Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro III/Capo IV

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Capo IV – Filosofia, Matematica, Medicina

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Capo IV.

Filosofia, Matematica, Medicina.

I. Ciò che detto abbiamo finora dell’infelice stato della letteratura italiana negli ameni studi, ci persuade agevolmente che nulla meno abbandonate e neglette dovean giacere le più serie scienze, a ben coltivare le quali fa d’uopo di agio insieme e di fatica maggiore assai. Ciò non ostante, se noi prestiam fede a uno storico di questi tempi, non vi ebbe forse mai secolo in cui la filosofia tanto lietamente fiorisse in una parte dell’Italia, come nei’ix di cui scriviamo. Egli è questi l’Anonimo salernitano, il quale assai seriamente ci narra (Chron. c. ¡ 32) che quando l’imperator Lodovico II verso l’anno 870 era in Benevento insieme con Adelgiso signore di quel ducato, trovavansi in quella città 32 filosofi. Tra questi uno de’ più famosi era, come [p. 374 modifica]II. Nè l.i filosofia nè la matematica fu coltivala. 374 LIBRO egli dice, quell’Iltlerico monaco casinese di cui abbiam rammentate le poesie. Ma se il valor filosofico era in lui eguale al poetico, ei non era certo nè un Pittagora nè un Platone. E veramente già abbiam poc’anzi osservato, e perse stesso il conosce chiunque ne prende a legger la Storia, che l’Anonimo salernitano è uno scrittore assai vago di favolette, a cui sembra che piaccia più di dilettare con fole, che d’istruire con veri racconti i suoi lettori. Oltrechè il nome di filosofo in questi secoli bassi si dava ancora generalmente a chiunque era ornato di qualche letteratura, di qualunque genere ella fosse. Ed è perciò assai probabile che questi 32 filosofi fossero finalmente uomini che sapessero in qualche modo scriver latino, e far de’ versi, ch’era, per così dire, la più alta cima di letteraria lode a cui allor si giugnesse. II. Nel medesimo senso deesi intendere probabilmente ciò che di Ugo re d’Italia narra Liutprando (Histl. 3, c. 5), cioè eli ’egli non solo amava, ma onorava ancora assai i filosofi. Perciocchè egli è certo che appena troviamo in questi due secoli alcuno a cui il nome di filosofo nel vero suo senso si convenisse. E lo stesso dee dirsi ancora della matematica, il cui nome pareva quasi a questi secoli sconosciuto in Italia; seppure non vogliam credere che il Dungalo maestro di Pavia fosse lo stesso che il Dungalo a cui Carlo Magno chiese ragione* di una doppia ecclissi del sole, la quale diceasi avvenuta, come nel primo capo si è detto, e che questo venuto in Italia vi risvegliasse cotali studj. Ma noi il possiamo bensì v [p. 375 modifica]TERZO 3^5 proporre congetturando, ma non abbiamo argomento a provarlo; ed è certo che di tutti gli autori italiani che ci vengono innanzi in quest’epoca, non ne troviamo un solo di cui si possa dire che ne’ filosofici o nei matematici studj fosse bastevolmente erudito; se se ne tragga qualche studio d’astronomia, di cui diremo più sotto. IH. Anzi in tale dimenticanza giacevansi cotali studj al fine del x secolo, che uno il quale ebbe coraggio di coltivarli, ne fu avuto da alcuni in concetto di mago. Io parlo del celebre Gerberto arcivescovo prima di Rheims, poi di Ravenna, e finalmente sommo pontefice col nome di Silvestro II. Io non debbo di lui trattare distesamente, poichè ei fu francese di nascita, e la maggior parte della sua vita passò in Francia. Infatti gli autori della Storia letteraria di Francia ne hanno parlato con diligenza ed erudizion singolare (t. 6, p. 559). Ed io