Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro III/Capo III

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Capo III – Belle lettere

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Capo III.

Belle lettere.

I. Eccoci a un argomento in cui già da più secoli appena incontriamo oggetto che con piacer ci trattenga, e che altro non ci offre comunemente che rozzezza e barbarie. Ciò non ostante anche da questo incolto terreno noi verrem raccogliendo, benchè a grande stento, qualche piccola spiga, che se non potrà appagare per ora le nostre brame, diaci almeno speranza di più lieta messe ne’ tempi avvenire. E per cominciare dallo studio della lingua greca, come abbiam fatto anche nell’epoca precedente, niuno avrà a stupire eli’ essa fosse tuttor coltivata da molti in quella estremità dell’Italia che in parte era ancor sottoposta ai Greci j perciocchè il vieendcvol commercio tra essi e gl’italiani rendeane necessario lo studio. Così [p. 335 modifica]TERZO 335 abbiam veduto poc’anzi che Sergio padre e Gregorio fratello di S. Atanasio vescovo di Napoli eransi in essa esercitati per modo, che Ì)olevano senza apprecchio recar dal greco in atino e dal latino in greco qualunque scritto venisse loro offerto. Così ancor nell elogio di un Landolfo conte, che vedesi in Isernia, e che sembra appartenere al x secolo, dicesi ch’egli era dottissimo nella greca e nella latina favella (Murat. Thes. Inscript. vol. 4, p. 1897); e così pure è probabile che si potesse dir di più altri, come suole avvenir nelle lingue di due popoli vicini e commercianti. In Roma ancora per opera de’ romani pontefici se ne mantenne vivo lo studio e l’esercizio. Perciocchè, come abbiamo osservato essersi fatto dal pontefice Paolo I verso l’anno 766, altri pontefici ancora fondarono monasteri, i quali vollero che fossero abitati da monaci che usassero ne’ divini uffici la lingua e il rito greco. Nelle Vite de’ romani Pontefici attribuite ad Anastasio ne abbiamo più pruove. Stefano IV, detto da altri V, secondo questo scrittore l’anno 816 fondò il monastero di santa Prassede, in cui raccolse una_ congregazione di monaci greci che dì e notte salmeggiassero col loro rito (Script. Rer. ital. t 3, pars 1, p. 215). E Leon IV similmente verso la metà del medesimo secolo monaci greci introdusse nel monastero de’ SS. Stefano e Cassiano (ib. p. 234). Quindi veggiamo che nella lingua greca era assai versato il sopraddetto Anastasio Bibliotecario, come raccogliesi dalle molte traduzioni di libri greci da lui fatte; e molti altri è probabile che fossero in Roma nella stessa lingua ben istruiti [p. 336 modifica]336 LI RllO per la necessità in cui erano i romani pontefici «li rispondere alle lettere, e di esaminare i libri che venivan di Grecia. Anche nell’altre provincie che non avean co’ Greci commercio alcuno, dobbiam credere nondimeno che la lingua greca non fosse interamente dimenticata, Io non trovo, a dir vero, nel ix secolo scrittore alcuno di queste nostre provincie, di cui si possa accertare che sapesse il greco 5 e anche di Teodolfo, di Paolino e di altri che furono i più dotti uomini di questo tempo, non credo che vi sia argomento a persuadercelo. Solo di Paolo Diacono che fiorì al fine del secolo VIII, vedrem tra poco ch’era sì esperto in questa lingua, che fu scelto ad istruire in essa quei cherici che accompagnar doveano la figlia di Carlo Magno a Costantinopoli. Ciò non ostante io osservo che nel x secolo, che fu certamente il più rozzo, pure l’autore anonimo del Panegirico di Berengario, che credesi vissuto al tempo medesimo, volle affettar cognizione della lingua greca, scrivendo in essa il titolo del suo componimento (ib. ti, pars 1); e che il vescovo Luitprando, di cui or or parleremo, parecchie parole greche andò spargendo nella sua Storia, per mostrare lo studio ch’egli n’avea fatto. Or se anche in mezzo a una sì grande barbarie, qual fu quella del x secolo, ebbevi nondimeno chi si volse allo studio di questa lingua, molto più dobbiam credere che ciò avvenisse nel IX che fu assai meno incolto. II. Gli altri studj di amena letteratura , e singolarmente la poesia e la storia , ebbero essi pure i loro coltivatori. Le loro opere e le lor [p. 337 modifica]TERZO 337 poesie appena si posson leggere al presente senza ridersi della rozzezza de’ loro autori; ma essi erano allora i più splendidi luminari che fosser tra noi, e parvero anche sì dotti, che dall’Italia chiamati furono in Francia, perchè vi facessero risorger gli studj quasi interamente caduti. Anzi il numero de’ poeti di questa età è assai maggiore, che non crederebbesi, al considerar l’ignoranza in cui era comunemente involto il mondo. Teodolfo vescovo d’Orleans, di cui già abbiam favellato, era poeta, e presso i suoi contemporanei dovea sembrare un nuovo Ovidio. Poeta ancora era Paolino patriarca d’Aquileia, di cui pure già si è ragionato, e alcune sue poesie ancor ci rimangono. Anche Pietro pisano, il maestro in gramatica di Carlo Magno, facea de’ versi, come or ora vedremo. Alcuni versi innoltre abbiam già rammentati del S. abate Bertario. Versi parimenti veggiamo aggiunti alle Vite de’ Vescovi di Ravenna scritte da Agnello, e se ne dice autore un anonimo scolastico, o soprastante alle scuole di quella città; il quale però, se altra maniera di verseggiare non insegnava a’ suoi discepoli fuorchè la sua,.meglio avrebbe fatto a deporre la cetra che troppo male stavagli fra le mani. L’Anonimo salernitano ci ha conservata qual * prezioso gioiello un’elegia d’Ilderico monaco casinese (Chron. c. 132). Molti epitafj poetici dei principi longobardi che vissero in questi due secoli, sono stati raccolti da Cammillo Pellegrino, e poscia pubblicati di nuovo con altre aggiunte dal canonico Francesco Maria Pratillo Tuunoscin, Voi. III. a a [p. 338 modifica]338 LIBRO (Ilist. Princ. Lartgob. t. 3, p. 3o3). Li ut pr andò ancora volle esser creduto valoroso poeta, e perciò nella sua Storia allega di quando in quando alcuni versi di Virgilio , e ce ne offre talvolta ancora de’ suoi. Lo stesso dicasi di molti altri di’ io potrei similmente venir noverando, se credessi ben impiegato il tempo in raccoglier le memorie di cotali troppo. rozzi lavori. Basti qui l1 accennare per ultimo il Panegirico , ossia la Vita dell1 imperator Berengario (Script, rer. ital. t. 2, pars. 2), il cui anonimo autore credesi fondatamente dal Muratori vissuto nel x secolo. Questi non solo ci ha lasciato un gran monumento del suo valore poetico in quel Panegirico, ma ci fa conoscere ancora che assai frequenti erano in quel tempo i poeti, e che le città al pari che le campagne risonavan di versi, e che perciò appunto essi non si avean più in pregio. Desine; nunc etenim nullus tua carmia curat. Ilaec taci un t urbi, haec quoque rure viri. In proleg. • E certo era assai facile a questi tempi l’esser poeta; perciocchè i coltivatori della poesia non si degnavan già essi, come troppo buonamente facevano Virgilio, Orazio e gli altri antichi, di scegliere l’espressioni che paresser loro più eleganti, nè di avvivare con leggiadre immagini i lor pensieri, anzi neppure di osservare le leggi della quantità e del metro; e purchè facesser de’ versi che in qualche modo avessero il numero delle sillabe e de’ piedi per [p. 339 modifica]TERZO ¿3^ ciò richiesti, essi credevan senz’altro di poter cingere alloro alla fronte, e dirsi poeti, e come tali erano in fatti dalla moltitudine riconosciuti e venerati. III. Io non tratterommi dunque a parlar de’ poeti di questi secoli, ai quali non abbiam motivo di mostrarci molto riconoscenti per le poesie di cui ci han fatto dono, che non sono comunemente nè di utile a’ nostri studj, nè di onore all’Italia. Maggior