Lirici marinisti/X/Giuseppe Battista

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Giuseppe Battista

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X XI
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I

GLI OCCHI BELLI

     Esca dalla sua cuna e goda il giorno
di ricondur per suo fanale il sole;
pieghi l’ale la notte ed apra intorno
tremole faci in su l’eterea mole;
     de’ vaghi rai fra la minuta prole
fregi Dittinna il luminoso corno;
ché costei tutto il bello adunar suole
negli occhi suoi, d’ogni splendore a scorno.
     Oh qual hanno due luci in sé valore!
Talora l’apre ed ha le Grazie ancelle,
talor le chiude ed ha legato Amore.
     Le fisa al mare e ’l mar non ha procelle,
l’abbassa al suolo e ’l suol produce il fiore,
l’innalza al cielo e accresce il ciel le stelle.

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II

L’INNAMORATO DEL RITRATTO

     Oh, chi me ’l crede? Io, che delusi amore,
sotto il giogo d’amor mi trovo avvinto,
e, quel che sembra a me scorno maggiore,
da simolacro inerme oggi son vinto.
     Giá mi vela il pensier lino dipinto,
adombrata beltá m’adombra il core,
sento da finta immago ardor non finto,
e mi dá vivo duol morto colore.
     Ho tutti a cieca larva i voti intenti,
tributo a sordo nume i miei sospiri,
narro ad idolo muto i miei lamenti.
     Cosí non han conforto i miei martiri,
refrigerio non provo a’ miei tormenti,
e rimedio dispero a’ miei deliri.

III

L’AMANTE E LA CICALA

     Del viver mio l’insolito tenore
pur troppo al tuo la somiglianza ha vera,
o tu, che flagellando ale sonore
sei de le bionde ariste atra furiera.
     Tu sei de’ boschi abitatrice altera
ed io d’ermi recessi amo l’orrore;
tu delle membra tue la spoglia hai nera,
a me tinge l’aspetto egro pallore.
     Talora hai tu dal ferro il petto inciso
di parto arciero, ed io dall’arco intanto
porto del dio ch’è cieco il cor diviso.
     Agli ardori del Sol tu formi il canto
ed io le mie querele a’ rai d’un viso;
tu vivi di rugiada ed io di pianto.

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IV

LA MORTE DEL MARITO

     Stilla per gli occhi in lagrime stemprato
su lo spento consorte Irene il core;
a tragedia sí mesta anch’io turbato
verso dalle pupille un mar d’umore.
     Ella sente gran pena, io gran dolore,
troppo ella amando, io non essendo amato;
la falce ella di Morte, ed io d’Amore
maledico lo strale avvelenato.
     Io cerco a lei, ed ella al cielo aita;
ella l’estinto suo brama risorto,
io ch’in lei la pietá rinasca in vita.
     Ella a ragion si lagna, io non a torto;
celebriamo cosí, coppia smarrita,
io l’esequie d’un vivo, ella d’un morto.

V

AL FIUME SEBETO

     Liquido specchio della vaga Irene,
Sebeto mio, ne’ cui tranquilli umori
il suo volto vagheggia, e i biondi errori
dell’aurea chioma ad emendar sen viene;
     ti facciano cosí le sponde amene
pallidi mirti ed immortali allori,
e fregino le gemme, ornino gli ori
le tue superbe e gloriose arene;
     quando ella rieda in sugli albori eoi,
turba dell’acque tu la mole ondosa,
né la mostrino bella i gorghi tuoi.
     Forse, di sua beltá non piú fastosa,
quanto parrá deforme agli occhi suoi,
tanto alle voglie mie sará pietosa.

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VI

LA BUGIARDA

     Nice, qualora il suo pensier mi spiega,
ogni parola è di bugie vestita;
quando ella mi discaccia, allor m’invita,
e quando mi minaccia, allor mi prega.
     Ora pietá promette, ora la nega,
ed ora m’abbandona, ora m’aita;
mesta e lieta mantiene a me la vita,
e mi discioglie allor quando mi lega.
     Dopo tante menzogne, alfín m’induce
a non amarla piú giusto furore,
benché beltá celeste in lei riluce.
     Poi dico: — Il non amarla è grave errore;
ché se la veritate odio produce,
dritto è che la bugia produca amore. —

VII

AMORE E DOLORE

     Oh della fede mia bianchi trofei!
Nelle felicitá son fatto un dio.
Madonna m’ama, amo madonna anch’io,
né diletto maggior bramar saprei.
     Sono spiriti suoi gli aliti miei:
penso col suo pensier, pensa col mio,
tempra con la mia voglia il suo desio,
vive in me trasmigrata, io vivo in lei.
     Le sue bellezze alla mia fame espone,
e godo il mio bel sole al di piú fosco,
ella Venere fatta, io fatto Adone.
     Dell’empia gelosia non bevo il tòsco,
e pur mi doglio e piango. E la cagione
del mio duol, del mio pianto io non conosco.

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VIII

CONFESSIONE DI POETA

     Scrivo talor che m’avviluppa un laccio,
narro talor che mi saetta un guardo;
ma favoloso è del mio sen lo ’mpaccio
e dell’anima mia mentito il dardo.
     Crede altri giá ch’io ne’ martir mi sfaccio,
e che di fiamme in un torrente io ardo;
ma quel foco ch’io mostro è tutto ghiaccio,
e ’l martir che paleso anco è bugiardo.
     Tra gli scherzi acidali onesto ho il core,
ed al garrir di questa penna giace
sordo il pensier, che non conosce amore.
     Cantò Pale Marone e ’l dio del Trace,
né vincastro trattò, rozzo pastore,
né brando fulminò, guerriere audace.

IX

IL MANDORLO

     Prima cura di Flora, occhio degli orti,
bella pompa del popolo frondoso,
che portando sul crin fregio odoroso
dell’esequie del verno annunzio apporti;
     al tuo gaudio garrisce i suoi conforti
l’esercito pennuto armonïoso,
e, sciogliendo da’ ghiacci il suo riposo,
correr il fiume all’oceano esorti.
     Fa’ mostra pur di tue bellezze altera,
ché mentre nel fiorir precorri a tutti,
porti la primavera a primavera.
     Tu, mentre chiami il riso e scacci i lutti,
maestro sembri alla ramosa schiera
d’aprire i fior che son furier de’ frutti.

