Roma italiana, 1870-1895/Il 1895

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Il 1895

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Il 1894

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Il 1895.


Agitazioni grosse e piccine — La composizione del dissidio fra il Comune di Roma e il Governo tedesco per il palazzo Caffarelli — Un brindisi dell’ambasciatore di Germania — Una festa di famiglia in casa Crispi, che si ricambia in una dimostrazione — La chiusura della sessione parlamentare — Il comitato per le feste del XX settembre — La morte di monsignor Carini e l’uccisione del marchese Berardi — Nuove amnistie — Il VI centenario tassesco — Lo scioglimento della Camera e le elezioni Crispi all’Argentina — Gli eletti di Roma — Il discorso del Re — Villa presidente della Camera — Le discussioni — La rielezione del Sindaco — I duchi d’Aosta a Roma — Il XX settembre festa nazionale — Cavallotti contro Crispi alla Camera — Baratieri in Italia — De Felice eletto a Roma — I cattolici e le feste del XX settembre — I Sovrani a Roma La data solenne.


Perdurava, nei partiti estremi, il malcontento per la proroga del Parlamento, quando un altro piccolo motivo d’indole finanziaria fece nella popolazione cattivo effetto. Trattavasi della tassa sui fiammiferi, l’unico prodotto buono e a prezzo minimo che avesse l’Italia. Di questo provvedimento si parlò molto e l’aumento del prezzo parve esorbitante. Si chiusero, in principio, molte fabbriche, vi furono conciliaboli fra produttori e alti funzionari ma alla fine il paese si assuefece a questa imposta come a tutte le altre.

Il 5 gennaio, Baratieri fu nominato tenente generale, e il re gli comunicò la promozione con uno di quei telegrammi affettuosi, che commuovono chi li riceve.

Sui primi dell’anno fu composto finalmente il dissidio esistente da tanto tempo fra il municipio di Roma e il governo di Germania, rispetto al palazzo Caffarelli. La Germania cedè al Comune il palazzo Clementino, e il Comune a sua volta rinunziò a ogni pretesa o diritto sugli stabili e cedè pure il giardino Montanari.

In quello stesso palazzo Caffarelli, ormai definitivamente ceduto alla Germania, l’ambasciatore von Bülow riuniva la colonia tedesca in occasione del genetliaco dell’Imperatore Guglielmo, e alzando il bicchiere pronunziava il seguente brindisi, che provava sempre più l’amicizia esistente fra le due nazioni e i due governi:

«Vi prego, signori e signore, di alzare come me il bicchiere per bere alla salute dell’Augusto Sovrano, capo del paese, che per molti di noi è diventato una seconda patria, e nel quale tutti tanto volentieri soggiorniamo. Noi tutti amiamo questa bella terra dove, come canta il nostro poeta Goethe “Gentil cresce il mirto, alto l’alloro„.

«Noi tutti portiamo all’Italia la più calda e sincera simpatia. Con eguale venerazione tutti rendiamo omaggio all’Augusto Re il cui eroismo è stato sempre all’altezza di tutte le prove, la cui stella guidatrice è l’adempimento coscienzioso dei suoi doveri, di cui l’anima cavalleresca risplende in tutti i suoi atti. Evviva S. M. il Re Umberto, evviva, e per la terza volta evviva!»

[p. 520 modifica]Durante le forzate vacanze parlamentari, sorse una discussione sulla politica ecclesiastica, suscitata dagli articoli di Raffaele de Cesare. Egli proponeva che il Governo approfittasse della tregua nella lotta fra il Vaticano e l’Italia, per inaugurare una politica ecclesiastica prudente, assennata, non giacobina, che lo avvicinasse meglio al Papato sotto il rapporto politico, alla Chiesa sotto quello religioso. Egli consigliava la rinunzia al placet e all’exequatur, il riconoscimento della personalità giuridica di quelle corporazioni religiose, risorte dopo la soppressione e che si occupano della istruzione, della beneficenza e delle missioni, la riforma dei seminari e la creazione del diritto ecclesiastico. Molti riconoscevano giuste le proposte del de Cesare, ma il Governo non fece nulla di quanto venivagli suggerito.

