Nostalgie/Parte II/Capitolo II

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Capitolo II

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II.


Quella notte sognò di trovarsi sull’argine, in compagnia di Marianna, la signorina di madame Makuline. Marianna era venuta a prenderla per ricondurla a Roma. [p. 153 modifica]— Monsieur Antonio è terribilmente arrabbiato, — le diceva in francese: — è venuto da madame e le ha raccontato tutto, e si è fatto prestare diecimila lire per metter su un bell’appartamento. Poi mi ha mandato qui per persuadervi di ritornare: vous reviendrez, n’est-ce pas?

Nel sogno Regina tremava di rabbia contro sè stessa e di umiliazione: e camminava a passi rapidi, diretta a Viadana, donde voleva spedire ad Antonio un telegramma fulminante.

— Egli avrà ancora i denari, — diceva singhiozzando. — Voglio che li restituisca subito, subito, subito. Io non voglio niente; tornerò subito, tornerei anche se egli fosse più povero di prima, anche se dovessimo andare ad abitare una soffitta...

E camminava, camminava, come si cammina in sogno, sforzandosi inutilmente a correre, presa da un dolore indicibile. La notte calava, la nebbia copriva il fiume: Viadana sembrava sempre più lontana.

Marianna correva dietro Regina, raccontandole d’aver incontrato in via del Tritone quel pompiere che l’aveva salvata dall’incendio a Odessa.

— Era travestito da prete. Ma un civettone! Figuratevi, sotto la sottana aveva un dessous di seta con tre volanti, che facevano un fruscìo... — diceva ridendo. Il suo riso cattivo esasperava Regina fino allo spasimo. Le pareva che Marianna ridesse, non per il pompiere, ma per un’altra causa ignota, misteriosa, spaventosa. Si svegliò e l’impressione disgustosa le perdurò lunga ora. [p. 154 modifica]Non potè riaddormentarsi. Era notte ancora, ma già si udivano, nel silenzio antelucano, i primi rumori, i primi segni della quieta vita campestre: un tintinnar di sonagli tremolava sull’argine, allontanandosi sempre più, e la nota argentina, insistente, infantile, pareva a Regina d’una infinita, infinita melanconia.

Mille ricordi le attraversavano la mente, insistenti, puerili e melanconici come quella piccola nota argentina.

— Tutta la mia vita è stata inutile, — pensava; — ed ora, ora che avrebbe potuto avere uno scopo, ora l’ho buttata via come uno straccio. Ma che scopo poteva avere? — si chiese poi. — Ebbene, e quello di creare una famiglia non è uno scopo? Tutto è relativo: la buona moglie, creando una buona famiglia, contribuisce alla perfezione della società quanto può contribuirvi un lavoratore o un moralista. Io ho fatto dei sogni vani, null’altro, Ricordo il sogno fatto la seconda notte del nostro arrivo... Madame Makuline mi aveva lasciato un castello...

Ad un tratto sentì un piccolo fruscìo e un gemito appena percettibile, ma tenero, emesso quasi in sogno da un essere minuscolo.

— È la rondine? Sogna anch’essa? Sognano e pensano gli uccelli? Credo di sì. Perchè anch’essa, è sola? E lui?

Improvvisamente provò un impeto di gioia pensando che quel giorno le sarebbe arrivata la lettera di Antonio.

Le ore passarono. Passò anche l’ora nella quale soleva arrivare la posta, e la posta non arrivò. Regina se ne andò pei campi: voleva [p. 155 modifica]nascondere il suo turbamento, dimenticare, sfuggire alle paure stravaganti che l’assalivano; e vagò ancora pel bosco, pei viottoli, lungo l’argine battuto dal sole; ma la paura l’inseguiva sempre come la sua ombra.

— Egli non mi perdona; egli non mi scrive. Al suo posto avrei fatto lo stesso. Vuol punirmi, col suo silenzio. O verrà egli stesso a riprendermi. Mi costringerà... La moglie deve seguire il marito. Altrimenti egli potrà chiedere la separazione legale. Che farò io, allora?

Per orgoglio ella non voleva ancora apertamente confessare a sè stessa che se Antonio la costringeva a ritornare immediatamente con lui, ella lo avrebbe seguito, pur di farsi perdonare; ma a misura che le ore passavano il suo orgoglio si piegava, si rammoliva: i ricordi la assalivano con tenerezza struggente; il pensiero di dover perdere senz’amore i più begli anni della sua giovinezza la rattristava quasi morbosamente.

— Ma perchè non ho pensato a tutto questo, prima? — si domandava. Ma poi ricordava di averci pensato, così vagamente, però, così leggermente che questi timori non le avevano impedito di commettere la sciocchezza commessa. D’altra parte ragionava così:

— È il mio carattere, formato di malcontento e di contraddizioni, che mi spinge e risospinge come un’onda... Perchè, dopo tutto, ho cambiato così presto parere? Se io ritorno a Roma mi pento subito di non aver compiuto il mio progetto, che forse è migliore di quanto io penso.

— Ecco, anch’egli forse lo ha trovato ragionevole, ma non osa ancora scrivermi che lo [p. 156 modifica]accetta. Ecco là un quadrifoglio. Sì, è così, egli accetta...

