Orlando innamorato/Libro primo/Canto decimosettimo

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Libro primo

Canto decimosettimo

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Libro primo - Canto decimosesto Libro primo - Canto decimottavo

 
1   Io vi promisi contar la risposta,
     Ne l’altro canto, di quel cavalliero
     Che avea l’alma a sospirar disposta,
     Quando Ranaldo lo trovò al verziero,
     Presso alla fonte di fronde nascosta;
     Ora ascoltati il fatto bene intiero.
     Quel cavallier in voce lacrimose
     Con tal parole a Ranaldo rispose:

2   - Vinte giornate de quindi vicina
     Sta una gran terra de alta nobiltade,
     Che già de l’Orïente fo regina;
     Babilonia se appella la citade.
     Avia una dama nomata Tisbina,
     Che in lo universo, in tutte le contrade,
     Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,
     Cosa più bella non se può mirare.

3   Nel dolce tempo di mia età fiorita
     Fu’io di quella dama possessore,
     E fu la voglia mia sì seco unita,
     Che nel suo petto ascoso era il mio core.
     Ad altri la concessi alla finita:
     Pensa se a questo fare ebbi dolore!
     Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai
     Che desïarla e non averla mai.

4   Come una parte de l’anima mia
     Da il cor mi fosse per forza divisa,
     Fuor di me stesso vivendo moria,
     Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!
     Due volte tornò il sole alla sua via
     Per vinte e quattro lune, alla recisa,
     Ed io, sempre piangendo, andai mischino
     Cercando il mondo come peregrino.

5   Il lungo tempo e le fatiche assai
     Ch’io sosteneva al diverso paese,
     Pur me alentarno gli amorosi guai
     De che ebbi l’osse e le medolle accese;
     E poi Prasildo, a cui quella lasciai,
     Fo un cavallier sì prodo e sì cortese,
     Che ancor me giova avermi per lui privo,
     E sempre giovarà, se sempre vivo.

6   Or, seguendo la istoria, io me ne andava
     Cercando il mondo, come disperato,
     E, come volse la fortuna prava,
     Nel paese de Orgagna io fu’ arivato.
     Una dama quel regno governava,
     Ché il suo re Poliferno era asembrato
     Con Agricane insieme, a far tenzone
     Per una figlia de il re Galafrone.

7   La dama che quel regno aveva in mano,
     Sapea de inganni e frode ogni mistiero;
     Con falsa vista e con parlare umano
     Dava recetto ad ogni forastiero.
     Poi che era gionto, se adoprava in vano
     Indi partirse, e non vi era pensiero
     Che mai bastasse di poter fuggire,
     Ma crudelmente convenia morire.

8   Però che la malvaggia Falerina
     (Ché cotal nome ha quella incantatrice
     Che ora de Orgagna se appella regina)
     Avea un giardino nobile e felice;
     Fossa nol cinge, né sepe di spina,
     Ma un sasso vivo intorno fa pendice,
     E sì lo chiude de una centa sola,
     Che entro passar non puote chi non vola.

9   Aperto è il sasso verso il sol nascente,
     Dove è una porta troppo alta e soprana;
     Sopra alla soglia sta sempre un serpente,
     Che di sangue se pasce e carne umana.
     A questo date son tutte le gente
     Che sono prese in quella terra strana:
     Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,
     E là li manda; e il drago li divora.

10 Or, come io dissi, in quella regïone
     Fui preso a inganno, e posto a la catena;
     Ben quattro mesi stetti in la pregione,
     Che era de cavallieri e dame piena.
     Io non ti dico la compassïone
     Che era a vederci tutti in tanta pena;
     Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,
     Come la sorte se voltava intorno.

11 Il nome de ciascuno era signato
     Insieme de una dama e cavalliero;
     E così ne era a divorar mandato
     Quel par che alla pregione era primiero.
     Or, stando in questa forma impregionato,
     Né avendo de campare alcun pensiero,
     La ria fortuna che me avia battuto,
     Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.

