Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro I/Capo V

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Capo V – Filosofia e matematica

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Capo V.

Medicina.

I. Appena abbiamo cosa alcuna che degna sia di memoria intorno a questa scienza ne’ tempi di cui trattiamo, Io non trovo nè scrittore alcuno latino che colle sue opere la illustrasse, nè medico alcuno che coll’esercitarla si rendesse celebre in Italia. E ve ne saranno stati per avventura non pochi, de’ quali si sarà fatto gran conto come di medici valorosi; ma se gli scrittori di questa età non ce ne han lasciata memoria alcuna, come possiam noi favellarne? Il solo medico celebre che fiorisse a quest’epoca, fu Alessandro di Tralle, il quale, come pruova il Fabricio (Bibl.gr. t. i 2, p. 5i)3), visse a’ tempi di Giustiniano. I moderni scrivono comunemente che venne dopo più viaggi a fissare la sua dimora in Roma: ma io non so se ciò si possa bastantemente provare. Ben veggiamo dalla sua opera che ancor ci rimane, che tra le provincie ch’egli corse viaggiando, e nelle quali ebbe ancora stanza per qualche tempo, fu la Toscana (Therapeut. l. 1). Perciò ho pensato di doverne qui accennare il nome. Altre notizie intorno a lui si potran leggere, da chi le brami, presso l’altre volte lodato M. Portal. Alcuni fanno un medico anche dello storico Procopio; ma non mi par che ne adducano ragioni bastanti a provarlo. E oltre ciò ei fu straniero, cioè natio di Cesarea, e solo in occasion delle guerra tra’ Greci e’ Goti fu pei [p. 94 modifica]<j4 LIBRO qualche tempo in Italia. E perciò ancor ch’egli fosse stato medico, noi non dovremmo qui nominarlo per la stessa ragione per cui trattando degli storici non abbiam di lui fatto motto. , II. Quest’arte però non fu da’ re ostrogoti > dimenticata, ed essi a’ tempi singolarmente del ! gran Cassiodoro la onorarono della lor protezione. Sembra che da Teodorico si stabilisse la dignità di conte degli archiatri, ossia di presidente generale de’ medici e della medicina. Noi veggiam tra le formole, per così dire, d’investitura distese da Cassiodoro, con cui conferivasi qualche dignità ad alcuno, quella ancora della comitiva degli archiatri (l. 6 f ar. forni. 19); e ili esso dopo aver dette gran cose in lode della medicina, si stabilisce che chi è sollevato a tal carica, abbiasi in conto di primo fra tutti i medici, che decida le liti fra loro insorte, e che abbia libero accesso alla corte. Ma non ci è giunta notizia del nome di alcuno che fosse a tal dignità sollevato. III. Una cosa per ultimo non vuol passarsi sotto silenzio, che può giovare a conoscere come quest’arte fosse anche a que’ tempi avuta in conto di onesta ed onorevole, cioè che si videro ancora due diaconi esercitarla. Il primo di essi è Elpidio, che, come abbiamo osservato, credesi da molti che fosse quell’Elpidio Rustico stesso di cui abbiamo alcune sacre poesie. Questi era diacono e medico, come raccogliesi da una lettera scrittagli da S. Ennodio (l. 8, ep. 13), il quale e in questa e in più altre lettere fa grandi encomj della erudizione [p. 95 modifica]PRIMO C)5 di cui egli era fornito (l. 7, ep. 7 5 /. 9, ep. 14,15). Convien (dire ch’ei fosse avuto in conto di medico assai valoroso, poichè di lui valeasi Teodorico, come afferma Procopio (de Bello goth. l. 1, c. 1). Ch’ei fosse milanese di patria, lo congettura, e parmi a ragione, il P. Sirmondo (in not. ad Ennod. ep. 8, ¿8) da una delle citate lettere di S. Ennodio, e perciò tra gli scrittori milanesi è stato annoverato dall’Argelati. Ciò non ostante i dotti Maurini autori della Storia Letteraria di Francia sostengono ch’ei fosse francese, senza però addurne altra pruova che il vedergli dato da alcuni antichi il titolo di diacono della chiesa di Lione (t. 3, p. 165), il che non parmi argomento bastante a determinarne la patria. Ma quanto ei sapesse di medicina, nol possiamo in alcun modo conoscere; poichè nè grandi elogi ne fanno in questa parte gli antichi scrittori, uè egli ce ne ha lasciato alcun monumento. L’altro medico diacono è Dionigi, di cui dice, non so su qual fondamento, il P. Sirmondo (l. cit.), che vivea allor quando Roma fu espugnata da’ Goti; e di cui egli ha pubblicato il seguente breve epitafio: Hic Levita jacet Dionysius artis honestae Functus et officio, quod medicina dedit (a). (a) Il ch. sig. ab. Gaetano Marino ha poi avvertito (Degli Archiatri Pontifii ii, t. 1 , p. 3 , ec.) che il Sirmondo non ha pubblicato che i primi due versi dell’epitafio del medico e diacono Dionigi, e che esso è stato tradotto intero dal Baronio (ad an. 4(0 , n. 40® (’a altri scrittori, e che da esso raccogliesi veramente che [p. 96 modifica]Ma di lui ancora non sappiamo qual fama si acquistasse nella sua professione.