Roma italiana, 1870-1895/Il 1894

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Il 1894

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Il 1894.


Il verdetto di Angoulême — Urbano Rattazzi lascia il Ministero della R. Casa — Sicilia e Lunigiana — Il credito scosso dai fallimenti presa di Agordat — Ancora l’esposizione — La sottoscrizione per Aigues-Mortes — L’inaugurazione del Grand Hôtel — Il duca degli Abruzzi al Senato — Il Senato e gli strascichi della Banca Romana — Le dimissioni del Presidente della Camera — L’esposizione finanziaria — Domanda di poteri straordinari — La domanda a procedere contro De Felice — Bomba sotto Montecitorio — Le vittime — La condanna di De Felice — Altre bombe — La morte del principe Colonna — Il congresso medico — Il pellegrinaggio spagnolo — La morte di don Eugenio Ruspoli — I Sovrani a Milano e i fischi a Crispi — Nuova esposizione finanziaria — Il processo per la Banca Romana — Dimissioni del Gabinetto e sua ricostituzione — L’attentato a Crispi — L’uccisione di Carnot — L’opera del Governo — I provvedimenti di pubblica sicurezza — La missione ecclesiastica nell’Eritrea — Crispi a Napoli e Carducci a San Marino — L’apertura della sessione parlamentare — Il Giolitti presenta il plico dei documenti — L’uccisione di Suor Agostina Zola a Roma — La notificazione della morte di Alessandro III.


La popolazione di Roma incominciò l’anno sotto la cattiva impressione del verdetto pronunziato dai giurati di Angoulême sugli accusati dei fatti di Aigues-Mortes, e più che mai capi, che i francesi erano così ostili a noi, da mostrarsi ingiusti anche quando venivano chiamati a far la parte della giustizia. Quel verdetto infiammò più che mai gli animi già eccitati, e non servì certo a far rinascere fra i due popoli l’antico vincolo di amicizia.

I primi giorni del 1894 furono apportatori di molte notizie, che servirono a dare argomento di discussione ai romani, condannati da due copiose nevicate a starsene tappati in casa, perchè nei giorni di neve Roma è impraticabile, e nonostante quasi ogni anno essa sia avvolta nel bianco mantello, pure il Municipio non ha ancora pensato a fare un regolamento che preveda quel caso.

La prima notizia fu quella delle dimissioni di Urbano Rattazzi da ministro della R. Casa. Anche lui, come il suo predecessore, conte Visone, fu insignito del grado di Ministro di Stato, fu nominato senatore ed ebbe onorificenze. Si disse, e forse non a vanvera, che il presidente del Consiglio aveva voluto la sua esclusione dalla Casa Reale, come si disse anche che il Re faceva al Crispi quella concessione pro forma, ma che non avrebbe saputo privarsi dell’uomo che avevalo aiutato a riordinare tutti i servizi amministrativi di Corte.

Un’altra notizia - strascico degli scandali della Banca Romana - fu quella del deferimento degli impiegati deplorati dal Comitato dei Sette a una commissione composta di due capi-servizio, e presieduta da un Consigliere della Corte dei Conti.

Ma questo non bastava. Il giorno 4 si seppe che l’on. de Felice Giuffrida, l’agitatore massimo della Sicilia, era stato arrestato a Palermo in flagrante. L’estrema sinistra specialmente si commosse di quell’arresto e della proibizione ai deputati Agnini e Prampolini di prender terra a Palermo, e rivolse subito un invito agli amici, firmato dagli onorevoli Socci, Diligenti, Querci e Guelpa, per una riunione da tenersi in una sala di Montecitorio.

[p. 507 modifica]I fatti di Sicilia, che tanto impensierivano tutti, poiché erano il primo tentativo di scissione che si verificava dopo che l’Italia era costituita a Regno, richiesero un energico provvedimento per parte del Governo. Esso promulgò lo stato d’assedio in Sicilia, nominò comandante il generale Morra di Lavriano, e ordinò che tutti i rivoltosi fossero deferiti ai tribunali militari.

Altri mali, e forse più gravi, si manifestarono in Lunigiana, e per sedarli fu mandato Massa il generale Heusch. In quel tempo i giornali andavano a ruba, perché tutti qui erano ansiosi di aver notizie della Sicilia e della Lunigiana.

Come è facile capire, l’anno nuovo annunziavasi molto tempestoso. Doveva essere un anno di lotta continua. Per sostenerla ci voleva al Governo un uomo dalla tempra ferrea, capace di liquidare il passato, di far fronte al presente, e di provvedere all’avvenire. E il passato gravava sul presente e le rovine incominciate si compievano irreparabilmente.

Al nostro credito dette una grave scossa anche la domanda di moratoria fatta dalla Banca Generale, l’istituto che aveva più rapporti con l’estero. In dicembre esso aveva dovuto restituire 21 milione di depositi e aveva potuto farvi fronte; ma assediato da continue domande di ritiri e non potendo compiere una operazione con la Banca d’Italia, aveva dovuto chiudere gli sportelli. Questo fatto aumentò il pànico, già grandissimo, e fu un affollarsi continuo alla Cassa di Risparmio per ritirare i depositi. Si dovette provvedere ai rimborsi aprendo altri sportelli, e intanto i giornali raccomandavano la calma e pubblicavano lo stato della Cassa di Risparmio per rassicurare i depositanti, e anche il Sindaco Ruspoli nel Consiglio Comunale fece ampie dichiarazioni a quello scopo. Lentamente la calma tornò negli animi e la Cassa di Risparmio potè resistere a quel turbine di sfiducia, che pareva volesse travolgerla nella rovina. In quei giorni il Re, impietosito dalle tristi condizioni di Roma, inviò 50,000 lire al Sindaco per distribuirsi ai poveri.