perciò sarò pago di accennare in breve ciò ch’essi hanno esattamente provato, e solo mi tratterrò con più agio in ciò a ch’ebbe parte l’Italia. Nato in Alvernia, e consecratosi ancor giovinetto a Dio nel monastero di S. Gerardo in Aurillac, dopo essersi esercitato nei buoni studj, intraprese ancora più viaggi per aver agio di conoscere e di conversar cogli uomini per saper più famosi, e in tal maniera penetrar più addentro nelle scienze. Con due di essi, cioè con Borello conte di Barcellona, e con Aitone vescovo di Ausona in Catalogna , 0 7 andossene a Roma; ove conosciuto dull’imperadore Ottone I, ebbe da lui il governo del ut. 11 solo celebre coltivatore di essa fu Gerberto: notizie della sua vita. [p. 376 modifica]3^G LIBRO celebre monastero di Bobbio verso 1‘anno 970. Egli adoperassi singolarmejite a farvi rifiorire gli studi; e i soprallodati Maurini aflèrmano ch’egli il fece con sì felice successo, che lino da’ più lontani paesi pensavasi a mandargli studenti. La pmova eli essi ne arrecano, è una lettera dello stesso Gerberto, in cui scrivendo a Ecberto arcivescovo di Treviri, così gli dice (ep. 13): Proinde sì deliberatis, an scholasticos in Italiam ad nos usque dirigatis, ec. Ma come la voce scholasticus avea il senso ancor di maestro (V. Du Cange Gloss. ad hanc voc.), non si può accertare se di maestri ragioni qui Gerberto, ovver di scolari. Pochi anni però ei visse in quel monastero; perciocchè l’usurpazione che molti avean fatta de’ beni di esso, e l’invidia che contro di lui, forse perchè straniero, si accese, l’indusse ad abbandonarlo, ritenendo però il nome di abate, e a tornarsene in Francia. Di quando in quando però venne a rivedere l’Italia; e una volta fra l’altre abbattutosi in Ottone II che era in Pavia, e da lui condotto seco pel Po a Ravenna, tenne ivi solenne e pubblica disputa con un cotal Sassone detto Otrico, uomo a que’ tempi dottissimo su una quistione di matematica, in cui era disparere tra lui e Gerberto. IV. Intorno alla maniera con cui egli fu sollevato all’arcivescovado di Rheims l’anno 991, dappoichè ne fu deposto Arnolfo, e delle con1 traddizioni che vi sostenne, dalle quali fu finalmente costretto a cedere quella sede l’anno 997 allo stesso Arnolfo, si posson vedere i mentovati autori della Storia letteraria di Francia. Ritirossi [p. 377 modifica]TERZO 3~n egli allora presso il giovine Ottone III, di cui era stato maestro; e questi condottolo seco in Italia l’anno 998, il fè innalzare alla sede arcivescovil di Ravenna, e poscia l’anno seguente, essendo morto il pontefice Gregorio V, Ottone adoperossi per modo, che il suo Gerberto fu eletto pontefice, e prese il nome di Silvestro II. Ma quattro anni soli potè egli godere di tal dignità, essendo morto agli 11 di maggio dell’anno 1003; uomo che non si può in alcun modo difendere dalla taccia di ambizioso, ma che nel rimanente fu di accorgimento e di sapere non ordinario, e, ciò che il rendette ancor più utile all’Italia e all’Europa tutta, pieno di zelo per risvegliare in tutti 1 ardore del coltivamento de’ buoni studj, che già da più secoli sembrava interamente estinto. V. E veramente basta legger le Lettere da lui scritte, e pubblicate dopo altri dal Du Chesne (Script. Hist. Franc, t. 2), per riconoscere quanto egli a tal fine si adoperasse. Appena vi fu scienza di sorte alcuna a cui egli non si volgesse. Noi veggiamo ch’egli tratta sovente non sol della matematica ch’era lo studio suo prediletto, ma della rettorica, della musica , della medicina ancora, e in tutti questi studj ei si mostra versato (ep. 17, 92, 124, 151). Ma di