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X

LA ZANZARA

     Se la madre d’Amor dall’acque uscio
e vanta in mezzo all’acque il suo natale,
alla madre d’Amore io fatta eguale
dall’acque vanto il nascimento mio.
     Se di Venere il figlio, il cieco dio,
ha sugli omeri vanni e porta strale,
anch’io su le mie spalle innalzo l’ale
e sono di saetta armata anch’io.
     Labro che in due coralli appar diviso
piacemi di baciare; e mio conforto
stimo libar le rose in un bel viso.
     Co’ miei susurri alle vigilie esorto;
e se l’uomo ferisco, e pria l’avviso,
delle ferite mie si lagna a torto.

XI

LA GRANATIGLIA

ossia fiore di passione

     Non piú lo stranio fior Pindo rammenti
che ’l nome avea d’un morto re descritto,
s’oggi l’indica pianta ha gli stormenti
della morte d’un re che cadde invitto;
     libro, dove stampar fogli dolenti
il martirio crudel d’un dio trafitto,
e per narrar d’un dio gli aspri tormenti
vegetanti elegie natura ha scritto.
     Volle certo scolpir stelo architetto
la catastrofe qui del suo Fattore,
a scorno mio, che non la porto in petto.
     La tragedia d’un dio purgarmi il core
oggi potrá del piú smodato affetto,
poiché muto istrione è fatto un fiore.

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XII

L’ACQUA

     Latto con mille poppe e rendo vive
io, ricca genitrice delle cose,
le querce a Giove, a Pallade le ulive,
i gigli a Giuno, a Citerea le rose.
     Nel grembo algente o sulle rive algose
danzatrici canore ho le mie dive;
siano l’ore gelate o sian focose,
senza l’umido mio vita non vive.
     Non ondeggiar quaggiú solo a me lice,
ma sciolgo ancor sul fornice librato
delle sfere profonde il piè felice.
     E ’l Dio che sulle stelle ha trono aurato,
quando dal sen del nulla il mondo elice,
gode su le mie spalle esser portato.

XIII

LA LETTERA

     Figlia del mio pensier, nunzia veloce.
che corri senza piè, voli senz’ale,
rapida piú che vento e piú che strale,
e dove l’aere agghiaccia e dove coce;
     palesi la mia mente e non hai voce,
ordisci tradimenti e sei leale,
erba non sei di Colco e sei letale,
non sei libica belva e sei feroce.
     Spirto de’ passi miei, lingua del core,
mi conduci colá dov’io non sono
e chiedi quanto vuoi senza rossore.
     Delle tue note, allor che note sono,
ha la suora d’Encelado minore
ne’ vanni il moto e nella tromba il suono.

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XIV

LO SCHIOPPO

     Questa di man germana opra guerriera,
se di zolfi nitrosi accende il seno
ed a piombo pennuto allenta il freno,
fulmine par della tonante sfera.
     Svena in mezzo al fuggir partica fèra,
benché rapida il piè scorni il baleno,
e di súbita morte atro veleno
porta ne’ globi alla volante schiera.
     Erutta il tuono e partorisce il lampo,
fa d’estinti guerrieri il suol fecondo
e di vermiglio umor lastrica il campo.
     Lascia, o Morte, la falce, inutil pondo,
e con l’ordigno, a cui non giova scampo,
dal mondo impara a fulminare il mondo.

XV

APOLLO E DAFNE

     Poiché Dafne cangiò le braccia in rami,
in radici le piante, il crine in fronda,
lá ’ve tesse Peneo molli ricami
con l’argento purissimo dell’onda;
     per dar qualche ristoro alle sue fami
Apollo giunge in su l’erbosa sponda,
e di teneri amplessi in piú legami
la donna, fatta pianta, egli circonda.
     Indi, ch’altro non può, sol tanti ottiene
d’imprimer baci in su la scorza acerba,
quante il fiume vicino involve arene.
     Esclama abbandonato in grembo all’erba:
— Dafne la sua durezza ancor mantiene,
l’amarezza di prima ancor riserba! —

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XVI

MEDEA

     Io diveller mi vanto, io crollar posso,
di lingua acherontea con sacri accenti,
a Pelia gli orni ed a Pirene il dosso,
i vanni ai grifi ed ai pitoni i denti.
     Le nubi ho accolto e le procelle ho mosso,
schiodato gli astri, imprigionato i venti,
alle pallide tombe il grembo ho scosso
e tratto al nostro mondo ho l’ombre algenti.
     Chiamai quaggiú fin dagli eterei calli
la sorella di Febo, argentea luna,
né le giovâro i temesei metalli.
     Di caligini al Sol cinsi la cuna,
e dal volo frenai gli aurei cavalli;
ma con Amore io non ho forza alcuna.

XVII

EROSTRATO

     Rinascete, architetti: incendio insano
i miracoli vostri oggi divora;
l’opra di cento etá disperde un’ora,
l’opra di cento re strugge una mano.
     Ecco, per mio coraggio, infranta al piano
la macchina miglior l’Asia deplora,
e quel sacro delubro, ove s’adora
Delia, deride i terremoti invano.
     Vadane a calpestar soglia regale,
e sia madrina al bambolin di Pella
la dea che nacque ad avventar lo strale;
     ch’io bramo esser famoso, e sia pur ella,
siasi dell’empietá parto fatale,
la fama, quando è grande, è sempre bella.

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XVIII

GIUDITTA

«Sandala eius rapuerunt oculos eius»

     Le chiome attorta e colorata il viso,
passa l’oste nemica, adito chiede
dove il re degli assiri in trono è assiso,
la bella di Manasse unica erede.
     Mentre a quella beltá di paradiso
s’abbaglia il sire ed ai suoi detti ei crede,
ha con piaga mortale il cor diviso
dai socchi superbissimi del piede.
     Poi quando, estinto il dí, gode riposo,
gli recide l’invitta il capo insano,
nel sonno immerso e di Lieo spumoso.
     Oh d’amazone ebrea valor sovrano,
ch’Oloferne crudel, duce orgoglioso,
pria ferisce col piè, poi con la mano!