Si curvò, ma non colse il quadrifoglio. Che doveva farsene? L’idea che Antonio non soffrisse e non cercasse in tutti i modi di riprenderla con sè, di rimproverarla, farla soffrire, accarezzarla, darle l’emozione di un dolore e di un amore disperati, la urtava e la rattristava.

— Egli non scrive, non scriverà, ma verrà, domani, posdomani; appena potrà. Che farò io rivedendolo?

La gioia di questo pensiero le faceva dimenticare ogni altra cosa.


*


Egli non scriveva, non veniva.

I giorni passavano; le ore passavano, lente e crudeli.

Nella sua attesa sempre più ansiosa, Regina si meravigliava del presentimento avuto fin dalla prima sera del suo arrivo: che Antonio non le scrivesse più. Poi si accorse che sua madre, non vedendo arrivare lettere di lui, la guardava con i begli occhi, di solito sereni, ora turbati e inquieti; e una mattina finse di andare incontro al postino, e di ricevere una lettera di Antonio.

— È indisposto: ha la febbre, — disse, rientrando in cucina con una busta in mano. La signora Caterina tagliava con le forbici il ventre argenteo di un pesce del Po; sollevò appena gli occhi, ma Regina si accorse subito che ella non credeva alla sua menzogna. Lo sguardo fugace e triste di sua madre la turbò fino al profondo dell’anima, [p. 157 modifica]Il pesce argenteo, nelle cui viscere squarciate si scorgeva un altro pesciolino nerastro, le ricordava i progetti di Antonio: «andremo in barca, a pescare, nelle belle sere rosse rosse...» e tutta la tenerezza straziante dell’ultimo pomeriggio passato assieme.

Salì nella sua camera è scrisse a suo marito una lettera, nella quale l’orgoglio non le permise di esprimere il suo vero pensiero, ma fra le cui righe si leggeva tutta l’inquietudine, la paura, il pentimento che la pungevano.

Egli non rispose.

Che fosse malato davvero? Che faceva? Era ritornato presso la sua famiglia? Una sera Regina pensò di scrivere ad Arduina per aver notizie di Antonio; ma subito ebbe vergogna di quest’idea. No, tutta quella gente tutta quella gente che Antonio aveva avuto l’infelice idea di mettere fra loro nei primi giorni del loro arrivo, tutta quella gente, forse causa prima della loro presente infelicità, le ripugnava e le era odiosa.

Gli scrisse ancora; Antonio non rispose.


*


Allora Regina sentì qualche cosa scattare violentemente entro di lei: era il suo orgoglio.

Le parve che Antonio avesse indovinato il suo intimo dramma di rimpianto e di rimorso, e oltrepassasse i limiti nel castigarla.

— Egli abusa di me; ma vedremo chi è il più forte.

«Antonio, — gli scrisse, — son qui da due settimane che aspetto e soffro. Non capisco il [p. 158 modifica] tuo silenzio, poichè se tu non avessi capito la lettera che ti lasciai a Roma, non mi avresti perdonato e mi avresti scritto (chi non perdona non può non dirlo) — e se l’avessi capita e mi avresti perdonato, o meglio avresti acconsentito a quanto io ti dicevo, mi avresti scritto lo stesso. Non credo poi che tu possa esser malato, perchè qualcuno dei tuoi me ne avrebbe avvertito. Il tuo procedere è assai strano, ed oramai più che addolorarmi mi offende. Sono forse una bambina, che vuoi castigarmi così puerilmente? Il mio è stato forse un capriccio, ma bada, non un capriccio da bambina; è stato uno di quei capricci che castigati troppo severamente possono diventar fatali. Antonio, non credere poi che il tuo silenzio mi induca a ritornare presso di te come un cane frustato; se credi ciò, se, avendo capito la mia passione per te, credi di poterne abusare, ti sbagli.

«Io non tornerò mai presso di te senza un tuo richiamo, e che questo ritorno sia prossimo o lontano dobbiamo deciderlo assieme. O scrivimi o vieni. Se fra otto giorni non mi avrai risposto io non ti scriverò più; più, finchè non mi avrai scritto tu. Ma non so se allora la mia risposta potrà essere come potrebbe essere ora. Dopo tutto, Antonio, siamo marito e moglie, non siamo due amanti che posson permettersi tutti i giochi e le sorprese di una passione forse destinata a perire e a diventare per loro un ricordo. Noi siamo legati da doveri e da vincoli più seri, più profondi e più tragici, forse, di una passione. Se sono stata (ammettiamolo pure) leggera o romantica io, non è una ragione perchè debba esserlo anche tu. E se vuoi [p. 159 modifica]esserlo tu, non voglio esserlo più io. Perciò ti scrivo questa lettera, e aspetto. Ti ripeto: o scrivi o vieni. Decideremo assieme. E oramai dipende da te che il torto stia tutto dalla mia o dalla tua parte o un po’ da entrambe. Aspetto.

«Regina».


*


Due giorni dopo Antonio rispose con un telegramma:

«Parto domani mattina: vienimi incontro a Casalmaggiore. Saluti e baci».

