Notizia d'opere di disegno/Notizia/Opere in Pavia

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Opere in Pavia

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OPERE IN PAVIA.

La Statua del soldato a cavallo de metallo in la parrocchia de.... è la statua de Odoacre Re dei Eruli, fatta da lui in Ravenna, e nominata Re del Sole, e poi tolta d’indi da Carlo Magno, [p. 46 modifica]e lassata a Pavia, ove corrotto il vocabolo, si chiama Rugiasole1.

La Fortezza posta alla porta de Milano fu fatta far da Matteo Visconte nel 1315.

El Castello de Pavia, e la Libraria famosa2, e la Certosa, & el Barco furono fatti far da Zuangaleazzo Visconte figlio di Galeazzo Maria tra l’anno 1382. e 1402. nel qual morse.

La Chiesa e Monasterio della Certosa fuor della porta de.... fu instituita da Madonna Caterina moglie del Conte de Virtù Conte Galeazzo l’anno 1390.

Le pitture nel Castello a fresco furono de mano del Pisano, tanto lisce e tanto risplendenti, come scrive Cesare Cesariano3, che fin oggidì si pol specchiar in esse.




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ANNOTAZIONI.


  1. [p. 201 modifica](81) Questa statua chi l’ha creduta di Antonino Pio, chi di Marco Aurelio, chi di Odoacre, chi di Lucio Vero. Per mostrarla di quest’ultimo scrisse una dissertazione, che non fu stampata, il P. Siro Severino Capsoni Domenicano, autore delle Memorie di quella città; ed a quella si riportano li Monaci Cisterciensi nell’annotazioni all’Istoria del Disegno del Winckelman (Lib. XII. Annot. 2.). Non è da sprezzare ciò che quanto alla denominazione d’essa statua ha il seguente passo dell’anonimo autore dell’opuscolo de laudibus Papiæ scritto circa l’anno 1330, ed inserito dal Muratori negli Scrittori delle cose d’Italia (T. XI. p. 17.): In plateæ medio super columnam lapideam vel lateritiam & tabulam saxeam erecta est statua equi & sessoris ænea, nuper deaurata,... quæ statua cum repercussione solis mirabiliter radiet, & quia forte sic etiam antiquitus radiabat, Radisol ab incolis appellatur. Bensì può [p. 202 modifica]donarsi allo scrittore quello che immediatamente soggiunge: Vel dicitur Regisol, quasi regens solem, eo quod, sicut fertur, antiquitus artificioso, vel incantato motu gyrum solis imitabatur. Dell’essere poi stata trasportata la statua da Ravenna segue: Hanc autem statuam antiquitus & corpus B. Eleucadii Episcopi abstulerunt Ravennatibus Papienses, contra quos habebant inimicitiam atque bellum. Come nel 1528. que’ di Ravenna se l’avessero presa, ed il Duca di Milano Francesco Sforza II. la ricuperasse, ed a Pavia la rimettesse, lo narra fra gli altri Leandro Alberti nella Descrizione d’Italia ove di Pavia tratta. E’ però la statua di mala conservazione, e da varj rappezzamenti bruttata.
  2. [p. 202 modifica](82) Nominandosi qui la famosa Libreria di Pavia, non ha da intendersi ch’essa come anche allora esistente si dinoti. Aveala bensì messa insieme Giangaleazzo Visconti Duca di Milano, e se si vuol prestar fede al Giovio (Vit. Galeat. Vicecom.), principio ne avea dato Galeazzo padre di lui, ad esortazione del Petrarca: ma sino dall’anno 1499, in cui dal Re di Francia Lodovico XII fu presa Pavia, i libri n’erano stati portati via, e nella regia Libreria di Blois collocati. Che questo trasferimento seguisse, l’ho io asserito nella Dissertazione storica sopra la Libreria di S. Marco di Venezia, nell’anno 1779. stampata (p. IX.), autorizzando il mio detto con l’Essai sur la Bibliotheque du Roi, messo al principio del primo volume del Catalogo de’ libri Teologici a stampa della Biblioteca regia di Parigi (p. VIII.). Tuttavia ha riputata sospetta la mia asserzione il Sig. Ab. Rive, e ciò