I quattro capi della opposizione: Zanardelli, Brin, di Rudinì e Cavallotti, facevano una guerra a oltranza a Crispi, coadiuvati dai giornali loro e dai partiti estremi; gli amici, in occasione del matrimonio della diletta figlia di lui col principe Franz di Linguaglossa, vollero dimostrargli la loro simpatia, e Giosuè Carducci espresse in magnifici versi alla sposa e il disprezzo per gli accusatori, e l’ammirazione per il Crispi.

Quei versi, che portavano come titolo X Gennaio, data del matrimonio, dicevano:

Ma non sotto la stridula
procella d’onte che non für più mai,
ma non sicana vergine,
tu la splendida fronte abbasserai.
 Pria che su rosea traccia
 amor ti chiami, innalza, o bella figlia,
 innalza al padre in faccia
 gli occhi sereni e le stellanti ciglia.
Ei nel dolce monile
de le tue braccia al bianco capo intorno
scordi il momento vile
e della patria il tenebroso giorno.
 Ne l’amoroso e pio folgoreggiare
 de gli occhi in lui levati
 l’ampio riso rivegga ei del suo mare
 Ne’di pieni di fati;
quando, novello Procida,
e più vero e maggiore, innanzi e indietro
arava ei l’onda sicula:
silenzio intorno, a lui su ’l capo il tetro
 de le borbonie scuri
 balenar ne i crepuscoli fiammanti;
 in cuore i dì futuri,
 Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!
O isola del sole,
o isola d’eroi madre, Sicilia,
fausta accogli la prole
di lui che la tirannica vigilia
 t’accorcio. Seco venga a’ lidi tuoi
 fe’ d’opre alte e leggiadre,
 o isola del sole, o tu d’eroi,
 Sicilia, antica madre.

[p. 521 modifica]Caro riuscì al Crispi l’augurio e il ricordo dei giorni migliori e sollecito, egli telegrafava al Carducci:

«Il tuo verso conforta e ci eleva in un aere dove tacciono le aspre e faticose lotte della politica, e, rompendo gli aculei della calunnia, prova che non si è lavorato indarno per la patria, se si è onorati dal poeta, che illustra questa età così incerta e turbinosa. Abbiti, in questo giorno a me caro, il bacio della gratitudine».

Le nozze di donna Giuseppina col giovine principe siciliano si celebrarono a Napoli e il Crispi ebbe tante dimostrazioni di affetto in quei giorni da consolarlo delle ferite che i suoi nemici facevangli di continuo. Il Re gli telegrafò i suoi augurii, e insieme con la Regina mandò alla sposa ricchi gioielli. I ministri le regalarono brillanti montati in collana, gli ambasciatori stranieri, i nostri, i sottosegretari di Stato, gli alti funzionari del ministero dell’interno, gli amici, i parenti, i cardinali Hohenlohe e Sanfelice, la famiglia Bismarck, tutti le mandarono ricchi doni. Quasi tutti i ministri e il sindaco di Roma assisterono alle nozze, e quel matrimonio, che si cambiò in una dimostrazione politica, fu l’avvenimento più importante della prima decade di gennaio.

A Roma destò una certa curiosità la riapertura del Ponte Sant’Angelo, allungato, e il bel restauro del castello il quale, liberato dalle opere posteriori di muratura, presentava le sue grandiose linee, nascoste fino a quel tempo.

Contemporaneamente a quella inaugurazione, che fu fatta alla chetichella, avvenne la cessione del Manicomio e del Brefotrofio alla Provincia. Il marchese Berardi prese ad occuparsi dei due istituti con vero amore e unitosi i professori Celli, Panizza e Bonfigli e i signori Piperno e Talli, intraprese molti utili cambiamenti, e per primo quello di mandare i trovatelli a Viterbo, Palestrina e Orvieto a fine di toglierli da locali insufficienti e dannosi allo loro salute.

Il 13 gennaio, insieme con la notizia della vittoria di Coatit giunse a Roma quella della morte di Arnaldo Castellani, figlio dell’illustre Alessandro. Il Castellani da molti anni era in Africa, ove si era portato bene. La sua perdita fu amaramente pianta dalla famiglia e dai molti amici del giovine.

Il Re telegrafò a Baratieri congratulandosi con i soldati per le vittorie di Senafè e Coatit, alle quali forse fu attribuita un’importanza maggiore di quella che avevano.