La Camera doveva riprendere le sedute il 22, ma dietro domanda del Governo si prorogò fino al 20 febbraio. In quel frattempo giunse dall’Africa una lieta notizia, che brillò come un raggio di sole sull’Italia travagliata da tante sventure. I nostri avevano riportata ad Agordat una vittoria sui dervisci, e il Re appena informato del fatto, telegrafò al generale Baratieri la sua soddisfazione e gli annunziò il conferimento della Commenda dell’ordine Mauriziano. Nello stesso dispaccio davagli incarico di annunziare all’Arimondi il suo plauso e la promozione di lui a maggior generale.

Il Comitato per l’Esposizione non aveva dismesse le speranze. Ottenuta dal Municipio la concessione della villa Borghese, dette incombenza agli architetti di preparare gli studi e i piani per il 15 febbraio, e prima che il gennaio terminasse andava dall’on. Crispi a sollecitare la concessione della lotteria. Il presidente del Consiglio rispondeva che la proposta era scritta fra le prime all’ordine del giorno. Più di un mese ancora doveva rimaner sospesa l’eterna questione e quando fu discussa e votata dalla Camera, essa la respinse a grande maggioranza, benchè il Baccelli facesse parte del Governo. L’on. Villa si dimise, furono liquidati i conti e così sfumò il famoso progetto, che aveva tanto appassionato Roma per un lungo periodo di tempo.

Prima ancora che il Governo francese facesse consegnare al nostro le 450,000 lire d’indennità per le famiglie dei morti, per i feriti e per gli operai danneggiati dai fatti di Aigues-Mortes, e che il Governo italiano pagasse a sua volta a quello della Repubblica francese le 30,000 lire di compenso pattuito, in Italia si erano aperte sottoscrizioni per offrire una somma ai nostri concittadini barbaramente insultati. La Tribuna se ne era fatta iniziatrice, e gli articoli scritti dal Belcredi, inviato da quel giornale ad assistere al processo di Angoulême, non avevano poco contribuito ad infiammare gli animi allo slancio di patriottica carità. Però si esagerava da taluni e si proponeva fino di [p. 508 modifica]respingere l’indennità della Francia, disponendo di un capitale che per diritto spettava ai danneggiati. Anche a Roma si costituì un comitato per raccogliere offerte e l’on. Baccelli fece circolare liste di sottoscrizioni in tutte le scuole del Regno, che dettero un bel provento.

Il palazzo Avenali-Cremonesi, che aveva dato luogo alla condanna del Fanfulla, era stato venduto a una Società inglese, che in pochi mesi, valendosi di operai italiani e fornendosi del necessario nelle fabbriche italiane, lo aveva trasformato in un albergo sontuoso, che prese il nome di Grand Hôtel. L’inaugurazione, alla quale erano state invitate tutte le autorità, il nuovo ambasciatore inglese, Sir Francis Clare Ford, e uno stuolo di signore, riuscì una festa elegantissima, un avvenimento per la città, e subito l’albergo si empi di forestieri, e in tutto l’inverno fu da essi preferito ad ogni altro.

A Corte vi furono i soliti pranzi e i soliti balli; i Sovrani riceverono pure la presidenza dell’Accademia di San Luca, che presentò loro una medaglia commemorativa del terzo centenario della fondazione dell’ istituto, e gli opuscoli dello Zuccari ristampati in quella occasione. I Sovrani gradirono molto i doni e si mostrarono lieti delle prospere sorti dell’Accademia.

L’on. Simonetti, in seguito al processo per la Banca Romana, aveva dato le dimissioni da deputato ed era rimasto vacante per conseguenza il II collegio di Roma. Molti cittadini pensarono a portar candidato Ruggiero Bonghi, al quale l’opposizione del Giolitti aveva precluso l’adito a Montecitorio. Il partito avanzato portava il dottor Montenovesi e trionfò.

Al riaprirsi del Senato, il duca degli Abruzzi, avendo compiuto il 21° anno di età, fu iscritto nell’albo dei Senatori. Egli non poteva giurare a Montecitorio nella Seduta Reale, perchè non vi erano state le elezioni generali. Egli fece in seguito atto di deferenza verso la Camera vitalizia andandovi, introdotto dai senatori Canizzaro e Tabarrini, per prestar giuramento. Era un caso nuovo e il presidente lo notò rivolgendogli un riverente saluto. Il segretario della presidenza, Barone di San Giuseppe, gli presentò un astuccio contenente la medaglia di Senatore.

Appena riunito il Senato, il presidente comunicò la revoca del Tanlongo da Senatore e aggiunse che la Commissione dei 5 Senatori nominata per esaminare il plico delle sofferenze bancarie, aveva presentato alla Presidenza la relazione riassuntiva, insieme con altre relazioni separate contenenti i resultati delle indagini fatte. Fu stabilito di esaminarle subito in seduta privata. Dopo fu ripresa la seduta pubblica e venne approvato un ordine del giorno di plauso alla Commissione, e non avendo riscontrato materia per ulteriori deliberazioni, il Senato ordinava la stampa delle relazioni stesse e passava all’ordine del giorno.

Così il Senato con un procedimento sollecito e decoroso, fece tacere gli scandali, che si volevano suscitare.

Dopo lo scacco sofferto nella formazione del Gabinetto, l’on. Zanardelli non poteva rimanere presidente della Camera. Egli aveva dato le dimissioni, che non furono accettate, ma insistendo nel mantenerle, la Camera dovette procedere alla elezione. Molti deputati riportarono candidato lo Zanardelli, altri l’on. Biancheri. A primo scrutinio nessuno di due ebbe il numero legale di voti; nel secondo il Biancheri ne riportò 191 e lo Zanardelli 187, fu eletto il primo.

Ma avanti della elezione presidenziale, il presidente del Consiglio aveva fatto esplicite dichiarazioni affermando la necessità di uscire dallo stato morboso che incombeva sul paese e sulla Camera.