Saluti e baci. Egli dunque perdonava, veniva, dimenticava. Parve a Regina di destarsi da un cupo sogno; e ricordò sempre la dolcezza profonda, forse un po’ melanconica, provata durante quel giorno. Le pareva di aver vinto una battaglia intima: dopo tutto era lei che, pur salvando le apparenze, aveva richiamato Antonio. Sembrava egli, il vinto; ma veramente era lei, era lei. E con questa prima vittoria ella credeva d’aver sperimentato le sue forze occulte, e di averle trovate così potenti, così abbondanti da poter oramai muovere sicura contro tutte le insidie della vita.

— La vita è dei forti, — pensò, — e chissà? forse anch’io riuscirò ad avere la mia parte di fortuna! Oramai sono un’altra.

— Mi pare di essere un’altra, — pensava, passeggiando lungo l’argine, sola come una innamorata. — L’anima nostra è così piena dì strane incoerenze e di contraddizioni! Chi diceva che il vero carattere dell’uomo è la contraddizione? Certo, molte delle nostre sventure [p. 160 modifica] provengono dai puntigli, dall’orgoglio di non volerci contraddire, come dovremmo e come spesso vorremmo.

— Eppure! — continuava a pensare, un po’ stupita di se stessa. — È strano. Un mese fa, quindici giorni fa io ero un’altra! Perchè, come ho mutato così? Eccomi pronta a lasciare senza rimpianti questo mondo che mi attirava tanto: eccomi pronta a seguire mio marito ed a riprender con lui una vita monotona e modesta che odiavo e che ora non mi spaventa più. E l’amore per Antonio? Sì, è ciò; ma è anche qualche altra cosa che non riesco a capire. E non voglio capirla; non voglio tormentarmi oltre: voglio convincermi solamente che la felicità è nell’amore, nella pace domestica, nel quadro della vita, non nella cornice di questo quadro. Ma come sono mutata! Se leggiamo in un romanzo questi misteriosi, rapidi cambiamenti di spirito, ci sembrano inverosimili; eppure sono così veri. Che cosa strana è l’anima nostra! Basta, non pensiamoci più. Egli viene; ecco tutto.

Camminava, camminava, analizzando e nello stesso tempo godendo la sua gioia. Con tenerezza soave ricordava gli occhi, la bocca, le mani di Antonio. Suo! Suo! Suo l’uomo giovane, amante, suo anima e corpo: ed ella non aveva mai capito questa grande, questa unica felicità.

Cammina, cammina, venne il tramonto. Sebbene fosse a metà luglio, la terra rimaneva ancora fresca, qualche nuvola chiara velava di tanto in tanto il sole.

Sull’argine bianco orlato d’erba e di [p. 161 modifica] trifoglio, passava qualche gabbia1 il carrettiere biondo cantava sereno come un bambino, le ruote sollevavano diafane nuvole di polvere di un color lilla acceso dal tramonto.

Il gran fiume veniva dall’orizzonte tranquillo, svaniva nell’orizzonte tranquillo; passava calmo, luminoso, solenne, e pareva anch’esso felice e buono nella coscienza della sua forza onnipotente. La sua pace rallegrava la sua grande amante: la valle immensa. E la pace della valle immensa, la dolcezza degli orizzonti, tutta la grandiosa soavità dei paesaggi, dei boschi, delle rive, tutta l’emanazione di grazia di quello che a Regina dava l’idea di un Dio trasformato in fiume, compenetravano l’anima di lei. Le sembrava d’esser ridiventata bambina. Tutto, dentro e fuori di lei, tutto era bello, puro, poetico: il male ed il dolore eran migrati lontano, portati via dalle acque, fuggiti al di là dell’orizzonte.

Ad ovest il cielo colorivasi di un roseo vellutato fosco ed ardente: il Po veniva di là sempre più rosso e splendente, e sulle rive, verde e violaceo; i boschi s’allineavano neri su quello sfondo colorato, l’erba odorava.

Tutto ciò era bello, troppo bello; Regina se ne sentiva quasi triste, e fermandosi presso la riva per guardare una barca carica di gente che veniva giù da Cicognara, si domandava se tutto quell’incantesimo di pace non nascondesse qualche insidia, o se non fosse come le isole fittizie coperte da boschetti evanescenti, che il fiume cingeva amorosamente, pur [p. 162 modifica] riservandosi di ingoiarle alla prima piena: a vederle sembravano isole incantate e a metterci il piede ci si sprofondava nel fango.

Pochi distanti dalla riva, ove s’era fermata Regina, galleggiavano tre molini di legno annerito dall’acqua e dal tempo: uno di questi molini, aveva spesso richiamato l’attenzione di lei per le rozze decorazioni delle pareti esteriori: pitture preistoriche, rossastre e turchinicce, raffiguranti una Madonna, un San Giacomo, un cespuglio, una barca. L’acqua verde-argentea lo circondava, frangendosi contro la ruota lucente. Barche cariche di sacchi bianchi andavano e venivano: sulla piattaforma del molino appariva la figura bianca del mugnaio e qualche volta quella d’una giovine donna.

Regina aveva veduto spesso quelle due figure: il mugnaio vecchiotto, ma ancora molto dritto, col viso sbarbato, scarno e grigiastro, gli occhi verdognoli socchiusi con malizia; la giovine donna pur essa con gli occhi chiari socchiusi, alta e agile, molto graziosa nonostante il viso troppo rosso e i capelli troppo rossi, aruffati.