12 Perché Prasildo, quel baron cortese
     Per cui dolente abandonai Tisbina
     E Babilonia, il mio dolce paese,
     Ebbe a sentir de mia sorte meschina.
     Io non sapria già dir come lo intese;
     Ma giorno e notte lui sempre camina,
     E, con molto tesoro, iscognosciuto
     Fu ne’ confini de Orgagna venuto.

13 Ivi se pose quel baron soprano
     Per il mio scampo molto a praticare,
     E proferse grande oro al guardïano,
     Se di nascosto me lasciava andare;
     Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,
     Né a prieghi o prezo lo pote piegare,
     Ottenne per danari o per bel dire
     Che, per camparmi, lui possa morire.

14 Così fui tratto della pregion forte,
     E lui fo incatenato al loco mio.
     Per darmi vita, lui vôl prender morte:
     Vedi quanto è il baron cortese e pio!
     Ed oggi è il giorno della trista sorte,
     Che lui serà condotto al loco rio
     Dove il serpente e miseri divora;
     Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.

15 E bench’io sappia e cognosca per certo
     Che bastante non sono a darli aiuto,
     Voglio mostrare a tutto il mondo aperto
     Quanto a quel cor gentile io sia tenuto
     A render guidardon di cotal merto;
     Però che, come quivi fia venuto,
     Con quei che il menan prenderò battaglia,
     Benché sian mille e più quella canaglia.

16 E quando io sia da quella gente occiso,
     Serami quel morir tanto iocondo
     Ch’io ne andarò di volo in paradiso,
     Per starmi con Prasildo a l’altro mondo.
     Ma quando io penso che serà diviso
     Lui da quel drago, tutto mi confondo,
     Poi ch’io non posso, ancor col mio morire,
     Tuorli la pena di tanto martìre. -

17 Così dicendo, il viso lacrimoso
     Quel cavalliero alla terra abassava.
     Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso,
     Con lui teneramente lacrimava,
     E con parlar cortese ed animoso,
     Proferendo se stesso, il confortava,
     Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,
     Che il tuo compagno ancor puotrà campare.

18 Se dua cotanta fosse la sbiraglia
     Che qua lo conduranno, io non ne curo;
     Manco gli stimo che un fascio di paglia,
     E per la fè di cavallier te giuro
     Ch’io te li scoterò con tal travaglia,
     Che alcun di lor non si terrà securo
     De aver fuggita da mia man la morte,
     Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -

19 Guardando il cavalliero e sospirando,
     Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!
     Ché qua non se ritrova il conte Orlando,
     Né il suo cognato, che è figlio de Amone.
     Noi altri facciamo assai alora quando
     Tenemo campo ad un sol campïone;
     Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:
     Lascia pur dir, ché tutte son parole.

20 Pàrtite in cortesia, ché già non voglio
     Che tu per mia cagion sia quivi gionto;
     Parte non hai di quel grave cordoglio
     Che me induce a morir, come io t’ho conto;
     Ed io non posso mo, sì come io soglio,
     Renderti grazia, a questo estremo ponto,
     Del tuo bon core e de la tua proferta:
     Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -

21 Disse Ranaldo: - Orlando non son io,
     Ma pure io farò quel che aggio proferto;
     Né per gloria lo faccio o per desio
     D’aver da te né guidardon né merto;
     Ma sol perché io cognosco, al parer mio,
     Che un par de amici al mondo tanto certo
     Né ora se trova, né mai se è trovato:
     S’io fossi il terzo, io me terria beato.