gratitudine dobbiamo agli storici, i quali, benchè in rozzo e barbaro stile, ci han nondimeno tramandate assai importanti notizie, e ci han fatto conoscere lo stato e le vicende di questi secoli. Fra essi per ogni riguardo deesi il primo luogo al celebre Paolo Diacono , di cui abbiam fatta già più volte menzione, e di cui ora ci convien favellare più stesamente; e molto più che i Francesi stessi confessano di’ egli è uno di quelli a’ quali in gran parte si dee il risorgimento de’ buoni studj in Francia (Hist. littér. de la France t. 4, p- 7). Di lui, oltre gli scrittori delle ecclesiastiche Bibli oleche, fra1 quali con più diligenza di tutti ha scritto l’Oudin (De Script, eccl. t. 1 ,p. ii)33), ha trattato ampiamente il celebre p. Mabillon (Ann. Benedet. t. 2, l. 24, n. 83, ecj l. 25, n. 66; l. 26, n. 86, ec.); ma con assai maggiore esattezza ha preso a esaminare tutto ciò che a lui appartiene , il più volte da noi mentovato sig. Giangiuseppe Liruti (Letterati del Friuli} t. 1, p. 163, ec.). Prima di lui alcune belle ricerche intorno a Paolo Diacono avea pubblicate l’ab. le Beuf (Diss. sur l’Hist. de Paris, [p. 340 modifica]IV. Sua nascita, e suoi studj ed impieghi sotto ire longobardi. 34o LIBRO t i, p. 3^0) , il quale ancora ne ha tratti alla luce alcuni finallora inediti componimenti. Sulle tracce di questi valorosi scrittori io verrò brevemente accennando ciò eh1 è più degno di risapersi di questo celebre uomo, e sforzerommi ancora talvolta, se mi venga fatto, di aggiugnere nuova luce a qualche punto della sua vita. IV. Intorno alla patria e a’ genitori di Paolo non vi ha luogo a contrasto. Egli stesso ci ha lasciato la genealogia della sua famiglia, e ci assicura eh’ ci nacque in Cividal del Friuli, detta allora Forum Julii, da Varnefrido e da Teodelinda longobardi di origine (de Gestis Langob. l. 4, c. 38). Il Liruti crede probabile che nella patria stessa facesse Paolo i primi suoi studj; e a provarlo si vale della legge di Lottario da noi già recata, in cui si fa menzione della scuola eli1 era in dividale. Ma, come ho già osservato, sembra che quelle scuole fossero almeno in gran parte da Lottario medesimo istituite, cioè circa un secolo dopo la nascita di Paolo. E innoltre lo stesso Paolo favellando di Felice (ib. l. 6, c. 7) maestro di gramatica in Pavia, dice ch’egli fu zio paterno di Flaviano suo maestro: Felix- patruus Flaviani pracccptoris mei. Or se Felice teneva scuola in Pavia, egli è probabile ch’ivi pur la tenesse il suo nipote Flaviano, e che ivi avesse Paolo tra’ suoi scolari. In un epitafio a lui fatto da Ilderico monaco stato già suo discepolo, e pubblicato dal P. Mabillon (App. ad vol. 2. Ann. Bened. n. 35), si dice che ei fu educato nella corte «.li Rachis re de’ Longobardi, e che per [p. 341 modifica]TERZO ’ 34l volere di questo principe egli applicossi agli studj sacri. Divino instinctu regalis protinus aula Ob decus et lumen patriae te sumpsit alendum. Omnia Sophiae coepisti culmina sacrae, Rege movente pio Ratchis, penetrare decenter. Poichè Rachis ebbe abbandonato il trono ed abbracciata la vita monastica, ed Astolfo gli succedette nel regno, non sappiam che avvenisse di Paolo, nè abbiamo indicio ch’egli fosse dal nuovo sovrano trattenuto alla sua corte. Quindi potè forse avvenire che tornato al Friuli, ivi fosse ordinato diacono della chiesa di Aquileia, col qual nome il viaggiamo appellato da Leone Ostiense (Chron. casin. l.1, c. 15). Certo egli era diacono fin dall’anno ^63, come è manifesto da un monumento pubblicato dal P. abate della Noce (in not. ad Chron. casin. l. c.). Forse però il nome di Aquileiese, che si suol aggiugnere, parlando di Paolo , al nome di diacono , si riferisce solo alla patria, e non alla chiesa a cui fosse ascritto. Ma poichè Desiderio ultimo re de’ Longobardi fu sollevato al solio, ei volle presso di sè il diacono Paolo, e ammettendolo a un’intima confidenza dichiarollo suo consigliere e cancelliere insieme, come coll’autorità di Erchemperto, dell’Anonimo salernitano e della Cronaca di S. Vincenzo di Volturno pruova il Liruti. L’Oudin e l’ab. le Beuf rigettan tra le favole ciò che si narra da quegli scrittori degli onori che Paolo ebbe da Desiderio. Ma nel monumento da noi poc’anzi accennato , della cui sincerità non v’ha alcun [p. 342 modifica]34 2 MERO motivo (li dubitare, Paolo così soscrive: Paulus Notarius et diaconus ex jussione Domini nostri Desiderii Serenissimi Regis scripsi: actum Civitate Papia, ec. Or poichè Paolo era certamente in Pavia , ed era notaio. il che allora era impiego più onorevole che non al presente, perchè negherem noi che altri maggiori onori ancora egli poscia ne ricevesse? Erchemperto e l’Anonimo salernitano di lui ragionando dicono che floruit in arte grammatica; colle quali parole non è ben chiaro s’essi voglian intendere solamente che nella gramatica egli era assai erudito, o se ancora ci voglian dire ch’ei n’era maestro, A me sembra difficile che un consigliere e cancelliere di Desiderio volesse o potesse tenere scuola. Nondimeno a questi tempi veggiam cose sì strane e sì capricciose, eli’ io non ardirei di negarlo espressamente. Ma forse ancora ciò deesi intender del tempo in cui Paolo abbracciata avea la vita monastica, come ora vedremo. V. Fin qui la storia di Paolo Diacono non incontra gravi difficoltà; Ma intorno a ciò che a lui avvenisse, dappoichè il regno de’ Longobardi e l’ultimo loro re Desiderio cadde nelle mani di Carlo Magno, non è sì agevole lo stabilir cosa alcuna con sicurezza. Leone Ostiense ci parla di ciò lungamente (l. cit.), e dice prima che dopo la prigionia di Desiderio, e la morte di Arigiso principe di Benevento, Paolo ritirossi a Monte Casino e vi prese l’abito monastico. Quindi dopo aver parlato degli antenati , della patria e de’ secolari impieghi di Paolo, viene a narrare più stesamente ciò che [p. 343 modifica]TERZO. 343 avvenisse di lui > e dice che, poiché fu presa Pavia, egli divenne assai caro e famigliare a Carlo Magno; e che alcun tempo dopo ei fu accusato a Carlo, che per amore all’antico suo padrone avesse contro di lui ordita congiura con pensiero di ucciderlo. Carlo, prosiegue a dii •e Leone, fattoselo venire innanzi, il richiese se vera fosse l’accusa; e Paolo francamente risposegli eli’ egli non avrebbe mai violata la fedeltà promessa al suo re Desiderio. Di che altamente sdegnato Carlo, comandò che gli fosser tosto troncate le mani. Ma poscia calmato alquanto lo sdegno, Se quest’uomo, disse ai suoi consiglieri, perde le mani, ove troverem noi un sì elegante scrittore? Quindi chiesto ad essi consiglio di ciò che far si dovesse, questi gli suggerirono che il facesse acciecare, perchè non potesse scriver lettere sediziose ad alcuno. Ma Carlo di nuovo: E dove troverem noi un altro poeta, un altro storico sì valoroso? Essi allora gli consigliarono che il rilegasse nelle isolette di Diomede, dette ora Tremiti. Così fu fatto, e Paolo vi stette per alcun tempo; poscia condotto ad Arigiso principe di Benevento , fu da lui onorevolmente accolto nel suo stesso palagio. Morto poi Arigiso, il che avvenne l’anno 787, Paolo ritirossi, come sopra si è detto, nel monastero di Monte Casino. Questa è in breve la narrazion di Leone, la qual certo non lascia di avere qualche apparenza di favola e di romanzo. Nondimeno la veggiam ripetuta pressochè colle stesse parole nell’antica Cronaca del monastero del Volturno (Script. Rc.r. ital. t. 1, pars a, p. 35.)), il cui [p. 344 modifica]344 LIBRO autore fu coetaneo (di Leone; e più diffusamente ancora espressa dall’Anonimo salernitano di amendue più antico (ib. t. 2, pars 2, p. 179, ec.), il quale gran cose innoltre aggiugne (ib. p. 194) delle virtù