Storia d'Italia/Libro XIII/Capitolo VIII

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Libro tredicesimo
Capitolo ottavo

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Francesco Maria nella Marca. Offerte d’aiuto del re di Francia al pontefice; sospetti reciproci e sospetti anche del re di Spagna. Battaglia ai borghi di Rimini; Francesco Maria passa in Toscana; difficoltà di Francesco Maria e del pontefice. Concordia fra il pontefice e Francesco Maria. Considerazioni dell’autore sulla guerra e sul modo con cui è stata condotta. Il re di Spagna prende possesso dei suoi stati; i veneziani riconfermano la lega difensiva col re di Francia.


Ma in questo tempo Francesco Maria, poiché per la ritirata, anzi piú presto fuga, degli inimici non aveva avuto facoltà di combattere, avendo l’esercito molto potente, perché alla fama del non avere resistenza nella campagna concorrevano continuamente nuovi soldati, tirati dalla speranza delle prede, entrò nella Marca; dove Fabriano e molte altre terre si composono con lui, ricomperando con danari il pericolo del sacco e delle rapine de’ loro contadi. Saccheggionne alcune altre, tra le quali Iesi, mentre trattava di comporsi; e dipoi accostatosi ad Ancona, alla difesa della quale città il legato aveva mandato gente, vi stette fermo intorno piú dí, con detrimento grande, per la perdita del tempo, delle cose sue, non combattendo ma trattando di accordarsi con gli anconitani: i quali finalmente, per non perdere le ricolte già mature, gli pagorono ottomila ducati, non deviando in altro dalla ubbidienza solita della Chiesa. Assaltò dipoi la città di Osimo poco felicemente. Messe finalmente il campo alla terra di Corinaldo, dove erano dugento fanti forestieri; da’ quali e dagli uomini della terra fu difesa sí francamente che, statovi intorno ventidue dí, alla fine, disperato di pigliarla, si levò: con grande diminuzione del terrore di quello esercito, che non avesse espugnato terra alcuna di quelle che avevano recusato di comporsi; il che non procedeva né dalla imperizia de’ capitani né dalla ignavia de’ soldati, ma perché non avevano artiglierie se non piccolissima quantità, e piccoli pezzi e quasi senza munizione. E nondimeno era stato necessario, alle terre le quali non avevano voluto cedergli, dimostrare da se stesse la sua costanza e il suo valore: perché i capitani dell’esercito ecclesiastico, de’ quali era principale il conte di Potenza, se bene avessino mandato gente a predare insino in su le mura di Urbino, e Sise, ritornato da Città di Castello in Romagna, fusse dipoi entrato nel Montefeltro e preso per forza Secchiano e alcune altre piccole terre, si erano ridotti ad alloggiare cinque miglia presso a Pesero, deliberati di non soccorrere luogo alcuno né di muoversi se non quanto gli facesse muovere la necessità del ritirarsi; perché essendo, quando erano tanto superiori di forze, succedute cosí infelicemente le cose, trovandosi ora tanto manco potenti di fanterie, non arebbeno non che altro ardito di sostenere la fama dello approssimarsi degli inimici.