XIX

ALLA VERGINE

     Curvano vago serto in sul bel crine
le stelle a te, che son del cielo i fiori,
e del pianeta, onde il natale han gli ori,
vesti spoglie lucenti e peregrine.
     Hai sotto il piè dell’argentate brine,
onde Cinzia s’adorna, i puri albori,
ed alla tua beltá, ch’avviva i cori,
servaggio fan le gerarchie divine.
     Tu, della mente dell’eterno Giove
figlia non favolosa, albergo pio
fusti d’un re che tutte cose move.
     Nel seno ove le grazie Amore unio,
con maniere di cielo al mondo nove,
per scioglier l’uomo imprigionasti un dio.

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XX

SAN MACUTO

che celebra messa in mare sopra una balena

     Sul dorso navigabile del mare
stende d’insane scaglie atra la schiena,
che d’alghe lastricata isola pare
al piú cauto nocchier, vasta balena.
     Qui, curvata d’arazzi illustre scena,
sacro ministro innalza augusto altare,
dove rinova in sacrosanta cena
d’un morto dio le rimembranze amare.
     Troppo cortesi, o belva, avesti i cieli,
mentre su le tue spalle a stuol ch’è pio
voce sacerdotal détta vangeli.
     Del cumano delfino urna d’oblio
le memorie piú vive al mondo or celi,
ch’ei trasse un uomo, e tu sostieni un dio.

XXI

BELISARIO

     Pietá di Belisario! A quella mano,
ch’all’ombra delle belliche bandiere
dispensava stipendi a mille schiere,
porgi mercede, o peregrino umano!
     Della fame lo rode il dente insano
e pur nudrito ha le falangi intere;
stimò termine angusto anco le sfere;
or lo serra di selci antro villano.
     L’oste guidò nel marzïale ardore,
or gli è scorta vil canna; un rege ingrato
diè sí barbara paga al suo valore.
     Chi l’ale della fama ha d’occhi armato,
orfano è d’occhi; e pallido livore
il fulmin della guerra ha fulminato!

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XXII

IL CAOS

     Macchina mal composta, a cui non porse
beltá la forma onde ogni cosa è bella,
e dove de’ contrari a far concorse
il popolo guerrier pugna rubella;
     era terra, era mar, né mai si scorse
in questo errar le navi, i plaustri in quella;
era aria ed era cielo, e mai non corse
in quell’aria, in quel ciel, turbine e stella.
     Una tavola forse allor parea,
dove man di natura avea dipinto
di tutte cose un’abbozzata idea.
     Era ne l’esser suo mondo indistinto,
che nel difforme seno amor chiudea,
donde il mondo confuso uscí distinto.

XXIII

LA MATERIA PRIMA

     Asilo è di contrari, e se s’intende
dall’intelletto, all’occhio altrui non giace;
creata in tempo, e pur del tempo edace
non è mai sottoposta alle vicende.
     Perché di forme assenti ardor l’accende,
le presenti ch’abbraccia ella disface,
ed è la fame sua tanto vorace
ch’alle forme corrotte anco si stende.
     Per lei quanto è per lei cade distrutto,
e, benché il moto abbia da sé disgiunto,
parte dal fiore e fa passaggio al frutto.
     Fa, né vaga né brutta, il vago, il brutto;
non ha divisione e non è punto;
in atto è nulla ed in potenza il tutto.

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XXIV

IL TEMPO

     Nacqui e vivo nel cielo, e pure il cielo
le mie forze tiranne unqua non sente;
misuro i moti al sole e col mio dente
rodo i marmi a Numidia, i bronzi a Delo.
     Do le fiamme alla state, al verno il gelo,
rendo la notte ombrosa, il dí lucente,
e so portar della mondana gente
rughe alla fronte e canutezza al pelo.
     Angue son io da mano egizia espresso,
che mordo la mia coda. Or qual veleno
vomito a’ danni altrui s’odio me stesso?
     In tante scene io mi paleso; appieno
di saper l’esser mio non è concesso;
quanto si pensa piú, s’intende meno.

XXV

DEMOCRITO ED ERACLITO

     Democrito, tu ridi e col tuo riso
tutte le umane cose a scherno prendi
e, sia del fato o mesto o lieto il viso,
con lieto viso ogni accidente attendi.
     E tu col mento in sulla destra assiso
piangi, Eraclito, e sempre al pianto intendi;
forse che quanto è fra di noi diviso,
lacrimosa tragedia esser comprendi.
     Ma siate pure al pianto o al riso intenti,
ché ’l riso e ’l pianto a me rassembra intanto
vano delirio delle vostre menti.
     I mali di quaggiú gravi son tanto
che, per guarir le travagliate genti,
è vano il riso ed è piú vano il pianto.

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XXVI

IL RICCO OZIOSO

     Le fatiche del bue l’agricoltore
copulando a le sue, frange le zolle,
e della vite appoggia il tralcio molle
su le baiule canne il potatore.
     Mena per pascolar l’erbe il pastore
l’agnelle al piano e le caprette al colle,
e mentre nel suo luglio il Sol piú bolle,
taglia oceani d’ariste il falciatore.
     Tessitrici non men vegghian le fanti,
e di stame filato aurei volumi
sudano industri a fabricarne i manti.
     Versando agli ozi tuoi voler di numi
larga benignitá, l’opre di tanti
che travaglian quaggiú tu sol consumi.

XXVII

EPITAFFIO DI UN UOMO FELICE

     Se tutta l’etá mia fu primavera,
spopola, man cortese, il mondo erboso,
e d’aurei fiori una tempesta intera
grandina su la tomba ov’io riposo.
     Qui nel sen d’una pietra io vivo ascoso,
ché del mio di non son venuto a sera;
mutai sol tempo ove tornar non oso,
e son giunto in un loco ov’io non era.
     Ad altri il fato ogni diletto annulla,
ché le delizie mie meco ridutte
in questa sepoltura hanno la culla.
     Qui l’allegrezze mie non son distrutte,
o pensa tu ch’io mi ricordi nulla,
o pensa tu che mi sovvengan tutte.

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XXVIII

IL LUSSO DELLE FEMMINE

     Non ha satolle mai l’avide voglie
donna ch’al vaneggiar l’animo intende;
tanti profumi in su le chiome scioglie,
quanti ne’ templi suoi l’arabo accende.
     Tutto l’oro diffonde in su le spoglie,
che nelle arene illiriche risplende;
il vasto Eritra in una mano accoglie,
l’intera dote in un orecchio appende.
     Nome di «mondo» a tal superbia insana,
che sembra agli occhi altrui fasto giocondo,
diè la gente magnanima romana.
     E volle dir, nel suo pensier profondo,
che nelle pompe sue femmina vana
tutto racchiude epilogato il mondo.

