Nuovi poemetti/Pietole

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La vendemmia Note
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PIETOLE1


sacro
all’italia esule



i


Siede, adagiato sotto la corona
d’un ampio faggio, il dorso ad una siepe,
il contadino. E piena d’api i fiori,
la siepe manda un lieve suo sussurro.
5Splendono intorno e fiumi e laghi al sole,
al vento glauche fremono le spighe.
Ad ora ad ora un muglio di giovenchi
cupo, e un tremulo ringhio di polledri;
e tubar rauche qua e là colombe,
10e gemebonde tortori sull’olmo.
Quegli ripete aspre parole ai pioppi,
ai lunghi pioppi dondolanti in fila.
E dice:

  — I am Italian
I am hungry...

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I pioppi a lui rispondono, col canto
15d’un rusignolo ch’ha sui rami ognuno,
l’un dopo l’altro; e lontanando il canto
va sino al Mincio ed al ceruleo Po.


ii


Chè nell’autunno è per lasciare i campi,
il campagnolo, e dire addio per sempre
20alla sua verde Pietole. Che fugge
la Patria; dove, e’ non lo sa per ora.
Qual sia per lui, de’ quattro venti, ancora
e’ non lo sa; nè lo sa meglio il vento,
il lieve vento ch’ora sulla palma
25gli sfiora e sfoglia crepitando un libro
da portar seco nel cammino ignoto.
Ora a quel vento e’ cómpita cantando
strane parole a chieder pane e fuoco,
acqua e lavoro, oltr’alpi ed oltre mare,
30sotto altro sole...

  — Ich bin Italiener
Ich bin hungrig...

A quelle voci strane
dalle verdi acque echeggiano le rane
con la querela sempre ugual, ch’eterna-
mente gracidano gracidano...

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iii


   35Soy Italiano
Tengo hambre...

Ed ecco
brilla nei tardi avvolgimenti il Mincio,
cinto d’un orlo tenero di canne;
s’irida, come d’un sorriso, il lago.
Leva tra i biodi la giovenca il muso
40e fiuta l’aria con le froge larghe;
nè più dismette di tubar su l’olmo
la tortore e la querula colomba.
Risuona tutta la campagna intorno
d’allegri ringhi e cupi mugli lunghi.
45E di lontano ora vien su crescendo
la melodia de’ rusignoli in coro,
quasi canoro aereo ruscello,
nel quale, piane, guazzano le rane.
Bombisce a un tratto e palpita la siepe,
50e fatto sciame, volano via l’api
come un’oscura nuvola. Chè tu,


iv


tu sopra vieni; e ti si fanno incontro
tutte, dai florei pascoli e dai bugni,
l’api con suon d’avene e di campestri
55buccine e franto strepere di trombe;

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ecco e piegare al tuo passaggio i pioppi,
i lunghi pioppi, con l’ondulamento
d’opre che a tondo menino le falci;
ecco e fiottare al tuo passaggio i campi
60d’orzo e di grano, come ad un fecondo
soffio, in un lustro tremolìo di reste;
e impazïenti a te muggir le stalle
chiuse; dall’aie a te squittir la forza
fida dei cani; a te, dal pingue concio,
65rosso plaudir, battendo l’ale, il gallo:
perchè tu vieni ai dolci campi, ai noti
fiumi, ritorni al tuo natio villaggio,
alla tua gente ed alla tua tribù,


v


Virgilio! O tu, cui partorì la madre
70nei campi, al sole, dentro un solco aperto
dal curvo aratro per il pio frumento;
o tu, che avesti per gemello un pioppo
che si levò su tutti gli altri al cielo,
sì che ai suoi rami si stessean le nubi:
75appie’ del dio, chiuso nell’aureo musco,
venìan le incinte, e i loro blandi voti
s’unìan lassù col pigolìo dei nidi:
o tu cui l’arnie, o di cucite scorze
o di tessuti lenti vinchi, all’ombra
80dell’oleastro, persuadeano il sonno
col grave rombo, quando a te tra i fiori

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era la cuna: fiori d’ulivella,
timbra e serpillo che lontano odora,
e di viole scese a bere al fonte,
85al fonte che scivola molle e va;


vi


ritorni al luogo, donde già vedesti
passar cacciato dalle sue maggesi
il contadino; che annestati i peri,
piantato vigna, seminato il grano
90avea per altri, e che non più, tornando
al regno suo cinto di siepe viva,
alla sua reggia dal colmigno a piote,
vedrebbe ormai, che qualche grama spiga:
passava avendo siepe e campi in cuore,
95e l’abituro, e si parava innanzi
poche sue capre, e ne traeva a mano
una che addietro si volgea belando;
chè avea lasciato due gemelli addietro
ah! su la ghiara: ed il pastore andava;
100ed era l’ora del ritorno a casa
e della cena; e dai tuguri il fumo
salìa nella crescente oscurità.


