Notizie della vita e degli scritti di Luigi Pezzoli/VI. Colombo, poema immaginato e incominciato a comporre, poi tralasciato

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VI. Colombo, poema immaginato e incominciato a comporre, poi tralasciato
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VI. COLOMBO, POEMA IMMAGINATO E INCOMINCIATO A COMPORRE, POI TRALASCIATO.



Fino a questo tempo, che io sappia, la inquieta ansietà che tormenta gli animi giovanili, e provoca lo sviluppo de’ loro intelletti, non erasi riposata nel disegno di veruna opera rilevante. Il poema e la tragedia sono i due componimenti dai quali ha per lo più cominciamento la carriera poetica; potrebbesi questo provare con esempi assai luminosi. E il Pezzoli concepì egli pure il disegno di un poema, che aver doveva a soggetto la scoperta del nuovo mondo, e di cui il protagonista sarebbe stato per conseguenza il Colombo. La scelta di tale argomento non [p. 179 modifica]deve credersi frutto di giovanile inconsiderazione, s’egli è vero che questo stesso argomento, prima che si fosse dato a comporre la Gerusalemme, andasse per la fantasia di Torquato, come abbiamo dalle sue prose. Contemporaneo del Tasso, e da lui salutato poeta di primo ordine, sebbene l’augurio non si avverasse gran fatto, Tommaso Stigliani diede in luce un’epopea sullo stesso soggetto, niente meno che di trentaquattro canti. Madama Duboccage tra’ Francesi si mise a battere coraggiosa lo stesso arringo, e, se non per altro, il poema di lei non dovrebbe rimanere del tutto ignoto all’Italia per quella parte che ci diede tradotta il Parini, abbenchè lavoro assai giovanile e rifiutato ad età più tranquilla da quel maestro inimitabile di eletta poesia. Nella vita del Pindemonte scritta dall’amico mio B. Montanari si legge (lib. II, cap. 2), che quel poeta avesse pensato ancor egli a non dissimile impresa; ma dov’egli l’abbandonò, in essa da più anni si prova il principale de’ viventi poeti melodrammatici, Felice Romani. Potrei allargarmi nelle citazioni di quelli a cui parve ottimo un tale argomento, ma non credo sia questo luogo conveniente a rassegne bibliografiche.

Il Pezzoli non condusse ad atto l’immaginato poema, sebbene ne avesse di già in gran parte delineata l’orditura, e composti per soprappiù alcuni canti. Tutto questo io seppi da lui medesimo, che molti anni appresso mi raccontava di quel suo primo divisamento, e le parole sue [p. 180 modifica]avevano la malinconica espressione onde altri ricorda un caro pensiero di giovinezza. Udendomi favellare di epopee: Ed io pure, soggiugneva, io pure, mi ricordo, così m’infiammava pensando all’America. E quindi sconfortavami dal tentare poemi, e mi ravviava con amichevoli esortazioni al sentiero intralasciato della tragedia. Sbigottiva egli di fronte al colossale edifizio di un’epopea? O, come di cosa cui difficile, anzi impossibile reputiamo dimenticare, perchè troppo amata, ov’altri ritenti la nostra piaga, desiderava che non gliene fosse tenuto discorso? Sorriderà forse taluno all’udire parlare di un concepimento poetico lasciato ire a voto come di una qualche asprissima traversia della vita; ma quelli che vivono in un mondo di fantasmi, e a cui le proprie immaginazioni rendono sembianza di prette realtà, nè più nè meno si dolgono e si consolano di così fatti disastri, di quello altri farebbe per una lite perduta, per una pratica mal riuscita, per un titolo non ottenuto. Tutti sanno che quando la casa del greco artista fu detto andarne per fiamma, il grido del dabben’uomo si era: Il mio amore! Di che l’astuta cortigiana comprese a qual miglior prezzo potere indi vendere le sue carezze. Non credo che quel primo pensiero del Colombo si togliesse mai da Torquato, anche dopo fattosi cantore dell’Armi pietose; e me ne fanno fede quelle ottave, certo fra le più splendide ed appassionate della Gerusalemme, in cui, apostrofando l’ [p. 181 modifica]ardito navigatore, rivela i dolorosi misteri della propria anima, vaga ancor essa di segnalarsi per la conquista di un nuovo mondo, ancor essa malignamente tardata e impedita nel suo nobile desiderio.