per quello che ha egli letto nelle Storie di Pavia di Stefano Breventano: Je la crois suspecte d’apres ce que j’ai lu dans l’Istoria dell’Antichità di Pavia per Breventano, in 4. [p. 203 modifica] [p. 204 modifica]se altre prove vuole il Sig. Ab. Rive di quanto ho io affermato, una molto autorevole ne abbia dal celebre Andrea Navagero, il quale nell’anno 1528. andando ambasciatore della Repubblica di Venezia al Re Francesco I, passò per Blois, e nella Descrizione del suo Viaggio lasciò scritto così: In Blois è la Libreria dei Duchi di Milano, che solea esser nel castello di Pavia, la qual portò Re Alvigi d’Italia, quando tolse lo Stato al Duca Lodovico (Navagero, Opera omnia, p. 408. ed. Comin.). Inoltre osservi egli, che di quella traslazione di codici tal fama correva nel Secolo sedicesimo, che Leonardo da Maniaco scrivendo le Istorie de’ suoi tempi (P. I. Lib. IV. p. 122. ed. Bergamo 1603.) ove tratta della congiura insorta contro il Re Francesco II. nel 1560, scrive che la Corte ricreavasi allora a Bles, terra del paese di Sologne, celebre per la bellissima Libreria dei Duchi di Milano, la quale Lodovico Re l’anno 1500. da Pavia trasportò in Francia. Certamente però, per il tempo in cui ella fu fondata, poteva essa Libreria riguardarsi come copiosa; anzi secondo altro Indice fatto nel 1426, il quale dal Sig. Conte di Firmian fu posseduto, più d’un migliaio di Codici ne conteneva (Catalog. Bibl. Firmian. T. I. Mss. p. 97.). Ornamento singolare della Libreria Pavese era il famoso Virgilio col comento di Servio, ed una miniatura di Simone da Siena, posseduto già dal Petrarca, che vi lasciò scritta la memoria del suo innamoramento; il quale poi trasferito nell’Ambrosiana di Milano, finalmente a’ giorni nostri altrove ha dovuto passare.
  3. [p. 204 modifica](83) Le parole del Cesariano, che sono a carte CXV. del Vitruvio da lui comentato, ove del dipingere a fresco si tratta, son queste: Cum sia ancora si po disponere, como dice Vitruvio, questa [p. 205 modifica]composita calce a recevere la splendentia e nitore; siccome etiam fanno le vecchie picture facte in la Archiepiscopale Curia & in Sancto Ioanne in Conchæ in Mediolano: così etiam in Papia, & præcipue in epso castello dove il nobile Pisano depinse: vel etiam in Placentia Antonio del Carro. Pittore di patria Pisano, cui queste opere possano attribuirsi non ne veggo alcuno. Perciò sin tanto che altre buone notizie in contrario escano fuori, io tengo che autore ne fosse Vittore Pisano Veronese, anzi da San Vigilio sul Lago di Garda, altramente detto il Pisanello, il quale sulla fine del secolo quattordicesimo e nel seguente con lavori di pennello e di getto grande nome si fece, e pinxit & in variis urbibus Italiæ, come in un suo epitafio fu detto: nè mi basta che il Sign. Francesco Bartoli (Notizia delle pitture, sculture, ed architetture d'Italia, T. II. p. 12.) dica che nel castello di Pavia veggonsi alcuni vasti saloni, oggi ad uso di quartieri di soldati, i quali sono dipinti a fresco con gigantesche figure, e fatti di guerra, per opera di Pietro Bonaccorsi detto Perino del Vago Fiorentino; non vedendo da alcuno vecchio scrittore queste pitture a costui ascritte. Mi fa però alcun poco dubitare il silenzio del Vasari, del Pozzo, del Ridolfi, del Marchese Maffei, e d’altri, i quali delle opere del Pisano, da loro diligentemente indagate, facendo menzione, delle pitture di Pavia all’oscuro affatto si mostrano. Più ancora cresce il motivo di dubitare, vedendo che nulla ne dice Guarino Veronese suo contemporaneo nel poemetto intitolato Pisanus, riferito dal ch. Ab. Andres nel Catalogo de’ Codici Capilupiani (p. 38.); e nulla parimente Bartolommeo