turacciolo è un attacco lasciatovi dallo scultore al solito per fortezza. Da tutto questo si può ben capire, quanto sia pericoloso il far dei restauri alle figure, delle quali non si sa il vero soggetto. Quanto è meglio lasciarle rotte, e malconcie, che scontrafarle, e far poi dire spropositi orrendi agli antiquarj, che col tempo vogliono parlarne; come, per darne un esempio, si è veduto nel Tom. iI. pag. 213. col. 1. aver fatto il Gori colla statua del discobolo della galleria Granducale a Firenze, trasformata in un Endimione, ed ora in un figlio di Niobe!
  6. Questo console potrebbe forse essere Q. Fabio Massimo Rulliano, che fu console in terza volta con P. Decio Mure l’anno di Roma 446. Gl’indizj de’ caratteri non sono sempre cose sicurissime. Pare per verità cosa improbabile, che di questo console, quando forse dopo l’era cristiana, e segnatamente del terzo secolo, essendo stato tre volte console, non ne fosse restato il suo nome registrato nè nei fasti, nè in altro antico monumento. [ Sarebbe stata tolta ogni difficoltà se il nostro Autore tanto qui, come nella Storia, Tom. iI. pag. 407. non avesse portata l’iscrizione scorrettamente, come scorretta ve ne porta anche un’altra della stessa villa Albani. La vera lezione d’amendue è stata data nella Indicazione antiquaria di quella villa, par. 3. num. XX. e XXI. pag. 86.:

    1 .     RVIANO III COS
    .     EXRAT
    .     VALENTIS
    .     LXXXIIII


    2. SVB CVRA MINICI SI.
    PR. CRESCENTE LIB. Ni.

    Per dir qualche cosa d’amendue, comincieremo dalla prima. Nella prima linea di essa mutilata è facile indovinare il console, il quale non può esser altri, che Serviano, quello, che sposò la sorella di Adriano, da cui poscia fu fatto morire nell’età di novant’anni, perchè non avesse a viver più di lui, come scrive Sparziano nella vita di questo imperatore, cap. 15. Il terzo suo consolato cade nell’anno di Roma 886., o come altri vogliono 887., e nel 154. di Gesù Cristo. Si trova più volte nominato per quello terzo consolato nelle iscrizioni; ma ora solo, ora in compagnia di due diverse persone. Presso Grutero Tom. I. par. 1. pag. 115. n. 1., e lo Sponio Miscell. erud. ant. sect. 7. pag. 263. ha per collega Cajo Giovenzio Vero. In altra iscrizione predo lo stesso Grutero Tom. iI. par. 2. pag. 431. n. 9., ripetuta più correttamente dal canonico, poi monsignor, De Vita Ant. Benev. Tom. I. class. 7. n. 10. p. XXXI., e dissert. 9. pag. 241., gli vien dato collega Vibio Varo; siccome anche in altre presso Muratori Tom. I. pag.324., e Donati class. 5. pag. 164. seg., e in mattoni dati da Fabretti De Col. Traj. c. 7. pag. 197., e Maffei Mus. Veron. pag. 289. n. 2. Solo si trova nella nostra iscrizione; in due altre alla citata p. 324. n. 4. 9. del Muratori; e in una alla p. 108. n. 7. di Grutero. Volendo conciliar queste tre date diverse, io penserei, ch’egli avesse in principio dell’anno per collega Cajo Giovenzio Vero, arguendolo dall’esser espresso nella iscrizione il decimoquarto delle calende di marzo (XIIII. KAL. MART ), che sono il dì 15. o 16. di febraro: che poi restasse solo, e perciò solo si nominasse in quelle iscrizioni fatte prima che gli fosse sostituito per collega Vibio Varo. Fabretti non avendo fatta quella riflessione ha stimato meglio al luogo citato di tacciar di falsita la prima citata iscrizione, in cui a Serviano è unito Cajo Giovenzio Vero. All’opposto hanno voluto emendarvi Vero in Varo il card. Noris Epist. consul. pag. 82., e Donati citat. pag. 164.. n. 2., riprovando Panvinio, il quale Fastor. lib. 2. pag. 337. voleva, che il vero console fosse Vero; ma essi non hanno badato, che emendando Vero, vi restava puranche Giovenzio, che non ha che fare con Vibio. Perciò Jansonio d’Almeloveen Fastor. rom. consul. lib. 1. pag. 136. ha preso il bel ripiego di fare di quattro persone due sole, mettendo al detto anno 887. Cajo Giulio Servilio Orso Serviano III., e Cajo Vibio Giovenzio Varo, senza darne ragione alcuna.