vii


Virgilio, e tu, di tra i pastori uscito,
vedesti intorno lo squallor dei campi

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105abbandonati, e non più messi, e date
le curve falci al fonditor di spade,
e tolto il coltro all’imporrito aratro:
l’aratro nuovo tu facesti, d’olmo
piegato a forza, e l’erpice e la treggia,
110ed intessesti le crinelle e i valli;
e nella nuova primavera, al primo
tiepido soffio, gli anelanti bovi
spingesti al solco, e nereggiava il suolo
al vostro tergo, e si bruniva attrito
115lo scabro e roggio vomere. La strada
così segnavi ai campagnoli ignari,
l’opere e i giorni, ed imparare, in prima,
la dura terra, ed osservar nel cielo
la luna e il sole, e il volo delle gru.


viii


120Ritorni ai campi, o già dei campi uscito,
uscito in riva all’infecondo mare;
in cui vedesti gli esuli del fato
venir col fuoco tratto fuor dal fuoco,
venire in cerca dell’antica madre.
125Una indugiava, delle stelle in fuga;
una splendea tra il rosso dell’aurora.
Italia! Italia! udivi tu gridare
di su le prue, tra l’ànsito del mare.

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Sul tremolante rosseggiar dell’onde,
130nere venìan le navi. E c’era a poppa
d’una un gran vecchio che libava il vino,
con gli occhi al cielo. Ed in un verde prato
pascean, drizzando ad or ad or le orecchie,
quattro cavalli d’un candor di neve.
135Italia! E il mare col sussurro eterno
montava su, ridiscendeva giù...


ix


O madre grande d’ogni messe, o grande
madre d’eroi! D’oro e d’incenso abbondi,
nessuna terra è più di lei ferace.
140Qui piene spighe, qui rigoglio d’uve,
qui pingui ulivi, qui fecondi armenti.
Il bel cavallo qui le zampe al trotto
scambia a test’alta; qui con lenta possa
muovono i bianchi bovi trionfali.
145Pascon, la guerra e la vittoria, insieme!
Qui tiepide aure e il fiore d’ogni mese.
Eppur non tigri, non leoni, o l’erba
che buona sembra a cogliere, che uccide;
nè il serpe striscia in terra lungo, e s’alza
150ravvolto a spire... E quanta opera d’uomo!
Quante massiccie acropoli sui monti!
E quanti fiumi specchiano le grandi
mura di preromulee città!

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x


I suoi due mari? dove il Po travolge
155lo stillicidio de’ ghiacciai su l’Alpi,
e dove il sacro Tevere conduce
l’acque di neri sotterranei laghi?
E i grandi laghi? così grande alcuno,
che come un mare si ribella al vento?
160E i tanti porti? E nelle vene il rame
ebbe e l’argento; ebbe già l’oro: ha il ferro.
Ha questa terra una gagliarda stirpe
d’uomini, i Marsi, la genìa Sabella
aspra dal sole, i Liguri indomati
165dalla fortuna. Questa terra al mondo
diede gli eroi: gli uomini pronti al fato,
duri alla guerra, i Deci ed i Camilli...
Eppur la terra è del buon Dio di pace,
del buon fuggiasco ignoto Dio, la terra
170della giustizia e della libertà!


xi


   — Soy Italiano
Tengo hambre... —

E Roma
tu la vedesti quando ancor non era.
L’acque del sacro Tevere la nave
saliva, all’ombra tremula, solcando

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175nel liscio specchio la boscaglia verde.
Sul mezzodì videro un colle sparso
di pochi tetti; ma quel dì la gente
cingea col re, lunghesso il fiume, un’ara,
l’ara più grande. Ed in due cori i Salii,
180giovani e vecchi, avendo al capo rami
di pioppo bianco, dissero un lor canto,
tripudïando, al domator dei mostri
e della morte, ad Ercole sereno,
al vïandante pacificatore,
185armato appena d’un fortuito tronco
d’albero, Ercole nudo, Ercole solo,
figlio del cielo, ma nè dio nè re.


xii


E il re pastore e il povero senato
davano incensi all’ara, un tempo e sempre
190massima. E il re nel grande Pallantèo
scotean dal sonno i passeri annidati
sotto la stoppia della sua capanna.
Erano scorta, al re per via, due cani.
Pascean nel Foro e nelle vie di Roma
195mandre di bovi ad or ad or mugghianti;
ed echeggiava il Campidoglio ai mugghi.
Ed era tutto una silvestre macchia
il Campidoglio, e ruderi, tra i bronchi,
grandi giacean d’una città distrutta.
200Roma era morta, e ancor dovea, l’eterna,

