Memorie infantili

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Grazia Deledda

1929 N Indice:Deledda - Nell'azzurro, Milano, Trevisini, 1929.djvu Letteratura Nell'azzurro Intestazione 7 marzo 2019 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Nell'azzurro

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MEMORIE INFANTILI

(frammenti)

— Infanzia!... È forse questa una parola magica e misteriosa, un geroglifico orientale, inteso indistintamente dall’anima, dalla mente, dal cuore, nei quali desta ricordi soavi, dolcissimi, benché sfumati tra le nebbie del passato, e sorrisi vagolanti e dolci come quei ricordi, e sussulti di rimpianto e dimenticanze del presente?

Io non lo so: ciò che so si è che se avessi per un giorno la penna di uno dei nostri più grandi scrittori, — del De Amicis, per esempio, — io l’adopererei e rapidamente per scrivere le memorie della mia infanzia. [p. 84 modifica]

Quante gradite impressioni desta in me questa parola! Ricordi di piccole amiche e di maestre, di piccoli odii e di piccoli amori; rimembranze della scuola, di giuochi, di gioie e di dolori; paesaggi fuggenti, tremuli nella verde nebbia di un passato indistinto; ricordi di figure tipiche nella loro bruttezza o bellezza: mille ricordi, mille nonnulla che formarono l’insieme della mia prima età; ricordi che spesso agitano la mente nelle ore di veglia notturna, fra i misteriosi luccichii della lampada che muore, e della luna che sorge sul profilo della montagna.

***

...Laggiù laggiù, in fondo alla memoria, vi è l’Asilo Infantile, la prima scuola, quella scuola coi banchi a gradinata, divisi in due parti: una per le donnine, l’altra per gli omini biondi e bruni, belli e brutti, buoni e cattivi, la parte più rumorosa e più castigata: perché là non si contentavano delle parole, ma venivano ai fatti, consistenti in morsi, pugni, e rotoloni fra un caos di carta lacerata e di penne in aria... E che sgridate di maestre allora, e che fila di bimbi in ginocchio, graffiati, rossi come tanti rivoluzionari ch’erano, pieni d’umiliazione e di rabbia; e che risatine e che occhiate [p. 85 modifica] dalla nostra parte, la parte dei deboli, delle silenziose!

Perché da noi tutto avveniva in silenzio, senza scandali e raramente: qualche graffiatura sotto il banco, qualche urto che, in caso di scoperta, poteva passare per involontario. Le cause erano grosse: per un pennino, per una macchia di inchiostro, per una castagna rifiutata... Ma le vendette erano più grosse ancora, più belle... per chi poteva profittarne per la prima.

— Signora maestra, Maria mi ha mostrato la lingua!

— Maria, su, al banco alto!

Era il banco più alto, quello delle correzioni, quando la mancanza non era grave; e dove ci si stava sole sole.

Maria cercava di protestare, ma invano; e trottava su, dopo aver mostrato davvero la lingua alla accusatrice con la quale diventava nemica acerrima per tutta la mattina. Del resto si era sempre, o quasi sempre, tranquille nelle ore della scuola, chine sui quaderni a disegnare figurine, casette, fiori, geroglifici inesplicabili, che ci procuravano anche essi dei buoni rabbuffi dalle maestre.

Fu appunto per uno di questi figurini che disegnai arbitrariamente sul quaderno di una [p. 86 modifica] compagna, che una volta la maestra mi mandò su, all’alto!

Non vi ero mai stata! Non potrei narrarvi tutte le meditazioni filosofiche che vi feci, fra cui non ultima quella della mia strana posizione sopra tutte le compagne, mentre nella qualità di castigata ero moralmente al di sotto di tutte.

Di laggiù intanto mi si lanciavano certi sguardi ironici che mettevano in sussulto il mio cuore; poi tutta la mia attenzione venne assorbita dall’altezza di Clelia. Clelia era la più grande bambina della scuola; ci sorpassava tutte e, quella mattina, quando si alzò per dire la lezione, mi sembrò più alta ancora del solito, d’un’altezza fenomenale, esorbitante. Come faceva ad essere alta così?

Non riuscivo a indovinarlo, ma ero certa che Clelia aveva sempre i punti migliori, le lodi, le carezze delle maestre e delle ispettrici, perché... era così alta!

Oh, bisognava che sapessi come faceva a diventarlo. Per qualche giorno quel pensiero mi martellò in testa, mi fece sognare: interrogai le compagne di banco di Clelia, ispezionai il suolo; ma non scoprii nulla. Allora mi venne un’idea. Domandai ed ottenni il permesso di mettermi vicino a Clelia, e quando ella si alzò per dire la lezione, mi ficcai [p. 87 modifica] sotto il banco, ma nella prima oscurità non distinsi nulla.

— Che cosa cerchi lì sotto? — mi gridò severa la maestra. Mi vidi perduta, perché chi stava disattenta mentre le altre recitavano la lezione, veniva punita: e mormorai: — Cercavo i piedi di Clelia!

— Non hanno bisogno d’essere cercati da te — esclamò la maestra, trattenendo a stento il riso.

E anche questa volta, accompagnata da un formidabile scroscio di riso di tutte le compagne, dovetti salire in alto, dove rinnovai le mie meditazioni. Ora però Clelia non mi sembrava più tanto alta!

***

...E nell’ora della ricreazione?