    Il resto della nostra lapida pare, che debba leggersi: Ex ratione Valentis, numero LXXXIIII. Dico ex ratione, anzichè ex rationario, come spiega le stesse parole il Muratori nelle iscrizioni, che riporterò appresso; perchè mi pare, che debbano spiegarsi per quello, che diciamo noi: di ragione, o per conto, o di pertinenza del tale. E in fatti nella terza delle medesime si legge chiaramente ex ratione. Il numero, che siegue, è forse il numero dei marmi, che spettavano al corrispondente, al quale si spedivano; oppure il numero del marmo relativamente al numero, che ne portava la barca, su cui si caricavano; come si usa ancora al presente per li marmi di Carrara, su ciascun pezzo dei quali si scrivono nell’atto della spedizione con semplice color rosso, forse per la vicinanza di là a Roma, le lettere iniziali di quello, al quale si mandano; e il numero corrispondente alla quantità, che ne porta la barca. Vi si aggiugneva anticamente il nome del console per segnare l’anno, in cui si spedivano; e ciò per cautela a cagione del lungo viaggio, che facevano i marmi provenienti dalla Grecia, e da altri parte dell’Oriente attesa anche la ristretta navigazione d’allora, la quale non si faceva che nei mesi di primavera, di estate, e in settembre; o più probabilmente per trovarne il rincontro nei libri della spedizione; essendo obbligo per editto del pretore di mettere il giorno, e il console negli atti pubblici, e privati, e nei libri de’ conti, secondo l’usanza avanti che gli anni si segnassero all’uso nostro, e secondo le ere di qualche città, o provincia. Ulpiano nella l. Qua 1. §. Editiones 2. ff. De edendo: Rationes cum die, & consule edi debent: quoniam accepta, & data, non alias possunt apparere, nisi dies, & consul fuerit editus: e nella l. Si quis ex argentariis 6. §. Si initium 6. eod. tic.: communis omnis rationis est præpositio diei, & consulis. Dunque il console nominato nella nostra iscrizione non era il padrone del marmo, come dice Winkelmann al luogo citato della Storia: il che poteva capirsi anche dal susseguente nome, che ho detto potersi spiegare per Valente, a cui dovea spettare il marmo. Questa soprascritta, diremo così, era solita farsi nella spedizione di tutte le merci, come si pratica dai nostri mercanti; e in ispecie dei marmi, incontrandosene non poche nelle citate, ed altre raccolte d’iscrizioni, e in tanti frammenti di pezzi antichi. Tre sole ne riporterò qui prese dal Muratori Tom. I. pag. 319. n. 5. 6. 7., che Pirro Ligorio ha copiate da altrettanti rocchi di marmo al porto d’Ostia; e serviranno a comprovare quel che si è detto nel Tom. iI. pag. 377. dei tanti lavori fatti al tempo dell’imperator Adriano in Roma, portando il di lui consolato.

    IMP. CAES. HADRIANO
    III. COS. EXARAT
    TESTI
    N. CCXXIX.


    IMP. HADRIANO. N. III. COS.
    EX. RAT. TEST.
    N. CLXIIX.


    IMP. CAES. TRAIN. HADR
    AVG COS. EX. ARATIONE
    MARM. RHOD. NVM. CCX
    L. IVNI. VRVASI.


    Osservo per altro su qualche marmo, che nella iscrizione vi è omesso il console; come nella testa della colonna di cipollino trovata alcuni anni sono vicino al monistero in Campo Marzo, ed ora colca nel cortile di Monte Citorio, di oltre sei palmi di diametro alla base, in cui si legge soltanto il numero di forma non tanto rozza in quello modo:

    L CCCXLIII I° CCCII

    A


    e alla base: CLXXVII.

    Si farà forse usato così nelle colonne, e in altri pezzi, che dovessero servire per edifizj pubblici, e intorno alle quali non potesse per altra ragione nascervi equivoco.

    Nell’altra iscrizione recata, alla seconda linea si dee forse leggere: procurante Crescente liberto; come in altra presso Reinesio class. 11. num. 64. pag. 620. si legge: PROCVRANTE FELICIA FELICVLA. Si potrebbe anche pensare che dica procuratore; ma io osservo che generalmente procurator si legge nelle iscrizioni per dir l’uffizio semplice, come in quella di Serto Vario Marcello, che citammo pocanzi pag. 249. col. 2., in altre presso il citato Donati class. 4. pag. 138. n. 6., e Reinesio cl. 1. n. 93.; all’apposto in ablativo si legge procurante, come presso lo stesso Donati pag. 144. n. 6. 7., pag. 149. n. 6., ed altri, per significare l’atto dell’impiego. In seguito sarà stato marcato il numero del rocchio, come sopra. Dall’essersi trovata questa iscrizione su di un pezzo di marmo simile a quello, fu cui era scolpita l’altra recata, vale a dire di cipollino, e nello stesso luogo, siccome ancora dalla forma dei caratteri, possiamo congetturare, che siano amendue di uno stesso tempo: e allora potrebbe dirsi, che il Minicio nominato nella prima linea di essa, fosse il medesimo, che il Minicio razionale (del quale impiego meglio parleremo nella nostra dissertazione qui appresso), vivente ai tempi di Marco Aurelio successore di Adriano, di cui si fa menzione in altra lapida presso il Donio class. 8. num. 45. pag. 326.:

    M. AVRELIO....
    COCCEIVS MINIC.
    RATIONALIS ET..

    Anche intorno alla forma dei caratteri ha sbagliato il nostro Autore al luogo citato della Storia, dicendoli del III. secolo dell’era cristiana. Ha osservato bene in principio di questa nota il signor abate Amaduzzi, che gl’indizj dei caratteri non sono sempre cose sicurissime. E infatti, che fondamento si può fare su di una marca fatta all’infretta da uno scarpellino, o tagliator di pietre in provincia? Del luogo, ove si cavava il cipollino, e del nome, che gli davano gli antichi, confuso dai moderni con quello di altri marmi, ne parleremo qui appresso nell’indice delle Tavole in rame al num. V. del Tomo iI.