Il retto giudizio del Pezzoli si pare in questo rifiuto. Oltre tutte le ragioni addotte dal Tassoni nella sua lettera all’Anonimo, altre ve ne hanno tutte proprie del tempo nostro per distogliere chi abbia buon senno dal porsi a trattare un simile tema con lunga epopea. Bastava accennare al critico modenese la poca squadra del Colombo, l’indole non punto guerriera degli Americani prima dell’approdarvi de’ nostri, e le nessune armi ond’erano protetti, giovandosi nelle cacce di soli grandi archi con frecce aventi per punta non più che pietre aguzzate. Da ciò conchiudeva, ch’ove pure avesse taluno voluto travagliarsi in sì difficile arringo, gli convenisse, anzichè dell’Iliade, far ritratto a sè stesso dell’Odissea, come il Camoens, ne’ suoi Lusiadi, del cui poema occupano tanta parte i racconti delle nazionali glorie, tant’altra i pericoli della navigazione, che la men vasta si è quella conceduta all’operare di Gama per la scoperta del Capo. Ma il poeta moderno ha, oltre i soprannotati, molti altri ostacoli da superare. L’agevolata navigazione avendoci resi familiari i costumi di que’ popoli e la cognizione del loro paese, anzi avendo noi in essi rifuso gran parte degli usi nostri, delle religioni, delle fogge del [p. 182 modifica]governare, un grandissimo elemento rimane tolto a quel tema di maraviglia, e quindi di magnificenza. E di quanto non è egli scemato per noi lo stupore del veramente sovraumano ardimento del Genovese nell’afferrare, con tre picciole barche, rive affatto incognite e lontanissime, oggi che i battelli a vapore ritentano ad ogni ora quel vasto tragitto, e gli abitanti di colà vengono a sedere nei nostri teatri, e nelle sale dei nostri ridotti, costumati alla nostra maniera; e anch’essi producono politici, economisti, fisici, moralisti, e, non che altro, poeti e novellatori, nè più nè meno di noi?

Forse che avrebbe potuto ringiovanirsi per noi un tal soggetto considerandolo nelle sue relazioni coll’avanzamento di tutta la civiltà europea. Questo però non entrava nel disegno del Pezzoli, il quale avrebbe parlato di quella scoperta come il Tasso delle crociate, e si avrebbero descritti quei luoghi, dei quali, sebbene lontani, possiamo dire di avere attualmente notizia come di casa nostra, a quella guisa che i romanzatori del cinquecento ci ritraevano i regni del Cataio e di Bellamarina. Il metro scelto dal Pezzoli discordava per altra parte dalla fantastica trattazione, ed era lo sciolto; forse per acconciarsi all’autorità del Chiabrera, che un molto bel dialogo dettò su questo proposito, e all’esempio del Tasso, che a stagione più tarda in quel metro e non altrimenti compose il divoto poema, a cui descrivono fondo il cielo e la [p. 183 modifica]terra, e il quale bene si manifesta immaginato, o per lo meno condotto all’ultima perfezione, presso l’aule del Vaticano, e tra gl’incensi e le salmodie di Monte Oliveto.

Rinnegò dunque il Pezzoli il suo concetto, e quel primo esperimento che appena ho potuto vedere, e fu dato alle fiamme, saranno ora forse dieci anni, rimase interrotto. Mi fermo a questo rifiuto perchè assai notabile, in un giovane singolarmente. E di questi scontentamenti, che rivelano pur sempre un’anima insofferente della mediocrità, e portata da intrinseca forza alla contemplazione del bello, non mancano altri esempi nella vita di lui. Un lungo poemetto sulla caducità delle cose mondane, che doveva intitolarsi da un vocabolo alquanto strano composto di non so che frantumi di greche parole, condannò irremediabilmente alle fiamme, essendogli fatto osservare, che quanto splendida ed artifiziosa la veste esteriore della poesia, altrettanto povera era la bontà del disegno. Ci aveva lavorato quasi due anni; e duolmi avere avuto non piccola parte a quella condanna, sempre che mi ricordo quanta bellezza di particolari traluceva in quel componimento. Nel quale, oltre al resto, con mirabile vivacità si leggeva dipinto il monarca di Palestina, che, privilegiato di singolare sapienza e come oracolo consultato da lontane regine, non altro ritrasse dai pomposi edifizii che alzò, e dal disegnare giardini, ove sedessero all’ombra le giovani delizianti per la sua [p. 184 modifica]reggia, e dal provvederli di fonti e d’inaffiatoi, ove prendessero ristoro di odorosi lavacri, fuorchè l’esclamare: Vanità delle vanità, e tutto è vanità sulla terra! Egli si richiede non poco coraggio per mettersi alla trattazione di un qualche grande e difficile tema, ma pari è il coraggio, se non maggiore, che si domanda a far getto di quanto la mente ha più avidamente ricerco, e per cui non fu perdonato a fatica.