Allora sì che ci si divertiva. Facevamo colazione e poi uscivamo nel cortile, dove la fusione dei partiti, (perché nella scuola eravamo divise in gruppi, le aristocratiche colle vestine belle e i capelli ricciuti, le democratiche col grembiule dell’asilo e la cuffia che si lasciava vedere sotto il fazzoletto nero a piselli rossi), la fusione dei partiti diventava generale; un chiasso, un cicalìo assordante. Quando sorgevano battibecchi, per fortuna le parti avverse erano sempre riconciliate da Salomoni in miniatura e gonnella. [p. 88 modifica]

Oh, ditemi voi, mie antiche amiche a cui cadranno in mano queste pagine, amiche di cui non ricordo più quasi neanche il nome, ma che amo ancora, o piuttosto mi ricordo ancora di aver amate con tutta l’affezione della mia piccola anima, ditemi voi, ve le ricordate quelle ore di gioia infantile, immensa, pura, godute fra il sole e l’azzurro invadenti il cortile dell’Asilo, nelle ore di ricreazione?

...O Bonaria dalle lunghe trecce nere, dagli occhioni neri tagliati all’orientale, e tu, mia piccola e bionda Teresina, dagli occhi ceruli guardanti sempre il cielo, voi che amai più di tutte le altre, voi che siete morte senza aver conosciuto i piccoli dolori, le piccole miserie della vita dopo l’infanzia — che fanno più dolci i ricordi di allora — perché dall’alto dove siete non m’ispirate come scrivere la nostra vita d’allora, i nostri pensieri, le nostre passioni, la nostra amicizia?...

E dire che anche allora si avevano ricordi di un’età ancora più infantile, e si guardavano sorridendo gli altri bambini più piccoli, non ancora fermi in gamba, sorridendo alle loro fanciullaggini ed ai loro spropositi! Precisamente come, quando avrò venti anni di più, penserò sorridendo ai ricordi di adesso. [p. 89 modifica]

***

...E i primi danari che vennero in mio possesso, in mio esclusivo possesso? Quale immensa ambizione soddisfatta, quanti sogni e progetti su quella piccola moneta scintillante, più bella di tutte le altre, grandi e piccole, perché mia!

Che scintillìo di masserizie di stagno, di occhi di bambole dallo smalto affascinante, che voluttà di dolci color rosa, gialli, bianchi, con la carta ricamata e raggiante d’oro e d’argento!

Ma quei miraggi svanivano tutti, e con la sparizione della moneta si avverava un solo sogno: la bambola nuova.

***

...La bambola! Ecco un altro nome che non si può staccare da quello dell’infanzia.

Quante dilettissime figlie ho avuto!

Una intera generazione viveva nel mio palazzo: nonna, madre, figlia e spesso anche nipote, tutte coi loro nomi, coi loro corredi forse un po’ mal tagliati e cuciti, ma ricchissimi e sfarzosi.

Come erano felici le mie piccine! In inverno vestite pesantemente, sedute sempre intorno al braciere, tutte affaccendate, chi con la calza, chi col [p. 90 modifica] libro, chi col ricamo, sempre nel voluttuoso tepore del loro salotto, senza mai pensare neanche alla scuola: d’estate in villa, ove nelle ore calde passeggiavano, vestite con vaporosi abiti all’ombra dei grandi alberi del giardino fatto apposta per loro, e di notte si sdraiavano sulle panchine, all’argenteo chiarore della luna, cicalando allegramente nella loro misteriosa favella. Non so se esse mi volevano bene per tutte le cure materne che loro prodigavo, per gli agi ed il lusso principesco con cui le circondavo: io mi ricordo però di averle amate tutte svisceratamente, sopra tutto quella che rappresentava sempre la madre; la signora, la padrona di casa: era una bambola di cera, rosea, con gli occhioni neri neri, nel cui fondo brillante vedevo il mio viso che credevo fosse la sua anima; mentre tutte le altre erano di legno, con gli occhi smorti.

Quella di cera era la mia favorita; le davo nomi carini, la vestivo più di lusso che le altre, e nei giorni di ricevimento, di pranzo, di festa da ballo, quando intervenivano le figlie ceree delle mie amiche, essa rappresentava la parte di padrona, mentre le sue povere parenti erano costrette a fare le serve. Ma sì che mi amavano! Altrimenti perché mi avrebbero obbedito sempre senza parlare, senza mormorare quando torcevo loro le braccia, le gambe, il corpo tutto, per vestirle? [p. 91 modifica]

Mi amavano, e specialmente la signora, la quale però finiva col darmi grandi dispiaceri. Poveretta! Essa si ammalava, deperiva lentamente di una misteriosa malattia; il suo corpo si vuotava, le sue mani, i suoi piedi si deformavano, cadevano pezzo a pezzo, lacerandomi il cuore; il suo bel viso impallidiva, i suoi capelli cadevano, il suo naso spariva insieme col rosso delle labbra e col nero delle sopracciglia; solo gli occhi rimanevano vividi, sfolgoranti, sorridenti fra tutto quello squallore; e quando, dopo una lunga agonia, la mia bambola moriva, prima di sotterrarla con gli onori dovuti, nel camposanto tutto ombreggiato da un elce, vicino alle sue ave morte nelle sue stesse condizioni, io le cavavo gli occhi e li conservavo religiosamente assieme con gli occhi delle stesse sue ave: erano per me le anime delle mie bambole.

...E veniva la bambola nuova, ma che tristezza nel cuore, che vuoto, che desolazione nei primi tempi! Quella era una estranea a cui spesso dovevo rimpicciolire od ingrandire gli abiti della morta, e la sua fulgida bellezza non leniva che leggermente il mio dolore. Quando finalmente, posta in religioso oblìo la morta, me le affezionavo, pur troppo, un punto nero era già apparso sulla punta del suo nasino! [p. 92 modifica]