XXIX

L’UOMO E LA PACE

     Per non cader squarciato all’altrui morso
ha le zampe falcate il fido alano,
e se talor guerreggia il toro insano
dalle corna lunate ottien soccorso.
     Unghia laceratrice aguzza l’orso
e dente avvelenato il mostro ircano,
l’aquila ha il rostro e l’istrice montano
selva d’acuti strali erge sul dorso.
     Ha lorica di squame il pesce avaro,
arma dedala pecchia ago mordace,
cela serpe crudel veleno amaro.
     Natura sol, nell’opre sue sagace,
fa l’uomo inerme. Ed argomento è chiaro
ch’altro non vuol, se non ch’ei viva in pace.

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XXX

L’UTILE DELLE AVVERSITÀ

     Chi nimici non ha, non vince mai,
e chi non vince mai gloria non spera;
d’una luce immortal non gode i rai,
se contrasto non ha virtú ch’è vera.
     Sarebbe ignota a noi la man guerriera
d’Ettor, s’a fronte ei non aveva i grai,
e del gran filisteo la daga altera
altero fece il pastoreld’Isai.
     Chi di fortezza vuol grido preclaro,
con duro petto alle maligne risse
di contraria fortuna alzi riparo.
     Tifi con le tempeste a sé prescrisse
mèta di fama eterna; e fecer chiaro
i lunghi errori il peregrino Ulisse.

XXXI

IL VECCHIO

     Giunto l’uom di sua vita al verno ingrato,
di cave rughe e di canute brine
ha il volto arato e seminato il crine,
per la gelida man del vecchio alato.
     Tremolo i piedi e gli omeri curvato,
addita le sue prossime ruine;
dell’agghiacciato cor le nevi alpine
il fanno inerme e sol di lingua armato.
     Sempre il nocchier di Stige orrido e tetro
tien per lui tragittar spalmato il legno,
e figurano i fabri il suo feretro.
     Povero de’ suoi sensi arriva a segno
che va la vista a mendicar dal vetro,
e dalle canne a procurar sostegno.

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XXXII

LA DONNA INVECCHIATA NEL GIARDINO

     Nice, di solchi annosi il volto arata,
dentro a reggia sabea calcava odori,
e col volto rugoso a fuga alata
sollecitava i cittadini Amori.
     Qui, d’ogni stelo alla pittura innata,
del suo viso piangea gli egri colori,
e, ripensando all’etá sua passata,
l’etá presente invidiava ai fiori.
     Ella, premendo zolle ove non perde
lussuria erbosa mai campo ridente,
vedeva giá le sue fattezze al verde.
     Perché la gioventú godean vezzose,
carnefice degli orti impazïente,
tutte facea decapitar le rose.

XXXIII

CONSIGLI A UN POETA FRETTOLOSO

     Sdegni norme latine, esempli argivi,
qualora di cantar prendi diletto;
scrivi tu mille carmi intempestivi,
allor che maturato un carme aspetto.
     La tardanza è maestra a chi vuol vivi
gli onori suoi, dove l’onore ha il tetto;
maturitá se nel cantar tu schivi,
chiudi le furie e non le muse in petto.
     Rodi l’unghie sui fogli; o saran poi
da carboni piú neri i fogli intatti,
se nemica d’oblio gloria tu vuoi.
     Pensa che la testudine tu tratti,
e da quella, s’hai senno, imparar puoi
che non si poggia in Pindo a passi ratti.

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XXXIV

IL POETA E IL BEVER ACQUA

     Beva nettare Chio chi peregrino
testor di sacri carmi esser procura;
chi brama col cantar gloria futura
fugga gelido rio di ghiaccio alpino.
     Quel verso, o sia toscano o sia latino,
che finge il bevitor dell’onda pura,
piacer troppo non può, troppo non dura,
e divino non è se non divino.
     Ennio che nella tromba ha glorie prime,
e ’l maestro de’ lirici, ch’è Fiacco,
ebbero da Lieo lo stil sublime.
     E chi stese in Beozia il piè non fiacco
m’insegnò che Parnaso abbia due cime,
l’una a Febo sacrata e l’altra a Bacco.

XXXV

L’IMMORTALITÀ LETTERARIA

     Sembra la vita, che da noi sen fugge,
onda del Nilo in su l’egizia rena;
sembra fiore sabeo che, nato appena,
turbo lo schianta o fulmine l’adugge;
     lieve vapor, ch’avidamente sugge
il pianeta gentil che il dí rimena;
vampa, che per lo ciel striscia e balena;
nube, che sul Pirene Euro distrugge.
     Ma sol pagine verghi e sparga inchiostro
chi brama eternitá. Cosí deride
il velen della morte il viver nostro.
     More colui che le lusinghe infide
siegue dell’ozio e dell’idalio mostro:
una punta di penna il tempo uccide.

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XXXVI

NEL PARTIR DA NAPOLI

durante i tumulti del 1647-48

     Degli oricalchi ai queruli clangori
schiva gli ozi notturni ancor Cleante,
e d’Elicona i popoli canori
fuga a barbaro ciel bronzo tonante.
     Io pur diparto, e cerco i miei ristori
della madre natia nel grembo amante.
Se non ebbe di me gli anni migliori,
vo’ che m’abbracci almen, vecchio anelante.
     Qui, tutti in Lete i miei pensieri immersi,
col nume di Permesso e di Libetro
darò lingua alla lira e metro ai versi.
     Felice me se dalle stelle impetro
che le mie luci chiuda ov’io le apersi,
che dov’ebbi la cuna abbia il feretro!

XXXVII

PASSANDO PER PUGLIA PIANA

     Ecco l’Aufido io bevo, e su le rive
a Cerere sacrate inganno il piede;
qui, per fuggir dall’inclemenze estive,
tede non hanno i campi, ombra le tede.
     Messaggiera di piogge aura non riede,
mentre un sole d’Egitto il dí prescrive;
d’anima, ch’è caduca, è l’erba erede,
e la vita prolissa il fior non vive.
     Ad Aconzio amator pomo da ramo
qui non sa partorir tronco infecondo,
dov’ei possa stampar: «Cidippe, io t’amo».
     Edificar dovea cielo secondo
Adamo qui, ché senza colpa Adamo
vedrebbe il cielo e senza morte il mondo.