Questa rise alla proposta degli on. Agnini, Prampolini e Enrico Ferri di porre in istato d’accusa il Ministero, e approvò la domanda dell’on. Cavallotti che fossero distribuiti i documenti stampati, annessi all’inchiesta del Comitato dei Sette. Erano otto volumi e furono distribuiti nella serata.

[p. 509 modifica]Il 21 febbraio l’on. Sonnino, ministro delle Finanze fece l’esposizione finanziaria del 93.94 annunziando un disavanzo nel bilancio di 77 milioni. Egli prevedeva che in quello del 94-95 il disavanzo sarebbe cresciuto fino a 155 milioni per le spese ferroviarie. Annunziò varie rimanipolazioni d’imposte, l’aumento della tassa di successione, di quella che colpiva gli spiriti, di due decimi sulla fondiaria, e finalmente i due aumenti che dovevano più sgomentare la Camera e il paese: quella di 5 centesimi sul prezzo del sale, e l’imposta sugli interessi dei debiti dello Stato, dei Comuni e delle Provincie portato al 20%, il che significava una riduzione del consolidato dal 5 al 4%

Il Ministro delle Finanze proponeva pure l’abolizione del dazio governativo interno sulle farine, e l’aumento di quello sui grani, la creazione dei biglietti di 2 lire e la coniazione di 12 milioni di moneta di nikel. Con tutto questo rimanevano ancora scoperti più di 42 milioni, ai quali intendeva rimediare con ulteriori economie sui bilanci.

Il quadro della situazione, come egli disse, era fosco, ma le tinte non ne erano esagerate ed assicurò che approvando i provvedimenti da lui proposti, non impegnandosi in nessuna nuova spesa, riordinando i servizi militari e civili, si sarebbe non solo giunti al pareggio, ma questo sarebbe stato assicurato per un sessennio.

Nessun ministro aveva mai avuto, come il Sonnino, il rude coraggio di sviscerare la verità nuda e cruda come egli aveva fatto, e di affrontare l’impopolarità come egli avevala serenamente affrontata. Peraltro in paese e all’estero si capì che esponendo quel quadro desolante delle nostre finanze, egli aveva ubbidito alla sua coscienza retta di cittadino e di ministro, e che se proponeva gravi rimedj, voleva dire che i mali erano pure gravissimi, e così la esposizione finanziaria non produsse nessun effetto disastroso; anzi dimostrò che chi avevala fatta nutriva il fermo proposito di rimediare al deficit, attivando un vasto programma.

In quella stessa seduta l’on. Cavallotti tentò di trascinare il presidente del Consiglio in una discussione sugli intendimenti del Governo rispetto alla situazione extraparlamentare creata dalla sospensione delle guarentigie costituzionali in alcune parti d’Italia, citando casi precedenti. L’onorevole Imbriani, che in quel tempo non taceva un momento, disse: «Crispi allora era diverso,» e il Crispi risposegli: «Allora si trattava di fare quell’Italia, che ora si vuol disfare». In queste parole, ripetute alla Camera cento volte, stavano le accuse dell’estrema Sinistra e la difesa del Crispi. Quella rimproveravagli di essersi cambiato da rivoluzionario in tiranno; ed egli, forte dell’appoggio dimostrava che non desiderio di potere, ma necessità di proteggere l’Italia, lo aveva costretto ad applicare lo stato d’assedio in Sicilia e in Lunigiana.

Dopo l’esposizione finanziaria il presidente del Consiglio chiese i poteri discrezionali per procedere alla sollecita riforma dei servizi militari e civili, e propose la nomina di due commissioni, una di 15 deputati e l’altra di 9, per esaminare i progetti. La Camera approvò la sua proposta a grande maggioranza.

Il 28 febbraio, discusse che furono le numerose interpellanze, dalle quali il Crispi era continuamente bersagliato, concluse, svolgendo anche meglio la sua difesa:

«Chi ama teme; ed amo molto e temo molto per la mia patria benedetta. L’Italia deve affermarsi e consolidarsi. L’unità è troppo recente perché non si scorga ancora la cucitura dei sette Stati, erminata appena ieri. Cosi come nel 1866 io invoco un ritorno benefico ispiratore alla fede unitaria come allora e in circostanza che giudico altrettanto solenne, dico che dobbiamo stringerci intorno alla Monarchia, simbolo di unità.

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«E soltanto l’unità può darci la forza e il prestigio per vincere tutti i pericoli, per tener testa ai nemici interni ed esterni e per raggiungere quell’ideale di grandezza materiale e morale, che noi tutti, purtroppo vecchi, sognammo e vagheggiammo nella primavera della vita nostra, e che anche oggi ci sta, come cosa santa ed inviolabile, nella mente e nel cuore».

Fragorosi applausi salutarono queste elevate parole, questo appello all’amor di patria.

Il 3 marzo si discusse di nuovo sullo stato d’assedio alla Camera, e il Crispi era al suo posto di combattimento pronto a parare gli attacchi. Si votò una mozione di fiducia al Governo e la votazione riuscì per lui un trionfo, perchè ebbe 342 voti favorevoli, 45 contrari e 22 astensioni. Queste cifre dicono chiaramente come in quel giorno fossero riunite a Montecitorio quasi tutte le forze dei diversi partiti.

Il 7 marzo il presidente annunziò esser pervenuta alla Camera la domanda di autorizzazione a procedere contro de Felice e quella del mantenimento dell’arresto di lui. Verso le sei una bomba collocata sotto l’ultima finestra del palazzo di Montecitorio, verso la via della Missione, esplodeva con gran fracasso, infrangendo tutti i vetri delle finestre, e facendo fuggire i cavalli delle carrozze che stazionano sulla piazza. Quattro persone erano state gravemente ferite dall’esplosione: Francesco Angeli, Carlo Malgroni, il caporale del genio Ernesto Melegari e il soldato di fanteria Eugenio Baldi. Altri i feriti minori. I due primi dopo atroci spasimi morirono all’ospedale.