22 Tu concedesti a lui la donna amata,
     E sei del tuo diletto al tutto privo;
     Egli ha per te sua vita impregionata,
     Or tu sei senza lui di viver schivo.
     Vostra amistate non fia mai lasciata,
     Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;
     E se pur oggi aveti ambo a morire,
     Voglio esser morto per vosco venire. -

23 Mentre che ragionarno in tal maniera,
     Una gran gente viddero apparire,
     Che portano davanti una bandiera,
     E due persone menano a morire.
     Chi senza usbergo, chi senza gambiera,
     Chi senza maglia si vedea venire,
     Tutti ribaldi e gente da taverna;
     E peggio in ponto è quel che li governa.

24 Era colui chiamato Rubicone,
     Che avia ogni gamba più d’un trave grossa;
     Seicento libre pesa quel poltrone,
     Superbo, bestïale e di gran possa;
     Nera la barba avea come un carbone
     Ed a traverso al naso una percossa;
     Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:
     Mai sol nascente nol trovò digiuno.

25 Costui menava una donzella avante,
     Incatenata sopra un palafreno,
     E un cavallier cortese nel sembiante,
     Legato come lei, né più né meno.
     Guarda Ranaldo al palafreno amblante,
     E ben cognobbe quel baron sereno
     Che la meschina è quella damisella
     Che gli contò de Iroldo la novella;

26 Poi li fo tolta ne la selva ombrosa
     Da quel centauro contrafatto e strano.
     Lui più non guarda, e senza alcuna posa
     De un salto si gettò su Rabicano.
     Diciamo della gente dolorosa,
     Che erano più de mille in su quel piano:
     Come Ranaldo viddero apparire,
     Per la più parte se derno al fuggire.

27 Già l’altro cavalliero era in arcione,
     Ed avia tratta la spada forbita;
     Ma il principe se driccia a Rubicone,
     Ché tutta l’altra gente era smarita
     E lui faceva sol deffensïone.
     Questa battaglia fo presto finita,
     Perché Ranaldo de un colpo diverso
     Tutto il tagliò per mezo del traverso.

28 E dà tra li altri con molta tempesta,
     Benché de occider la gente non cura,
     E spesso spesso de ferir se arresta,
     Ed ha diletto de la lor paura;
     Ma pur a quattro gettò via la testa,
     Duo ne partite insino alla cintura;
     Lui ridendo e da scherzo combattia,
     Tagliando gambe e braccie tuttavia.

29 Così restarno al campo e due pregioni,
     Ciascun legato sopra il suo destriero,
     Poi che fuggiti fôrno quei bricconi,
     Che de condurli a morte avian pensiero.
     Su il prato, tra bandiere e gonfaloni
     E targhe e lancie, è Rubicone altiero,
     Feso per mezo e tagliato le braccia:
     Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.

30 Ma Iroldo, il cavallier ch’io vi contai
     Che stava alla fontana a lamentare,
     Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,
     Corse quei duo pregioni a dislegare.
     Più non fu lieto alla sua vita mai;
     Prasildo abraccia, e non puotea parlare,
     Ma, come in gran letizia far si suole,
     Lacrime dava in cambio di parole.

31 Il principe era longe da due miglia,
     Sempre cacciando il popol spaventato,
     Quando quei duo baron con meraviglia
     Guardano a Rubicon, che era tagliato
     Per il traverso, alla terra vermiglia.
     Essi mirando il colpo smisurato,
     Dicean che non era omo, anzi era Dio,
     Che sì gran busto col brando partio.

32 Callava già Ranaldo giù del monte,
     Avendo fatta gran destruzïone;
     Ciascun de’ due baron con le man gionte
     Come idio l’adorarno ingenocchione,
     E a lui devotamente, in voce pronte,
     Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,
     Che per pietate in terra sei venuto
     In tanta nostra pena a darci aiuto!