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XXXVIII

IL RITORNO AL PAESE NATALE

     Miro quel giorno pur, che de’ miei giorni
sará fausto preludio alla quïete,
ed io, sepolta ogni fatica in Lete,
ozïosa godrò l’ombra degli orni.
     Voi, d’inculte boscaglie ermi soggiorni,
province popolate a me sarete;
voi, della patria mia rupi secrete,
lusingate a letizia i miei ritorni.
     Diedero, della luce a’ primi inviti,
l’euro quivi talor, talor qui l’ostro,
aria reciprocata a’ miei vagiti.
     Ecco, di tufi infranti il picciol chiostro
dov’io, per fabricar metri eruditi,
sparsi a note latine il primo inchiostro.

XXXIX

LA VILLA

     D’api dorate è qui grappolo folto,
ch’abita d’una quercia ermo pedale,
dove dal suon di rauco rame accolto
vigila al canto e sonnacchiose ha l’ale.
     Colá, di canne fluttuanti ascolto
su le sponde d’un rio bosco vocale,
il cui fischiar, che fu dall’aure sciolto,
diede alle melodie rozzo natale.
     In mezzo, ho la capanna, e mi contento
narrar qui fole al pastorel montano,
che da me pende ad ascoltarle intento.
     E schiuda pure il suo delubro Giano,
ch’io godo pace, e nulla angoscia io sento
ch’a me porpore nieghi il Vaticano.

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XL

FILOSOFANDO TRA I CIPRESSI

     Qui, dove un fiume ha lacerato i sassi,
e cozzando co’ sassi il corno ha infranto,
m’alzo a pensieri arcani e lascio intanto
all’arbitrio del piè guidarmi i passi.
     Dal gran Liceo filosofie giá trassi,
per cui trovar nuove dottrine or vanto;
rubar non penso, abbandonato il canto,
l’arpa agli Orazi piú, la tromba ai Tassi.
     Farò, s’arride il cielo all’opra ardita,
da’ rami ombrosi, in cui verdeggia impresso
simolacro di morte, uscir la vita.
     E dar potrá, se fu talor concesso
a un platano d’aprir scola erudita,
principio alle mie scole anco un cipresso.

XLI

IL CANTO DELLA PASTORELLA

     Dall’isola di Circe usciva il sole,
e quanto allor per le sue vie toccava
di questo mondo in su la bassa mole,
fatto novello Mida, egli dorava.
     Alla greggia lanosa intanto Iole
i velli canutissimi tosava,
e di calte la fronte e di vïole
alla plebe tosata indi fregiava.
     Cantò fra le fatiche e disse; — O fiori,
allegrezza degli alberi ramosi!
O poeti del bosco, augei canori!... —
     Poi, mirandomi, tacque. Ed io risposi:
— O cibo delle orecchie, inni sonori!
O degli occhi armonia, sguardi amorosi!... —

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XLII

I DOLORI ARTRITICI

     Per far idolo un ventre io mai non tento
turbar l’alghe rimote ai mari eusini,
né dai torchi di Lesbo imploro i vini,
ma del poco nostrale io son contento.
     E pur soggiaccio ai mali, e pure io sento
armarsi contro a me Busiri e Scini,
tutte le tirannie degli Ezzelini
e quanto s’è patito in Agrigento.
     Meraviglie dirò. Mai non amata
fu la bella da me Rachele o Lia,
e pur senza fallir la pena ho data.
     Siano tutti epuloni, e ciascun dia
larghe indulgenze al genio suo, se nata
dall’astinenza è la podagra mia!

XLIII

IL RITORNO DEI DOLORI A PRIMAVERA

     Or ch’han le cose esordio, ascolto i venti
alitar per lo cielo anima molle;
e, sciolti in rio canoro i ghiacci algenti,
ride popolo d’erbe in su le zolle.
     Da’ rostri suoi l’eroe pennuto estolle,
a cibarne l’orecchio, inni languenti,
e dove tiepidezza aspetta il colle,
Venere a provocar vanno gli armenti.
     Sul mattutino albor fugge dal tetto
e con rombi festanti è l’ape or desto
a depredare il sempre verde Imetto.
     Non temono i Leandri il mar di Sesto,
ché lor promette amenitá d’aspetto...
Il mondo tutto è lieto, ed io son mesto.

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XLIV

ASPETTANDO LA CHIRAGRA

In nome d’un amico

     Giá preveggo gli strazi e giá detesto
i proemi d’un duol piú che pungenti;
giá preparo una lingua a’ miei lamenti
ed al martirio mio due mani appresto.
     Se ’l timor delle pene è piú molesto,
vengano i miei dolori e non giá lenti;
vengano, ma con l’ale, i miei tormenti,
ché parte è di pietá l’uccider presto.
     Insegnano del mal l’acerbe scole
che ’l pensiero del mal un cor sgomenta,
piú che lo stesso male offender suole.
     Per le penne d’altrui piú non si senta
che piaga antiveduta assai men duole,
che saetta prevista arriva lenta!

XLV

LO STUDIO DELLE LETTERE

     Sudi l’avaro. Io faticar lo ’ngegno
per ricchezze barbariche non voglio.
Mi chiuda un tetto. Altri del mar l’orgoglio
valichi audace oltre di Calpe il segno.
     Io non invidio agli Alessandri il regno,
lo scettro ai Ciri ed agli Augusti il soglio,
quando, cinico novo, entro d’un doglio
ho, divorando i libri, il mio sostegno.
     Se intendo sol come il divino Apelle
l’iri colora e come l’aere piove
agitato da stridole procelle,
     come immota è la terra, il ciel si move,
e per lo molle ciel guizzan le stelle,
sol mi repúto inferïore a Giove.

