Satire (Orazio)/Libro II/Satira I

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Libro II

Satira I

../../Libro II ../Satira II IncludiIntestazione 29 maggio 2011 100% Poesia satirica

Quinto Orazio Flacco - Satire (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Luca Antonio Pagnini (1814)
Libro II

Satira I
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Or. Il mio satireggiar troppo mordace
Sembra a taluno, e che oltrepassi il segno.
Altri crede snervato il mio comporre,
E dice ben potersi acciabattare
5Mille versi in un dì simili a’ miei.
Dimmi, Trebazio, che ho da far? Treb. Chetarti.
Or. Dunque non deggio più far versi? Treb. Appunto.
Or. Vorrei crepar, se non sarebbe il meglio.
Ma non posso dormir. Treb. Tre volte s’unga
10Chi vuol dormir profondamente, e vada
A nuotar giù pel Tevere, e la pancia
Bene innaffi di vin verso la sera.

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O se ti senti da vaghezza spinto
A compor versi, e tu del nostro invitto
15Cesare prendi a celebrar le imprese;
E larga avran mercè le tue fatiche.
Or. O mio buon padre, le mie forze pari
Non sono al buon voler. Nè qualsivoglia
Lingua basta a narrar di lancia armate
20Torme spiranti orrore, e i Galli spenti
Da frecce infrante ne’ lor corpi, e carchi
Di piaghe, e da caval balzati i Parti.
Treb. Tu almen potresti l’equità, il valore
Di lui cantar, qual già cantò di Scipio
25L’assennato Lucilio. Or. Al dover mio
Non mancherò, quando mi vegna il destro.
Fuorchè in buon punto non andran miei versi
Di Cesare a tentar le accorte orecchie;
Che se tu mal lo palpi, egli securo
30In sua virtù ricalcitrando freme.
Treb. Questo è poi meglio che insultar co’ versi
Pantolabo buffone e Nomentano
Scialaquatore. Ognun, benchè non tocco
Dalla tua lingua, ti paventa e t’odia.
35Or. Che dunque dovrò far? Milonio balla,
Tosto che il vino co’ suoi fumi al capo

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Gli salta, e addoppia le lucerne al guardo.
Castor ama i cavalli, e quei che nacque
Con lui d’un uovo stesso ama la lotta.
40Tante le voglie son, quanti i cervelli.
A me piace adattar le voci al metro,
Qual fea Lucilio, di noi due migliore.
Ei commetteva i suoi segreti a’ fogli
Come a suoi fidi amici; e o bene o male
45Gli andassero le cose, a quei soltanto
Facea ricorso. E ben in quelli espressa
La vita del buon vecchio a noi si svela,
Come in tante tabelle a’ templi appese.
Io son di lui seguace, io che Lucano
50Non so s’abbia a chiamarmi ovver Puglìese,
Chè d’ambe le provincie ara i confini
Il Venusino agricoltor da Roma
Colà spedito, posciachè i Sanniti
Fur discacciati, com’è fama antica,
55Perchè contro i Romani il passo vuoto
D’armi non fosse alle nemiche genti,
Qualor Puglia o Lucania impetuosa
Con le sue schiere uscir volesse in campo.
Ma a nessun de’ viventi oltraggio in prova
60Farà questo mio stil. Sarà una spada

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Nel fodero celata a mia difesa.
E perchè mai dovrò brandirla, ov’io
Dagl’infesti ladron viva sicuro?
O Giove padre e re, questo mio brando
65Deh fa che inerte e inoperoso pera
Da ruggine consunto, e nessun rechi
A me di pace disioso offesa.
Ma se alcun mi molesta (ah meglio è, grido,
Non mi toccar) farò che con suo scorno
70Da tutta la città cantato ei pianga.
Servio a chi l’irritò le leggi e l’urna;
Canidia alto minaccia a’ suoi nemici
Veneni e incanti, e Turio a que’ che addutti
Fieno al suo tribunale i danni estremi.
75Come ciascun quell’armi, onde più vale,
Opri a terror de’ suoi contrarj, e come
A ciò lo sproni di natura istinto
Così puoi meco argomentar. Col dente
Ferisce il lupo, e con le corna il toro.
80Donde questo imparar sennon dal proprio
Natìo talento? Se in balìa di Sceva
Dissipator lasci la madre troppo
A morir tarda, egli incruenta e pia
La destra serberà. Qual maraviglia?

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85Nè calci il lupo, nè dà morsi il bue.
Ma sì dal mondo la torrà col mele
Contaminato di mortal cicuta.
Per non ir troppo in lungo, o me tranquilla
Vecchiezza aspetti, o già mi voli intorno
90Morte co’ negri vanni, o i giorni io meni
Ricco o mendico, in Roma o fuori in bando,
Come vorrà il destin, qualunque sia
Di mia vita il tenore, i’ vo’ far versi.
Treb. Ehi temo, figliuol mio, che molto in lungo
95Non andrà la tua vita, e che un amico
Di qualche gran signor ti farà freddo.
Or. E perchè mai? Quando Lucilio il primo
Osò versi compor di simil foggia,
E altrui levar la pelle, onde apparisse
100Chi bello era al di fuor sozzo al di dentro;
Forse che Lelio, oppur l’eroe, cui diede
Cartago oppressa il meritato nome,
Si disgustaro di quel dotto ingegno;
O si lagnar, perchè Metello ei punse,
105E Lupo svergognò co’ suoi motteggi?
E pur egli virtù sola e gli amici
Di virtù rispettando a’ primi capi
E alle intere tribù lanciò suoi strali.

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Anzi qualor dal foro, o dal teatro
110Alle private stanze il forte Scipio
E il saggio Lelio fean ritorno, intanto
Che cocevano i cavoli e le rape,
Solean discinti sollazzarsi e il tempo
Con lui passare in bagattelle e in giochi.
115Io qualunque mi sia, benchè a Lucilio
Inferior d’ingegno e di fortune,
Son vissuto co’ grandi, e a suo dispetto
Fia pur l’invidia a confessarlo astretta;
E s’ella cerca e si lusinga il dente
120Nel tenero cacciar, darà nel duro.
O mio dotto Trebazio, hai tu che oppormi?
Treb. Io già decido in tuo favor. Ma guarda
Che non t’abbia a venir qualche disastro
Dall’imperizia delle sante leggi.
125“Chi contro alcun farà cattivi versi
Si citi al tribunal”. Or. Sì, se cattivi:
Ma se buon gli fa, riporta lode
Al tribunal d’Augusto. Or se taluno
D’incorrotto costume andrà latrando
130Contro chi degno è d’ignominia e scorno,
In riso finirà tutto il processo,
E quegli se n’andra libero e salvo.