Scritti vari (Ardigò)/Polemiche/La confessione/III

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Filosofia

Il prete professore Ardigò e la confessione. ../II ../IV IncludiIntestazione 22 aprile 2011 100% Filosofia

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III.

Il prete professore Ardigò e la confessione.


Un signore che si firma, prete professore Ardigò, pubblicò qui in Mantova alcune cose, che a lui parve dover chiamare osservazioni sopra un articoletto sulla confessione inserito nel numero 181 del nostro giornale, e firmato E. P. Noi volevamo subito rispondere al prete professore, ma riconoscendo la nostra insufficienza in materie teologiche, pensammo consultare un vecchio teologo romano che da 32 anni a questa parte insegna teologia, storia ecclesiastica ed antichità cristiane, al quale (siccome è lontano da Mantova) mandammo il nostro articolo e le osservazioni del prete professore, acciò ei dicesse ingenuamente la sua opinione. Ricevuta appena la risposta, la pubblichiamo acciò i nostri lettori giudichino da qual parte stia la ragione.

Prima però di riportare la risposta che ci manda il nostro teologo, avvertiamo il sig. prete professore, a non essere così liberale nel darci la immeritata patente di impostori, come ci si assicura ch’egli abbia fatto in presenza de’ suoi scolari, negando l’esistenza e le disposizioni del diritto canonico contro quelli che la chiesa romana chiama eretici e scomunicati; e specialmente la disposizione di papa Urbano II 1. Se egli ignora, pazienza, ma non perciò ha diritto di chiamare impostore chi sa una cosa che egli non sa. Legga il sig. professore il testo canonico, e nella seconda parte del Decreto, causa 23, questione 5, capo 47, [p. 55 modifica]troverà tutto intero il decreto di Urbano II a Godofredo vescovo di Lucca, nel quale dice, che coloro che uccidono gli scomunicati non sono rei di omicidio, e solo sia loro imposta una leggera penitenza, nel caso che la loro intenzione fosse stata meno retta. Legga il capo 32 della 2a parte del Decreto, causa 23, questione 5 e vedrà l’ordine che il Diritto Canonico dà a tutti di uccidere gli eretici, come opera meritoria.

Ora noi diciamo: o il signor prete professore conosce il diritto canonico e sa questi decreti e li nega, ed allora gli impostori non siamo noi; o non li sa, e perchè non li sa li nega; ed allora smetta di fare polemiche.

Ciò premesso, ecco quanto ci risponde il vecchio teologo nostro amico.

Stimatissimo Sig. E. P.

La moltitudine delle mie occupazioni non mi permette in questo momento di occuparmi ex professo di una risposta alle osservazioni del sig. professore Ardigò. Per far ciò dovrei riscontrare nelle buone edizioni dei padri i passi da lui citati, e forse dovrei dimostrare che alcuni sono falsati, altri alterati nella traduzione, tutti male applicati. Io non ho ora il tempo per fare cotali confronti; e quand’anche lo avessi sarebbe inutile; perchè dovrei scrivere un libro, e voi volete solo materia per un breve articolo.

Mi duole vedere un uomo che si dice prete e professore mostrare tanta ignoranza o malafede, in una polemica così semplice: e prendere occasione dalla sua malafede per insultarvi. Queste sono arti che possono sopportarsi in un giuocoliere da bettola, ma che sono detestabili in un galantuomo. Voi nel vostro articolo parlate della confessione quale essa è adesso nella chiesa romana; e perciò dite che essa (come è ora) fu ordinata da Innocenzo III, poscia proclamata sacramento da Papa Eugenio IV, e finalmente fatta domma di fede nel concilio di Trento: ma [p. 56 modifica]il vostro contradditore che fa? imitando l’arte del barattiere, vi parta della confessione in generale, e vi fa vedere che essa è sempre stata nella chiesa. Grazie, signor prete professore! La confessione ha esistito dacchè ha esistito il peccato. Ma era la confessione al prete per ricevere da lui l’assoluzione? No davvero: quindi tutti quei suoi argomenti sono basati sopra un equivoco malizioso: scoperto il quale cadono tutti.