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XLVI

AI LIBRI

     Muti maestri miei, voi m’insegnate
come io debba adorare i santi numi,
e con veri precetti a me mostrate
come io possa comporre i miei costumi.
     I sentieri spinosi a me segnate,
voi, d’Elicona, a delibarne i fiumi,
e d’eleganze voi, sciolte o legate,
prezïosi rendete i miei volumi.
     A quanto dite voi l’orecchie intente
con diletto disserro, e poi rivelo
io le vostre dottrine ad altra gente.
     Quand’io vivo tra voi, godo il mio cielo;
e se turba alcun dubbio a me la mente,
non cerco sfingi in Tebe o Febi in Delo.

XLVII

INSAZIABILITA D’IMPARARE

     Un Caucaso di nevi ho su le chiome
e precipito gli anni in occidente;
pur l’anima, che chiudo in scorza algente,
curva non cade a faticate some.
     Alzano a me le piú faconde Rome
tra le pareti mie rostro eloquente,
e d’una Atene, a risvegliar la mente,
scritto in picciol museo contemplo il nome.
     Quando cosí predestinò la sorte,
per farmi di dottrine inclito erede,
apritemi, licei, le sacre porte.
     Chi sa pur troppo e di saper non crede,
tra ’l confin della vita e della morte
il libro ha in mano e su la tomba il piede.

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XLVIII

LA SPERANZA

A richiesta del duca di Sciano

     Fra le nevi d’un seno
le sue fiamme nudrisca acceso amante;
qui gioir, ch’è baleno,
sia dell’anima sua cibo volante,
e da labro mordace
ei beva un rio di nettare fugace.
     Dalla speranza sola
alimento riceve il viver mio;
nell’amorosa scola
tal m’insegna dottrina alato Dio;
la speme sia mercede
a me, ch’ho puro cor, ch’ho bianca fede.
     Altri goda il suo bene,
ché solo di goderlo un tempo io spero;
siagli cagion di pene
lungo sperar, ch’a me diletto è vero;
vastissimo gigante
fa latte di speranza Amore infante.
     Se ’l timor del morire
rende piú che ’l morir la morte amara,
la speme del fruire
piú che ’l fruire stesso a me sia cara;
speme sol di conforto
nell’amoroso Egeo m’additi il porto.
     Riveli invido il sole
Marte e Ciprigna entro alla rete altrove;
la bellissima Iole
non invidio ad Alcide, Europa a Giove;
s’io sono amante amato,
nella speranza mia vivo beato.

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Se la sete ammorzata
ha bocca sitibonda, il fonte oblia;
se la piaga è saldata,
medica man si sdegna; e s’amò pria,
desiderio compito
rende bellezza vile, amor schernito.

XLIX

LE MERAVIGLIE DELL’ACQUA

Al padre Filippo da Cesena, cappuccino

     Fonte, che d’un Pegaso
vanti scultrice industre unghia pennuta,
e del sacro Parnaso
tagli l’aonie vie con onda arguta,
versa da’ fianchi infranti
a bagnarmi le labra umido rio;
i tuoi garruli pianti
concessi a me, saranno il Febo mio;
l’acqua, che un tempo encomiò Talete,
con metri ascrei di celebrare ho sete.
     La divina potenza
poiché trasse dal nulla e cielo e terra,
con la sua trasparenza
l’acqua nel di secondo emerge ed erra;
e, benché sia distinta
da’ compagni elementi e pur sul dorso
di tenebre dipinta
e scioglie su la terra ignoto il corso,
lo spirto del Signor, che non ha moto,
gode di passeggiar su l’acqua a nuoto.

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     Poscia nel proprio loco
imprigiona se stessa e nome ha mare;
con istrepito roco
intriga le sue spume e sono amare,
e se talor da’ venti,
araldi di tempesta, ha fier conflitto,
i suoi liquidi argenti
non sanno valicar l’orlo prescritto;
tra le fauci singhiozza alto muggito,
ché lo stringe fra ceppi un secco lito.
     Oh come sembra lieto
quando increspa i suoi piani aura clemente,
e con flagel discreto
bacia di bianco umor scoglio pungente!
Su la fronte canuta
apre le placidezze e par ch’e’ rida,
i piloti saluta
con amico fragore, e quegli affida
a corredar gii abbandonati pini
e di remi voganti e d’aurei lini.
     Per non visti canali
dalle viscere erutta umide moli,
che sui monti ineguali,
come s’avesser penne alzano i voli.
Sul Caucaso nevoso
l’Indo, che all’India il nome diede, ascende,
e da quel crin selvoso
precipita se stesso e giú discende.
Ha per balze montane erta salita
contro il peso nativo il Tanai scita.
     Mille scherzi natura
opra nell’acque e le ragioni asconde.
Odio perpetuo giura
contra il vino chi bee clitorie Tonde.
L’acqua di Giove Ammone
cuoce su l’alba e nel meriggio agghiaccia;

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l’affrica regịone
chiude fonte cantor, che i sensi allaccia,
e, se l’umor d’un lago Epiro avventa,
spegne la face accesa, arde la spenta.
     Qui cade un legno breve,
e diviene, caduto, un sasso grande;
ivi fronda, ch’è lieve,
in augello si cangia e l’ali spande;
e qui dolce talora,
ed è salsa talor linfa incostante;
bianca gregge colora
ivi di nero vel Peneo spumante,
e del Galeso mio l’onda sincera
veste di bianche lanegna ch’è nera.
     A consolar la state
dispensa anima all’erba, anima al fiore,
e prolunga l’etate
al fiore, all’erba, il derivato umore.
Dov’acqua abbonda, è vivo
tronco al suol, ramo al tronco e frutto al ramo
ma poi, se d’acqua è privo,
e frutto e ramo e tronco arso veggiamo,
e se l’acqua non porge all’uomo aita,
cade languido l’uomo e senza vita.
     Ubbidiente all’arte
talor si rende e rende l’arte illustre;
l’ore al tempo comparte,
se la chiude in duo vetri ingegno industre.
In un filo ristretta
con assiduo viaggio ella giú cade,
e con caduca fretta
mostra caduca ancor l’umana etade;
insegna a noi ch’ogni terrena massa
è debil filo e come l’acqua passa.
     Il passaggio sicuro
al fuggitivo ebreo l’acqua concede;

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s’erge in liquido muro
e lascia intatto al peregrino il piede.
Siegue l’oste d’Egitto
e si finge ai suoi passi il passo asciutto;
ma sul denso tragitto
rapido scende, e poi l’annega il flutto.
Varïando cosí nel mar la sorte,
vita incontra l’ebreo, l’egizio morte.
     È lavacro al mio Cristo
l’acqua del bel Giordano; e qui, diviso
mentre il cielo fu visto
manda pura colomba il paradiso.
Mentre il balen veloce,
e col tuono il balen l’etra tempesta,
del padre Dio la voce
esser figlio di Dio Gesú protesta.
Nell’acqua palesò l’esser divino
il mio Gesú, quando mutolla in vino.
     Su le cime d’un monte
poich’è confitto in croce e pende esangue,
versa dal cavo fonte
del petto lacerato ed acqua e sangue;
e dall’umida vena
la vista impetra il feritor ch’è cieco;
quando teme la pena,
allor porta mercè del fallir bieco.
Ma qual vanto maggior? L’acqua cancella
la colpa a noi, ch’original s’appella.