— Deve essere la figlia del mugnaio, — aveva pensato Regina. — Deve fare l’amore col giovane del molino; e la vita lassù deve essere semplice e felice.

Ma poi aveva saputo che la giovine era moglie del mugnaio, un beone geloso, il quale teneva la sposa sempre con sè sul molino; ed aveva immaginato un fosco dramma svolgentesi nell’interno di quell’abitazione che ricordava le palafitte preistoriche, tra il fragore della ruota che girava, girava, raccontando la eterna storia del dolore umano: il vecchio [p. 163 modifica] geloso, beone, ripugnante; la giovine donna, ardente come i suoi capelli, intenta a pensieri ribelli e peccaminosi...

La barca carica di gente sfiorò la riva ed allora Regina riconobbe nella comitiva alcuni suoi conoscenti che la invitarono ad andare con loro nel molino a mangiare li gnocchi. Ella accettò.

L’acqua, rifletteva l’occidente rosso, le grandi nuvole d’oro, i boschi capovolti: un paese incantato pareva sommerso nel fiume. Regina ammirava, e taceva, ascoltando le chiacchiere originali della comitiva. Si parlava di spiriti. Il vecchio Joachin, ricco negoziante di grano, un omone dal viso pavonazzo e gli occhi tondi azzurri, una notte, mentre attraversava l’argine in carretto, aveva visto un cane bianco sbucare da un cespuglio e mettersi a seguirlo silenziosamente, ostinatamente.

Oh, chi poteva credere che quel cane bianco fosse un cane bianco? Era uno spirito.

E Petrin il barcaiuolo, una notte di luna, dal Po, aveva veduto passare volando sull’argine uno strano animale tutto lucente.

— Sarà stata una bicicletta, — disse il vecchio Joachin, battendo la pipa vuota sulla palma della mano.

— Sì, allora il cane era un cane!

Intanto la barca arrivò sotto il molino; il mugnaio s’affacciò tutto sorridente, e porse la mano a Regina.

— Ma benissimo! Che onore, signora Regina! Io la conosco benissimo, e questa è mia moglie che la conosce benissimo anch’ella.

La giovine rossa si tirò timidamente indietro con aria spaventata. [p. 164 modifica]— Come stai? — le chiese Regina, guardandola curiosamente.

Vedeva che il mugnaio non era poi tanto vecchio, nè la mugnaia tanto giovane, come sembravano da lontano. L’interno del molino era pulitissimo; ai piedi del letto di assi bene inchiodate ardeva il focolare; rozze stoviglie, che parevano scavate in qualche terramara, s’allineavano nell’armadio. Il meccanismo del molino era poi quanto di più primitivo: due grandi pietre livide, rotonde, giravano una sull’altra, mosse dalla ruota: la farina scivolava lenta, dorata, cadendo entro un sacco. E la ruota correva, correva, inseguita, sbattuta, frustata dall’acqua rumorosa: ruota ed acqua sembrava giocassero ad una lotta scherzosa in apparenza, crudele e spietata in realtà.

Il vecchio Joachin prese la mugnaia per le spalle e la scosse tutta.

— Presto, fa li gnocchi, mugnaia, falli grandi come le tue dita.

Ella rise stupidamente, guardandosi le dita, davvero enormi; e subito dopo prese la farina e l’impastò con acqua del Po.

Regina, accorgendosi che la sua presenza impacciava la mugnaia, uscì nella piattaforma, sedette sopra un sacco di farina e s’immerse nella contemplazione del tramonto meraviglioso. Il sole sfiorava già il fiume, versandovi dentro una grande colonna d’oro: ma verso il molino l’acqua cominciava a perdere i riflessi, e svaniva giù, ad oriente, con pallori di madreperla bianca. Regina vedeva i vortici del fiume aggirarsi luminosi, simili ad enormi conchiglie periate; la ruota d’un molino vicino sventolava [p. 165 modifica] nell’acqua d’oro un grande ventaglio metallico e le gocce che stillava, rifrante dal sole obliquo, riflettevano tutti i colori dell’iride.

Il mugnaio s’avvicinò alla giovane signora e le si chinò sopra. Era scalzo, con le gambe sottili ignude, le braccia scoperte. I suoi occhietti verdi ridevano maliziosi:

— Se mi permette le dico due parole, — mormorò rispettosamente.

— Dite, dite.

Allora egli le raccontò molte cose interessanti: per esempio, che aveva tutti i denti, che pagava cento lire di ricchezza mobile, che la ruota si fermava con una corda, che la mugnaia era una donna timida, paurosa, e che era lei a voler star sempre attaccata alle costole del marito. Regina ascoltava, un po’ spiacente che il dramma da lei immaginato esistesse solo nella sua fantasia.

— Ecco, — disse il mugnaio, mentre non cessava di palparsi le braccia e di grattarsi un piede con l’altro, — io magari vorrei che la mugnaia stesse una quindicina di giorni, o un mesetto, lontana...

— Perchè? — chiese ingenuamente Regina.