Immenso fu lo sgomento che quella esplosione produsse in città, e si capì subito essere opera degli anarchici, che volevano con quel mezzo far pressione sull’animo dei deputati. Furono fatti arresti, ma la polizia non scoprì i colpevoli.

Nonostante quella intimidazione che avrebbe costata la vita a molti deputati, se nel momento dello scoppio, come forse era stato calcolato, fosse stata tolta la seduta, la Camera, su proposta del relatore Palberti, concesse l’autorizzazione a procedere contro l’on. de Felice e il mantenimento dell’arresto.

Le bombe furono lo sgomento di quell’anno. Una ne scoppiò in maggio nel palazzo Odescalchi in via Vittoria Colonna, e due la sera stessa in cui si conobbe la sentenza che condannava il de Felice a 18 anni di reclusione e a tre di sorveglianza speciale. Una era stata posta su una finestra posteriore del ministero di Grazia e Giustizia, dal lato del vicolo del Divino Amore, un’altra accanto al ministero della Guerra. Fortunatamente esse non ferirono alcuno, ma il luogo e il tempo in cui esplosero dicevano chiaro chi ne fossero gli autori, i quali però rimasero sconosciuti alla giustizia.

Il 25 febbraio il Re concesse alla Legione degli allievi carabinieri l’uso della bandiera. Carlo Alberto avevala concessa nel 1840 all’Accademia militare, e lo stesso Umberto nel 1891 alla Scuola militare. La solenne consegna fu fatta da S. M. il giorno 14 marzo nel piazzale del Macao.

In quei giorni morì uno dei più nobili patrizi romani, il capo del ramo primogenito della casa Colonna, e le esequie di lui furono fatte nella chiesa dei SS. Apostoli, presente tutta l’aristocrazia romana Egli era principe assistente al soglio pontificio e questa carica passò per diritto al figlio primogenito, duca di Marino. Il duca aveva coperto una carica nella casa di S. M. la Regina, aveva servito, insieme col fratello, principe d’Avella, nell’esercito italiano, e questi precedenti parevano inconciliabili con la nuova dignità, che però il principe don Marcantonio assunse.

Sul finire di marzo si riunì a Roma il XI congresso medico. Ministro il Baccelli, le notabilità della scienza di tutto il mondo riunite qui, furono accolte con ogni sorta di onori. Una bella esposizione d’igiene era stata preparata al palazzo di Belle Arti. La seduta inaugurale fu tenuta, presenti [p. 511 modifica]i Sovrani, al teatro Costanzi e in essa il Baccelli dette il saluto in latino ai colleghi, e il presidente del Consiglio pronunziò un discorso, che suscitò vivi applausi. Le altre sedute delle diverse sezioni del congresso si tennero in quella parte già ultimata del Policlinico, che fu attentamente visitato e encomiato dai congressisti. In quei giorni fu esposto anche l’ospedale della Croce di Malta e il treno della Croce Rossa. Migliaia e migliaia erano i congressisti e quasi tutti avevano condotto seco la moglie, così che Roma era piena di una folla varia, e le vie che conducevano al Policlinico, per solito deserte, formicolavano di gente.

Dal Palatino il Baccelli offrì ai congressisti lo spettacolo della platea archeologica illuminata, spettacolo veramente grandioso, al quale assistettero i sovrani, che offrirono un ricevimento nei giardini del Quirinale agli ospiti di Roma.

Erano appena partiti gli scienziati che Roma si empì di pellegrini spagnuoli. Alla loro partenza dalla Spagna erano accadute scene spiacevoli e dolorose. Per impedire che si rinnovassero al momento dell’arrivo molti giungevano con i piroscafi a Civitavecchia in quella città speciali mente il Governo ordinò misure severe. I pellegrini sbarcavano ed entravano in città in mezzo a due file di soldati. A Roma le misure furono più blande. Ne vennero 15,000 in più riprese e fortunatamente non accadde nulla. Il Papa ricevè i pellegrini e disse messa in S. Pietro. In onore dei capi del pellegrinaggio vi furono pranzi e feste nelle case clericali e il principe Lancellotti dette loro un sontuoso ricevimento. Al pellegrinaggio parteciparono pure in incognito due principesse, figlie di don Carlos.

La Regina reggente di Spagna conferì diverse onorificenze ai funzionari di pubblica sicurezza di Roma, per la sorveglianza esercitata durante il pellegrinaggio, e il conte Rascon rivolse, a nome del suo Governo, speciali ringraziamenti al nostro.

Il 7 aprile si era sparsa a Roma la dolorosa notizia della morte di don Eugenio Ruspoli, figlio del sindaco, ucciso il 4 dicembre da un elefante a Gubligenda. Il Re e la Regina espressero all’afflitto padre le loro condoglianze e altre numerosissime gli giunsero da ogni parte. Una messa di Requiem fu detta nella chiesa di San Bernardo alle Terme, e don Emanuele, affranto da tanto dolore, lasciò temporaneamente la direzione degli affari del Comune. Mentre egli era assente fu inaugurata, con l’intervento del ministro Saracco, la nuova linea ferroviaria Roma-Viterbo e a quella inaugurazione fu notata l’assenza dei rappresentanti del municipio di Roma. Interpellato in Consiglio l’assessore anziano, Galuppi, rispose che il Sindaco era stato invitato personalmente, ma il Municipio no; i viterbesi sostenevano il contrario e ne nacque un pettegolezzo.

Roma aspettando aiuti dal Governo e dal Municipio, non era riuscita, dopo tanto armeggio, a fare una Esposizione; Milano invece, senza cercare aiuto, inaugurava ai primi di maggio le sue Esposizioni riunite. Vi andarono i Sovrani accompagnati dai ministri Baccelli e Crispi, e quest’ultimo fu salutato da fischi nella capitale lombarda, dove più acerba che altrove era l’opposizione al capo del Governo. Al suo ritorno invece egli ebbe qui una calorosa dimostrazione, che lo compensò certo dei fischi milanesi.