Il 21 comparve il decreto di chiusura della sessione, che non produsse nessun effetto, perchè era atteso da tutti. In quei giorni, Guido Baccelli, il duca di Sermoneta e don Emanuele Ruspoli, presero l’iniziativa per costituire il comitato per le feste del XX settembre. Poco dopo si costituì il comitato esecutivo eleggendo Menotti Garibaldi presidente, e vice presidenti Giovanni Cadolini e Tommassini. Il Comitato andò dall’on. Crispi chiedendogli l’appoggio del Governo e raccomandandogli che le manovre autunnali si svolgessero nelle vicinanze di Roma. Il presidente del Consiglio garantì che il monumento a Garibaldi e il ponte Umberto sarebbero stati ultimati in occasione delle feste, e che sarebbe stata indetta la gara generale del Tiro a Segno.

Il 25 gennaio, colpito da apoplessia, mentre trovavasi col capitolo in San Pietro, moriva monsignor Isidoro Carini, vice bibliotecario di Santa Chiesa, uomo di rara intelligenza, di vastissima cultura e di sentimenti veramente italiani. Il Papa lo stimava molto ed eragli affezionatissimo, e se la morte di lui fu una perdita per la scienza, fu grave anche per l’Italia. Monsignor Carini, siciliano di nascita, era amico dell’on. Crispi e come ho già detto, a lui dovevasi la creazione del vicariato apostolico nell’Eritrea. Era stato sottratto un codice dalla Vaticana e il ladro era andato con troppa ingenuità ad offrirlo al ministero della Pubblica Istruzione. Di quel furto si parlò [p. 522 modifica]moltissimo e la morte di quel dotto uomo fu attribuita al dolore risentito per quel fatto. Fu detto anche che monsignor Carini era caduto in disgrazia presso il Papa. Non era vero, anzi la famiglia Carini nel ringraziar coloro che avevano dato prova di simpatia per l’estinto accompagnandone la salma, dicharò che al defunto non fu mai rivolto nessun appunto nel disimpegno delle sue funzioni «e che il Santo Padre, anche recentissimamente, come sempre per lo avanti, ebbe per lui delle parole di stima e di ogni fiducia».

È molto possibile che il Papa, non si fosse lasciato scuotere dalle insinuazioni contro monsignor Isidoro, ma la sua morte fu certo cagionata da un dolore profondo, e se parve una fiaba la notizia che egli fosse stato ucciso dal veleno, parve a tutti ammissibile che l’angoscia avessegli troncata l’esistenza in piena forza virile.

Se la morte del Carini afflisse largo numero di cittadini, l’uccisione del marchese Filippo Berardi destò un vero grido d’orrore. Il giorno 9 marzo, mentre il marchese sorvegliava, con la sua solita cura i lavori dei nuovi edifizi del manicomio, alla salita di Sant’Onofrio, un pazzo, creduto innocuo, con una mazzola lo colpi sulla testa. Nulla valse a salvare il ferito, e lo strazio della famiglia, che assistè all’agonia del suo capo, accrebbe anche l’orrore per il delitto.

Il giorno ii marzo l’on. Biancheri compiva il suo giubileo presidenziale e il Re in quella occasione gli conferi il collare della Annunziata, e gli impiegati della Camera gli presentarono una pergamena artistica.

Per il genetliaco del Re furono inaugurate nuove sezioni nel bel Museo delle Terme Diocleziane, ordinato dal comm. Felice Bernabei. I Sovrani e pochi invitati poterono visitarle. Le nuove sezioni comprendevano le celle dei certosini, e in esse, oltre le pregevoli opere di scultura, si vedevano una quantità d’oggetti d’oreficeria, trovati nel territorio dei Piceni, e che costituivano un vero tesoro per l’importante museo. Da molte parti si aspettava per la festa del Re una larga amnistia dei condannati per i moti di Lunigiana e di Sicilia, invece essa fu molto limitata. Il Re condonò le pene a tre anni, le altre furono ridotte di un terzo. Dopo pochi giorni era presentato al Sovrano un grosso volume in pelle rossa, contenente 70,000 firme di siciliani imploranti la grazia per i condannati, che ancora espiavano lunghe pene.

L’idea di dare grande solennità alle feste del settembre aveva vinto la mano. Già il collocamento della prima pietra del monumento a Garibaldi sul Gianicolo fu fatta con molta pompa presenti i Sovrani, e verso la fine di marzo il Re riceveva la commissione per il terzo congresso ginnastico, composta del generale Heusch, del duca Cesarini e del senatore Todaro, la quale gli offri la presidenza onoraria del Congresso, che doveva tenersi appunto in settembre.