niuna cosa troviam più frequente menzione nelle sue lettere, come di biblioteche e di libri ch’egli era avidissimo di raccogliere, fino ad importunare gli amici perchè glieli trasmettessero (ep. 7, 9, 17, 24, 25, 40, 72, ec. ec.); ed egli stesso ci assicura (ep. 44) cl,e come in Roma e in altre parti d‘ Italia, così v. Suo fervore nel coltivare e promover gli il udì: calunnia apposiigli. [p. 378 modifica]378 I.IBRO ancora nella Germania e nella Fiandra, avea con molta spesa raccolta un’assai ragguardevole biblioteca, Io non entrerò a parlare delle molte opere da lui composte, che in gran parte appartengono ad aritmetica e a geometria; perciocchè non vogliamo usurparci ciò eli’ è d’altrui, e tutta lasciamo a’ Francesi la gloria che questo dotto scrittore ha recato alla sua patria, sulla speranza ch’essi in avvenire saranno pure a noi ugualmente cortesi, e non cercheranno di toglierci ciò eli’ è nostro. Solo per mostrare quanto profonda fosse in que’ secoli e universal l’ignoranza, non deesi passare sotto silenzio ciò che abbiamo accennato, cioè che Gerberto, perchè era matematico, fu creduto mago. Il primo, ch’io sappia, che a Gerberto apponesse tal macchia, fu il Cardinal Bennone celebre a’ tempi di Gregorio VII pel fanatismo con cui prese a mordere rabbiosamente lo stesso pontefice. Egli intento a screditare Gregorio ed altri pontefici e i loro sostenitori , credette di non poter meglio ottenere il suo disegno, che rappresentandoli come altrettanti stregoni che aveano un famigliare commercio col mal demonio. Quindi la breve Vita da lui scritta di Gregorio VII non è quasi altro che un continuo racconto di maleficj e di stregherie; e di Silvestro II fra gli altri racconta che il demonio aveagli promesso che non sarebbe morto se non dippoichè avesse celebrata la messa in Gerusalemme; ma che il buon papa non fu abbastanza avveduto; perciocchè recatosi un giorno a dirla nella chiesa che in Roma chiamavasi di Santa Croce in Gerusalemme, il [p. 379 modifica]TERZO 3^9 demonio che ivi appunto attendevalo, gli fu ail-^ dosso, e presto lo uccise. La qual fola-fu poi adottata da più altri dei posteriori scrittori in que’ tempi, ne’ quali tanto più era pregiato uno storico, quanto più strane eran le cose eli’ ei raccontava. Io mi vergognerei di arrestarmi pur un momento a confutar tali ciance; e solo a una qualunque discolpa dei nostri maggiori che sì facilmente si lasciarono ingannare, rifletterò che non è maraviglia che in que’ secoli barbari al vedere un uomo che contemplava le stelle, che disegnava linee, triangoli e altri simili capricciose figure, di cui niuno intendeva nè il fine nè il senso, si credesse da alcuni che ei fosse operator d’arti magiche, e che una tal opinione avesse allora e poscia molti seguaci. VI. A Gerberto aggiugnerò l’arcidiacono di Verona Pacifico, che per ragione di età avrebbe dovuto precederlo; ma perciocchè non abbiam pruove abbastanza chiare del suo sapere, ne accennerò qui in breve ciò che si può congetturando affermarne. Il march. Maffei prima (praef. ad Complex. Cassiod.), poscia il proposto Muratori (Antiq. Ital. med. aev. t. 3,p.837) han pubblicato interamente il lunghissimo epitafio posto al sepolcro di questo arcidiacono, che ancor si vede nella cattedral di Verona. Ma io vorrei che l’autor di esso invece di esser sì lungo fosse stato alquanto più chiaro, poichè in molti luoghi non s’intende che voglia egli dirci (1). Ciò eli’ è chiaro ad intendersi, si è (a) L’erudito P. Girolamo di Prato della Congregarioue dell’Oratorio ha pubblicato una bella dissertazione [p. 380 modifica]380 LIBRO