Il 4 maggio era incominciato a Roma il processo della Banca Romana che durò senza interruzione fino al 28 luglio. Nei primi giorni vi fu un po’ di curiosità nella popolazione per vedere sul banco degli accusati tanti pezzi grossi, ma poi svanì del tutto e la sala dei Filippini era quasi sempre deserta. Quel processo principiato male, istruito peggio, fini in un modo vergognoso, con un verdetto assolutorio anche per quelli tra gl’imputati che eran rei confessi. L’impressione prodotta dal verdetto fu pessima addirittura, e il pubblico si meravigliò che la giustizia del suo paese [p. 512 modifica]non avesse saputo trovare i veri e forse maggiori responsabili di quella fuga di milioni, e che trovatili non avesse saputo punirli.

Fu errore l’aver dato carattere politico al processo e di aver confusa la responsabilità degli amministratori con quella di due subalterni, come l’Aguzzi e il Toccafondi, responsabilità che erano di natura così diversa. Sui giurati poi aveva fatto effetto la rivelazione della supposta sottrazione di documenti, ed essi fra il sì del Montalto e il no del Felzani, votarono quasi tutti con schede bianche, che secondo loro avevano un significato, ma secondo la legge volevano dire che non riconoscevano colpevoli gl’imputati dei reati di cui erano accusati. Inoltre i giurati erano stati intimiditi con non poche lettere minatorie. Queste pressioni si sarebbero risparmiate, se il processo fossesi fatto altrove.

Bernardo Tanlongo che aveva pianto dopo la magnifica difesa di Enrico Pessina, pianse anche dopo l’assoluzione, e all’uscire libero dai Filippini ebbe una dimostrazione di simpatia.

Ma ritorniamo al momento in cui incominciò il processo della Banca Romana.

La Camera senza molte lotte, approvò tutti i bilanci, anche quello della Guerra a grande maggioranza, affermando con quel voto che gl’interessi della difesa nazionale non potevano esser sacrificati alle economie.

Il 30 maggio l’on. Sonnino, venuti in discussione i provvedimenti finanziari, fece altre dichiarazioni non liete. Egli disse che il disavanzo era aumentato per la diminuzione dei proventi delle dogane per l’aumento delle spese, e propose estendere la ritenuta del 20, anche alle obbligazioni ferroviarie sicule e a tutti gli altri valori, che erano stati lasciati esenti nel primo progetto, d’inalzare al 15% l’imposta di ricchezza mobile su tutti i redditi di altre categorie; però faceva la concessione di abbandonare un decimo sulla fondiaria.

Tre giorni dopo l’on. Crispi propose alla Camera, nell’intento di determinare fino a qual somma si potessero elevare i benefizi da conseguirsi con la riduzione delle spese, di conferire a una commissione di 18 deputati, nominata dagli uffici, il mandato di presentare entro il 30 giugno la proposta di legge necessaria per la riforma dei pubblici servizi allo scopo di semplificarne l’ordinamento e d’introdurre nel bilancio dello Stato le maggiori economie. Fino a quella data egli proponeva pure di sospendere ogni deliberazione sui provvedimenti finanziari.

«Avete paura del voto» gli gridò l’on. Imbriani. «La parola paura non è scritta nel nostro dizionario», ribattè il presidente del Consiglio. Si scatenò allora una tempesta nell’aula e l’on. Imbriani si mise a strepitare: «Siete i ribelli dello statuto, della logica, della dignità».

La Camera approvò la mozione Crispi con soli 8 voti di maggioranza e nella seduta del giorno 5 il presidente del Consiglio annunziava di aver presentato al Re le dimissioni del Ministero.

Dopo molti abboccamenti del Crispi con lo Zanardelli e col Brin, che pareva dovessero entrare nel nuovo Gabinetto, il Ministero si ricompose senza grandi cambiamenti. L’on. Sonnino passò dalle Finanze al Tesoro, l’on. Boselli dall’Agricoltura alle Finanze, e all’Agricoltura fu nominato l’on. Barazzuoli, deputato di Siena.

Il giorno stesso in cui la Camera era commossa dall’annunzio della morte di Giovanni Nicotera, rientrò a Montecitorio Ruggiero Bonghi, inviatovi dagli elettori d’Isernia. Gli fu fatta una vera ovazione, mentre entrava in quell’aula dove aveva seduto per tanti anni, e le più calorose dimostrazioni gli vennero dal presidente del Consiglio e dall’on. Baccelli.

Appena ricostituito il Gabinetto, il Crispi annunziò alla Camera che il Governo rinunziava non più a uno, ma a tutti e due i decimi sulla fondiaria, al bollo sulla girata delle cambiali e [p. 513 modifica]spendeva la legge sull’aumento della tassa sull’entrata. Annunzio pure la nomina di una commissione di generali per proporre le economie militari, e insistè per la nomina pronta della commissione parlamentare dei 18 destinata a coadiuvare il Governo nella ricerca delle ulteriori economie, promesse nel venturo esercizio, e che erano imperiosamente imposte dalla situazione.


Il 16 giugno, mentre il presidente del Consiglio si recava nel suo coupè alla Camera, un anarchico di Lugo, certo Lega, aspettavalo sull’angolo di via Gregoriana ed esplodeva contro di lui un colpo di pistola, che non lo colpiva. Mentre l’assassino girava dietro la carrozza per sparare dall’altro sportello una seconda pistola, fu arrestato e subito confessò il delittuoso intento, che lo aveva condotto a Roma, e proclamò la sua fede anarchica.

COLONNA COMMEMORATIVA A VILLA GLORI


La notizia dell’attentato aveva preceduto il Crispi alla Camera. La dimostrazione che lo accolse, vedendolo così calmo, divenne ovazione quando l’on. Mordini lo abbracciava affettuosamente. Il presidente del Consiglio si disse commosso della manifestazione, che assicuro sarebbe rimasta indelebile nell’animo suo, e aggiunse: «Non varranno minaccie ed offese a togliermi dalla via che mi sono prefisso».