Ricorreva il 25 aprile il IV centenario di Torquato Tasso e su nel convento di Sant’Onofrio ov’egli terminò l’angustiata esistenza, fu ordinata dal prof. Guido Biagi, per cura del Ministero della Pubblica Istruzione, una bella mostra tassesca, ricca di codici tolti alle biblioteche pubbliche e private e di ricordi del poeta. La inaugurarono i Sovrani, e il professor Chiarini pronunziò un bel discorso. Il Re e la Regina trovandosi a Sant’Onofrio visitarono pure l’ospedale del Bambin Gesù.

L’on. Baccelli aveva indetto una gara fra gli studenti delle università del Regno per un componimento sul Tasso. Nel pomeriggio del 25 vi fu la premiazione in Campidoglio. Ruggero Bonghi doveva fare un discorso, ma già egli era travagliato dal male che pochi mesi dopo doveva trarlo alla morte, e il discorso di lui fu letto dal professor Chiarini.

[p. 523 modifica]Fra i concorrenti furono premiati Vincenzo Vismara di Milano e Daniele Corbellini di Pavia.

La sera fu data all’Argentina l’Aminta a cura della Società «Soccorso e Lavoro».

Il 28 aprile i Sovrani partirono per inaugurare l’esposizione artistica di Venezia e il giorno 8 maggio la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto di scioglimento della Camera e quello che ordinava la convocazione dei comizi elettorali per il 26 e fissava i ballottaggi al 2 giugno.

Gli elettori del IV collegio di Roma offrirono la candidatura a Francesco Crispi, e i radicali gli contrapposero come protesta quella del De Felice.

In mezzo alla lotta elettorale vivissima, sorse un pettegolezzo fra i giornali clericali e liberali, per un brindisi che si voleva il cardinal Hohenlohe avesse portato al presidente del Consiglio durante un pranzo dal barone Blanc, al quale assistevano ambedue. Il cardinale invece non aveva aperto bocca; soltanto alzando la coppa dello Champagne si era rivolto al Crispi.

Prima che si riunissero i comizi, il Papa diresse una lettera al Cardinal Vicario con la quale raccomandava ai cattolici di astenersi dalle elezioni, uniformandosi alle disposizioni della Sacra Penitenzieria e ai successivi decreti del Santo Uffizio.

All’Argentina vi fu un banchetto offerto all’on. Crispi. Egli non fece un programma, espresse una giusta indignazione contro le calunnie che gli si lanciavano contro; disse che la lotta era impegnata fra la Monarchia e l’Anarchia e parlando dei partiti d’opposizione concluse:

«Ma se pur vincessero, essi non riuscirebbero a costituire un governo qualsiasi, nè buono nė pessimo. Ma non vinceranno».

E non vinsero in Italia, ma a Roma le elezioni non furono tutte favorevoli al Governo.

Nel I collegio fu eletto Pilade Mazza, di opposizione; nel II il colonnello Santini, ministeriale; nel III Guido Baccelli, contro Andrea Costa; nel IV Crispi, contro De Felice, ma con viva lotta; nel V riuscì il Barzilai, pure d’opposizione, contro il duca Grazioli-Lante.

Mentre più viva ferveva la lotta elettorale, furono pubblicati i libelli del Cavallotti contro il Crispi, molto strombazzati, molto ritardati e che non produssero tutto l’effetto voluto.

11 10 giugno si riaprì la Camera col discorso Reale. Ne riferisco la parte più saliente:

«Ma vi è una resposabilità che preme egualmente su tutti i buoni, un’opera a cui tutti siamo chiamati: quella della pace sociale. Il mio governo, custode dell’ordine, ha dovuto tutelarlo con la forza, ma esso è meco concorde nel preferire alla forza l’amore. E come alla repressione è seguita e seguirà la clemenza in misura ancor più larga, appena dia garanzia di spontanea stabilità l’ordine istaurato, così io intendo che una efficace persuasione venga agli incoscienti e ai traviati dalla provvidenza di una legislazione per cui abbia sempre maggiore e più effettivo significato quel concetto della fratellanza umana, alla quale mirerà anche l’apostolato di una scuola educatrice.