33 Per cagion nostra giù del cel lucente
     Or sei disceso a mostrarci la faccia;
     Tu sei lo aiuto de l’umana gente
     Né mai salvarli il tuo volto si saccia;
     Fa ciascadun di noi recognoscente,
     Dapoi che ce hai donata cotal graccia,
     Sì che per merto al fin se troviam degni
     Di star con teco nelli eterni regni. -

34 Ranaldo se turbò nel primo aspetto,
     Veggendosi adorare in veritate;
     Ma, ascoltandoli poi, prese diletto
     Del paccio aviso e gran simplicitate
     De questi, che il chiamavan Macometto,
     E a lor rispose con umilitate:
     - Questa falsa credenza via togliete,
     Ch’io son di terra, sì come voi sete.

35 Tutto è di fango il corpo e questa scorza:
     L’anima non, che fo da Cristo espressa;
     Né ve maravigliati di mia forza,
     Ché esso per sua pietà me l’ha concessa.
     Lui la virtute accende, e lui la smorza,
     E quella fede, che il mio cor confessa,
     Quando si crede drittamente e pura,
     De ogni spavento l’animo assicura. -

36 Con più parole poi li racontava
     Sì come egli era il sir de Montealbano;
     E tutta nostra fede predicava,
     E perché Cristo prese corpo umano;
     Ed in conclusïon tanto operava,
     Che l’uno e l’altro se fie’ cristïano,
     Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,
     Macon lasciando ed ogni falso errore.

37 Poi tutti tre parlarno alla donzella,
     A lei mostrando diverse ragione
     Che pigliar debba la fede novella,
     La falsità mostrando di Macone.
     Essa era saggia sì come era bella,
     Però, contrita e con devozïone,
     Coi cavallieri insieme, a la fontana
     Fo per Ranaldo fatta cristïana.

38 Esso da poi con bel parlare espose
     Che egli intendeva de andare al giardino,
     Qual fatto ha tante gente dolorose,
     E con lor se consiglia del camino.
     Ma la donzella subito rispose:
     - Da tal pensier te guarda Dio divino!
     Non potresti acquistare altro che morte,
     Tanto è lo incanto a meraviglia forte.

39 Io aggio un libro, dove sta depinto
     Tutto il giardino a ponto, con misura;
     Ma nel presente solo avrò distinto
     Della sua entrata la strana ventura;
     Però che quello è de ogni parte cinto
     De un’alta pietra, tanto forte e dura,
     Che mille mastri a botta de picone
     Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.

40 Dove il sol nasce, a mezo un torrïone
     Evi una porta de marmo polito;
     Sopra alla soglia sta sempre il dragone,
     Qual, da che nacque, mai non ha dormito,
     Ma fa la guarda per ogni stagione;
     E quando fosse alcun d’entrare ardito,
     Convien con esso prima battagliare:
     Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;

41 Ché incontinente la porta se serra,
     Né mai per quella si può far ritorno,
     E cominciar conviensi un’altra guerra,
     Perché una porta se apre a mezo giorno;
     Ad essa in guardia n’esce della terra
     Un bove ardito, ed ha di ferro un corno,
     L’altro di foco: e ciascun tanto acuto,
     Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.

42 Quando pur fosse questa fiera morta,
     Che serìa gran ventura veramente,
     Come la prima, è chiusa quella porta,
     E l’altra se apre verso lo occidente,
     Ed ha diffesa niente a la sua scorta:
     Uno asinel, che ha la coda tagliente
     Come una spada, e poi l’orecchie piega
     Come li piace, e ciascuno omo lega.

43 E la sua pelle è di piastre coperta,
     E sembra d’oro, e non si può tagliare;
     Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta:
     Come egli è morto, mai più non appare.
     Ma poi la quarta, come il libro acerta,
     Subito s’apre, e là conviensi andare;
     Questa risponde proprio a tramontana,
     Dove non giova ardire o forza umana.

44 Ché sopra a quella sta un gigante fiero,
     Qual la difende con la spada in mano;
     E se egli è occiso de alcun cavalliero,
     Della sua morte duo ne nasce al piano.
     Duo ne nasce alla morte del primiero,
     Ma quattro del secondo a mano a mano,
     Otto del terzo, e sedici del quarto
     Nascono armati del lor sangue sparto.