Facio, il quale nell’operetta de viris illustribus scritta l’anno 1456, e pubblicata dall’Ab. Mehus [p. 206 modifica]in Fiorenza nel 1745. (pag. 47.) mette il Pisano fra li principali pittori di quel tempo, e gli fa questo elogio, da’ moderni scrittori intorno ad esso non veduto: Pisanus Veronensis in pingendis rerum formis sensibusque exprimendis ingenio prope poetico putatus est; sed in pingendis equis ceterisque animalibus peritorum iudicio ceteros antecessit. Mantuæ ædiculam pinxit & tabulas valde laudatas. Pinxit Venetiis in Palatio Fridericum Barbarussam Romanorum Imperatorem & eiusdem filium supplicem: magnum quoque ibidem Comitum cœtum Germanico corporis cultu, orisque habitu: sacerdotem digitis os distorquentem, & ob id ridentes pueros tanta suavitate, ut aspicientes ad hilaritatem excitent. Pinxit & Romæ in Ioannis Laterani tempio quæ Gentilis D. Ioannis Baptistæ historia inchoata reliquerat; quod tamen opus postea, quantum ex eo audivi, parietis humectatione pæne oblitteratum est. Sunt & eius ingenii atque artis exemplaria aliquot picturæ in tabellulis ac membranulis, in quis Hieronymus Christum Crucifixum adorans, ipso gestu atque oris maiestate venerabilis; & item eremus, in qua multa diversi generis animalia, quæ vivere existimes. Pictura adiecit fingendi artem. Eius opera in plumbo atque ære sunt Alphonsus Rex Aragonum, Philippus Mediolanensium Princeps, & alii plerique Italiæ Reguli, quibus propter artis præstantiam carus fuit. Medaglie d’uomini illustri da lui gettate molte ne conoscono coloro che de’ musei hanno pratica; e non poche gli scrittori allegati ne accennano. Una ve n’ha di mezzana grandezza da me veduta, che il Pisano medesimo rappresenta con berrettone in testa e con le parole pisanus pictor, e nel rovescio ha queste lettere iniziali f. s. k. i. p. f. t., le quali parimente nel rovescio d’una medaglia di Dante si veggono, senza che il loro [p. 207 modifica]significato se ne conosca. Ambedue queste medaglie osservò nel Museo Cesareo di Vienna Apostolo Zeno, e la prima attribuì ad un Pietro Pisano pittore (Lettere, T. IV. p. 141. ed. 1785.): ma in vece Vittore Pisano io stimo con M. Mariette (Lettere pittoriche, T. V. p. 263.) che riconoscere vi si debba; siccome pure altra medaglia di minore grandezza che ha una testa scoperta colle parole pisanus pictor, e senza parole nel rovescio, la quale nel Museo Mazzucchelliano si riporta (T. I. Tav. XI.) ed a Vittore si attribuisce. Dicendo poi il Gaurico (De sculptura, Gronovius, Thesaurus graecarum antiquitatum, T. IX. p. 774. edit. Lugduni Batavorum) che era Pisanus pictor in se cælando ambitiosissimus, anche queste due medaglie come opere di lui a ragione tenere si possono. Per altro belli avanzi delle pitture nel castello di Pavia si vedevano ancora a tempo di Stefano Breventano; giacchè nell’Istoria di quella Città scritta l’anno 1570. egli ne fece questa ricordanza (Lib. I. p. 7.): Le sale e camere, tanto di sopra, quanto di sotto, sono tutte in volto, e quasi tutte dipinte a varie e vaghe istorie e lavori; i cui cieli erano colorati di finissimo azzurro, ne’ quali campeggiavano diverse sorti d’animali fatti d’oro, come leoni, leopardi, tigri, levrieri, brachi, cervi, cinghiali, ed altri, e specialmente in quella parte che rimirava il Parco (la quale, come abbiamo detto, fu rovinata con l’artiglieria dall’esercito Francese alli 4. di Settembre l’anno del 1527), nella quale, come a’ giorni miei io l’ho veduta intera, si vedeva un gran salone lungo da 60. braccia e largo 20., tutto istoriato con bellissime figure, le quali rappresentavano caccie e pescagioni e giostre, con altri varii diporti dei Duchi e Duchesse di questo Stato.