religiose di ogni maniera da Paolo esercitate nel monastero. Alquanto meno inverisimile sembra il racconto di Romoaldo salernitano, scrittore esso pure del XII secolo, ma posteriore a Leone di parecchi anni. Ei non fa motto nè di congiura da Paolo ordita contro di Carlo, nè di supplicio alcuno da Carlo a lui minacciato; ma solo narra (ib. vol. 7, p. 150) che Paolo più volte pregato da Carlo , acciocchè, dimenticando il suo antico signore, a lui si stringesse con fedeltà ed amore , non volle piegarsi giammai, e amò meglio di sofferire l’esiglio, che di servire a colui che teneva cattivo il suo re Desiderio; che perciò rilegato in un’isola , fu poscia chiamato alla sua corte da Arigiso principe di Benevento. VI. L’autorità di tutti questi antichi scrittori sembra che appena ci lasci luogo a dubitare del lor racconto. E Leone singolarmente vissuto nel monastero stesso di Monte Casino , e che all’occasione di scriverne la Storia dovea certo aver ricercate tutte le antiche memorie di esso, pare che debbasi credere ben istruito in tutto ciò che apparteneva alla vita e alle vicende di Paolo. Nondimeno convien confessare che tutti questi scrittori son di tre secoli almeno posteriori a Paolo, trattone l’Anonimo salernitano che credesi vissuto al. fine del x secolo, e che viveano in tempo in cui le storie de’ secoli trapassati erano stranamente guaste, e sparse in [p. 345 modifica]TERZO 343 ogni parte di favole e di puerili inezie. Noi perciò non possiamo appoggiarci così francamente a’ loro detti, che non ci rimanga alcun dubbio di venir da essi tratti in errore. In fatti abbiamo un altro scrittore coetaneo a Leone, cioè Sigeberto, il quale di tutte queste vicende di Paolo non fa alcun cenno; ma solo dice (de. Script, eccl. c. 80) eli’ egli pel suo saper fu chiamato in Francia da Carlo: Paulus monachus casinensis coenobii natione italus propter scientiam litterarum a Carolo Magno imperatore adscitus, ec. Il qual passo è sembrato all’Oudin che bastasse ad atterrar totalmente f autorità di Leone e degli altri scrittori sopraccitati. Ma a dir vero , se questo sol passo noi avessimo a contrapporre a Leone, a me sembra che questi potrebbe esigere a ragione che a lui più che a Sigeberto si desse fede; perciocchè egli italiano, vissuto nello stesso monastero di Paolo, e ben versato nella storia del monastero medesimo, dovrebbesi credere assai meglio in tai fatti istruito, che non Sigeberto, benchè questi vivesse per qualche tempo in Metz , ove pure per qualche tempo avea soggiornato Paolo. E benchè le circostanze del fatto, qual da Leone si narra, sembrino favolose, potrebbesi credere nondimeno che la sostanza ne fosse vera, e che la cosa avvenisse qual si racconta da Romoaldo salernitano. Potrebbesi dir parimenti che il passo di Sigeberto non contraddice a Leone; che Paolo potè esser condotto in Francia da Carlo Magno dopo 1" espugnazion di Pavia, il che da Leone e dagli altri benchè non si asserisca, pur non si nega; che dopo essersi per più anni colà [p. 346 modifica]VII. Si pruo • va che Paolo diacono non andò in Francia se non quando era già monaco. 346 I.IBRO trattenuto, potè avvenire ciò che della congiura da lui tramata raccontano gli altri storici; che perciò potè egli essere rilegato da Carlo, e passar poscia alla corte del principe Arigiso; e finalmente, dopo la morte di lui avvenuta l’anno 787, ritirarsi a Monte Casino. Così di fatti dispone la cronologia e le vicende della vita di Paolo il sig. Liruti che con singolar diligenza ne ha esaminato ogni passo. Ma convien dire che questo dotto scrittore non abbia veduti i monumenti pubblicati dall1 ab. le Beuf, da’ quali distruggesi interamente il sistema da lui seguito, e si scuopre con evidenza la falsità del racconto di Leone, dell’Anonimo salernitano, e degli altri antichi scrittori da noi addotti poc1 anzi. Colla scorta di essi e di altri antichi monumenti facciamoci a rischiarare, se è possible, un punto sì intralciato, e a porre in qualche luce maggiore, che non si è fatto finora, la vita di un uom sì famoso. VII. Secondo la narrazion di Leone e degli altri scrittori", e secondo il sistema del sig. Liruti, converrebbe affermare che Paolo dopo la prigionia di Desiderio fosse condotto in Francia; che rilegato dopo più anni nell’isole di Tremiti passasse quindi alla corte di Arigiso, e che finalmente lui morto l’anno 787 si ritirasse a Monte Casino, ed ivi menasse il rimanente de’ giorni suoi. Or noi troviamo che Paolo era monaco molti anni prima; anzi che non fu chiamato in Francia se non già monaco. Il P. Mabillon era già stato di questa opinione, e aveane recato in pruova una lettera da Paolo scritta ad Adelardo abate del monastero di Corbia (Ann. [p. 347 modifica]TERZO Bened. t. a, l. 20, n. 72), in cui gli dice che nelle state trascorsa, essendosi egli recato non lungi da quel monastero, avea ardentemente desiderato di abboccarsi con lui; ma che la stanchezza de’ suoi cavalli non gli avea permesso di.continuar più oltre il viaggio. In questa lettera Paolo chiama più volte Adelardo col dolce nome di suo fratello; e quindi avea con non improbabile congettura dedotto il P. Mabillon ch’ei fosse già monaco. Ma assai più chiaramente ciò si dimostra di uno de’ monumenti pubblicati dall’abate le Beuf (Diss. sur l’Hist. de Paris, t. 1, p. /\ 15). Esso è una lettera dello stesso Paolo a Teodemaro che fu abate di Monte Casino dall’anno 777 fino al 79(1 (Ann. ben. t. 2, l. 26, n. 46), in cui non solo egli il chiama suo padre, ma lungamente e con figlial tenerezza gli espone il desiderio ch’egli ha di tornare a quel suo monastero, e il rappresentarsi ch’egli fa di continuo all’animo la santa vita de’ suoi fratelli e l’amabil loro conversazione: Io mi trovo, dic’egli fra le altre cose, tra’ Cattolici e. tra’ seguaci di Cristo; tutti mi veggono con piacere, e mi trattano cortesemente per riguardo al nostro padre S. Benedetto, e a’ meriti vostri. Ma a confronto del monastero la corte mi è qual prigione; e al paragone della tranquillità, di cui si gode costì, a me par di essere in una fiera burrasca; e conchiude assicurando Teodomaro che, tosto che il re gliel permetta, egli volerà senza indugio a rinchiudersi nell’amata sua cella. Possiam noi bramare altra pruova a persuaderci che Paolo non venne in Francia, se non [p. 348 modifica]348 turno dappoiché uvea abbracciata la vita monastica? E non basta egli ciò a distruggere l’opinione di chi afferma che Paolo non si fè monaco, se non dopo essere stato esiliato da Carlo Magno? VIII. Nè ciò solamente; ma parmi incontrastabile ancora che Paolo era in Francia prima della morte di. Arigiso principe di Benevento, avvenuta l’anno 787, e che perciò prima di essa egli era già monaco. Lo stesso abate le Beuf ce ne ha dato un sicuro argomento, cioè alcuni versi di Pietro da Pisa scritti a nome di Carlo Magno in lode di Paolo colla risposta di Paolo stesso, ch’egli ha dato alla luce (l. cit. p. 404). Io ne riferirò tra poco ciò che spetta al sapere di Paolo: basti per ora 1" addurre ciò che appartiene alla sua venuta in Francia. Carlo comincia dal benedire Iddio che abbia mandato in Francia un uomo sì dotto: Qui te , Paule , poetarum Vatumque doctissimum Linguis variis ad nostram Lampantem provinciam Misit, ut inertes aptes Fecundis seminibus. Quindi dopo aver dette più cose a lode di Paolo , così soggiugne: Haud te latet, quod jubente Christo nostra filia lVlichaèle comitanle / Solers maris spatia Ad tenenda sceptra regni ’fransi tura propei’at. Colle quali parole egli allude, coni’ è evidente, alla sua figlia Rotrude che dovea passare in \ [p. 349 modifica]TERZO 349 Oriente promessa sposa di Costantino figliuolo dell’imperadrice Irene; e perciò