— Ma... signora Regina... — proseguì l’altro, un po’ imbarazzato, grattandosi forte forte il piede. — Lei, anche lei, non ha figliuoli, vero? E ne desidera anche lei? E ne avrà, vedrà. Vedrà, ora, dopo un mesetto che è stata lontana dal suo sposo... Via, venga con me: le farò vedere come si ferma la ruota, — disse poi accorgendosi che s’era preso troppa libertà.

Regina lo seguì; il vecchiotto fermò la ruota con la corda: pregò l’ospite di toccare la farina, [p. 166 modifica] la mola, il sacco; e nell’improvviso silenzio della ruota si mise a ridere, senza un perchè.

Un denso fumo avvolgeva ogni cosa; la mugnaia, rossa paonazza, cuoceva li gnocchi, istupidita dalla presenza di Regina; le altre figure si delineavano nere sullo sfondo dorato della piattaforma.

Il mugnaio guardava Regina e rideva; e anch’essa, ad un tratto, senza saper perchè, si mise a ridere forte.


*


Il carrozzino sempre più sgangherato di Petrin il Gliglo roteava per l’argine silenzioso. La notte era buia, calda ed umida.

Dopo aver chiacchierato di cose indifferenti, Antonio e Regina tacevano, quasi vinti dal silenzio della pianura e della notte.

Tacevano; ma Regina parlava con sè stessa, come le accadeva spesso.

— Antonio è mutato! No, questa volta io davvero non m’inganno: egli è mutato. Appena è sceso dal treno mi ha abbracciato quasi freneticamente. Pareva avesse avuto paura di non ritrovarmi più. Ma poi ha cambiato aspetto. C’è qualcosa di tetro e di diffidente nei suoi occhi. Non ha più fede in me? Qualche cosa ci divide, ora. Ma del resto doveva esser così. Eh, domani sarà tutto passato. Però...

Il cuore le batteva un po’ troppo forte. A un tratto ella prese la mano di Antonio, e sentendola fredda ed inerte, provò di nuovo un timore misterioso.

— Che ha egli? Non mi perdona? — pensò. [p. 167 modifica]— Senti, — disse, mettendosi sul cuore la mano del marito.

La mano si animò subito.

— Ti fa ancora male, il cuore? — egli domandò, come ricordandosi.

— Ma no! Batte di gioja, — ella rispose, e si rimise a chiacchierare.

— Senti, ieri sono stata al molino dipinto, a mangiare li gnocchi. Ci siamo divertiti tanto. Si godeva un tramonto meraviglioso. Che bel tipo quel mugnaio!...

Raccontò la profezia del mugnaio; poi disse che era stata a far visita alla famiglia del maestro.

— Un altro! Ma sai che è matto? E non vuol mandare i figli a Roma; la donna perchè studi e diventi... celebre; il maschio perchè si trovi un impiego?... Egli dice... — E imitò la voce e i discorsi del maestro.

Antonio rise; ma un riso freddo, beffardo, che pareva venir da lontano.

— Ma che ha egli? — pensò Regina, sopraffatta da un improvviso dolore. Le sembrava che Antonio, con quel riso schernitore, nuovo in lui, si beffasse sopratutto di lei.

Fantasmi! Sciocchezze!

— Appena siamo soli lo prendo per gli omeri, lo scuoto, gli grido: Ma dì, tu, che hai? Non mi perdoni? Non facciamo altre sciocchezze, eh? Bastano quelle fatte!

Tacquero ancora. Il carrozzino andava, nella notte umida e tiepida, tra il profumo penetrante della vegetazione immobile nell’oscurità. I giovani boschi della riva si delineavano neri nel buio, più neri del buio stesso: tutto taceva [p. 168 modifica] e tutto olezzava. Anche dalla terra calda, dalla sabbia umida, dai viottoli bagnati di rugiada, saliva un profumo eccitante, un alito silenzioso e voluttuoso. Pareva che dietro ogni siepe vigilasse una donna in attesti dell’amante, e che il suo desiderio e la sua gioia riempissero il vuoto della notte calda e vellutata.

— Domani si farà la luna, — disse Regina, che non poteva assolutamente star zitta: — così potremo godercela un po’. Quando sono arrivata io c’era una bella luna. Non è vero, Petrin?

Il carrozziere non rispose.

— Dorme! Faremo un capitombolo, se Dio vuole! — disse Antonio, seccato.

— Ma no; il cavallo è abituato — assicurò Regina. E certa che ora Petrin non la udiva, disse, con voce tenera: — Com’ero triste quella sera!

— Perchè? — chiese Antonio, quasi non ricordasse più nulla di quanto era accaduto.

Regina si volse di fianco, meravigliata, fremente: non ne poteva più.

— Antonio, — mormorò con un soffio anelante, cingendogli il collo con un braccio, — perchè sei così? Che hai? Che hai?

— E me lo domandi? — egli mormorò, senza voltarsi. Era appena un soffio, la sua voce, ma un soffio dove Regina sentì imperversare un uragano di rancore.

— Tu non mi vuoi perdonare, — disse, staccandosi da lui. Ma egli si era già voltato, e la stringeva nuovamente a sè, baciandola con un impeto che a Regina pareva, più che di passione, di disperazione. [p. 169 modifica]In quel momento, la voce di Adamo risuonò sull’argine:

— Antoniooo! Reginaaa!