E qui per la mia età, e per il lungo esercizio della mia professione teologica mi credo in diritto, anzi in dovere, di dare una lezioncina di storia e di antichità ecclesiastica sulla confessione, al prete professore; perchè mi sembra ne abbia bisogno; tanto più che questa lezioncina servirà per spiegare ragionevolmente tutti i passi dei padri che i teologi ignoranti, o di malafede, citano per provare l’antica esistenza della confessione auricolare, e dimostrare che non era della confessione attuale che essi parlavano. I padri sono citati dai protestanti e dai cattolici pro e contro la confessione auricolare: bisogna dunque dire che i padri sono in contraddizione con loro stessi; ed allora cosa proverebbe la loro autorità? O bisogna cercare (non fosse altro per rispetto verso i padri) nella storia e nell’antichità il mezzo di conciliarli ragionevolmente; locchè non è difficile, ed ecco il come.

Nella primitiva chiesa vi erano varj modi di fare la confessione, ai quali modi fanno allusione i padri. Nel salmo 32 secondo il testo ebraico, e 31 secondo la volgata, David dice; «Io ho detto: io confesserò le mie trasgressioni al Signore; e tu hai rimesso l’iniquità del mio peccato». S. Giovanni nella sua prima lettera cap. I, v. 9 dice: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto, per rimetterci i peccati e purgarci di ogni iniquità». Egli è chiaro che qui non si parla nè di confessione auricolare, nè di assoluzione del prete: ma della confessione a Dio. I padri volevano con ragione istruire il popolo in questa confessione a Dio, unicamente necessaria: e per ciò leggiamo in S. Giovanni Grisostomo nella 20 omelia [p. 57 modifica]sulla Genesi queste parole: «Chi ha commesso un qualche peccato si affretti a confessarlo, ed a mostrare la sua piaga al medico, e da lui ricevere il rimedio: parli solo a lui senza che nessuno lo sappia, e gli dica tutto fedelmente, e sarà facilmente perdonato». Fin qui i teologi citano S. Giovanni Grisostomo per far vedere che egli parla della confessione auricolare, e con insigne malafede tralasciano questo che segue, cioè: «Lamec non ebbe difficoltà alcuna di confessare il peccato alle sue mogli; come saremo noi degni di essere perdonati, se ricusiamo di confessare il nostro peccato a colui che già gli conosce tutti?» Non è dunque della confessione al prete, ma della confessione a Dio che parla il Grisostomo. Nello stesso tempo parta nella Omelia 3 sopra S. Matteo, nella Omelia 4 sulla Genesi, nella Omelia 31 sul capo 12 agli ebrei, nel sermone della penitenza e della confessione, nel sermone 4 in Lazaro e nella Omelia 5 sulla natura di Dio.

Una seconda maniera di confessione, raccomandata dalla Scrittura e dai Padri, è la confessione fraterna, della quale parla G. C. al capo XVII di S. Luca v. 3, 4. Questa confessione è così importante che G. C. dice (Matt. V, 23, 24) di lasciare l’offerta davanti all’altare e di riconciliarsi col fratello prima di offrirla: e al capo VI, v. 14 dice che se noi non rimettiamo i peccati ai nostri fratelli, Dio non ci rimetterà i nostri; e S. Giacomo al capo V, v. 16 dice che dobbiamo confessarci scambievolmente. I dottori volevano far conoscere la importanza di questa scambievole confessione: e così hanno parlato della confessione che l’uomo fa all’uomo; non al prete per averne l’assoluzione, ma al fratello che egli ha offeso. In questo senso parla S. Agostino nel trattato 56 sopra S. Giovanni, Beda sulla lettera ai Colossesi, e Teofilatto nel capo XVIII di S. Matteo. Ma i teologi confessionalisti mutilano quei passi, li tolgono dal contesto, per far dire ai santi padri quello che essi non hanno mai pensato di dire.

Un terzo genere di confessione di cui parlano i padri, [p. 58 modifica]è quando un peccatore corretto da un servo di Dio, o compunto per una predica, esortazione, o altro si umilia e confessa davanti a Natan, la peccatrice del Vangelo davanti al Signore, i giudei di Efeso davanti a Paolo (atti XIX). I padri parlano di questa confessione, la lodano, e fan bene; ma i teologi confessionalisti, mutilando i passi di quei padri, fan credere che i padri parlino dei loro confessionali. S. Basilio nel libro delle regole brevi, alla regola 258 dice: «Sembra necessario confessare i peccati a coloro, cui è stata confidata la dispensazione dei misteri di Dio: così negli antichi tempi troviamo che i penitenti confessavano i loro peccati a’ santi imperocchè è scritto nel Vangelo che si confessavano a Giovanni, e negli atti, che si confessavano agli apostoli, e poi erano battezzati». Non è dunque questione di confessione auricolare, ma di confessione pubblica, di confessione che precedeva il battesimo.