«Nel bene degli umili ho riposto, voi lo sapete, la gloria del mio regno; e il miglior modo per associarsi alle gioie della mia famiglia, ora allietata da un fausto evento, sarà il far si che nella grande famiglia italiana più non siavi argomento nè di violenza, nė di odii».

Il fausto evento al quale alludeva il Re, erano le nozze che si dovevano celebrare a Stowe-House fra il duca d’Aosta e la principessa Elena d’Orleans. Altre allusioni conteneva il discorso reale; quella alla presenza della squadra italiana alla inaugurazione del canale del Baltico, e quella dell’amicizia con l’Imperatore. Il Re concluse:

«Celebrandosi il primo giubileo dell’Italia nostra, in questa terza ed eterna Roma, ove fu dato a mio padre coronare l’edificio incrollabile della nostra unità nazionale, sono sicuro di non dirigervi indarno l’appello, che mercè l’opera vostra, l’anno memorando volga ormai pel bene del popolo italiano. [p. 524 modifica] Pensiero ed azione sieno pari all’altissimo intento, il quale sarà il vanto e l’onore della XIXa legislatura, che vado lieto d’inaugurare. La comunanza di aspirazioni e di affetti fra la dinastia e la nazione, su cui si estesero le nuove sorti d’Italia, abbia in voi interpreti fedelmente operosi; e il rispetto alla dignità di quelle libere istituzioni che sono la fede della mia Casa, vi ispiri nel preparare, saldo e luminoso, l’avvenire della patria italiana».


L’on. Crispi, la sera stessa dell’apertura della Camera, riunì la maggioranza, raccomandando l’elezione dell’on. Villa a presidente; l’opposizione portava il duca di Sermoneta.

Villa fu eletto con 268 voti, Sermoneta ne ebbe 156 e 8 Barbato; e l’on. Villa suscitò subito vivissima critica per la nomina della Giunta delle elezioni, nella quale fece entrare tanti nomi d’opposizione, da dare a questa la maggioranza.

Il Ministro del tesoro fece l’attesa esposizione finanziaria. Egli disse che l’esercizio 1894-95 si annunziava un anno prima con un disavanzo di 177 milioni, che salì poi a 195. Aggiunse che se si fosse riusciti a tener ferma la cifra di 414 milioni fra spese militari, contributo per l’Eritrea e lavori pubblici, per cinque anni sarebbe stato assicurato l’avvenire della nostra finanza.

Subito incominciarono gli attacchi contro il Governo per parte dell’on. Imbriani. Il primo si riferiva ai decreti che dovevano esser convertiti in legge e fu molto vivo. L’on. Crispi disse di accettare tutte le interpellanze ma non subito; dopo la discussione dei bilanci, e la Camera approvò.

Sulla discussione dell’indirizzo alla Corona, nuovo attacco d’Imbriani perchè il Ministro dell’interno nella seduta reale non aveva chiamato i nomi dei condannati, riusciti eletti. Nacque un battibecco a proposito dell’amnistia fra l’on. Costa e il Crispi; questi parlava di «clemenza sovrana» l’altro di giustizia. Da ciò un incidente fra l’on. Casale e l’on. de Andreis, il nuovo eletto di Milano.

Roma doveva procedere in quel tempo alle elezioni generali amministrative e mentre da un lato Cavallotti lanciava contro Crispi un nuovo libello, dall’altro qui gli si facevano vive istanze per fargli accettare la candidatura, ma la rifiuto.

Il presidente del Consiglio adunò la maggioranza e voleva dare spiegazioni sull’affare Herz; gli s’impedi gridandogli: «Non occupatevene!»

Alla Camera però si cercava ogni mezzo per discutere su quel fatto e furono presentate due mozioni; una dell’on. Sacchi e l’altra del duca di Sermoneta, con la quale s’invitava il Governo a trovare una soluzione alla questione morale, che intralciava e turbava i lavori parlamentari e toglieva autorità a prestigio alle istituzioni.

Allora un’altra proposta fu presentata per il rinvio delle mozioni a sei mesi. Il Crispi, che dicevasi sicuro della propria coscienza, volle che a quel rinvio fosse dato il significato del rigetto, e la Camera approvò con 283 voti la proposta. I moderati e i radicali votando contro riunirono 115 palle nere.

Ma prima di giungere a questo vi erano state sedute tempestosissime alla Camera, durante le quali il presidente aveva dovuto coprirsi.