Il poderoso dorso di Petrin dondolò da destra a sinistra, e la frusta fischiò.

— Quel ragass, — disse il vetturino, con voce assonnata, parlando fra sè. — M’ha fatto ciappar pagura.

Antonio e Regina si divisero, ed ella arrossì nell’ombra, come un’innamorata. Il cuore le batteva forte forte, ma fra i suoi rintocchi di gioia v’erano vibrazioni di dolore.


*


Dopo cena, come la sera in cui Regina era arrivata, tutti, tranne la signora Caterina, uscirono sull’argine. Toscana e i fratelli cominciarono i soliti giuochi, le solite corse, e lasciarono indietro la sorella ed Antonio.

— Sì, — disse Regina, — mia madre ha ragione. Hai un viso! Hai avuto davvero la febbre?

Egli non rispose subito: pensava, pareva cercasse il principio di un discorso e non riuscisse a trovarlo.

— Anche tua madre, però, mi sembra patita, — disse alfine. — Che dispiacere devi averle dato. Regina!

— Io? Ma se non le ho detto mai niente!

— Proprio?

— Come, non mi credi? Ma se per scusare il tuo silenzio le dicevo appunto che tu eri malato!

— Proprio? — egli ripetè, incredulo. — Ed [p. 170 modifica]io credevo ohe fossero stati i suoi consigli a renderti... meno aspra.

— Meno aspra! Cosa vuoi dire? — ella chiese freddamente.

Antonio dovette, a sua volta, aver paura, dovette credere d’essersi ingannato supponendo Regina pentita e pronta a seguirlo, perchè finalmente s’animò, e trovò il principio del discorso che cercava.

L’ora delle spiegazioni era giunta.

Regina non chiedeva di meglio, ma provava una strana impressione, o meglio s’accorgeva di non provare tutta la commozione, la gioia, la tenerezza che s’era attesa da quell’ora. Soffriva invece; sentiva che Antonio le aveva perdonato, che aveva sofferto, ed era venuto deciso di riprendersela a tutti i costi; che l’amava più di prima, con vera passione, attaccato a lei con tutta la potenza del suo cuore e dei suoi sensi; eppure non era contenta. Qualche cosa li divideva oramai, più di prima, inesorabilmente.

Come un tempo, camminavano stretti al braccio, con le dita intrecciate, eppure tutto uno spazio era fra loro, tutto un immenso fiume perfidamente silenzioso, come il fiume che intravedevano al di là del bosco nero nella notte nera.

Però Regina, che senza dubbio era la più perspicace dei due, s’accorgeva benissimo di una cosa misteriosa: un tempo era l’anima sua che sfuggiva a quella di Antonio, frapponendo tra loro tutto un mondo di piccolezze, di vanità, di desideri e d’ambizioni; ora invece era l’anima di lui che spinta da una forza occulta s’allontanava da lei. [p. 171 modifica]— Egli mi ama, mi ha perdonato, ma diffida, ha paura di me, — ella diceva a sè stessa, per spiegarsi questo mistero.

— Regina, — cominciò dunque Antonio, — quali sono le tue intenzioni?

— Le sai già!

— Niente affatto; io non le so bene ancora... La tua ultima lettera era ancora più brutta e cattiva della prima. Non voglio farti dei rimproveri... tanto — tu stessa lo dici — sarebbero inutili; ma un altro uomo al mio posto... Basta, più di mille volte tu mi hai detto che io non ti capivo: ora, per dimostrarti almeno la mia buona volontà, ti prego di spiegarti bene...

— Non te l’ho scritto? — ella disse, un po’ impertinente, un po’ umile. — Ti ho scritto: tutto dipende da te.

— Insomma, come dice il tuo maestro, vuoi tornare con me a Roma?

— Sì.

— Oh, va bene! Ti ripeto che io ho una gran volontà di dimenticare ciò che è stato; ma dimmi una cosa, ora. Perchè hai cambiato idea così presto? Dico idea e non capriccio, perchè la cosa m’è parsa ed era troppo seria...

— Chi lo sa? Possiamo noi spiegare le nostre idee chiamiamole così, i nostri capricci? Tu non ti sei contraddetto mai in vita tua? Oggi si pensa in un modo, domani in un altro. Siamo forse padroni di noi stessi, noi? Poco fa tu dicevi: se fossi stato un altro uomo... Capisco quello che volevi dire. Mi avresti maltrattato, mi avresti insultato. Invece mi vuoi bene lo stesso, forse anzi mi vuoi più bene di prima. Ti spieghi tu forse perchè, invece di odiarmi, per [p. 172 modifica] il brutto scherzo che ti ho fatto, mi vuoi più bene di prima?

Ella parlava senza troppa convinzione, ma voleva un po’ suggestionare Antonio. Le parve di riuscirvi perchè egli diventò pensieroso, quasi ripetesse a sè stesso la domanda di lei.

— Eh, — egli disse poi con un lieve sogghigno, — tu hai ragione... forse.

— Non parliamone più! È stato un capriccio, un errore di giovinezza, — continuò Regina, imitando la voce del maestro. — Gettiamo un velo sul passato.

Ma come non parlarne più?