primieramente che Pacifico morì l1 anno 846 in età di 68 anni, e che per lo spazio di 43 anni avea sostenuta la dignità di arcidiacono. Aggiugnesi ancora ch’egli era uomo di sì raro sapere, e di sì leggiadro aspetto, che né alcuno a lui uguale era stato a que’ tempi, nè speravasi che fosse giammai, e che sette chiese di Verona, che ivi si nominano, egli avea o rinnovate, o fabbricate di nuovo. Quindi venendo a parlare distintamente de’ frutti del suo sapere, si dice: Quicquid auro, vel argento, et metallis caeteris, Quicquid lignis ex diversis, et marmore candido, Nullus unquam sic peritus in. tantis operibus. Colle quali parole se ci si voglia dire eli’ ei fosse saggio estimatore de’ lavori dell’arte, ovvero che ne’ lavori medesimi ei si esercitasse con singolare perizia, chi può indovinarlo ì Si aggiugne innoltre: Bis centenos terque senos codicesque fecerat. Ma questi 218 codici furono esse opere da Pacifico composte 1 furon codici da lui copiati? sull’epitafio dell’arcidiacono Pacifico, in cui si è accinto a spiegarne ogni parte, e a mostrare ch’esso non è si oscuro, come a me e ad altri è sembrato (Raccolta Ferrar. d’Opusc. t. 10,p. 1 ,ec.; t. 14iP- io5,ec.). Io desidero ch’esso sembri ora spiegato per modo che non rimanga più luogo a quistione; e lascio che ognun vegga nell’opuscolo stesso com’egli dichiara ogni cosa. Ciò che a me pare ch’egli abbia stabilito felicemente, si è che la morte dell’arcidiacono non dee fissarsi aifi anno 84<i , come finora si è fatto, ma all’anno 844[p. 381 modifica]TERZO 381 furon codici da lui donati alla cattedral di Verona? Il secondo senso parmi il più veri simile; ma in uno stile sì barbaro come può accertarsi il vero? Più oscuro ancora è ciò che segue: Horologium nocturnum nullus ante viderat; En invenit argumentum, et primus fundaverat. Come mai dicesi che prima di questi tempi non si fosse veduto orologio notturno, mentre ne abbiam trovata menzione nell’epoca precedente (V. l. 2, c. 4, n. 2)? Forse era questo orologio di altro genere nuovamente trovato da questo arcidiacono? Ma quale era esso? Che è poi V argomento da Pacifico inventato, o anzi fondato? È egli un nuovotnetodo metodo d’argomentare? è egli un ordigno meccanico? Ecco quanti enimmi racchiusi in poche parole. Nè qui finiscono essi. Glossam veteris et novi Testamenti posuit. Il march. Maffei crede (Ver. illustr. par . 2, l. 1) che qui si affermi che fu composta da Pacifico una chiosa della sacra Scrittura, nel qual caso egli mostra che sarehhe questa la più antica fra tutte. Il Muratori al contrario pensa che questo ancor fosse un codice donato da Pacifico al suo Capitolo. Ma quella espressione posuit glossam è così barbara ed oscura, ch’io non so a qual sentimento appigliarmi. Finalmente di lui si dice: Horologioque carmen sphaerae Coeli optimum, Plura alia graphiaque prudens inveniet Parole esse ancora di una impenetrabile oscurità. Il march. Maffei le intende di uno stromento per le sfere celesti. Ma come mai dare [p. 382 modifica]VII. A si rouovnia vditutj in luliu. Linno a uno stromcnlo il nome ili carmcn? E quel plura alia graphia che significa egli mai? In somma questo epitafio sembra composto per farsi giuoco de’ posteri, e per propor loro un insolubile enimma. E buon per noi che il Maffei e il Muratori erano troppo saggi scrittori, perchè non si arrestassero a disputar lungamente su questa lapida. Se essa fosse caduta in mano di alcuno di que’ pseudo-antiquari antiquari che pensano di essersi renduti immortali, quando ad illustrare una cifra di qualche iscrizione han composto un grosso volume, chi sa da