La Corte di cassazione aveva dichiarato l’incompetenza dell’autorità giudiziaria ordinaria tanto per fatti di azione pubblica quanto di azione privata, nel processo per la sottrazione dei documenti della Banca Romana. Il Guardasigilli interrogato dagli on. de Nicolò e Imbriani, rispose che non aveva proposte da fare, e il Pubblico Ministero non poteva promuovere nessuna azione.

Nelle elezioni amministrative, i liberali avevano dato prova di grande fiacchezza e questa permise che nel Consiglio entrassero 32 clericali. Nonostante il primo eletto, con 7862 voti, fu don [p. 525 modifica]Leopoldo Torlonia, secondo il duca di Sermoneta e terzo don Emanuele Ruspoli, che venne rieletto sindaco.

Il 6 luglio giunsero a Roma gli sposi, duca e duchessa d’Aosta e il 7 vi fu la trascrizione dell’atto nuziale, fatta dal Crispi come notaio della Corona. Prima il notaio era il Ministro degli esteri e di questo cambiamento si fece al presidente del Consiglio un carico dagli oppositori, i quali credevano che quelle funzioni avessero un compenso pecuniario.

Le dame romane presentarono alla sposa una lampada artistica, e la Regina si mostrò cordialissima con la nuova nipote, che compiacevasi di condurre in carrozza seco, quasi volesse presentarla ai Romani.

Il 12 luglio la Camera si occupò della proposta Vischi tendente a far dichiarare il XX settembre festa nazionale. Moltissimi deputati presero la parola per combattere la proposta, strenuamente difesa dal Crispi. La legge fu approvata per appello nominale alla quasi unanimità e poco dopo il Finali facevala approvare anche dal Senato.

Dopo la visita di Kiel, la squadra italiana, al comando del duca di Genova era andata in Inghilterra, ov’ebbe un’accoglienza più che cordiale. In quella occasione la Regina Vittoria telegrafò al nostro Re segnalando la festosa accoglienza fatta dalla marina e dal popolo inglese al duca di Genova e alla squadra, ed espresse la speranza che quella amicizia fosse perpetua.

Fra i preparativi dei festeggiamenti per il settembre, vi era quello della erezione di una colonna commemorativa fuori di Porta Pia, che doveva sorgere per sottoscrizione privata. Il 14 luglio fu posta la prima pietra del monumento.

La Camera annullò le elezioni Bosco, Barbato e de Felice e il 21 una quantità d’interrogazioni furono rivolte al presidente del Consiglio e al Guardasigilli circa la pubblicazione fatta dall’on. Cavallotti, sotto forma di denunzia al Procuratore del Re, per i fatti, che imputava al Crispi, il quale si rifiutò di rispondere. L’on. Imbriani, ripetendo quello che aveva già detto in altra seduta il Bovio esclamò: «Qui vi è un deputato calunniatore e un ministro accusato: o calunniatore o reo debbono esser puniti» Ma il dilemma posto dal deputato di Corato rimase allo stato di dilemma, anche allorchè l’on. Marescalchi, mandato alla Camera dagli elettori di Bologna, in odio al Governo, volle, discutendosi il bilancio degli Esteri, riaprire la questione e trascinare il ministro Blanc a presentare i documenti dell’affare Herz. Invece, appunto nella votazione di quel bilancio, il Ministero ebbe una vittoria, procuratagli dall’on. di Rudinì. La Camera votò su un ordine del giorno di fiducia dell’ex-presidente del Consiglio contro una mozione dell’on. Imbriani e di quattordici altri deputati, per il richiamo dei soldati dall’Africa.

In quei giorni il miraggio africano abbagliava più che mai il paese. Era giunto l’on. Baratieri in Italia, festeggiato come un trionfatore, e quando erasi presentato alla Camera a giurare, il Presidente avevalo abbracciato e da tutti i settori, eccetto da quelli dell’estrema sinistra, erano partiti fragorosi applausi.

Al comandante del corpo d’Africa fu offerto un banchetto dai Mille all’Hôtel de Rome, al quale assistettero il presidente del Consiglio e il Ministro della Guerra, e quindi il Baratieri partì per il Trentino e ovunque passò ebbe entusiastiche dimostrazioni.

L’on. Crispi eletto in dieci collegi, aveva optato per Palermo. Qui a Roma rimase vacante dunque il IV e si portò candidato il principe Odescalchi. Egli fu battuto da de Felice.