Carlo Magno continua a dire che Paolo istruiva nella lingua greca que’ cherici clic • con Rotrude si disponevano a passare a Costantinopoli. Convien dunque vedere in qual anno ciò avvenisse, per quindi raccogliere in qual tempo Paolo Diacono si trovasse in Francia. Or egli è certo, per testimonio di Teofane e d’altri antichi scrittori (V. Murat. Ann. d’Ital. ad an. 781; Pagi Crit. in Baron. ad an. 783, n. 1), che essa fu con solenne ambasciata richiesta a Carlo Magno l’anno 781, e che questo fu un degli affari che si trattaron da Carlo nel viaggio che a Roma ei fece in quell’anno. Se allora anche si celebrassero gli sponsali, è cosa controversa tra gli scrittori; ma è fuor di dubbio che verso l’anno 787 gli sponsali furono sciolti, e rotto il contratto che non erasi ancora eseguito per l’immatura età di Rotrude. Veggiamo in fatti che l’anno seguente l’imperadrice Irene venne a guerra aperta con Carlo (Murat. ad an. 788), il che ci mostra che qualche tempo prima svanito era ogni progetto di matrimonio tra Costantino di lei" figliuolo e la figliuola di Carlo. Non è egli dunque evidente che fin dal principio dell’anno 787 almeno Paolo, fatto già monaco, trovavasi in Francia? E dobbiamo noi credere che l’anno stesso morisse Arigiso ai 26 di agosto, che fu il giorno appunto di sua morte, e Paolo lui morto si facesse monaco, e subito passasse in Francia, e avesse tempo di dar quel saggio di se medesimo che gli meritasse le grandi lodi di cui Pietro l’onora, e l’incarico [p. 350 modifica]IV. An/.i |irolt;t* liilmtulfi fino ilalP attuo 781. 35o LIBRO d’istruire nella lingua greca i chierici del seguito di Rotrude; e tutto ciò prima che si sciogliesse il trattato di nozze, il che certamente avvenne o aitine di quell’anno medesimo, o al cominciar del seguente? Gei to a me sembra che dalle allegate parole di Pietro raccolgasi chiaramente che Paolo Diacono era in Francia qualche anno innanzi al rompimento del detto trattalo. IX. Io vo ancora più oltre, e mi lusingo di avere una non ispregevole congettura a provare che Paolo venne in Francia l’anno 781, e io la traggo da un altro de’ poetici componimenti di Paolo pubblicati dall"ab. le Beuf (l. cit. p. 4‘4dEsso è una elegia al re Carlo, in cui supplichevolmente gli spone che un suo fratello già da sette anni trovasi prigion di guerra in Francia , e spiega il dolore ch’egli stesso pcrciò^ne soffre: Sum miser, ut mereor, quantumque ullus in orbe est, Semper inest luctus , tristis et hora mihi. Septimus annus adest, ex quo tua causa dolores Multiplices generat, et mea corde quatit. Captivus vestris ex tunc germanus in oris Est meus, afflicto pectore, nudus , egens. Prosiegue quindi a.‘.arrare che l’infelice moglie del prigioniero rimastasi in patria è costretta ad andare accattando il pane per Dio, che ha quattro teneri figli e appena trova di che vestirli , che una sua propria sorella consecrata a Dio pel continuo piangere ha omai perduta la vista, che tutto il lor domestico avere è stato loro rapito. Poscia continua con questi versi: Nobilitas periit!. miseris accessit egestas: Debuimus, fateor, asperiora pati; Sed miserere. potens rector , miserere, precamur, Et tandem finem his, pie, pone inalò. [p. 351 modifica]TERZO 351 L’ab. le Beuf, il quale pensa che Paolo fosse condotto in Francia da Carlo Magno dopo l’espugnazion di Pavia l’anno 7-4, afferma che il fratello di Paolo fu in quell’occasione medesima condotto prigione; che Paolo per sette anni non ebbe coraggio di farne motto a Carlo: ma che finalmente mosso a pietà del fratello e della famiglia, gli porse l’anno 781 la supplica da noi or riferita. Ma è egli probabile che Paolo sì caro al re, e introdotto tant’oltre nella real confidenza , per sette anni non gli facesse parola per l’infelice fratello? Poteva egli temere che la sua richiesta non fosse favorevolmente accolta? E quando pure ciò si credesse possibile, e si concedesse che Paolo lasciasse trascorrer sett’anni senza giovarsi del favor del sovrano a pro del fratello, crederem noi possibile ancora che Paolo in questa supplica non desse alcun cenno de’ beneficj ch’egli avea ricevuti da Carlo, e della grazia di cui l’onorava? Eppure leggansi tutti que’ versi, non v’ ha una sillaba da cui si raccolga che Paolo fosse già conosciuto da Carlo; e uno straniero che per la prima volta si gittasse a’ piedi di un principe, non potrebbe usare espressioni diverse da quelle di Paolo. Questi anzi parlando di se medesimo, dice che già da sette anni menava i giorni in continua afflizione e in continuo pianto. Un uomo che già da sette anni godesse delle grazie di Carlo, dovrebbe egli parlare di tal maniera? Non dovrebbe anzi egli dire che benchè la grazia reale rendesse a lui sì giocondi e sì onorati i suoi giorni, questi nondimeno venivano amareggiati dal dolore che sosteneva per [p. 352 modifica]3jli LIBRO la prigionia di suo fratello? Quanto più io rifletto su questo coni poi li mento di Paolo, tanto più mi persuado ch’egli l’offerse a Carlo, quando non avea ancor l’onore di essegli conosciuto e caro. X. Or ecco il sistema che a me sembra potersi fondare su questi versi. Il fratello di Paolo fu probabilmente condotto prigione in Francia insieme con Desiderio; e Paolo allora andò a rinchiudersi o subito, o qualche anno dopo a Monte Casino. Dissi o subito, o qualche anno dopo; perciocchè nell’Epitome delle Cronache Casinesi pubblicata dal Muratori (Script. Rer. ital. vol 2, pars 1, p. 368) si legge che Paolo colà recossi essendo abate Teodemaro, il quale, come si è detto, fu a quella carica innalzato solo l’anno 777, onde potè avvenire che Paolo dopo la prigionia di Desiderio tornasse alla sua patria nel Friuli; e che solo qualche tempo dopo la sconfitta e la morte di Rodgauso duca di quella provincia , che avvenne l’anno 776, egli abbracciasse la vita monastica. L’anno 781, sette anni dopo la prigionia del fratello di Paolo , Carlo Magno sen venne a Roma; e in questa occasione io penso che Paolo o venuto egli stesso a Roma offrisse a Carlo la mentovata elegia, o che dal suo monastero gliela trasmettesse, rappresentandogli il dolore in cui egli era, e l’infelice stato di suo fratello e di tutta la sua famiglia. In tal supposizione l’elegia di Paolo non ha sentimento o parola che non convenga ottimamente a tutte le circostanze; ove al contrario ella ci offre mille difficoltà , quando suppongasi da lui scritta, mentre già da più anni [p. 353 modifica]TERZO 353 godeva del favore di Carlo. Questo principe che in ogni parte e in Italia singolarmente andava in cerca d’uomini dotti per condurli nella sua Francia, al leggere questa elegia che allora sarà sembrata di un’ammirabile eleganza, dovette probabilmente invaghirsi di aver seco un uomo sì dotto: e molto più quand’egli riseppe che Paolo possedeva ancora la lingua greca, pregio opportunissimo allora, mentre appunto trattavasi del matrimonio di Rotrude coll’imperador greco. Qu %a a mio parere fu l’occasione e ’l modo con cui Paolo passò in Francia. Così mi sembra che ogni cosa si spieghi felicemente, nè io veggo grave difficoltà da cui questa opinione possa essere combattuta. Io nondimeno non fo che proporla come una semplice mia congettura, e ne lascio la decisione a’ più eruditi. XI. Fino a qual anno si trattenesse Paolo in Francia, non si ha monumento onde raccoglierlo sicuramente. Certamente il suo soggiorno fu di aloni)i anni, come si farà manifesto dalla serie delle opere che ivi furono da lui composte. Abbiam veduto poc’anzi nella lettera da lui scritta al suo abate Teodemaro, ch’egli impazientemente bramava di tornare al suo monastero , ma degne sono d’osservazione alcune parole di essa: Quum primum valuero, dic’egli, et mihi