Quando per misure disciplinari furono nella chiesa stabilite le penitenze canoniche, s’è posta in uso una specie di confessione pubblica, che con greco vocabolo fu chiamata esomològesi. Coloro che avevano co’ loro peccati scandolezzata la Chiesa, dovevano confessarli, e ricevere la penitenza assegnata dai canoni a quei peccati. La esomologesi si faceva dal peccatore o volontariamente, quando egli vi era spinto dal sentimento del suo peccato: o obbligato dalla chiesa, sotto pena di escluderlo dalla comunione dei fedeli, se ricusava di rendere quella soddisfazione alla fratellanza. I teologi confessionalisti si sono impadroniti dei passi dei padri che comandavano una tale confessione, e mutilandoli, e mal traducendoli, li applicano al loro confessionale. Nel senso di questa esomologesi parla S. Ireneo nel libro I al capo 9, ove parla di certe donne sedotte da un tal Marco eretico, che confessarono il loro peccato nelle raunanze; in questo senso parlano Tertulliano, Eusebio nel libro 5 capo 18 parlando della confessione di un certo Natale caduto nella eresia. La disciplina di questa esomologesi fu spinta tant’oltre che alcuni [p. 59 modifica]si accusavano della intenzione avuta di commettere un peccato grave, sebbene non lo avessero commesso. In questo senso parla S. Cipriano nel 2 sermone sui caduti; ed i teologi confessionalisti, staccando quel passo dal contesto, fanno credere che S. Cipriano ordinasse la confessione al prete dei peccati anche più occulti.

Un quinto genere di confessione era in uso nella antica chiesa, conseguenza del precedente, ed era: che quando qualcuno aveva commesso un qualche peccato grave occulto, per eccesso di fervore, andava a confessarlo pubblicamente nella raunanza. Allora accadeva che esso da molti era burlato e da altri era preso in cattivo concetto. I padri mettendo molta importanza a cotali confessioni spontanee, e non volendo esporre i penitenti alle baje, trovarono un mezzo da essi giudicato prudente; che cioè il penitente prima di confessare il suo peccato al pubblico, lo confessasse ad uno dei fratelli provetti, nel quale avesse fiducia, per sentire da lui se conveniva o no confessare quel peccato in pubblico. In questo senso parla Origene sul salmo 37: ed i teologi confessionalisti, mutilando quel passo, fanno credere che Origene parlasse della confessione auricolare attuale.

Però questa pubblica confessione, anche così modificata, non durò molto; i peccatori non volevano che i loro peccati fossero conosciuti dal pubblico. Ma la penitenza era stimata una disciplina necessaria. Come fare dunque? I vescovi e i preti inventarono un temperamento, che fu poi la luce della confessione auricolare. Essi dissero che a vece della confessione pubblica del peccatore bastava che esso dichiarasse al prete i suoi peccati, il quale conoscendo le penitenze canoniche, le imponeva secondo il peccato: ed il prete o vescovo avrebbe dichiarato alla chiesa, che quel tale era un peccatore convertito, senza specificare i suoi peccati. Questa disciplina si osservava anche nella chiesa romana, come dice Sozomeno, citato senza capir come dal prete professore. Ma lo stesso Sozomeno nel libro 9 capo 35 dice, che i vescovi del [p. 60 modifica]mezzogiorno d’Italia vollero rimettere in uso l’antica disciplina della pubblica confessione. Allora Leone I vescovo di Roma fece quella lettera a que’ vescovi, citata dal nostro prete professore come una decretale. Non abbiamo il tempo di consultare il Baronio, da cui egli dice averla tradotta; ma noi la tradurremo dal diritto canonico (Decr. p. 2, caus. 33, quest. 3 de poenit. q. 2, dict. 1, cap. 89) e vedremo che la citazione del nostro prete professore è mutilata. «Sebbene quella pienezza di fede sembri essere lodevole, la quale per il timore di Dio non tema dover arrossire davanti agli uomini; pure deve rimuoversi una così riprovevole consuetudine (tam improbabilis counsuetudo) perchè i peccati di tutti non sono tali, che quelli che domandano la penitenza, si vergognino che siano pubblicati: quindi tale caso deve essere rimosso, affinchè molti non sieno allontanati dai rimedii che porge la penitenza, vergognandosi o temendo di manifestare ai loro nemici quelle loro azioni, che potrebbero essere punite dalla legge. Imperocchè basta quella confessione che si fa prima a Dio, poi anche al sacerdote». Fin qui cita il prete professore, e mette in maiuscolo l’ultima frase: ma ecco come continua S. Leone: «il quale (sacerdote) riunisce a pregare pei peccati del penitente». I lettori giudicheranno se la verità e la buona fede sta dalla parte vostra o da quella del prete professore.