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L

FILOCRATE

in morte di maria maddalena

     All’armonia piú flebile d’un legno
piacemi disposar metrica voce;
a me ne’ moti suoi genio veloce
di musico furor scalda lo ’ngegno.
     Amai chi volle amarmi e chi congiunte
bramò le fiamme mie, le fiamme sue;
fece un’anima sola anime due
e seppe unir due volontá disgiunte.
     Amai la bella estinta, e gelosia
ardenti piú rendea gli amori miei.
Io la bellezza idolatrai di lei,
perché la sua bellezza era magia.
     Per la beltá di lei la Grecia tutta
sollecitar potea prodi campioni,
e dopo mille rischi e mille agoni
potea l’Asia dal foco esser distrutta.
     Quand’ella nasce, alla Betania nasce
di giorno senza occaso alba giuliva,
e della prima vita in su la riva
il gaudio corre a vezzeggiarla in fasce.
     Se grondâr gli occhi suoi liquido gelo,
se le fauci temprâr singhiozzi infranti,
erano que’ singhiozzi, eran que’ pianti
brine d’aurora ed armonie di cielo.
     Lasciò la sfera sua la cipria dea,
e discesa fra’ turbini guerrieri
sul plaustro a cui colombe eran destrieri,
venne a baciar la pargoletta ebrea.

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     Le disse poi: — Tu meritavi, o bella,
d’aver meco nell’onde il tuo natale.
S’a me nella beltá rassembri eguale,
la mia conca era tua; tu, mia sorella. —
     Né pigre sono a ricettarla in seno
perché le tergan gli occhi allor che piagne,
della madre d’Amor le dee compagne,
le dee dell’Acidalio e d’Orcomeno.
     Ma se piangeano gli occhi, in su la fronte
iride di letizia apparve il riso;
dal labro, che in coralli era diviso,
tra i vagiti alitò mirre d’Oronte.
     Degli amori pennuti il coro arciero
esultò su la culla e sparse rose;
vibrò per l’aria i vanni, e poi dispose
su lo spazzo alle danze il piè leggiero.
     La fanciulla schiudea le due pupille
e nel cielo d’un viso eran due stelle;
compartivano allor calme o procelle,
quand’eran men turbate o men tranquille.
     Al nascer di costei, della sua Tai
obliò la bella l’attica Atena,
e se Aulide non piú vantò Lacena,
Corinto, ch’ha duo mar, tacque di Lai.
     Crebbe con gli anni e crebbe seco ancora
quella beltá che bambinetta espresse;
dove col bianco piè vestigio impresse,
sul vestigio ridea piú d’una Flora.
     Scioglieva i suoi capelli ed eran lacci,
lacci per intrigar core ch’è sciolto;
e mentre svolazzavano sul volto,
libera fantasia stringeva impacci.
     Della cervice i palpitanti avori
godean di posseder quell’ambre intatte,
e della fronte il piú canuto latte
d’aver godeva in compagnia quegli ori.

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     Depositati all’aure, e fuor de’ nastri,
scoteano vampe d’òr, strali di foco;
ed allor si pensò di splendor fioco
esser di Berenice il crin tra gli astri.
     Calamistri di ferro all’auree some,
che ’l foco riscaldò, facean torture,
perché del cor tra le cocenti arsure
apparissero ardenti ancor le chiome.
     Le inebriò talor nardo straniero
per dispensar novelli odori al vento;
nella sua man tra martellato argento
venne a farsi l’Idaspe un prigioniero.
     Sudâr le tele a lei subbi etiopi
e fregiò le sue gonne ago troiano,
e per le gonne ancor pino africano
tributò la Giudea de’ suoi piropi.
     Così temprate le maniere avea,
che, se parean senz’arte, eran con arte;
or flessibile alquanto, or dura in parte,
e speranza e timor destar solea.
     Dove mirava esser la fiamma ardente,
ella men soccorrendo era piú schiva;
dove face d’amor vedea men viva,
palesava d’ardor petto cocente.
     Se girava lo sguardo, era delitto,
e non mirava altrui, benché mirata;
piacevole talor, talor sdegnata,
l’un rendeva contento e l’altro afflitto.
     Mostravasi men scaltra al piú sagace
e col piú lieto amante era piú mesta;
sovente con gli audaci era modesta
e co’ modesti poi sembrava audace.
     Era lasciva ed onestá fingeva;
quando mostrava sdegno, allora amava;
sotto ardor simulato ella gelava,
e sotto finto gelo ella coceva.

[p. 441 modifica]

     Mentre in tante follie le voglie implica,
bieco disnor nel proprio nome imprime;
le infamie sue fama loquace esprime
e palesa Maria meno pudica.
     Mentre è lecito a lei ciò che non lice
e cieca vuol per guida i ciechi sensi,
gridan con libertá gli altrui consensi
che la suora di Marta è peccatrice.
     Donna, quantunque vanti aver bellezza,
men bella è poi se tien l’onor negletto;
qual cristallo è l’onor fragile e schietto,
schietto si macchia e fragile si spezza.
     Lunga stagion vaneggia e per le scorte
de’ piú sozzi diletti a Dio s’invola;
tien ragion vilipesa e la sua scola,
ama il mondo maestro e la sua corte.
     Stima suo bene il male e col tributo
fa delle colpe insuperbir l’inferno;
oblia la nobiltá, né prende a scherno
esser, come d’Amor, preda di Pluto.
     Ma Dio che la vuol seco a sé la chiama,
e consiglio miglior le spira in mente;
giá delle colpe andate ella si pente
e di virtú novelle ornarsi brama.
     Dal profondo letargo alfin si desta,
ammenda l’opre ed i pensier corregge;
giá gli arbitri dispone a nova legge
e l’antiche libidini detesta.
     L’accusano le colpe ond’ella è grave,
ma la pietá del Redentor l’affida;
la combatte il timore e nulla fida,
la speranza l’assale e nulla pave.
     Vince alfin la speranza, il timor cede,
ma non lascia il dolor de’ falli suoi;
in un sospir l’anima scioglie e poi
perdono del fallir l’anima chiede.