coeli Dominus per pium Principem noctem maeroris, meisque captivis juga miseriae demiserit... mox ad vestra consortia... repedabo. Queste espressioni mi fanno credere che Paolo non ottenesse subito da Carlo la liberazione del suo fratello, Tira boschi, Voi. III. a 3 XI. Sao ritorna in Italia , e tempo della sua morie. [p. 354 modifica]354 libuo ma solo alcun tempo dopo la sua venuta in Franciaj e che perciò egli scrivesse a Teodemaro, che quando Dio per mezzo di Carlo avesse recato conforto al suo dolore, e quando a suo fratello fosse renduta la libertà, ei non avrebbe indugiato a far ritorno a Monte Casino. Io credo perciò che questa lettera fosse scritta da Paolo non molto dopo la sua venuta in Francia. Probabilmente ei non dovette aspettar molto a provare gli effetti della clemenza di Carlo verso il suo fratello; e forse egli adoperossi allora per ottenere di ritirarsi di nuovo a Monte Casino. Ma Carlo troppo volentieri vedeva alla sua corte gli uomini dotti5 e la partenza di Rotrude per Costantinopoli, che allora andavasi apparecchiando, dovette probabilmente offerirgli un’opportuna occasione per trattenerlo. Ruppesi finalmente circa l’anno 787, come si è detto, il trattato di nozze; e allora io penso che Paolo rinnovasse le sue preghiere a Carlo per ottenere il bramato congedo, e che 1’ottenesse di fatto. E veramente io non trovo più dopo quest’anno alcun monumento il quale ci dimostri che Paolo continuasse più oltre il suo soggiorno in Francia. Veggo bensì ch’ei compose l’epitafio pel sepolcro di Arigiso principe di Benevento, morto a’ 26 d’agosto di quell’anno medesimo, il qual epitafio è stato dall’Anonimo salernitano inserito nella sua Cronaca (Script. rer. ital. vol. 2, pars 2, p. 185). Io so bene che anche standosi in Francia poteva Paolo comporlo , e che potea anche comporlo molti anni dopo la morte di Arigiso, [p. 355 modifica]TERZO 355 Ma sembra nondimeno più verisimile ch’egli si trovasse non lungi da Benevento, cioè nell’antico suo monastero, quando quel principe venne a morte , e che perciò egli fosse richiesto di ornarne co’ versi il sepolcro. 11 1*. Mabillon congettura (Ann. Benedvoi. 2, l. 24, n. 73) che quando Carlo Magno l’anno 787 recossi a Monte Casino, vi trovasse Paolo che già vi era tornato. In tal caso converrebbe credere che sul principio di quell* anno al più tardi Paolo vi fosse tornato, o fors’ancora che Carlo seco l’avesse condotto, quando verso la fine dell’anno precedente scese in Italia. Ma intorno a ciò non abbiam monumento o ragione a cui appoggiarci. Quanti anni sopravvivesse Paolo al suo ritorno in Italia, non possiamo accertarlo , perchè niun antico scrittore ci ha di ciò lasciata memoria. Ma il vedere eli’ ei fu allevato in corte di Rachis, il quale tenne il regno de’ Longobardi fino all’anno 748 > clic Carlo Magno in alcuni versi a lui scritti, poichè era tornato a Monte Casino, il chiama vecchio, e che Paolo non mai dà a Carlo il nome d’imperadore , ma sol quello di re j tutto ciò tende probabile la comune opinione ch’egli al più vivesse fino all’anno 799. Così a me pare di aver posto in qualche maggior chiarezza la vita di questo celebre uomo, purgandola dalle favole di cui la semplicità de’ secoli scorsi l’avea oscurata, e ordinandone, quanto fra tante tenebre mi è stato possibile, l’epoche principali. Rimane ora a dir qualche cosa del sapere di cui fu Paolo fornito, e delle opere che ne furono il frutto. [p. 356 modifica]356 LIBRO XII. Ne’ versi di Pietro Pisano, da noi già mentovati, tante e sì gran lodi si dicon di Paolo, che del più dotto e del più elegante uomo del mondo non si potrebbon dire maggiori. Già abbiam veduto ch’egli il chiama dottissimo sopra tutti i poeti, e in varie lingue versato. Quindi prosiegue a dire: Graeca cerneris Homerus, Latina Virgilius: In Hebraea quoque Philo, Tertullus in artibus; Flaccus crederis in metris, Tibullus eloquio. Io non so se del più colto poeta siasi mai detto altrettanto. Se non ci fosser rimaste le poesie di Paolo, noi riputeremmo ben luttuosa una tal perdita. Ma noi ancora ne abbiamo alcune; ed esse, benchè siano per avventura le migliori fra tutte quelle di questo secolo, troppo però son lungi dal potersene uguagliare F autore a’ poeti nominati da Pietro. Questi prosiegue a dire che Paolo teneva ivi scuola di gramatica, col qual nome comprendevansi allora le belle lettere, e che insegnava ancora la lingua greca; e rammenta, come già si è detto, l’istruire che in essa faceva i cherici destinati ad accompagnare Rotrude. Paolo risponde nel medesimo metro a Pietro, o piuttosto a Carlo Magno a cui nome avea scritto Pietro, e dice modestamente che nelle lodi a lui date ei non potea ravvisare che uno scherzo e un’ironia. Egli sminuisce quanto più può il pregio attribuitogli di sapere [p. 357 modifica]TERZO 35j la lingua greca e 1’ebraica; ma ci mostra insieme che qualche cognizione ne avea, e probabilmente maggiore assai (di quella ch’gli confessa. Graecam nescio loquelam, Ignoro hebraicam: Tres aut quatuor in scholis Quas didici sillabas, Ex li is milii est ferendus Manipulus adorea. Altri versi abbiam parimenti che scriveansi l’uno all’altro questi due Italiani (l. c. p. 409 ec)> ne’ quali veggiamo che essi si propongono a vicenda a sciogliere alcuni enimmi. Anzi lo stesso Carlo non isdegnava talvolta di proporne alcuni a Paolo, come raccogliesi da alcuni versi ch’egli gli scrive (ib. p. 413). Questo gran principe avea pel nostro Paolo non solo stima e rispetto, ma direi quasi un’amichevole e tenera confidenza. Egli gliene diede più pruove non solo quand’era in Francia, ma dappoichè ancora fu ritornato a Monte Casino; il che sempre più ci dimostra quanto sia falso ciò che della congiura da Paolo ordita, o almeno appostagli, si è detto di sopra. Due lettere abbiamo scrittegli amendue in versi da questo sovrano, il qual pare che non si sapesse dimenticare di un uomo a lui sì caro. La prima è tra le opere d’Alcuino carm. 186); e in essa il chiama suo diletto fratello: Parvula rex Carolus seniori carmina Paulo Dilecto fra tri, inittit lionore pio. Quindi dopo essersi rivolto alla sua lettera [p. 358 modifica]358 unno stessa, dicendole che vada a Monte Casino, così continua: Illic quaere meum mox per sacra culmina Pauluin: llle linlntat medio sub grege, credo, l ei. Inventumque «.enern devota mente saluta. Et dic: rex Carolus mandat aveto tibi. Nell’altra, che da Leone Ostiense è stata in parte inserita nella sua Cronaca (l. 1. c. 15), Carlo dopo avere per somigliante maniera parlato alla sua lettera, soggiugne: Colla mei Pauli gaudendo amplecte benigne; Dicito multoties: salve, pater optime, salve. A questa lettera dice Leone che Paolo rispose egli pure in versi; ma questa risposta si è smarrita. L’amore di Carlo Magno verso il monaco Paolo fu probabilmente il motivo per cui egli determinossi a chiamare da Monte Casino in Francia alcuni monaci, perchè introducessero in queTnonasteri le regolari costumanze che in quello si usavano. Essi vi andaron di fatto, e l’abate Teodemaro diè loro una lettera ch’egli avea fatto distendere dallo stesso Paolo, scritta a Carlo, in » ni ragguagliavalo delle cose più importanti della lor regola. Essa ci è stata conservata dal mentovato Leone (l. 1, c. 12); e veggasi ciò che ne ha scritto il P. Mabillon per confutar l’opinione di chi ha preteso ch’ella fosse supposta (Ann. bened. t. 2, l. 25, n. 69; A da SS. Ord. S. Bened. saec. 4 Pars 1 praef n. q5). XIII. Io non mi tratterrò a parlare minutamente di tutte le poesie, di tutte le lettere, di tutti gli opuscoli di Paolo Diacono. L’Oydin, [p. 359 modifica]terzo 35g il Fabricio c il Limiti potranno in ciò soddisfare a chi voglia esserne pienamente