La Camera si era chiusa il 31 luglio approvando i provvedimenti finanziari e il progetto di legge per il matrimonio degli ufficiali, tutti e due vivamente discussi nel Parlamento e nei giornali e acerbamente osteggiati.

[p. 526 modifica]Un breve periodo di tempo ci divideva dal momento delle feste, e a Roma tutti occupavansi dei preparativi e non si parlava d’altro. L’on. Giovagnoli aveva scritto un inno per celebrare la liberazione di Roma e fu bandito un concorso fra i compositori italiani per musicarlo. Intanto si fondeva con gran fretta il monumento a Garibaldi, si lavorava a quelli di Cavour, di Minghetti e di Cossa, e a terminare il ponte Umberto e le due colonne commemorative: quella di Porta Pia e l’altra di Villa Glori.

Roma non si spopolò come negli anni precedenti; molta gente rimase, e già sul finire d agosto la capitale aveva l’aspetto di una città in festa.

I Sovrani ai primi di settembre andarono in Abruzzo, ove si svolgevano le grandi manovre e ovunque ebbero accoglienza entusiastica dalle popolazioni, e riverente dal clero.

Ancora non era comparso nessun documento ufficiale che prescrivesse ai cattolici, devoti al Papato, quale condotta essi dovessero tenere in occasione delle feste del XX settembre. La Sacra Penitenzieria fu interpellata peraltro, e rispose all’ultimo momento non esser lecito, in via generale, promuovere siffatte feste o cooperarvi. Inoltre stabilì non essere permesso ai consiglieri comunali, ai membri di pubblici istituti, proporre ovvero approvare spese per le feste suddette, accettare il mandato d’intervenirvi. Ma oltre la negazione del voto, non si esigeva dai consiglieri cattolici nessuna esplicita protesta.

In quanto a coloro che rivestivano pubblici uffici governativi, o municipali, se si esigeva loro concorso in denaro e non lo avessero potuto rifiutare senza grave danno, la Sacra Penitenzieri aveva stabilito tolerari posse, purchè avessero dichiarato di non approvare opus malum, e ciò per evitare mali maggiori. La stessa tolleranza era concessa a coloro che dovevano partecipare al feste, purchè avessero dichiarato che lo facevano per non turbare l’ordine e la pubblica quiete, per non cagionare danni maggiori.

Nonostante questo soffio di tolleranza che veniva dall’alto, i cattolici ferventi si mostrarono ostili alla grande festa della liberazione di Roma, e alcuni Consigli comunali non vollero mandar qui i loro rappresentanti. Ma furono poche voci discordi nel grande immenso coro d’esultanza che il ricordo del più grande avvenimento della storia moderna suscitava nell’animo del popolo italiano.

Già ai primi di settembre non si vedevano per Roma altro che bandiere, che riproduzioni di quadri patriotici e un’aura di festa avvolgeva tutta la città popolatasi straordinariamente.

Il Sindaco era al suo posto per presiedere le feste e con cortese pensiero invitava il General Cadorna a volervi assistere. Ma il Generale ricusava l’invito con una lettera che dimostrò con il liberatore si scusasse quasi di essere stato l’esecutore di un fatto, di cui forse il cattolico faceva penitenza nella tomba volontaria, nella quale da tempo erasi rinchiuso.

Fra i 348 compositori che musicarono l’inno fu prescelto il maestro Luigi Ricci di Trieste e l’inno venne provato alla Sala Palestrina, ma non piacque.

Il 15 settembre furono inaugurate le feste. Nessuna penna potrà descrivere che cosa fosse bello Roma in quei giorni. Le vecchie mura erano ringiovanite dai colori della redenzione, che avevano infiammate le speranze nazionali, dai tre colori della nostra bandiera, che sventolava ovunque, come i cuori di tutta quella immensa quantità d’Italiani erano ringiovaniti dai ricordi della epopea patriotica, che ci aveva condotti a Roma. E quei ricordi si mescolavano alle speranze d’avvenire, come le fiammanti camicie rosse indossate dai vecchi e le uniformi dei cacciatori del [p. 527 modifica]Alpi si mescolavano con quelle dei nostri giovani soldati, dei tiratori, e dei forti ginnasti, venuti da ogni parte d’Italia, e di Germania.