quante Dissertazioni e Difese e Conferme e Repliche saremmo stati innondati? Io certo non annojerò i miei lettori col trattenermi più a lungo su questo barbaro epitafio, di cui solo ho stimato di dover qui favellare brevemente, perchè , comunque non si raccolga precisamente quai fosser gli studj e le opere di Pacifico, se ne raccoglie nondimeno quanto basta a mostrarci eli’ egli dovea esser uomo che coltivati avesse con non infelice successo gli studj della meccanica e dell’astronomia. VII. « Ma riguardo all1 astronomia abbiamo un pregevolissimo documento a mostrare ch’essa era nel ix secolo coltivata in Italia assai più che non credesi comunemente. Esso è un Calendario del IX secolo, che conservasi nell’opera della Cattedral di Firenze, e ch’è stato pubblicato dal dottissimo sig. abate Leonardo Ximenes nella Introduzione storica al GnomoneFiorentino, il quale ancora lo ha con somma dottrina illustrato, e con pruove tratte dal Calendario medesimo ha dimostrato ch’esso fu [p. 383 modifica]TERZO 383 scritto l’anno 8i3. Vi si osservano, die1 egli (Introd. ec. p. 4, ec.) , tracce sì belle di osservazioni astronomiche, che è veramente da ammirare come mai in un secolo sì caliginoso si giugnesse a questa chiarezza. Imperciocchè si vede da esso manifestamente che in Firenze fin dal secolo ix già si erano accorti dello spostamento de’ punti equinoziali e solstiziali sofferto dal Concilio Niceno fino a quel tempo nel Calendario Giuliano, che allora la Chiesa seguiva. Nè ciò si arguisce per qualche dubbiosa congettura, ma apparisce manifestamente da quattro passi dello stesso Calendario che a prima vista reca ammirazione e confusione. E qui ei siegue recando le pruove di ciò che afferma , le quali nell’opera stessa si posson vedere , poichè troppo a lungo mi condurrebbe il volerle anche sol compendiare ». Vili. Per ciò che appartiene alla medicina, non abbiamo in tutta quest’epoca notizia alcuna o di medici che in alcuna parte del mondo, non che in Italia, si rendessero illustri, o di nuove scoperte che in quest’arte si venisser facendo. E se essa fra tante rivoluzioni non perì interamente, noi ne siam debitori a que’ monaci stessi da’ quali anche le altre scienze furon preservate in gran parte da una irreparabil rovina. Nell’epoche susseguenti vedremo alcuni di essi esercitare con grande loro onore quest’arte. Qui basta il riflettere ciò che sopra abbiam già accennato, cioè che nel ix secolo il santo abate Bertario fra i molti libri di cui arricchì la biblioteca di Monte Casino, due codici vi ripose appartenenti a medicina, ne’ quali [p. 384 modifica]egli avea dili gru temente raccolti moltissimi rimedii da lui tratti da’ più celebri autori (Leo. Ostiens. l. 1, c. 33). Anzi, che fra gli altri studj venissero almeno alcuni tra’ monaci esercitati anche in quello della medicina, raccogliesi chiaramente da ciò che si narra nella antica Cronaca del monastero di Farfa (Script. rer. ital. t. 2, pars 2, p. 2;„"), cioè che Raffredo abate di quel monastero al principio del x secolo fece istruire nello studio della medicina un monaco allor giovinetto, detto Campone, il quale poscia troppo male corrispondendo alla paterna sollecitudine con cui quegli avealo allevato, datogli il veleno, s1 intruse a forza nel governo di quel monastero, e ne dissipò i beni (Mabillon, Ann. Bened. t 3, l. 43, n. 74)- Potrebbe a questo luogo farsi menzione della celebre scuola salernitana che sembra che a questi tempi avesse già qualche nome) ma noi ci riserveremo a parlarne nel libro seguente) perciocchè nell’xi secolo singolarmente ella si rendette famosa.