45 E così crescerebbe in infinito
     Il numero di lor, senza menzogna;
     Sì che lascia, per Dio! questo partito,
     Che è pien d’oltraggio, danno e di vergogna.
     Il fatto proprio sta come hai sentito,
     Sì che farli pensier non ti bisogna.
     Molti altri cavallier lì sono andati:
     Tutti son morti, e mai non son tornati.

46 Se pur hai voglia di mostrare ardire,
     E di provare un’altra novitate,
     Assai fia meglio con meco venire
     A fare una opra di molta pietate,
     Come altra fiata io t’ebbi ancora a dire;
     E tu mi promettesti in veritate
     Venir con meco, ed esser mio campione,
     Per trare Orlando e li altri di pregione. -

47 Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,
     E nulla alla donzella respondia,
     Perché entrare al giardin meraviglioso
     Sopra ogni cosa del mondo desia,
     E non è fatto il baron paüroso
     Del gran periglio che sentito avia;
     Ma la difficultà quanto è maggiore,
     Più li par grata e più degna d’onore.

48 Da l’altra parte, la promessa fede
     Alla donzella, che la ricordava,
     Forte lo strenge; e quella ora non vede
     Ch’el trovi Orlando, che cotanto amava.
     Oltra di questo, ben certo si crede
     Un’altra volta, come desïava,
     A quel giardino soletto venire,
     Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.

49 Sì che nel fin pur se pose a camino
     Con la donzella e con quei cavallieri.
     Sempre ne vanno, da sira al matino,
     Per piano e monte e per strani sentieri;
     E della selva già sono al confino,
     Dove suolea vedersi il bel verzieri
     Di Dragontina, sopra alla fiumana,
     Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.

50 Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,
     E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,
     Quando fo Orlando con quelli altri tratto;
     Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,
     E però non sapea di questo fatto,
     E trovar Brandimarte ella se spera,
     E con lo aiuto del figliuol de Amone
     Trarlo con li altri fuor della pregione.

51 E cavalcando per la selva scura,
     Essendo mezo il giorno già passato,
     Viddon venir correndo alla pianura
     Sopra un cavallo uno omo tutt’armato,
     Che mostrava alla vista gran paura;
     Ed era il suo caval molto affannato,
     Forte battendo l’uno e l’altro fianco;
     Ma l’omo trema, ed è nel viso bianco.

52 Ciascadun di novelle il dimandava,
     Ma lui non respondeva alcuna cosa,
     E pure adietro spesso risguardava.
     Dopo, alla fine, in voce paürosa,
     Perché la lingua col cor li tremava,
     Disse: - Male aggia la voglia amorosa
     Del re Agricane, ché per quello amore
     Cotanta gente è morta a gran dolore!

53 Io fui, segnor, con molti altri attendato
     Intorno ad Albracà con Agricane;
     Fo Sacripante de il campo cacciato,
     Ed avemmo la terra nelle mane;
     Solo il girone ad alto fo servato.
     Ed ecco ritornare una dimane
     La dama, che la rocca diffendia,
     Con nove cavallieri in compagnia:

54 Tra i quali io vi conobbi il re Ballano
     E Brandimarte e Oberto da il Leone;
     Ma non cognosco un cavallier soprano,
     Che non ha di prodezza parangone.
     Tutti soletto ce cacciò del piano;
     Occise Radamanto e Saritrone
     Con altri cinque re, che in quella guerra
     Tutti in duo pezi fece andar per terra.