Il Senato mandò immediatamente una commissione alla Camera a felicitare il Crispi per lo scampato pericolo, e lo stesso fece il Municipio. Il Re pure aveva inviato a casa del presidente del Consiglio il suo primo aiutante di campo, e nella sera andò a portare le congratulazioni sue e quelle della Regina, insieme col Principe di Napoli. Poco prima una dimostrazione popolare, formatasi in piazza Colonna, era andata in via Gregoriana. Giggi Zanazzo, il poeta romanesco, salì dall’on. Crispi ad esprimergli i sentimenti d’indignazione del popolo. Il presidente del Consiglio si affacciò alla finestra e rivolse ai dimostranti brevi ringraziamenti.

[p. 514 modifica]L’attentato odioso promosse un plebiscito di simpatia per l’on. Crispi, non solo a Roma, ma in tutta Italia, e infinito fu il numero dei telegrammi che anche dai più piccoli comuni del Regno pervennero in via Gregoriana.

Pochi giorni dopo giungeva a Roma la notizia di un attentato anarchico con esito fatale, e che poteva aver conseguenze funestissime per il nostro paese. L’italiano Caserio aveva ucciso a Lione il presidente della Repubblica Francese.

Lo sgomento che Roma provò a quest’annunzio è indescrivibile, ma prima ancora che la notizia fosse conosciuta dal pubblico, il presidente del Consiglio si era provvidamente adoprato per iscongiurare quelle conseguenze. Appena gli fu comunicata la notizia, nelle prime ore della mattina, telegrafò al presidente del Consiglio della Repubblica esprimendo tutta l’indignazione che provava. Il telegramma alla signora Carnot terminava con queste parole: «. ... sachez que le cœur de tous les italiens est avec vous dans ce moment terrible».

Spediti questi telegrammi, il Crispi si recava a comunicare la notizia al Re, e consigliavalo di telegrafare pure al capo del Governo francese e alla vedova del presidente. I due telegrammi contenevano espressioni felicissime. Nel secondo vi era questo passo veramente sincero e affettuoso: «L’Italie, blessée non moins que la France par un tel crime, s’associe tout entière à votre deuil. Jamais comme aujourd’hui je n’ai été aussi sûr d’interpréter ses véritables sentiments». il Re ordinava che appena giungesse la notizia ufficiale, fossero sospesi i ricevimenti, chiusi i palchi di Corte nei teatri, e che sui palazzi reali sventolassero bandiere abbrunate.

Il Sindaco e la Giunta municipale pubblicarono subito un manifesto ai cittadini che diceva:

«Dimostriamo alla grande e gloriosa nazione alla quale tanto dobbiamo ed alla quale ci stringono legami indissolubili di affetto, di fratellanza e di gratitudine, la parte immensa che noi prendiamo al suo lutto, ed invochiamo che la fermezza dei governi civili liberi la società da tali pericoli».

Inoltre il Consiglio comunale inviò un telegramma al capo del Governo francese, furono issate bandiere abbrunate sui pubblici edifici, la Borsa rimase chiusa e la sera una dimostrazione formatasi al Campidoglio andò in piazza Farnese. Camera, Senato, tutti avevano espresse le loro condoglianze e tutto il paese aveva seguito l’esempio di Roma.

Il signor Billot, che era a Castelgandolfo, non potè far altro che recarsi al Quirinale e alla Consulta per ringraziare di tanta e così unanime partecipazione al dolore della Francia.

Il 25 giugno l’on. Bovio fece formale domanda alla Camera che il plico segreto della istruttoria del Comitato dei Sette fosse reso pubblico, perchè ormai il paese aveva diritto di saper tutto.

La Camera per il momento non prese nessuna deliberazione in proposito. Essa era impegnata nella discussione dei provvedimenti finanziari.

Le due proposte che incontrarono maggiore opposizione furono quella dell’aumento del dazio sul sale e l’altra della maggior ritenuta sulla rendita, ma prima che finisse il giugno tutti i provvedimenti furono votati con gran soddisfazione dell’on. Sonnino.

A Livorno pure un onesto cittadino, un prode soldato dell’indipendenza italiana, era stato ucciso dagli anarchici. L’ucciso era Giuseppe Bandi, direttore della Gazzetta Livornese e il suo assassinio era una vendetta per aver egli nel giornale riprovato violentemente l’uccisione di Carnot. Questo fatto e altri ancora, indussero l’on. Crispi a presentare un progetto di legge per applicare misure eccezionali contro i provocatori a delinquere, e un altro per provvedimenti di pubblica sicurezza tendenti a frenare la propaganda anarchica. Questi progetti di legge destarono, com’era [p. 515 modifica]prevedibile, un grande fermento fra i deputati della estrema sinistra, i quali ricorsero all’ostruzionismo per ritardarne l’approvazione, che a farli respingere riconoscevansi impotenti.

L’on. Luigi Ferrari, quasi presago della fine che doveva fare, difese strenuamente i due progetti di legge e si scagliò contro gli anarchici.

I provvedimenti proposti dal Governo ottennero alla Camera 180 voti favorevoli e solo 16 contrari, cioè quelli della montagna, e passarono pure al Senato, che approvò anche i provvedimenti finanziari.

Il processo contro il Lega fu molto sollecitamente istruito e più sollecitamente svolto. L’assassino nell’udire la lettura della sentenza, che condannavalo a 20 anni di reclusione, esclama: «Ora, da questa gabbia, voglio gridare: Viva l’anarchia!»

Dopo la rivista del giorno dedicato a commemorare lo Statuto, il Re assistè pure al collocamento della corona di bronzo, in onore dei caduti di Agordat, sul monumento di Dogali.

Terminato il processo per la Banca Romana il ministro Calenda ordinò un’inchiesta sull’operato della magistratura.