— Mi hai umiliato, sai, però... — insistè Antonio. — Mi hai dato un colpo, e a tradimento, poi...

— Chi non commette degli errori? E le altre, tante altre donne? E quelle che tradiscono davvero, che tradiscono i mariti?

— Sì, — egli disse allora vivacemente, — ma ci sono anche i mariti che tradiscono le mogli! Per lo più sono i cattivi mariti che fanno cattive le mogli; mentre io credo di non averti mai dato un dipiacere. Che non ero un signore, tu lo sapevi, ma ti avevo forse promesso quello che non potevo darti? Eppoi... bisognava aver pazienza, aver confidenza. Chissà, tante volte le condizioni di un uomo, d’una famiglia, possono migliorare da un momento all’altro. Ricco io non diventerò, ma certo la mia posizione migliorerà...

— Basta, basta, — pregò Regina. — Possibile, però, che tu non t’immaginassi che il mio capriccio sarebbe presto passato?

— E tu, te lo immaginavi, quando scrivevi? [p. 173 modifica] Cara mia, le cose fatte sul serio toccano sul serio. Basta, cancelliamo il passato, come dice il maestro. Del resto, devo dirti una cosa. Forse la tua epistola ci ha fatto anche del bene. Io ho capito subito che, in qualche modo, tu avevi ragione: tutti si arrangiano meglio che possono: tutti brigano, tutti spingono... «Va via tu, chè ci voglio star io!» Aspetta, dissi fra me, possibile che anch’io non riesca a far qualche cosa? Allora comincio a brigare: metto su Arduina, la faccio galoppare tutto il giorno, la mando dal senatore, dalla principessa, dai suoi amici giornalisti e deputati...

— Non ti farò il torto di credere che tu le abbi detto... — interruppe Regina.

— Io non le dissi che questo: «Bisogna che io entri nel gabinetto di qualche ministro: cammina. Procurerò sei abbonati al tuo giornale, fra i miei colleghi». Essa rise e si mise in marcia. Mossi anche altre pedine; ma tutto fu inutile. Tutti i posti erano occupati. Però Arduina mi suggerì un’idea. Se ricordi, una sera la principessa mi mandò a chiamare per chiedermi certe informazioni di Borsa. Io capii benissimo che madame dubitava del cav. R***, il quale gioca da tanti anni per conto di lei. Ora, Arduina, che in fondo non è una stupida, aveva capito che io avevo assoluto bisogno di migliorare la nostra condizione. Cosa fa? Esplora Marianna, e mi conferma che madame ha davvero dei dubbi sull’onestà del cav. R*** e che vorrebbe mettergli qualcuno alle spalle per sorvegliarlo. «Perchè non cerchi di diventare l’uomo di fiducia di madame?» dice Arduina. Allora vado io stesso dalla principessa e le [p. 174 modifica] offro i miei servigi. Essa doveva partire il dodici, avantieri: io sono andata da lei il cinque. Io le ho parlato chiaro; le dissi che l’azione di sorvegliante non mi sembrava molto delicata, ma che accettavo perchè costrettovi da imprescindibili bisogni. Ella mi convinse che, se mai, l’indelicatezza era da parte del R***, e mi disse che se io riuscivo a esserle utile me ne sarebbe stata gratissima. Questo il giorno cinque, il giorno nove io ho le prove che realmente il cav. R*** giocava coi denari di madame, più per conto suo che per conto di lei.

— Come hai fatto? — domandò Regina, alla quale il racconto di Antonio dava un vago malessere.

— Ora ti spiegherò... Devi sapere che madame, per quanto parecchie volte milionaria, non capisce nulla di operazioni di Banca, di Borsa, d’amministrazione e di contabilità. Naturalmente deve rimettere tutti i suoi altari nelle mani di persone fidate, o, per dir meglio, di persone delle quali ha illimitata fiducia, ed accettare tutte le loro proposte ed i risultati delle loro operazioni senza alcun controllo. Il cav. R*** da molti anni serviva la principessa e certo nei primi tempi deve essere stato scrupoloso nelle operazioni finanziarie che faceva e nella resa dei conti, ma poi, accortosi che ella accettava ad occhi chiusi tutti suoi rendiconti, avrà pensato d’approfittarne. Marianna però da qualche tempo osservava che i profitti delle operazioni finanziarie andavano sempre più diminuendo, ciò che il cav. R*** giustificava per le speciali condizioni dei mercati esteri, per la crisi monetaria, per la rottura di trattati di [p. 175 modifica]commercio, per la guerra. Però, messa una volta sull’attenti, madame cominciò a sospettare e mi fece la proposta che ti ho detto. Le dissi senz’altro di passare a me le distinte delle operazioni finanziarie giornaliere che il cavaliere avrebbe compiuto per di lei conto: le avrei controllate spassionatamente. La mattina dopo madame mi mandò la distinta nella quale, fra altre operazioni, figurava: scontata cambiale di marchi 10,000 a lire 123,20, acquistato 8 azioni dell’Acqua Marcia a lire 1465. All’ufficio consultai i prezzi di Borsa riportati dalla Gazzetta Ufficiale e mi accorsi che differenziavano da quelli della distinta; non contento di questo, all’ora della colazione, corsi alla Camera di commercio, mi feci dare un listino di Borsa del giorno precedente e constatai vere le differenze già rilevate. Il cambio su Berlino era di lire 123,37 e le azioni dell’Acqua Marcia erano quotate in Borsa a lire 1460. Dopo un breve calcolo accertai che il cav. R*** aveva approfittato sulla differenza dei prezzi per lire 57. Allora mi feci dare da madame la distinta delle operazioni di riporto alla fine del mese di giugno, che essa teneva confusa in mezzo a carte inutili e giornali, e colla scorta dei bollettini di Borsa e di altre notizie procuratemi da un agente di cambio mio amico, potei dimostrarle che in tale operazioni il cav. R*** aveva approfittato per oltre un centinaio di lire.