Roma era in festa già da alcuni giorni, per la straordinaria affluenza di tutti quei patriotici pellegrini, che volevano sciogliere un voto, passando qui la data del venticinquesimo anniversario del XX settembre, ma il periodo ufficiale delle feste incominciò soltanto il 18 con l’arrivo dei Sovrani, ricevuti da tutti i veterani col petto fregiato di medaglie, dai ginnasti, e dalle autorità. Fra queste vi era don Felice Borghese, principe di Rossano, nuovo presidente della Deputazione Provinciale, rappresentante del patriziato romano. La presenza di uno dei Borghese era fatto significantissimo, e il Re volle che don Felice gli fosse presentato.

I Sovrani ebbero una entusiastica e prolungata ovazione nel recarsi al Quirinale, che si ripete quando nel giorno essi andarono ad inaugurare l’esposizione di Belle Arti.

Il 19 vi fu l’inaugurazione della Gara Generale del Tiro a Segno sulla pista di Tor di Quinto, e i Sovrani e il Principe di Napoli vi assisterono. L’on. Crispi fece un bel discorso in cui vibrava il sentimento nazionale e dichiarò aperta la gara al grido di: Sempre avanti, Savoia!

La mattina di quel giorno il Re e il Principe ereditario avevano assistito agli esercizi dei ginnasti al Velodromo e la sera vi fu un grande ricevimento al Campidoglio, che era stato preceduto da un altro offerto dal Sindaco ai rappresentanti di tutti i comuni del Regno. Facevano corona a don Emanuele Ruspoli tutti i consiglieri di parte liberale, e tutta la Deputazione Provinciale col suo Presidente. Il Sindaco concluse il suo discorso dicendo:

«Savoia, Roma, Italia, si fondono per noi in un pensiero uno e indissolubile, sono per noi la forza, la libertà, la patria».

I sindaci fecero all’on. Ruspoli una calorosa dimostrazione.

Il 19 arrivarono pure tutte le bandiere dei corpi che avevano preso parte alla liberazione di Roma e furono portate nel cortile del Quirinale.

Il 20 fu la grande, la indimenticabile giornata. Più di centomila italiani erano a Roma, commossi, lieti, orgogliosi di assistere alla grande festa. La quale s’inaugurò con una amnistia a tutti i condannati, a non più di dieci anni, dai tribunali militari, e a un’altra riduzione di un terzo della pena a quelli colpiti da condanne maggiori.

La mattina i Sovrani andarono al Gianicolo ad assistere alla inaugurazione del monumento a Garibaldi, modellato da Emilio Gallori. Il Presidente del Consiglio pronunziò in quella occasione un discorso politico enumerando i vantaggi che la Chiesa aveva ottenuti dalla perdita del potere temporale e la grandezza conseguita mercè l’Italia.

Il Sindaco parlò pure prendendo in consegna il monumento. I radicali si erano astenuti dall’intervenire alla festa, così che essa riuscì calma e solenne.

La processione alla breccia di Porta Pia, l’innumerevole corteo tutto gremito di bandiere, di reduci, di rappresentanti di società, fu cosa imponente e commovente, e la festa si protrasse fino alle ore più tarde della notte, sempre dignitosa, rischiarata dalle illuminazioni, allietata dalle musiche che percorrevano la città fra una folla immensa sonando inni patriotici.

Nei giorni successivi inaugurazione del monumento a Cavour, di quello a Minghetti ed a Cossa, del Ponte Umberto, premiazione di ginnasti e di tiratori, feste sul Tevere, girandola, e in mezzo al popolo esultante sempre il Re, simbolo di concordia fra i sentimenti della nazione e della monarchia, affermazione del presente, speranza dell’avvenire.

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Chi, spinto da intendimenti diversi aveva osteggiato le feste del venticinquesimo anniversario di Roma capitale, dovette riconoscere che esse avevano prodotto l’effetto di stringer sempre più il popolo italiano attorno a quell’Augusta Dinastia, che amava quanto lui l’Italia, e la voleva libera e una.

In quei giorni dimenticando i dolori sofferti per conseguire Roma, e le delusioni e gli scoraggiamenti che ci avevano in seguito assaliti in quel periodo di 25 anni, gli animi esultavano per l’immensa opera compiuta, e si beavano nella contemplazione di Roma, di Roma libera, nostra, di Roma capitale della nuova Italia.