Ma io dimenticava che voi dovete rispondere in un articolo del giornale. Terminerò col dire al prete professore, che quando vuol citare i padri li deve citare in buona fede, senza mozzare le citazioni, le quali non devono esser tratte dai corsi dei teologi confessionalisti, ma dal loro originale; che deve aversi riguardo allo scopo che i padri si proponevano nello scritto che si cita, ed avere riguardo alla disciplina ed agli usi della chiesa dei loro tempi. Citando i padri a questo modo, egli non potrà giammai coi padri provare che la confessione è un sacramento istituito da Cristo; che essa è assolutamente necessaria a salvezza, che è necessario dire al prete tutti i peccati nel numero, nella specie e nelle circostanze, e ricevere da [p. 61 modifica]lui l’assoluzione giudiziaria che giustifichi davanti a Dio.

Il nostro prete professore cita S. Pier Damiani, Anselmo cantuariense, e Pietro Lombardo per provare che la confessione auricolare è un sacramento: ma anche qui si mostra uomo o ignorante o in malafede. Perchè di fatti non dice che l’autore della gerarchia attribuita a Dionigi l’Areopagita, chiama sagramento l’unzione che si faceva sui cadaveri? Perchè non dice che S. Agostino nel 2 libro contro questo dice che il segno di croce che si fa sui catecumeni prima di battezzarli è un sagramento? Nel libro 2 della remission dei peccati dice che è un sagramento il pane benedetto che si faceva mangiare ai catecumeni prima di battezzarli. Nel libro 4 del simbolo chiama sagramenti gli esorcismi, le preghiere, i cantici, e tutte le cerimonie che si praticano sui catecumeni. S. Bernardo sostiene ex professo che la lavanda dei piedi è un sagramento. Sia di buona fede il signor prete professore.

In quanto poi al maestro delle sentenze, ed altri scolastici da lui citati, noi diciamo che alcuni di essi hanno creduto la confessione un sagramento, altri lo hanno negato, altri ne hanno dubitato. E questo fatto prova che fino agli scolastici, cioè al sec. XII nulla vi era di certo. S. Bonaventura per es. dice chiaramente che la confessione non è stata istituita da G. C. S. Tommaso parla in enimma, e non si può capire cosa voglia dire. Scoto dice che la confessione non si trova nel Vangelo; e così potrei citare molti altri dottori contrarj a Pietro Lombardo.

Conchiudo col dire che io mi faceva altra idea del clero mantovano; ma quando vedo un prete professore così ignorante o di mala fede, mi dico: cosa dovranno essere gli scolari?

Mi creda suo devotiss.

Firenze, 30 luglio 1867.


Abbiamo voluto pubblicare per intero la lettera scritta in fretta, come egli stesso ci dice, dal nostro vecchio [p. 62 modifica]teologo che abbiamo consultato. Con questo diciamo al sig. Professore Ardigò, che la nostra polemica con lui è finita. Abbiamo questa volta risposto, non per dare soddisfazione al signor Ardigò: bensì per mostrare ai nostri lettori che noi non cerchiamo ingannarli, ma additare loro la via della verità.

E. P.

(Dal n. 217, domenica 4 agosto 1867, della Favilla).


Note

  1. Nella seguente Risposta del Prof. Ardigò non è detto niente di queste fantasie sognate dal Sig. E. P., perchè troppo estranee all’argomento della confessione, e tanto innocue ed amene per la loro inverosimiglianza e tepidezza, che meritano proprio che nessuno ci metta le mani a guastarle.