Memorie di Carlo Goldoni/Parte seconda/III

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III

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CAPITOLO III.

Critiche, controversie ed opinioni diverse sopra le mie nuove commedie. — Mia maniera di pensare sull’unità di luogo. — Spiegazione e utilità del termine protagonista. — Alcune parole sopra le commedie dai Francesi chiamate drammi.

Mentre andavo lavorando sopra gli antichi fondamenti della commedia italiana, e producevo solamente commedie, parte scritte e parte a braccia, mi lasciavano godere con tutta pace gli applausi [p. 153 modifica] della platea. Ma manifestatomi appena per autore, inventore e poeta, si svegliarono dal loro letargo gli spiriti, e mi credettero degno delle loro critiche, della loro attenzione. I miei compatriotti, abituati da tanto tempo alle farse triviali ed abbiette, e alle rappresentazioni gigantesche, divennero a un tratto censori austeri delle mie produzioni facendo risuonar nei circoli i nomi di Aristotele, d’Orazio, e del Castelvetro. Le mie opere erano divenute la gazzetta del giorno. Veramente potrei dispensarmi dal rammentare oggi quelle verbali controversie che erano allora disperse dal vento e soffocate dal grido de’ miei ottimi successi; ma ho avuto caro di farne menzione a fine di avvertire i lettori della mia maniera di pensare relativamente ai precetti della commedia, ed al metodo propostomi nell’esecuzione. Le unità richieste per la perfezione delle opere teatrali furono in ogni tempo soggetto di discussione fra gli autori e dilettanti. Riguardo all’unità dell’azione e a quella del tempo, nulla avean da rimproverarmi i critici delle mie commedie di carattere; pretendevano bensì che avessi mancato solamente all’unità del luogo. L’azione delle mie commedie però succedeva sempre nella città medesima, e i personaggi non uscivano mai da essa; scorrevano, è vero, diversi luoghi, ma costantemente dentro la cerchia delle stesse mura: credetti perciò, come tuttora credo, che così l’unità di luogo fosse mantenuta bastantemente. In tutte le arti, in tutte le scoperte, l’esperienza ha preceduto sempre i precetti; e benchè in seguito gli scrittori abbiano assegnato un metodo pratico per l’invenzione, i moderni autori non han per questo perduto il diritto d’interpretare gli antichi. In quanto a me, non trovavo nella Poetica di Aristotele, nè in quella d’Orazio, il precetto chiaro, assoluto, e ragionato della rigorosa unità di luogo; mi sono nulladimeno fatto sempre un piacere di sottoporvi il mio soggetto, tutte le volte che l’ho creduto opportuno, non sacrificando però mai una commedia che potesse esser buona, a un pregiudizio, mediante il quale si fosse resa cattiva. Gl’Italiani non sarebbero stati contro di me tanto rigidi, e molto meno per le mie prime produzioni, se non fossero stati provocati dal mal inteso zelo de’ miei fautori. Questi innalzavano ad un grado troppo sublime il merito delle mie composizioni, onde la gente culta ed istruita altro non condannava che il fanatismo.

Presero sempre più calore le controversie riguardo alla mia ultima composizione. I miei atleti sostenevano che la Putta onorata fosse una commedia senza difetti, e i rigoristi trovavano male scelto il protagonista.

Chiedo scusa ai lettori se oso servirmi di una parola greca, che deve esser cognita bensì, ma non molto usata. Infatti questo termine non si trova in alcun dizionario francese od italiano. Frattanto alcuni celebri autori della mia nazione se ne son serviti, e comunemente se ne servono. Il Castelvetro, il Crescimbeni, il Gravina, il Quadrio, il Muratori, il Maffei, il Metastasio, e molti altri hanno adottato il termine protagonista per esprimere il soggetto principale del dramma; vedrete adunque l’utilità di questo grecismo, che racchiude in sè stesso il valore di cinque parole, onde domando il permesso di farne uso ancor io, per evitar così la monotonia di una frase che nel corso della mia opera potrebbe divenir noiosa. Avevo dunque mal scelto il carattere del protagonista, perchè non l’avevo desunto nè dalla classe dei viziosi, nè da quella dei ridicoli. Anzi la Putta onorata era un soggetto virtuoso, non meno che piacevole per i suoi costumi, per la sua dolcezza e per la sua [p. 154 modifica] condizione; mi ero perciò allontanato, secondo loro, dallo scopo principale della commedia, che consiste nell’ineutere l’abborrimento al vizio, e nel correggere i difetti. I miei critici avean ragione, io però non aveva il torto. Volevo cominciare in maniera da allettare la mia patria per cui faticavo; il soggetto era nuovo, piacevole, nazionale, e proponevo a’ miei spettatori un modello da imitarsi. Purchè s’inspiri la probità, non è meglio guadagnare i cuori colle dolci attrattive della virtù, che coll’orrore del vizio? Quando parlo di virtù non intendo dire di quella virtù eroica, che commuove colle sue sventure, e invita al pianto col suo linguaggio. Tali opere, cui in Francia si dà il titolo di drammi, hanno certamente il loro merito, ed è un genere di rappresentazioni teatrali che tien luogo tra la commedia e la tragedia. Possono dirsi un divertimento di più per gli animi sensibili; infatti le disavventure degli eroi tragici commuovono da lungi, laddove quelle de’ nostri eguali debbono ricercare il cuore maggiormente. La commedia, che in sostanza altro non è che un’imitazione della natura, non esclude i sentimenti patetici e virtuosi, purchè però non resti affatto spogliata di quei bizzarri tratti comici che forman la base fondamentale della sua esistenza.

Dio mi guardi dalla folle pretensione di farla da precettore. Partecipo solamente ai lettori quel poco che ho imparato, quel poco che io so, e nei libri meno stimati si trova sempre qualche cosa degna d’attenzione.

Terminerò frattanto questo capitolo col fare qualche parola sopra il dialetto veneziano, di cui feci uso e nella Putta onorata, e in parecchie altre commedie del mio teatro. Il linguaggio veneziano è senza obiezione il più dolce e il più piacevole di tutti gli altri dialetti d’Italia. È chiara, facile, delicata la pronunzia, facondi ed espressivi i termini, armoniose e piene di arguzie le frasi; e siccome il fondo del carattere della nazione veneziana è la bizzarria, così il fondo del linguaggio è la facezia. Ciò però non impedisce che questa lingua non sia suscettibile di trattare in grande le materie più gravi e più importanti. Perorano gli avvocati in dialetto veneziano, e si pronunziano nell’istesso idioma le arringhe dei senatori senza mai degradare la maestà del trono, e la dignità della curia; i nostri oratori hanno la fortunata facilità naturale di accompagnare all’eloquenza più sublime il modo di esprimersi più piacevole. Procurai di dare un’idea dello stile vivace ed energico de’ miei compatriotti nella commedia intitolata L’Avvocato veneziano. Questa rappresentazione fu accolta, intesa, e gustata molto dovunque, essendo stata tradotta anche in francese. Il buon successo dunque delle prime mie composizioni veneziane mi incoraggì a farne altre. Se ne trova un numero considerevole nella mia collezione, e son forse quelle che mi fanno più onore, e alle quali mi guarderei dal fare la menoma mutazione. Diedi e darò sempre nelle mie edizioni la spiegazione dei termini più difficili per l’intelligenza dei forestieri; onde per poco che si conosca la lingua italiana, non si stenterà molto a leggere e comprendere a fondo l’idioma veneto, come il toscano.