Lungo tempo durò quell’inchiesta e in seguito alla relazione presentata al guardasigilli fu promossa un’azione disciplinare contro il consigliere di Lorenzo, e contro il giudice che istruì il processo si chiese il parere della commissione consultiva.

Già nel mese d’agosto era incominciato un movimento in senso patriotico per festeggiare degnamente il 25mo anniversario della riunione di Roma all’Italia. La prima proposta partì dal Consiglio direttivo della Società dei reduci, che deliberò di farsi iniziatore di una grande manifestazione nazionale. Questa iniziativa si concretò con l’invito rivolto qualche tempo dopo dal presidente della Società dei reduci, on. Menotti Garibaldi, a tutte le associazioni consimili, di trovarsi a Roma per le nozze d’argento.

Anche il «Circolo Savoia» deliberava in novembre di convocare tutte le rappresentanze delle associazioni monarchiche di Roma, per costituire un comitato che organizzasse il convegno qui per il 25mo anniversario. Un onda di sentimento patriotico invadeva gli animi pensando alla data fausta che si avvicinava, e scordando i dolori e le lotte, si guardava con orgoglio alla grande conquista fatta con l’ingresso a Roma dei soldati italiani.

Tolto il Cavasola dalla prefettura di Roma, venne qui Alessandro Guiccioli, già sindaco della città, uomo che godeva molte simpatie e aveva larghe attinenze.

Dopo che il Crispi era salito al potere, le condizioni del paese avevano seguito una via ascendente di continuo miglioramento. L’aggio in settembre era sceso al 6%, la rendita era salita sopra al 90, la tranquillità ristabilita ovunque, anche in Sicilia, tanto che potè esser tolto colà lo stato d’assedio, e il generale Morra di Lavriano fu richiamato. Andò in sua vece il general Mirri ed a lui fu affidata, per misura di precauzione, la pubblica sicurezza in tutta l’isola.

Ai primi di settembre scoppiò come una bomba la notizia che il Re aveva nominato il cardinal Sarto, patriarca di Venezia e aveva concesso l’exequatur agli arcivescovi Ferrari di Milano, Svampa di Bologna e ad altri. Subito dopo si capì lo scopo di questa concessione lungamente ritardata, quando si lesse il breve pubblicato dal Papa per mezzo di Propaganda Fide, col quale istituiva nell’Eritrea la prefettura apostolica italiana con sede a Keren, e che aveva giurisdizione su tutta la zona su cui estendevasi l’influenza italiana. Era questa una prova d’italianità data da Leone XIII, perchè la chiesa in quelle regioni era per l’innanzi amministrata dai lazzaristi francesi, sotto la direzione di monsignor Crouzet, vicario apostolico.

[p. 516 modifica]Questo fatto fu considerato come una riparazione data ai francescani, cacciati dal cardinal Lavigerie da Tunisi, e si attribui all’influenza del cardinal Persico, dell’ordine dei cappuccini. Si disse pure che le trattative fra il Vaticano e il Governo italiano, per la mutua concessione, erano state condotte da monsignor Isidoro Carini, nel quale il Papa aveva grande fiducia, e che era amico del presidente del Consiglio, perchè il Governo riteneva che la nomina del patriarca di Venezia spettasse al Re, e il Vaticano non lo ammetteva, e intanto il cardinal Sarto, benchè nominato dal Papa, non poteva prendere possesso della sua carica.

Naturalmente il breve papale rispetto all’Eritrea fece nascere speranze di una conciliazione fra Chiesa e Stato e si credeva che quel fatto non fosse altro che un primo passo.

L’Osservatore Romano si affrettò a distruggere queste speranze con una nota nella quale diceva che il provvedimento del Papa non usciva dalla cerchia della consueta provvidenza con che la Santa Sede suole procedere in simiglianti casi» e che nella nomina del patriarca di Venezia, anzichè una recessione del Vaticano dalla sua prima posizione, vedeva una prova dell’equità del Governo italiano».

Però, più alto che le note del giornale clericale, parlavano i fatti, e questi se non dimostravano un accordo scambievole, davano però a divedere un comune desiderio di vivere nella maggior pace possibile.

Pochi giorni dopo questi fatti e precisamente il 10 settembre, inauguravasi a Napoli la lapide per rammentare l’intervento del Re dieci anni prima nei momenti tremendi della invasione colerica. Alla inaugurazione assistevano il cardinal Sanfelice e l’on. Crispi, il quale disse;

«Signor Sindaco, la società traversa un momento dolorosamente critico ed oggi più che mai sentiamo la necessità che le due autorità, la civile e la religiosa, procedano d’accordo per ricondurre le plebi traviate sulla via della giustizia e dell’amore. Dalle più nere latebre della terra è sbucata fuori una setta infame, la quale scrisse sulla sua bendiera «Nè Dio, nè Capi!» Uniti oggi nella festa della riconoscenza, stringiamoci insieme per combattere codesto mostro e scriviamo sul nostro vessillo: «Con Dio, col Re, per la patria».

«La formula non è nuova, è una logica illazione di quella di Mazzini dopo il plebiscito del 21 ottobre 1861. Portiamo in alto questa bandiera: indichiamola al popolo come segnacolo di salute «In hoc signo vinces.»

Le parole del Crispi confermarono la speranza in una conciliazione e a Roma ebbero un’eco profonda.

Tanto più che anche Giosuè Carducci a San Marino parlò di Dio, e i fogli radicali dissero che si era in piena reazione. Vi era invece in tutti il sentimento che occorresse combattere le idee distruggitrici con la religione, e col rimettere in onore le credenze abbandonate.

Il Papa dette una nuova prova di conciliazione nella scelta del capo della colonia Eritrea, nella persona del padre Michele da Carbonara, appartenente alle antiche provincie del Regno, e divoto alla monarchia, il quale prima di partire per la sua missione fu ricevuto dall’on. Crispi.

In occasione del 20 settembre il Re fece atto di clemenza concedendo l’amnistia a tutti i condannati dai tribunali militari a pene non superiori a un anno, e condonando un anno a quelli condannati a pene non superiori ai tre.