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sorgere al sole; ancor dovea d’un muro
cingere, Roma, i sette colli, il Lazio,
l’Italia, l’Alpi, i mari ed i deserti,
tutte le genti e l’orbe intiero, a sè.


xiii


205Ma il contadino legge sempre al vento
le rauche carte, e lungo sè non vede
Virgilio, a cui fremon le messi, e i pioppi
paion falciare mollemente in aria.
Ed egli parla, non inteso all’uomo
210suo paesano; l’odono le miti
giovenche intorno e i fervidi polledri.
O forse l’uomo udir non può, chè sopra
ora gli ronza più che prima, d’api
tornate ai fiori, la pasciuta siepe;
215e d’ogni pioppo ora risuona il canto
d’un rusignolo; il dolce e triste canto
ch’e’ fa notturno, e che somiglia al pianto.
E il migratore cómpita presago
a campi e nubi le sue voci strane;
220e quatte quatte nelle placide acque
strepono or qua, le vecchie rane, or là.


xiv


Dice Virgilio: “Oh! troppo fortunati
agricoltori, cui la madre terra

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latta da sè, come una buona madre!
225Giusta è la terra e non ti nega il cibo,
la madre, mai; se il grano è poco, l’uva
è tanta: è sempre di qualcosa, annata.
Poi, c’è la pace, e le gioconde feste,
e il sonnellino sotto un olmo, al canto
230delle cicale, al mormorìo dell’acque.
Tu non sei ricco ed accallato hai l’uscio,
sempre, di casa, e la gallina becca
nell’atrio tuo; non hai tappeti e bronzi,
e non odora, l’aia tua, d’amomo:
235ma il bimbo ricco, in casa tua, s’invoglia
di tutto, e tutto ammira, e tutto chiede,
il pane, il pomo, il latte, l’uovo; e sente
che il buono e il tutto è quello che non ha.


xv


Cerchino gli altri il pallido oro e il plauso
240vertiginoso, e lascino la soglia
trita dai loro, e migrino: tu resta.
Tu con l’aratro i piccoli nepoti
nutri, e la Patria, e tieni gli occhi in alto,
perchè tu segui a mano a mano il sole.
245Viene l’inverno, e tu godi il fruttato,
frangi le ulive e affumi quel secondo
orto ch’è il porco che mangiò la ghianda.

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La notte, vegli, appunti faci, o tessi
valletti e cesti; e la tua moglie canta,
250tra l’alternar dei pettini e dei licci.
Oppure schiuma, più vicina, al fuoco,
con una foglia l’onde che traboccano,
entro il paiuolo tremulo, del mosto.
O notti! O vita dolce assai, ch’ha sempre
255amor la notte, come sole il dì!


xvi


E perchè migri? e perchè fuggi? Grande
assai non t’è questo tuo verde campo?
Non ha la siepe, che lo fa più grande
perchè più tuo? Mugliano i bovi, i galli
260cantano, l’api ronzano. Qui tutto
avrei passato, io, senza gloria, il tempo!
Qui la giustizia, che tornava al cielo,
sostò lasciando una parola in terra:
— Non l’uno il troppo ed abbia l’altro il poco!
265Pace abbia il cuor dell’uomo, e non lo muova
il ricco all’astio ed il mendico al pianto! —
Va coi vicini, poi ch’è festa, e steso
con lor su l’erba, e col cratere in mezzo,
bevi giocondo... Vissero nei campi
270i forti antichi popoli; l’aratro
il solco eterno disegnò di Roma;
l’Italia, detta dai giovenchi, è qui„.

Note

  1. [p. 219 modifica]Bisogna aver presenti di Virgilio, specialmente l’Ecloga I, IV, IX, le Georg. tutte, e in particolare i notissimi episodi delle lodi d’Italia e della vita rustica, l’Eneide qua e là, fermandosi sui versi 521 sgg. del libro III, sui 782 sgg., 793 sgg. del libro VI, sui 91 sgg. dell’VIII. Ma certo anche questo mio additamento è superfluo. I miei lettori, non molti ma buoni, conoscono colui che è veramente il nostro poeta nazionale.