— E poi?

— E poi? Madame mi ringraziò caldamente; mi disse che coglieva ora l’occasione della sua partenza per esonerare il cav. R*** dai suoi segnalati servigi. Al ritorno, almeno così mi ha [p. 176 modifica]lasciato capire, giocherò io per conto suo. Intanto mi ha lasciato un cumulo di cose da sbrigare. Bisogna anzi che io mi rimetta a studiare il tedesco, che ho quasi dimenticato, perchè ella ha molti affari in Germania.

Quasi istintivamente Regina ritirò la sua mano dalla mano di Antonio, e ripetè la domanda:

— E poi?

— E poi?

— Cosa ti dà?

— Cento lire al mese, per ora. Più in là, vedrai, io diventerò il suo factotum... Ma bisogna che riprenda a studiare il tedesco...

Egli pareva molto preoccupato per la questione delle lingue, e specialmente per il tedesco; ne parlò per buon tratto, ma Regina non lo ascoltava più.

— Torniamo indietro, — ella disse improvvisamente. — Sarai stanco. Toscana? Gigi? Andiamo? — gridò. — Verranno. Sai, è curiosa: ho sognato così e così, una sera, la seconda del mio arrivo, mi pare.

Raccontò il sogno delle dieci mila lire, di Marianna, del pompiere.

— Ebbene, qualche volta i sogni sono proprio strani.

Egli non rispose.

— E perchè, — domandò Regina, dopo un momento di esitazione, - perchè non mi scrivevi?

— Che dovevo scriverti? Tu avevi già risolto da te la questione: io volevo risolverla in altro modo, e una discussione per lettera mi pareva inutile. Eppoi, ero deciso di venire qui. [p. 177 modifica]Regina non insistè, sebbene la spiegazione di Antonio non le sembrasse molto soddisfacente.

Egli riprese a esporle i suoi progetti per l’avvenire:

— L’anno venturo, poi, farò il concorso, e lo vincerò, perdinci! Al più tardi in ottobre, l’anno venturo, passerò segretario. Intanto possiamo contare su trecentoventicinque lire al mese, nette e sicure. Vedi che già un po’ la nostra posizione è migliorata. Ho già trovato da subaffittare l’appartamentino: ho veduto uno splendido mezzanino in via Balbo: ottanta lire mensili. Tre stanze, bellissime, danno sulla via; una, grande, dà sul cortile, ma è piena di luce, ci batte il sole. Potremo fare due salotti...

Regina ascoltava: ascoltava, e provava un sentimento che non era di gioia. Le notizie che le dava Antonio non la rallegravano punto, mentre la voce di lui le sembrava più che mai mutata; era la voce monotona e lontana di uno che non era più l’Antonio allegro e felice di prima.

Due salotti! Sì, ella capiva la preoccupazione di lui. Egli voleva darle qualche cosa di quanto ella aveva stoltamente sognato e più stoltamente ancora chiesto: voleva darle almeno una illusione di signorilità, di benessere, di vita elegante. E le faceva la sua offerta quasi umilmente: pareva egli il colpevole, pronto a tutte le debolezze pur di essere perdonato.

Ella avrebbe preferito un colloquio tragico di rimproveri, e poi dolce di perdono: un uragano che lasciasse il loro cielo domestico più puro di prima.

Ma d’altronde s’accorgeva che l’amore di [p. 178 modifica]Antonio per lei era ben cieco e ben vile, e in fondo all’anima ne provava una triste soddisfazione.

Camminavano sempre, riavvicinandosi al villino, così attratti dal loro colloquio meschino, che non s’accorgevano più del mistero della notte calda e dolce, del paesaggio attraversato dal fiume incolore, dell’orizzonte scuro, sul quale il bosco si profilava immobile e nero come in un bassorilievo di bronzo.

Di tanto in tanto brillava solo il lume violetto di qualche bicicletta, che passava silenziosa, preceduta da una enorme farfalla d’ombra: e solo qualche voce, a intervalli, vibrava nel silenzio e nell’immobilità delle cose dormenti: nell’aria scura, tiepida e molle come un velluto, aleggiava l’incanto d’un sogno di dolcezza, di voluttà; ma i due giovani sposi non sentivano più quell’incanto, Antonio tutto infervorato nei suoi piccoli progetti per l’avvenire, Regina vinta da un senso di pietà per l’uomo che il suo capriccio aveva così meschinamente, così profondamente mutato.



Note

  1. Carro speciale in uso nel Mantovano per trasportare i covoni di grano e le pannocchie di granoturco.