Il Sovrano firmò pure decreti di promozioni nell’esercito. Il Principe di Napoli fu promosso tenente generale e venne destinato al comando della divisione di Firenze; il duca d’Aosta fu promosso colonnello del 5° reggimento d’artiglieria, e il conte di Torino maggiore in Piemonte Reale.

In settembre mori a Castel Gandolfo il celebre archeologo cristiano Giovanni Battista de Rossi, e poco dopo S. E. il general Durando, già presidente del Senato.

[p. 517 modifica]Una viva agitazione destò nei partiti estremi lo scioglimento del «Partito dei lavoratori» del «Circolo 9 febbraio» e delle associazioni sovversive che avevano fatto adesione al programma compilato sulle deliberazioni del Congresso di Reggio Emilia, fondandosi sulla lotta di classe e sulla necessità dell’azione extra-legale.

In tutto furono disciolti 271 circoli, e a Milano solamente 53, e appunto in quella città le proteste furono più vive che altrove, e i deputati dell’estrema sinistra, con maggior veemenza che mai, si prepararono ad attaccare il Ministero, alla riapertura della Camera.

Il 3 dicembre il Re inaugurò la 24 sessione della XVIII legislatura e nel discorso che pronunziò in quella occasione disse che l’anno era sorto fra le incertezze e le diffidenze, ma che grazie al buon senso del popolo e alla saggezza del Parlamento, la sicurezza era rinata negli animi.

Subito dopo aperta la Camera venne in discussione l’interpellanza dell’on. Colajanni sulla convenienza di prendere provvedimenti di fronte a quei cittadini che avevano dichiarato possedere documenti importanti che riguardavano l’amministrazione della giustizia e la vita politica e morale italiana. L’interpellanza era motivata dalle lettere del Giolitti ai suoi elettori, e l’ex-presidente del Consiglio assisteva alla seduta. L’on. Crispi, dichiarò che si rimetteva alla coscienza dei possessori dei documenti e alla magistratura.

I risentimenti contro il capo del Governo scoppiarono sui banchi della estrema sinistra in seguito a questa dichiarazione. L’on. Prampolini gridò, rivolto ai ministri: «Siete indegni di sedere a quel posto». L’on. Miceli prese le difese del Crispi urlando: «Siete vermi usciti dalla terra; che cosa avete fatto per il vostro paese?» L’Engel ribatté che i vermi roditori erano quelli che avevano divorato il patrimonio della Banca Romana, e l’on. Prampolini si mise a sbraitare che loro erano persone oneste.

Si capì da quella seduta tempestosa che la Camera era difficile potesse rimanere adunata.

L’on. Giolitti il giorno il presentò il plico dei documenti al presidente, che non volle accettarlo. Fu accolta una proposta Coppino-Cavallotti, la quale stabiliva che fossero eletti 5 deputati per scegliere i documenti politici da quelli personali e che dovessero subito riferirne alla Camera. La commissione dei 5 fu composta degli onorevoli Carmine, Cavallotti, Chiaradia, Cibrario e Damiani.

Dopo la seduta del giorno 11 l’on. Biancheri si dimise da presidente della Carnera. Il famoso plico fu una vera mistificazione. Si ordinò la stampa immediata dei documenti e se ne voleva l’immediata discussione. La Camera non accettò questa proposta, e votò, su una mozione dell’on. Guicciardini che la discussione avesse luogo il giorno successivo, ma le sessioni della Camera e del Senato furono prorogate prima che quella discussione avesse luogo.

La commissione del Senato, alla quale era stato trasmesso il plico Giolitti, deliberò all’unanimità di non tenerne alcun conto, non potendo aver valore di documenti gli appunti di qualche funzionario subalterno di pubblica sicurezza, e così terminò la sessione parlamentare fra le proteste dei giornali d’opposizione.

In mezzo a tante agitazioni dolorose era venuta dall’Africa in autunno la lieta notizia della presa di Kassala e il Re aveva creato in quella occasione il general Baratieri commendatore dell’ordine di Savoia, e il general Arimondi ed altri ufficiali, cavalieri.

Un avvenimento che commosse profondamente Roma in novembre, fu l’uccisione di Suor Agostina, monaca dell’ospedale di Santo Spirito. L’uccisore era un certo Bruni, malato di tubercolosi, uomo feroce, contro il quale si levò un grido d’indignazione in tutta la città. Il trasporto della povera suora, fu uno dei più belli e commoventi che si siano mai veduti a Roma.

[p. 518 modifica]In quegli stessi giorni una grande sventura colpi due regioni d’Italia. Una parte della Sicilia e la Calabria furono sconvolte dai terremoti e qui la carità cittadina ebbe campo di estrinsecarsi per soccorrere i danneggiati, ai quali il Re mandò 140,000 lire. Il Sovrano poi destinava sulla fine dell’anno 400,000 lire per essere distribuite ai poveri.

In autunno venne a Roma Emilio Zola per raccogliere impressioni e dati per il romanzo Roma, che doveva scrivere in seguito. Nonostante le pratiche fatte, egli non riuscì ad ottenere una udienza dal Papa, che desiderava vivamente; fu peraltro ricevuto con molta cortesia dal Re e poi dalla Regina e l’associazione della stampa gli offrì un banchetto.

Emilio Zola era venuto qui in compagnia di sua moglie e gli facevano da ciceroni nella città e nei dintorni, il Bertolelli della Tribuna, e il Darcourt, direttore della Correspondence de Rome, che fu poi espulso.

La morte di Alessandro III e l’avvenimento al trono di Russia di Nicolò II fu notificato al Re dal generale Ignatieff, che venne a Roma accompagnato da molto seguito; e al Papa dal principe Lobanoff.

E questo fu l’ultimo avvenimento del 1894, che si chiuse fra le agitazioni per la proroga della sessione parlamentare.