Nella quale deliberazione, fatta secondo la mente del pontefice, gli confermava la speranza della venuta di seimila svizzeri, i quali il papa, seguitando il consiglio del re di Francia, avea mandato a soldare: perché quel re, dopo la confederazione fatta, desiderava la vittoria del pontefice, e nel tempo medesimo aveva di lui il medesimo sospetto che prima. Conservavanlo nel sospetto le relazioni fattegli da Galeazzo Visconte e da Marcantonio Colonna; l’uno de’ quali restituito dall’esilio nella patria, l’altro per non gli parere che da Cesare fussino riconosciute l’opere sue, condotti con onorate condizioni agli stipendi del re, aveano riferito il papa essersi molto affaticato con Cesare e co’ svizzeri contro a lui: e molto piú moveva il re, che il pontefice aveva occultamente fatta nuova confederazione con Cesare col re di Spagna e col re di Inghilterra; la quale benché gli fusse stato lecito di fare, perché era stata fatta solamente a difesa, turbava pure non poco l’animo suo. Facevagli desiderare che si liberasse dalla guerra il timore che se il pontefice non vedeva pronti gli aiuti suoi non facesse co’ príncipi già detti maggiore congiunzione; e oltre a questo gli cominciava a essere molesta e sospetta la prosperità di quello esercito, il nervo del quale erano fanti spagnuoli e tedeschi. Però, oltre ad avere consigliato il pontefice di armarsi di fanti svizzeri, gli aveva offerto di mandare di nuovo trecento lancie sotto Tommaso di Fois monsignore dello Scudo fratello di Odetto; allegando che, oltre alla riputazione e valore della persona, gli sarebbe utile a fare partire da Francesco Maria i fanti guasconi, co’ quali questi fratelli di Fois, nati di sangue nobilissimo in Guascogna, aveano grande autorità. Aveva il pontefice accettata questa offerta ma con l’animo molto sospeso, perché dubitava come prima della volontà del re, della quale gli aveva accresciuto il sospetto la fuga de’ fanti guasconi, temendo che occultamente non fusse proceduta per opera di Lautrech. E certamente, chi osservò in questo tempo i progressi de’ príncipi potette apertamente conoscere che niuno intrattenimento niuno beneficio niuna congiunzione è bastante a rimuovere de’ petti loro la diffidenza che hanno l’uno dell’altro; perché non solamente era il sospetto reciproco tra il re di Francia e il pontefice, ma il re di Spagna, intendendo trattarsi della andata de’ svizzeri e di Tommaso di Fois, non era senza timore che il pontefice e il re congiunti insieme pensassino di spogliarlo del regno di Napoli: le quali cose si crede che giovassino alle cose del pontefice, perché ciascuno di loro, per non gli dare causa o giustificazione di alienarsi da sé, cercava di confermarlo e di assicurarsene co’ benefici e con gli aiuti.