istruito. Io accennerò solo ciò che appartiene alle opere più importanti ch’egli ci ha lasciate. Non parlo delle Vite de’ Vescovi di Pavia, che il Galesini dice di aver vedute scritte da Paolo Diacono (in not. ad Martyrol.). Egli è il solo a cui esse sian venute sott’occhio, e perciò il Muratori (praef. ad Hist. miscell, t. 1 Script. rer. ital.) dubita con ragione di qualche equivoco. Abbiam bensì le Vite de’ Vescovi di Metz scritte da Paolo, che dopo più altre edizioni sono state di nuovo date alla luce dall’eruditissimo Calmet (Hist. de Lorraine, t. 1). Egli le Scrisse a istanza di Angelramno vescovo di quella città che allor vivea, come si raccoglie dalle ultime parole della stessa opera, e come altrove afferma lo stesso Paolo (Hist. Langob. l. 6, c. 16). Il sig. Liruti pruova con ottimi argomenti che questo libro da Paolo fu scritto dopo l’anno 783. Io aggiungo ch’esso fu certamente scritto prima dell’anno 791, perchè in quell’anno morì Angelramno (Calmel, ib. p. 531)5 il che conferma ciò che sopra abbiam detto intorno al tempo in cui Paolo trattennesi in Francia. Lo stesso Liruti afferma, seguendo il Cave, che Paolo scrisse innoltre separatamente la Vita del vescovo S. Arnolfo. Ma l’Oudin avea già scoperto e dimostrato l’errore in ciò commesso dal Cave. In Francia pure per commissione di Carlo fece Paolo Diacono la raccolta di omelie de’ SS. Padri sulle diverse feste dell’anno, che abbiamo alle stampe sotto nome di Omiliario. Vi si vede premessa una prefazione dello stesso Carlo Magno, [p. 360 modifica]3Go LIBRO in cui dice di aver di ciò incaricato Paolo Diacono suo famigliare. il che sembra indicarci che Paolo fosse allora alla corte. Il P. Mabillon parla di questa fatica di Paolo all’anno 797 (Ann. bened. t. 2, l. 26, n. 62)5 ma egli stesso confessa che altro non si può affermare, se non che ella fu scritta innanzi all’anno 800. Di essa ha parlato assai diligentemente 1 Oudin (Script, eccl. t. 1, p. 1928). Sembra ancor verisimile che in Francia ei componesse il compendio dell’opera gramaticale di Festo. Abbiamo in fatti la lettera con cui egli l’indirizzò a Carlo (Mabillon, t. 1 in App. n. 36), scrivendogli ch’egli l’avea composto per farne dono alla biblioteca da lui raccolta. Di questo compendio abbiamo alcune edizioni che si rammentano dal sig. Liruti. L’Oudin crede che anche i sei libri della Storia de’ Longobardi scritti fosser da Paolo nel suo soggiorno in Francia } e ne reca in pruova le molte cose che in essa ha inserite in lode della famiglia di Carlo, e la maniera con cui egli parla della famosa quistione del trasporto del corpo di S. Benedetto d’Italia in Francia. Ma anche, poichè fu tornato a Monte Casino, potea Paolo parlar con lode degli antenati di Carlo} e il passo menvato sulla traslazione del corpo di S. Benedetto è così oscuro, che i Francesi ugualmente che gl’italiani lo interpretano in lor favore (V. Horal. Dlanci no Ina ad l. 6 Hist Langob. c. 2} Script. Rer. ital. t.1). Non paion dunque abbastanza forti le ragioni che dall’Oudin si adducono} ma niuna pure ne; abbiamo che ci persuada ch’ei la scrivesse nel suo monastero. Checchessia di ciò, è certo che [p. 361 modifica]TERZO 36I resta è l’opera per cui più celebre è divenuto nome di questo scrittore. Ella è la sola che abbiamo intorno alla Storia de’ Longobardi; e benchè intorno alla prima loro origine egli possa aver commessi più falli, benchè poco esatto ei sia nell1 ordine cronologico, benchè ci abbia narrate più cose che or si credono favolose, benchè finalmente ei non sia certo nè un Cesare nè un Livio nel suo stile, dobbiam però essergli tenuti assai, perchè ci ha data una storia quale a que’ tempi poteasi aspettare, e ci ha lasciate molte importanti notizie che altrimenti sarebbon perite. Essa dopo più altre edizioni è stata inserita dal Muratori nella sua gran raccolta degli Storici d’Italia (t. 1, pars 1), il quale ancora ha pubblicato dopo altri un frammento, o continuazione della Storia medesima (ib. pars 2), che da alcuni credesi di autor più recente. XIV. La storia romana ancora fu da Paolo illustrata. È celebre la Storia detta comunemente < Miscella, che abbraccia quella di Eutropio, con-’ tinuata ed accresciuta dal nostro Paolo, e poscia da più recente scrittore, che da alcuni credesi Landolfo il vecchio, da altri altro autore non conosciuto (V. Murat. Script. Rer. ital. t. 1 praef ad Hist. miscell). Qual parte vi avesse Paolo, si è disputato da molti. Ma sembra toglierne ogni dubbio Leone Ostiense, il quale afferma (Chron. Casin. l. 1, c. 15) che Paolo ad istanza di Adelberga, figlia del re Desiderio e moglie di Arigiso principe di Benevento, alla Storia d’Eutropio aggiunse più cose tratte dalla Storia ecclesiastica , e l’accrebbe [p. 362 modifica]36a libro ancor di due libri da’ tempi di Giuliano, ove Eutropio avea fatto fine , fino a’ tempi di Giustiniano I. Il ch. monsig. Mansi per mezzo di un codice ms. è giunto ad additare precisamente i passi che da Paolo furono inseriti nella Storia di Eutropio (V. Zacharia Iter litter. p. 19). Se è vero ciò che Leone afferma, che Paolo si accingesse a quest’opera per comando di Adelberga, è probabile che ciò avvenisse nei pochi anni eli’ ei fu a Monte Casino prima di passare in Francia, o poichè vi ebbe fatto ritorno. Nel qual tempo pure è probabile eli’ ei componesse que’ versi di cui, secondo lo stesso Leone (l. cil.), egli ornò i due palazzi che avea Arigiso, uno in Benevento, l’altro in Salerno, Io lascio di annoverare altre poesie di Paolo, come alcuni inni da lui composti, e quello singolarmente in lode di S. Giovanni Battista, che comincia: Ut queant laxis, celebre per aver data l’origine alle note musicali di Guido d’Arezzo; e i versi in lode de’ SS. Benedetto e Mauro e Scolastica, e l’epitafio.) di Venanzio Fortunato, e gli epitafj d’Ildegarde moglie di Carlo Magno, e di altre reali principesse di quella famiglia; e più altri, intorno a’ quali si veggano gli accennati scrittori, e singolarmente il sig. Liruti, il quale ancora ragiona di alcune Vite de’ Santi da lui pubblicate, e di quella fra le altre di S. Gregorio il Grande, che dopo altre edizioni è stata da’ Maurini premessa alla nuova edizione dell’Opere di quel santo pontefice da essi fatta in Parigi l’anno 1705; e di più altre operette del nostro Paolo, delle quali io lascio di favellare sì per amore di brevità, sì per non [p. 363 modifica]TERZO 363 annoiare chi legge col ripetere semplicemente ciò che altri han detto, Io aggiugnerò solo che le tante e sì diverse materie su cui Paolo ha scritto, ci mostrano quanto dotto uomo egli fosse, e ben degno perciò della stima e dell’amore di Carlo Magno. XV. Ci siam finor trattenuti intorno a Paolo Diacono, perchè e ci è sembrato ch’ei non fosse uomo da accennarsi sol di passaggio, e abbiam creduto opportuno il rischiarare, quanto ci fosse possibile, alcuni tratti della sua Vita, ch’erano ancor incerti ed oscuri. Degli altri storici di questi due secoli parleremo assai più brevemente, poichè non vi è cosa per lor riguardo, di cui sia utile il disputar lungamente. Una breve Cronaca delle cose avvenute in Italia dall’anno 568 fin circa l’anno 875 è stata data alla luce prima da Gian Burcardo Menckenio (Script. rer. germ. t. 1), poscia dal Muratori (Antiq. Ital. t. 1, p. /\ i, ec.). L’autore è un cotal prete Andrea, il qual perciò da alcuni è stato confuso con Agnello Andrea prete di Ravenna, di cui già abbiam favellato. Ma il Muratori riflettendo che l’autore di questa Cronaca afferma di aver egli stesso portato il cadavero dell’imperador Lodovico II pel territorio di Bergamo, cioè per quel tratto che giace tra l’Oglio e l’Adda, congettura (Ann. d’Ital. ad an. 875) ch’ei fosse natio di (questa città. La qual congettura più probabile rendesi ancora da una lettera del ch. aliate Serassi accennata dal conte. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 691). in cui egli dice che da’ monumenti che ancor si conservano nell’archivio del Capitolo [p. 364 modifica]364 LIBRO della cattedrale di Bergamo, si ricava che bergamasco fu lo scrittore di questa Cronaca. XVI. Visse circa il tempo medesimo Erchemperto autor di una Storia de’ Principi longobardi di Benevento. in cui continuando la storia di Paolo Diacono la conduce fino all’anno 888. Essa fu primieramente data alla luce da Antonio Caraccioli, e quindi da Cammillo Pellegrino nella sua Storia de’ Principi longobardi, poscia dal Muratori inserita nella sua gran raccolta degli Scrittori delle Cose di Italia (t 2, pars 1), e finalmente dopo altre edizioni di nuovo pubblicata dal canonico Pratillo (Hist. Princ. langob. t. 1). Fu egli monaco in Monte Casino, ed egli stesso racconta le gravi e varie sventure a cui vivendo fu esposto. Perciocché l1 anno 881 sorpreso in un castello, ove abitava, da truppe nemiche, fu spogliato di tutto ciò che fin dalla sua fanciullezza egli avea acquistato, condotto prigione a Capova, e costretto a correre a piedi innanzi a’ cavalli dei vincitori (Hist. n. 44)• Uscito da questa, cadde dopo 5 anni in altra disgrazia; perciocchè venuto nelle mani dei Greci, mentre di Monte Casino tornava a Capova, egli e i suoi compagni spogliati furono de’ cavalli e d’ogni altra cosa, e convenne lor comperar con denaro, la libertà (ib. n. 61). Egli ebbe finalmente a soffrir le violenze di Atenolfo conte di Capova, da cui fu a forza spogliato di una celia ossia di una dipendenza del suo monastero, che egli amministrava (ib. n. 69). Il Pellegrino e il Pratillo nelle lor prefazioni hanno con più diligenza esaminate queste ed altre particolarità della Vita di Erchcmpcrto, [p. 365 modifica]TERZO 365 intorno alle quali io non credo giovevole il trattenermi; e potrassi ancora vedere ciò eh1 essi osservano intorno ad altre opere che dallo stesso Erchemperto si dicon composte. XVII. Vuolsi qui ancora far brevemente menzione di due anonimi storici, i quali hanno continuata la Storia di Paolo Diacono e di Erchemperto, scrivendo delle imprese de’ Longobardi , cioè di quelli che aveano le lor signorie nell’estrema parte d’Italia. Essi da’ nomi delle lor patrie si dicono salernitano il primo, beneventano il secondo. Il primo che da alcuni chiamasi, ma senza fondamento abbastanza sicuro, Arderico, conduce la sua Storia fino all’anno 980. Il Pellegrino ne scelse alcuni più utili e più necessari frammenti, e gl’inserì nella sua Storia de’ Longobardi. Questi furon di nuovo pubblicati dal Muratori (Script. rer. ital. t. 2, pars 1) ,* il quale poscia per far cosa grata agli amatori della storia, diè alla luce ancora il rimanente di questa Cronaca, che dal Pellegrino erasi ommessa (ib. pars 2). Ma riuscendo grave a’ lettori il ricercare in due diversi volumi le diverse parti della Storia medesima, il canonico Pratillo ci ha data una nuova edizione di tutta insieme la Cronaca dell’Anonimo salernitano (Hist. Princ. langob. t. 2). Egli è questi uno scrittore che oltre la rozzezza dello stile, che gli è comune cogli altri autori di questa età, si piace ancora di venderci le più leggiadre fole del mondo , le quali ad ogni passo s’incontrano nella sua Cronaca. E nondimeno non lascia di aver essa ancora il suo pregio presso coloro che sanno [p. 366 modifica]XVIII. Altri stori ci acccnuati XIX. Notizie de’ primi anni «ledo storilo Linlpraiido. 366 LIBRO dallo stesso loto raccoglier le gemme. L’altro, cioè l’Anonimo beneventano, sembra più saggio e più accertato scrittore; ma un sol frammento ne abbiamo che comprende la Storia dall’anno 996 fino al 998, ed esso pure è stato dato alla luce, dopo il Pellegrino e il Muratori, dal canonico Pratillo (ib. t 3). XVIII. Io potrei qui annoverare alcuni altri autori di somiglianti cronichette pubblicate dagli eruditi raccoglitori degli scrittori de’ bassi secoli. Noi dobbiamo esser loro tenuti per averci serbati cotai monumenti che, benchè barbari e rozzi, pur ci sono sovente di non piccol vantaggio. Ma io credo ancora che i lettori di questa mia Storia mi saranno nulla meno tenuti, se io lascerò di più oltre annoiarli coll’annoverare scrittori de’ quali appena possiam produrre il semplice nome, e che debbono aversi in conto di utili benchè freddi compilatori, anzi che di scrittori eleganti ed esatti, di cui ne’ fasti della letteratura si debba serbar memoria. Farò dunque fine alla serie degli storici del x secolo col parlare un po’ più stesamente del vescovo Liutprando, il quale è il solo scrittore di questi tempi che sia meritevole di più distinta menzione. XIX. Che Liutprando fosse spagnuolo di patria , si è scritto da alcuni , ma non si è in alcun modo provato; talchè il medesimo Niccolò Antonio confessa che non v’ ha alcun fondamento a crederlo (Bibl. hisp. vet. l. 6, c. 16), e che assai più probabilmente si può affermare ch’ei fu italiano e pavese di patria. Di che veggasi ancora il ch. Muratori (praef. ad HisL [p. 367 modifica]TERZO ób’] Liutpr. t. 2, pars 1 Script Rer. ital.). Ebbe egli a padre un uomo ch’era assai caro a Ugo re di Italia , di cui però non sappiamo il nome. Solo di lui ci narra Liutprando (Hist. l. 3, c. 5), che mandato, come uomo di egregi costumi e buon parlatore, dal medesimo Ugo ambasciadore all’imperador greco, il che secondo il Muratori (Ann. d’Ital. ad an. 927) avvenne l’an 927, vi fu accolto a grande onore, e ne riportò magnifici donativi) ma che pochi giorni dopo il suo arrivo in Italia ritiratosi in un monastero, e consecratosi a Dio, quindici giorni appresso sene morì, lasciando il figliuol Liutprando in età fanciullesca. Ugo rivolse al figlio quella clemenza e quell1 amore medesimo che avea avuto pel padre 5 a che giovò ancora non poco la soavità della voce di Liutprando, come egli stesso racconta (l. c. 1), per cui era sopra ogni altro carissimo al suo sovrano che piacevasi assai della musica. Ma poichè Ugo fu astretto a cedere il regno d’Italia a Berengario marchese d’Ivrea l’an 311110946, i genitori di Liulprando, cioè la madre e il nuovo marito eli’ ella avea preso, ottennero a forza di gran donativi, che il nuovo re il prendesse a suo cortigiano e segretario (l. 5, c. 14). La fortuna gli fu per alcuni anni favorevole e lieta 5 perciocché avendo bramato l’imperador greco Costantino Porfirogenito che Berengario gl’inviasse qualche suo ambasciadore, questi , a cui tal consiglio piaceva assai, ma spiacevan le spese cui perciò sarebbe convenuto di sostenere, chiamato a sè il padrigno di Liutprando, col lodargli f ingegno, il senno e l’eloquenza di questo [p. 368 modifica]368 LIBRO giovane, e col mostrargli quanto giovamento gli avrebbe recato il ben apprendere la lingua greca, lo invogliò di questa ambasceria per modo, che il buon padrigno si offerse pronto a farne egli pel figlio tutte le spese (l. 5, c. 1). Abbiamo la descrizione ch’egli stesso ci ha fatta, del suo viaggio, dell’onore con cui fu accolto, de’ doni che a sue proprie spese, ma in nome di Berengario, offerì all’imperadore, di quei ch’egli ne ricevette, e di altre cose che ivi egli vide (ib. c. 2 , 3 , ec.). Ma il miglior frutto ch’egli ne trasse, fu la perizia del greco linguaggio, di cui ci ha lasciati nella sua Storia medesima alcuni saggi. Dopo alcuni anni però, qualunque fossene la ragione, il favore di Berengario verso Liutprando cambiossi in odio contro di lui e di tutta la sua famiglia. Ed ei fu costretto ad andarsene esule nella Germania (Prolog. l. 3); il che credesi dal Muratori che avvenisse verso l’an 