55 Io vidi (e ancor mi par ch’io l’aggia in faccia)
     Giongere a Pandragone in sul traverso;
     Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.
     Da poi ch’io vidi quel colpo diverso,
     Dugento miglia son fuggito in caccia,
     E volentier me avria nel mar sumerso,
     Perché averlo alle spalle ognior mi pare.
     A Dio sïàti; io non voglio aspettare,

56 Ch’io non mi credo mai esser sicuro,
     Sin ch’io non sono a Roccabruna ascoso;
     Levarò il ponte, e starò sopra al muro. -
     Queste parole disse il paüroso,
     E fuggendo nel bosco folto e scuro
     Uscì de vista nel camino umbroso.
     La damisella e ciascun cavalliero
     Rimase del suo dire in gran pensiero.

57 E l’un con l’altro insieme ragionando
     Compreser che e baroni eran campati,
     E che quel cavalliero è il conte Orlando,
     Che facea colpi sì disterminati;
     Ma non sanno stimare o come o quando,
     E con qual modo e’ siano liberati;
     Ma tutti insieme sono de un volere:
     Indi partirsi ed andarli a vedere.

58 Fuor del deserto, per la dritta strada,
     Sopra il mar del Bacù van tuttavia.
     Essendo gionti al gran fiume di Drada,
     Videro un cavallier, che in dosso avia
     Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada:
     Una donzella il suo destrier tenìa;
     Però che alor montava in arcïone,
     Quella teniva il freno al suo ronzone.

59 Ai compagni se volse Fiordelisa
     Dicendo: - S’io non fallo al mio pensiero,
     E se io ramento ben questa divisa,
     Quel che vedeti, non è un cavalliero,
     Anci una dama, nomata Marfisa,
     Che in ogni parte, per ogni sentiero,
     Quanto la terra può cercarsi a tondo,
     Cosa più fera non si trova al mondo.

60 Unde a voi tutti so ben racordare
     Che non entrati di giostra al periglio:
     Spacciànci pur de adrieto ritornare.
     Credeti a me, che bene io vi consiglio:
     Se non ci ha visto, potremo campare,
     Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,
     Morir conviensi con dolore amaro,
     Ché non si trova a sua possa riparo. -

61 Ride Ranaldo di quelle parole,
     E del consiglio la dama ringraccia,
     Ma veder quella prova al tutto vôle;
     Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.
     Era salito a mezo il celo il sole,
     Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia,
     Ciascun tanto animoso e sì potente
     Che non stimava l’un l’altro nïente.

62 Marfisa riguardava il fio de Amone,
     Che li sembrava ardito cavalliero;
     Già tien per guadagnato il suo ronzone,
     Ma sudar prima li farà mestiero.
     Fermosse l’uno e l’altro in su lo arcione
     Per trovarse assettato al scontro fiero;
     E già ciascuno il suo destrier voltava,
     Quando un messaggio in su il fiume arivava.

63 Era quel messagiero vecchio antico,
     E seco avea da vinti omini armati.
     Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico
     Ce ha tutti al campo rotti e dissipati.
     Morto è Archiloro, e non vi valse un fico
     Il suo martello e i colpi smisurati;
     E fo Agricane che occise il gigante:
     Tutta la gente a lui fugge davante.

64 Re Galafrone a te se racomanda,
     Ed in te sola ha posta sua speranza,
     L’ultimo aiuto a te sola dimanda.
     Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza
     In questo giorno per nome si spanda;
     E il re Agricane, che ha tanta arroganza
     Che crede contrastare a tutto il mondo,
     Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -

65 Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane,
     Ch’io vengo al campo senza far dimora;
     Ora che questi tre mi sono in mane,
     Darotegli prigioni in poco de ora;
     Poi prenderaggio presto il re Agricane,
     Che bene aggia Macone e chi lo adora!
     Vivo lo prenderò, non dubitare,
     Ed alla rocca lo farò filare. -

66 E più non disse la persona altiera,
     Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;
     E poi con voce minacciante e fiera
     Tutti tre insieme li ebbe a disfidare.
     Fo la battaglia sopra alla rivera
     Terribile e crudele a riguardare,
     Ché ciascun oltra modo era possente,
     Come odirete nel canto seguente.