Ma Francesco Maria, partito da Corinaldo, ritornò nello stato d’Urbino, per fare spalle a’ popoli suoi che facessino le ricolte: donde, desiderando assai, come sempre aveva desiderato, l’acquisto di Pesero, nella quale città era il conte di Potenza con le sue genti, vi si accostò con l’esercito; e per impedirgli le vettovaglie messe in mare alcuni navili. Ma all’opposito si preparorno a Rimini sedici legni tra barche brigantini e schirazzi; i quali come furno armati, andando a Pesero per sicurtà di certe barche che vi conducevano vettovaglie, si riscontrorno con quegli di Francesco Maria, co’ quali venuti alle mani, messo in fondo il navilio principale presono tutti gli altri: per il che egli, disperato di pigliare Pesero, si partí. Facevasi in questo mezzo lo Scudo innanzi con le trecento lancie; ma tardavano i svizzeri, perché i cantoni recusavano di concedergli se prima non erano pagati da lui del residuo delle pensioni vecchie: dalla quale disposizione non si potendo rimuovergli, e il pontefice impotente per le gravissime spese a sodisfargli, i ministri del pontefice, dopo avere consumato in questa instanza molti dí, soldorno, senza decreto publico, duemila fanti particolari di quella nazione e quattromila altri tra tedeschi e grigioni. I quali essendo finalmente venuti e alloggiati a Rimini ne’ borghi (i quali, divisi dal fiume dal resto della città, sono circondati di mura), Francesco Maria, entrato di notte sotto le pile del ponte egregio di marmo che unisce i borghi colla città, non potette passare il fiume, ingrossato per il ricrescimento del mare. Fu la battaglia grande tralle sue genti e i fanti alloggiati ne’ borghi, nella quale fu ammazzato Gaspari, capitano della guardia del papa che gli aveva condotti; ma fu maggiore il danno degli inimici: ammazzati Balastichino e Vinea capitani spagnuoli, ferito Federico da Bozzole e Francesco Maria di uno scoppietto nella corazza. Voltò dipoi l’esercito verso Toscana, menato piú dalla necessità che dalla speranza, perché nello stato tanto consumato non si poteva sí grande esercito sostentare. In Toscana dimorato qualche dí, tralla Pieve di Santo Stefano, il Borgo a Sansepolcro e Anghiari, terre de’ fiorentini, e occupato Montedoglio, luogo debole e poco importante, dette una lunghissima battaglia ad Anghiari, terra piú forte per la fede e virtú degli uomini che per la fortezza della muraglia o per altra munizione; la quale non avendo ottenuta, si ridusse sotto l’Apennino, tra il Borgo e Città di Castello, dove fatti venire quattro pezzi d’artiglieria da Mercatello, alloggiò meno di un mezzo miglio presso al Borgo, in sulla strada per la quale si va a Urbino, incerto di quel che avesse a fare: perché, essendo gli inimici passati dietro a lui in Toscana, [erano] entrati nel Borgo molti de’ soldati italiani, in Città di Castello si era fermato Vitello con un’altra parte, in Anghiari, nella Pieve a Santo Stefano e nelle altre terre convicine erano entrati i fanti tedeschi i corsi i grigioni e i svizzeri. Venne similmente, benché piú tardi, Lorenzo de’ Medici da Firenze al Borgo; ove stette intorno Francesco Maria oziosamente molti dí: ne’ quali luoghi cominciando ad avere incomodità grande di vettovaglie, né si vedendo presente speranza alcuna di potere fare effetto buono, anzi diventato l’esercito suo (il quale era necessario si sostentasse di prede e di rapine) non manco formidabile agli amici che agli inimici, cominciava egli medesimo a non conoscere fine lieto alle cose sue; e i fanti che l’avevano seguitato, non avendo pagamento, non speranza di potere piú molto predare per non avere artiglierie e munizioni di qualità da sforzare le terre, sopportando carestia di vettovaglie, vedendo gli inimici accresciuti di forze e di riputazione, poiché si era scoperto loro tanto favore de’ príncipi, cominciavano a infastidirsi della lunghezza della guerra, non sperando piú poterne avere, né col combattere presto né con la lunghezza del tempo, felice successo. E al pontefice, da altra parte, accadeva il medesimo: esausto di danari, poco potente per se stesso a fare le provisioni necessarie nel campo suo, e dubbio, come mai, della fede de’ re e specialmente del re di Francia, il quale tardamente provedeva al sussidio de’ danari dovutogli per la capitolazione, e perché lo Scudo, fermatosi secondo la volontà del papa in Romagna, aveva recusato di mandare parte delle sue genti in Toscana, allegando non le volere dividere.