    I quali, intorno ai particolari accennati nella strofa V, devono ricordare Donato in Vergilii vita, 1-6. [p. 220 modifica]Narra Donato che il padre di Virgilio, prima fattore poi anche genero d’un tal Magio, accrebbe, il piccolo bene del suocero e con altro e con la coltivazione delle api. Secondo questa Vita, la madre di Virgilio lo avrebbe partorito in campagna, la mattina dopo un sogno augurale. Ella, andando ai campi, sentì le doglie, e allora svoltò dalla sua strada e partorì in subiecta fossa. Che questa fosse un solco, e un solco per il grano, argomento io dal fatto che Virgilio nacque il 15 ottobre. Secondo l’uso del paese, fu nel luogo stesso della nascita piantata una verga di pioppo, che divenne un gran pioppo e si chiamò l’albero di Virgilio e fu considerato sacro; e le donne gravide o uscite di parto vi venivano a fare o sciogliere voti.

    Le strane voci del contadino sono tratte da un libretto che Clinio Cottafavi scrisse per gli emigranti del Mantovano. È intitolato Vademecum dell’Emigrante Mantovano, e contiene, oltre molte notizie, le parole e frasi più comuni e necessarie per un emigrante. È un libretto santo che stringe il cuore. Ma via coraggio! L’emigrazione, che pare una fuga, porta poi un grande affluire d’insolita ricchezza nelle campagne italiche, e darà, giova credere, e in tempo non lontano, tutto l’agro nostro in mano a forti, attenti, felici, virgiliani, lavoratori sul suo. Il che si adombra nella conclusione della mia ecloga.

    Questo, s’intende, per una faccia del problema, per quelli, cioè, che vanno bensì ma tornano. Quelli che si fermano là dove hanno trovato da far bene... oh! questi altri, se non sono partiti con l’italianità [p. 221 modifica]nell’intelletto e nel cuore, se in patria non hanno conosciuto la scuola, sarà ben difficile che cerchino per i loro figli nati nella nuova loro patria l’educazione e l’istruzione italiana che essi nella patria antica non ebbero! E tuttavia molto si può e si deve fare.... Ma torniamo a quelli che tornano. I quali tornati, trovano quasi sempre questo saluto nella loro terra.

    “... egli ha (l’emigrato) ancora un nemico mortale, che è stato e sarà la causa di molti suoi mali: l’ignoranza. Il suo desiderio di possedere la terra è così ardente, così febbrile; la fiducia che egli ha di saperla fecondare colle sue braccia è tale e tanta, che la paga il doppio, più spesso il triplo del suo valore. Il proprietario, che lo aveva oppresso in passato e che deve ora essere espropriato, profitta di questa ignoranza, e compie l’ultimo sfruttamento. Questo è un fatto generale, notissimo, che segue su larga scala così nel nord come nel sud. La conseguenza inevitabile è che il lavoratore avrà dal capitale, con tanto sudore raccolto, il terzo della rendita che dovrebbe avere„.

    Sono parole, queste, d’un gran vecchio... Ecco, a me pare che il gran vecchio, che ha dette queste parole, sia colui che a poppa d’una nave, mentre s’alzava il grido Italiam Italiam, libava e pregava e consigliava e augurava. In verità quanto tempo è che egli segna la via e indica il male e mostra i rimedi! Di lui si può ripetere ciò che di Mazzini disse Garibaldi: Quando tutti dormivano, egli solo vegliava. Il gran vecchio che parla alto nel silenzio [p. 222 modifica]di tutti, è Pasquale Villari (Scritti sulla emigrazione, Bologna, 1909). E anche questa volta propone al guaio il rimedio:

    “Ora io mi domando: non potrebbe l’Umanitaria di Milano fare essa quel che fanno queste Società speculatrici, volgendo a vantaggio dei lavoratori ciò che esse hanno intrapreso a vantaggio dei proprietari? Basterebbe che facesse l’esperimento, comprando due tenute, una negli Abruzzi, l’altra nella provincia di Belluno o di Udine, per rivenderle in piccoli lotti agli emigrati, che tornano dall’America, al prezzo normale del loro valore reale, in modo da riprendere tutto il suo capitale, con l’interesse del 3 o del 4%, ripagandosi anche di tutte le spese fatte.

    Questa operazione semplicissima eserciterebbe la sua azione sopra una zona assai più vasta dei ristretti confini in cui l’Umanitaria direttamente agirebbe. Impedirebbe l’azione delle Società che speculano a danno dei lavoratori; manterrebbe il prezzo delle terre nei limiti del loro valore reale, senza artificialmente rialzarlo. Renderebbe inoltre, senza nessun proprio aggravio, un beneficio enorme alle condizioni economiche dell’emigrato, compiendo un’opera veramente umanitaria.

    È questa la proposta che io oso sottomettere alla direzione della filantropica Società milanese... „.

    La società milanese ha accettato la proposta? Lo ignoro, ma mi auguro di sì. Intanto giovi aver terminato questo mio libretto col nome venerato e amato di questo difensore d’ogni causa buona.

    Possa egli vincerle sempre!