958)51. XX. Mentre egli se ne stava in esilio, scrisse la Storia delle cose a’ suoi tempi avvenute, come egli stesso afferma nel prologo del libro terzo. Era egli allora diacono della chiesa pavese, col qual titolo egli si nomina al principio di ciascun libro. Sei sono quelli che noi ne abbiamo al presente, ma credesi comunemente che o egli non la conducesse al termine cui si era prefisso, o che non piccola parte ne sia perita, e credesi ancora che gli ultimi sei capi del vi libro sian d’altro autore. Liutprando si scuopre nella sua Storia scrittor colto e leggiadro sopra gli altri storici del suo secolo; ma insieme mordace e satirico più che [p. 369 modifica]TERZO 369 a imparziale e onesto scrittore non si convenga; ed ove singolarmente egli ragiona di Berengario e di Villa di lui moglie, appena sa tenere misura alcuna. Essa dopo più altre edizioni è stata pubblicata di nuovo dal ch. Muratori (Script. Rer. ital. t. 1, pars 1)..Ma ritorniamo alle vicende di Liulprando. XXI. La caduta di Berengario, il quale l’an 961 fu quasi interamente spogliato del suo regno d’Italia da Ottone I, rendette Liutprando alla sua patria, e non molto dopo ei fu consecrato vescovo di Cremona; col qual carattere egli intervenne l1 anno 963 a un’assemblea di vescovi tenutasi in Roma contro il pontefice Giovanni XII che si era dichiarato fautore di Berengario (V. Baron, ad fuma an.). Quindi l’anno 968 sostenne 1111’altra onorevole ambasciata in nome di Ottone alla corte di Costantinopoli, affin di chiedere Teofania figliuola dell’imperador Romano juniore per moglie al giovane Ottone figliuolo di Ottone I. Ma ei fu troppo mal ricevuto a quella imperial corte , e tornossene senza aver conchiuso l’affare, e pieno di mal talento, cui seppe ben egli sfogare scrivendo le relazione di questa sua ambasciata, che va unita alla sua Storia , in cui leggiadramente deride il fasto insieme e l’ignoranza di quella corte. In qual anno morisse Liutprando, non si può accertare. Ei si vede sottoscritto a un sinodo di Ravenna tenutosi l’anno 970, e citato dal Rossi (Hist. Ravenn. l. 5), col nome di Liuzio vescovo di Cremona, col qual nome vien egli ancora chiamato da qualche altro scrittore. Ma è probabile che non molto più oltre ei Tiraboscui, Voi. 111. j ’i [p. 370 modifica]3^0 UDRÒ Inolungasse i suoi giorni. Alciuii gli hanno attribuita ancora una cotal Cronaca favolosa , e alcune Memorie, di cui si è fatta una bella edizione in Anversa l’an 1640. Ma i più dotti scrittori le rigettano come una mera impostura, di che è a vedere fra gli altri il già citato Niccolò Antonio. E lo stesso vuol dirsi di certe Vite de’ romani Pontefici, che a lui pure senza alcuna ragione sonosi attribuite. XXII. Questo per ultimo è il luogo a cui più oppoi Limainente che a qualunque altro esaminar dobbiamo ciò che appartiene a’ cinque libri di Geografia che van sotto nome di un Anonimo di Ravenna. Il P. D. Placido Porcheron della Congregazion di S. Mauro ne trovò un codice ms. nella biblioteca reale di Parigi, e il diè alla luce ornato di assai erudite annotazioni f anno 1688. Ma chi è egli questo autore? A qual tempo visse? Qual fede merita? Se io volessi qui usare co’ miei lettori di quella, per così dire, crudeltà erudita con cui alcuni si piacciono di annojarli e di straziarli, ne avrei qui luogo e mezzo opportuno. Ma dopo essermi io stesso per lungo tempo inutilmente stancato per accertar qualche cosa, non voglio chiamar altri a parte della stessa nojosa fatica, di cui finalmente altro frutto non potrebbe ritrarsi, che di sapere chi sia l’autore di un’opera di cui non avremmo a dolerci troppo che fosse smarrita. Perciocchè chi è egli mai questo scrittore? Egli è uomo che oltre f usare di uno stile il più barbaro che forse mai si leggesse, è ancora oscuro per modo , eli’ io non so se possa avervi Edipo sì ingegnoso che ne sciolga gli [p. 371 modifica]TERZO 37I enimmi. Egli è uomo che nomina alla rinfusa città, monti e fiumi, sicchè tu crederesti talvolta che una città sia un monte, o un fiume, e all’incontro che un monte, o un fiume sia una città; e che innoltre ci mette innanzi tai nomi che non si sono uditi giammai. Rechiamone un saggio, di cui noi Italiani possiam giudicar meglio, perciocchè parla de’ nostri paesi medesimi: Quam praefatam nobilissimam Italiani, die1 egli: (/. 4? c- 3°), quidam philosa più ampi iris quam septingentas civitates habuisse dixerunt, ex quibus aliquas denominare volumus, idest Alpediam, item Gessabonc, Occelli o , Fines, Staurinis. Item juxtra Alpes est civitas quae dicitur Graja , item Arebridium, item Augusta praeloria, lì ri tic iuta, Eporea. Item sup rase riptam civitatem quae dicitur Staurinis, est civitas quae appellatur Quadrata mumum. Item Rigomagus, Costias, Laumellon, Papia quae et Ticinus, Lambrum , Quadratam Padam. Item juxta suprascriptam Eporejam non longe ab Alpe est civitas quae dicitur Victimula, item Oxilla, Scationa, Magesale, Bontia, Bellenica, Bellitiona , Omala, Clavennae. Item ad partem inferioris Italiae su ut civitates, idest Plubia quae confinatur ex praedicto tenore Staurinensis. Item Vercellis, Novaria, Sibrium, Comum, Mediulanum, Laude Pompei, Pergamum, Leuceris , Brixia, Acerculas, Cremona, A riolita, Verona, Bedriaco, Mantua, Hostilia, Foralieni. Qual descrizione esatta è mai questa l Quanli nomi non più uditi l K il Lambro cambiato in città, e l’Alpi Graje cambiate esse pure in città, che bel (fregio sono esse di sì bella geografia * [p. 372 modifica]3^2 unno Egli è un uom finalmente (di cui non v’ebbe il più erudito, perciocchè veggiamo da lui citati autori sconosciuti ad ogni altro. (Pentesileo, Marpesio, e il re Tolomeo filosofi degli Egi ziani Macedoni (l. 4, c. 4)} Castorio, Lolr liano , e Àrbizione filosofi de’ Romani; e Aitanarido , Eldebaldo, Marcomiro, e Castorio filosofi de’ Goti (l. c. 42)} Cincri e Blantasi Egiziani (l. 3, c. 2)5 Geone e Risi filosofi africani (l. 3, c. 12), ed altri a lor somiglianti, ecco i famosi scrittori a cui questo autore appoggia le sue esatte ricerche; scrittori ch’egli solo ebbe la sorte di aver tra le mani, e che prima e dopo di lui svanirono interamente fino a perdersene il nome e la ricordanza; ossia, a parlare più chiaramente, scrittori che non mai furono al mondo, e da lui finti a capriccio. Or un tale autore merita egli che ci affatichiamo a cercarne più esatta contezza? Sia egli dunque vissuto al vii, all’ vili, o, come altri pensano più probabilmente, al ix, o al x secolo, o anche più tardi; sia egli lo stesso che Guido prete di Ravenna , di cui sappiamo che alcune opere storiche avea composte, o sia un altro da lui diverso; sia ella questa l’opera qual fu da lui scritta, o ne sia un solo compendio, a me poco monta, poichè chiunque egli sia, ei non è che un misero copiatore, come gli altri hanno osservato, della carta Peutingeriana, e di qualche altro geografo più antico, e innoltre un ignorante impostore che conia e forma a suo talento autori e nomi, come meglio gli piace. Solo è certo che fu natio di Ravenna, com’egli stesso afferma (l. 4. c. 31). Chi nondimeno credesse [p. 373 modifica]ben impiegato il tempo in esaminare ciò che a lui e a questa sua opera appartiene, potrà leggere ciò che eruditamente ne hanno scritto il sopraccitato P. Porcheron (praef. aA’Anon. ravenn.) Gian Gorgio Eckart (Franciae orient. vol. 1, p■ 902 ec-> Pietro Wasselingio (praef. ad Diatr. de Judaeor. Archont.), il P. Beretti (Diss. de Tabula Chorogr. Ital. medii aevi, sect. 2, vol 10 Script. rer. ital.), il Fabricio (Bibl. lat. med. et inf. aetat. t. 6, p. 54, ec.), e il P. abate Ginanni (Scritt. ravenn. t. 1, p. 428, ec.), oltre altri autori che da quest’ultimo vengono esattamente citati.