Però, e prima che gli eserciti passassino l’Apennino, e molto piú ridotte le cose in questo stato, erano stati vari ragionamenti d’accordo tra il legato e Francesco Maria insieme co’ suoi capitani, interponendosene lo Scudo e don Ugo di Moncada viceré di Sicilia, mandato dal re cattolico per questo effetto; ma niente era succeduto insino a quel dí, per la durezza delle condizioni proposte da Francesco Maria. Finalmente i fanti spagnuoli, indotti dalle difficoltà che si dimostravano e dalla instanza di don Ugo, il quale trasferitosi a loro e aggiugnendo le minaccie alla autorità avea dimostrato questa essere precisamente la volontà del re di Spagna, inclinorno alla concordia: la quale, prestando il consentimento benché malvolentieri Francesco Maria, e intervenendovi per il pontefice il vescovo d’Avellino mandato dal legato, si conveniva in questo modo, consentendo ancora i fanti guasconi per la interposizione dello Scudo: che il pontefice pagasse a’ fanti spagnuoli quarantacinque mila ducati, dovuti secondo dicevano per lo stipendio di [quattro] mesi, a’ guasconi e a’ tedeschi uniti con loro ducati [sessanta] mila, partissino tutti, fra otto dí, dallo stato della Chiesa, de’ fiorentini e di Urbino: che Francesco Maria, abbandonato nel termine medesimo tutto quello possedeva, fusse lasciato passare sicuramente a Mantova; potessevi condurre l’artiglierie, tutte le robe sue, e nominatamente quella famosa libreria che con tanta spesa e diligenza era stata fatta da Federigo suo avolo materno, capitano di eserciti chiarissimo di tutti ne’ tempi suoi ma chiaro ancora, intra molte altre egregie virtú, per il patrocinio delle lettere: assolvesselo il pontefice dalle censure, e perdonasse a tutti i sudditi dello stato d’Urbino e a qualunque gli fusse stato contrario in questa guerra. La sostanza delle quali cose mentre che piú prolissamente si riduce nella scrittura, voleva Francesco Maria vi si inserissino certe parole per le quali si inferiva, gli spagnuoli essere quegli che promettevano lasciare al pontefice lo stato di Urbino; la qual cosa essi ricusando, come contraria all’onore loro, vennono insieme a contenzione; onde Francesco Maria, insospettito che non lo vendessino al pontefice, se ne andò all’improviso nel pivieri di Sestina, con parte de’ cavalli leggieri co’ fanti italiani guasconi e tedeschi e con quattro pezzi di artiglieria. Gli spagnuoli, data perfezione alla concordia e ricevuti i danari promessi andorno nel regno di Napoli, essendo quando partirno poco piú o meno di secento cavalli e quattromila fanti; feciono il medesimo gli altri fanti, ricevuto il premio della loro perfidia; agli italiani soli non fu né data né promessa cosa alcuna. Perciò e Francesco Maria, della salute del quale parve che lo Scudo tenesse cura particolare, poiché si vedde abbandonato da tutti, aderendo alla concordia trattata prima, se ne andò per la Romagna e per il bolognese a Mantova, accompagnato da Federico da Bozzole e cento cavalli e secento fanti.

In questa maniera si terminò la guerra dello stato di Urbino, continuata otto mesi, con gravissima spesa e ignominia de’ vincitori. Perché dalla parte del pontefice furono spesi ottocentomila ducati, la maggiore parte de’ quali, per la potenza che aveva in quella città, furno pagati dalla republica fiorentina; e i capitani appresso a’ quali era la somma delle cose furono da tutti imputati di grandissima viltà, governo molto disordinato, e da alcuni di maligna intenzione: perché nel principio della guerra, essendo molto potenti le forze di Lorenzo e deboli quelle degli inimici, non seppeno mai, né con aperto valore né con industria o providenza, usare occasione alcuna. A’ quali princípi, succeduta, per la perduta loro riputazione, la confusione e la disubbidienza dello esercito, si aggiunse nel progresso della guerra il mancamento in campo di molte provisioni; e in ultimo, avendo la fortuna voluto pigliare piacere de’ loro errori, moltiplicorono per opera di quella tanti disordini che si condusse la guerra in luogo che il pontefice, scopertesegli insidie alla vita, travagliato nel dominio della Chiesa, temendo qualche volta e non poco dello stato di Firenze, necessitato a ricercare con prieghi e con nuove obligazioni gli aiuti di ciascuno, non potette anche liberarsi da tanti affanni se non pagando col suo proprio quelle genti dello esercito inimico o che erano state origine della guerra o che condotte a’ soldi suoi, dopo avergli fatto molte estorsioni, si erano bruttamente rivoltate contro a lui.

In questo anno medesimo, e quasi alla fine, il re di Spagna andò, con felice navigazione, a pigliare la possessione de’ regni suoi; avendo ottenuto dal re di Francia (tra l’uno e l’altro de’ quali, palliando la disposizione intrinseca, erano dimostrazioni molto amichevoli) che gli prorogasse per sei mesi il pagamento de’ primi centomila ducati che era tenuto a dargli per l’ultimo accordo fatto tra loro: e i viniziani riconfermorono per due anni la lega difensiva, che avevano col re di Francia, col quale stando congiuntissimi tenevano poco conto dell’amicizia di tutti gli altri; in tanto che ancora non avevano mai mandato a dare l’ubbidienza al pontefice. Il quale fu molto imputato che avesse mandato legato a Vinegia Altobello vescovo di Pola, come cosa indegna della sua maestà.