[p. 442 modifica]

     Si duol d’amor, si duol del mondo, accusa
artefici d’inganni amore e mondo;
duolsi che mondo insano, amore immondo
con l’ésca del piacer l’abbian delusa.
     Un aspe appella amor, da cui si beve
con bocca baciatrice egro veleno;
il mondo un Mongibel, che chiude in seno
incendio edace ed ha sul crin la neve,
     un mare, che tranquillo appar su l’onde
e bianca fé su l’onde sue promette,
ma sotto l’empie spume, ancorché schiette,
o baratri disserra o scogli asconde.
     Amor non sazia mai l’umane brame,
ché quando par che piaccia, allora incresce;
quando par che piú manchi, allor piú cresce,
e l’ésca d’un desir dell’altro è fame.
     Poi rapida sen corre a’ piè d’un Cristo,
dove, fermando il piè, Cristo l’aspetta;
e qui nel suo pensier tutta ristretta,
pensa del cielo al glorïoso acquisto.
     Qui di balsamo colma un’urna infrange
e del balsamo innaffia a Cristo il piede;
ma scusa qui dell’ardimento chiede,
e quando chiede scusa, allora piange.
     Al puzzo delle colpe al fin marcite
di peregrino odor sparge tempeste;
o porge unguenti al medico celeste,
forse per medicar le sue ferite.
     L’Ibla sicana ed il cecropio Imetto,
l’anima de’ suoi fiori ha qui sommersa;
Arabia d’alimenti è qui dispersa,
e rinchiusa l’Assiria in picciol tetto.
     Delle chiome prolisse il gran volume
da seriche ritorte in giú discioglie,
e con sì vaghe e prezïose spoglie
degli unguenti diffusi asciuga il fiume.

[p. 443 modifica]

     Disciplinato crin varia compensa,
perché l’uso fu vario, a tutti addita;
a Maddalena il crine apporta vita,
il crine ad Assalon morte dispensa.
     Appaga qui le simpatie divine
di fragranze lugubri umida usura,
e godono di far bella congiura
gli alabastri d’un piè, gli ori d’un crine.
     Edera tronco mai, smilace pietra
non stringe sì, com’ella stringe un Dio,
perché dimostri a lei piede ch’è pio
al novello cammin la via dell’etra.
     Benché vegga Giesu fatto cortese,
a tanta cortesia l’occhio non fisa;
stassene addietro mesta e ben s’avvisa
che rimirar non dèe nume ch’offese.
     Il Redentor non sa partirsi intanto,
che pur di Maddalena è fatto amante,
e rivolto a goder quel suo sembiante,
piangente il vede ed egli gode il pianto.
     Oh di pianto orator dedalee vene,
che convincono Dio, quantunque mute!
Perché malvagitá speri salute,
quel che non può la lingua, il pianto ottiene.
     Ottien perdono, e non qual era è tutta,
postergato l’inferno, al ciel rivolta;
e da’ lacci mondani al fin disciolta,
degli affetti s’oppone all’aspra lutta.
     Delle spoglie ch’avean tesori eoi
povera fa la piú caduca salma,
e spoglia delle membra, oblia dell’alma,
come gli abiti suoi, gli abiti suoi.
     Lascia i bissi piú molli e d’irte lane
al molle petto i bei candori ammanta;
ignudo brama il piede, o talor vanta
di coturno piú vil piante villane.

[p. 444 modifica]

     Pruine di cerussa ella delude
e di cinabro invetrïate fiamme,
ché non piú brama adulterar le mamme
e vuol di stranio ardor le gote ignude.
     Sdegna quanto pria volle. Al mar di Gnido
non piú le squadre imprigionate invola,
né per servir l’ambizïosa gola
agli augelli di Colchi insidia il nido.
     Giá le crapule sue son l’astinenze
per dar legge frugale a’ lussi sciolti;
richiama a sanitá sensi piú stolti
e dánno economie le penitenze.
     Le dovizie detesta e le divide
a povertá, ch’è della fame afflitta;
cieca spelonca agli anni suoi prescritta,
agli anni suoi bel paradiso arride.
     Fugge dalle cittá, fugge alle selve
e cangia in cavo speco i suoi palagi;
e se gli uomini pria trovò malvagi,
ora bontá san palesar le belve.
     Tra l’angustie piú corte aduna i passi
ed ama calpestar dumi spinosi.
Vuol poi, per disturbar lenti riposi,
piume le paglie ed origlieri i sassi.
     Qui su roso macigno aitar dispone,
dove invece d’incenso offre i sospiri,
e con ostie di sangue e di martiri
memorie di clemenza al cielo espone.
     Vive cosí piú lustri. Ed un sol grato
raggio consolator appena vede,
ed ha, s’è d’ombre eterne un antro erede,
sepolcro alla sua morte anticipato.
     Del manto a lei co’ piú sdruciti velli
tempo divorator non fa piú scudo;
ma pure all’onestá del corpo ignudo
fanno splendida veste i suoi capelli.

[p. 445 modifica]

     Stupor non è che ’l pendulo tesoro,
impudico non piú, rassembri onesto:
ché se baciò d’un Cristo il piè modesto,
or tesse alla modestia argine d’oro.
     Talor d’Averno empio drappello afflige
la bella penitente, e l’etra accorre,
mentre pennuto esercito giú corre
e giú disperge i cittadin di Stige;
     flagella d’arpa aurata indi le corde,
e sposa all’arpa analogia di lode.
Respira intanto Maddalena e gode
letizie vive all’armonia concorde.
     Gode cosí tra le beate schiere
pegno di gloria. Ed accorciate l’ore,
deliquio tenerissimo d’amore
l’anima scioglie a passeggiar le sfere.

[p. 446 modifica]