Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro III/Capo II

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Capo II – Studi sacri

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Capo II.

Studi sacri.

I. Benchè l’universale ignoranza in cui giaceva sommersa l’Italia di questi tempi, avvolgesse ancora gli ecclesiastici, i quali erano comunemente privi di quel sapere che alla condizion loro è non sol pon vene vote, ma necessario; non vuolsi creder però, come alcuni troppo facilmente han mostrato di fare, che privo totalmente d’uomini dotti fosse a quest’epoca il clero. E cominciando dai romani pontefici, i libri dal pontefice Adriano I scritti in risposta a’ Carolini, ossia a’ libri per ordine e sotto nome di Carlo.Magno divulgati contro il culto delle Immagini, cel mostran uomo per que’ tempi erudito, e in forza di ragionamento superiore assai al suo avversario. Pontefici ornati di scienza si dicono innoltre da Anastasio Eugenio II e Gregorio IV’, il primo de’ quali tenne la santa sede dall’anno 824 fino all’anno 827, c fu qnegli che [p. 283 modifica]TERZO 283 nell1 accennato Concilio di Roma dell’anno 826 pubblicò il decreto intorno le pubbliche scuole; l’altro dall’anno 828 fino all’anno 844 (Script. rer. ital. t. 3, pars 1, p. 219, 221). Di Leone IV ancora creato pontefice l’anno 847, abbiam veduto poc’anzi che nelle lettere era stato diligentemente istruito nel monastero di S. Martino, e perciò Anastasio soggiugne ch’egli era singolarmente versato nello studio della Divina Scrittura (ib. p. 233). Lo stesso autore ci narra di Niccolò I salito alla cattedra di S. Pietro l’anno 858, ch’essendo egli nato di padre che amava assai le belle arti, fu da lui ammaestrato in tutte le scienze, singolarmente sacre, tal clic non ve n’avea alcuna tra esse di cui egli non fosse adorno (ib. p. 252). Stefano V, eletto pontefice l’anno 885, non solo avea coltivati gli studj, come sopra si è detto, ma era ancora in singolar modo sollecito, come narra Guglielmo Bibliotecario (ib.p. 270), che tutti i suoi domestici e famigliari non solo per santità di costumi, ma per sapere ancora e per eloquenza fossero insigni. Io vorrei poter dire lo stesso di alcuni almen tra’ pontefici che tennero la santa sede nel secolo x. Ma, convien confessarlo , troppo giustamente fu dato il nome di ferreo a questo secolo veramente infelice, in cui comunemente la cattedra di S. Pietro si vide occupata da uomini che nella più indegna maniera la profanarono. Tutte le storie son piene de’ mostruosi eccessi che allor si videro in Roma. E io mi compiaccio che l’argomento di questa mia Storia non mi costringa a rammentar cose le quali sarebbe a bramare che si [p. 284 modifica]284 LIBRO fosser giaciute in un’eterna dimenticanza. Il solo Silvestro II che fu l’ultimo de’ romani pontefici di quest’epoca, fu uomo veramente dotto, e. forse sopra quanti vissero in questi secoli. Ma come nella filosofia e nella matematica singolarmente ci si rendette famoso, di lui ragioneremo nel quarto capo di questo libro. II. Le eresie che al fin dell’ vili secolo e al principio del IV o nacquero o si rinnovarono nella Chiesa, diedero occasione a più vescovi italiani di dar saggio del loro sapere ne’ diversi concilii che per ciò si tennero in Roma e altrove. Ma io intendo di ragionar solo di quelli che ce ne lasciarono monumenti durevoli ne’ loro scritti. Fra essi un de’ più celebri fu S. Paolino patriarca di Aquileja, uomo per dottrina non meno che per santità illustre a que’ tempi, e perciò carissimo a Carlo Magno, e da lui adoperato in più affari di non leggera importanza. Di lui hanno scritto i dotti Maurini autori della Storia letteraria di Francia (L. 4,p. 284); ma assai più esattamente di essi hanno illustrato ciò che appartiene a S. Paolino tre valorosi scrittori italiani, il P. Gianfrancesco Madrisio della Congregazione dell’Oratorio, che ne ha scritta e premessa alle Opere che di lui ci sono rimaste, la Vita, il P. Bernardo Maria de Rubeis domenicano (Monum. Eccl. A quii, c. 41, ec.), e dopo tutti il sig. Giangiuseppe Liruti (De’ Letter. del Friuli, t. 1, p. 201, ec.). A me dunque basterà l’accennare ciò che questi scrittori, e l’ultimo tra essi singolarmente, hanno non solo affermato, ma provato con assai probabili argomenti. I Maurini e gli altri [p. 285 modifica]TERZO 285 scrittori francesi ci assicurano ch’ei nacque nell’Austrasia, provincia soggetta al re di Francia. Ma su qual fondamento l’afferman! essi? Noi nol sappiamo, poichè non ce ne arrecano alcuno. Alla stessa maniera l’Ughelli, troppo facilmente seguito da altri scrittori italiani, il dice austriaco (Ital. Sacra. t 5 in Palriarch.Aqu.il.), senza recarne pruova di sorte alcuna. Che Paolino fosse italiano, lo hanno chiaramente mostrato i sopraccitati italiani scrittori colf autorità di Alcuino, il quale a lui scrivendo, per mostrargli il desiderio che avea di riceverne lettere, così gli dice: Quando mihi Ausoniae nobilitatis pagina optati prosperitatem ostendat amici (ep.62)? E altrove scrivendo a lui stesso: O lux Ausoniae patriae decus, ec. carm. 212. Chi crederebbe che i Maurini, dopo aver detto che Paolino nacque nell’Austrasia, soggiugnessero nella stessa pagina queste parole: Ben tosto il nuovo prelato divenne la luce di tutta l’Italia: lux Ausoniae patriae, come il chiama Alcuino? Non si sono essi avveduti che con ciò venivano a distruggere la loro opinione? (a) (a) 1 Maurini hanno riconosciuto e corretto il loro errore riguardo alla patria di S. Paolino patriarca di Aquileja , e han confessato ch’ei fu natio del Friuli (Hist. liter. de la France , t. 10, p. 38). Una nuova e più esatta Vita di esso ha pubblicata di fresco in Venezia nel! 1782 il sig. ab. Giampietro della Stua, in cui riguardo alle azioni e alle opere di esso si troveranno più distinte notizie. Ed egli fra le altre cose ha provato che S. Paolino finì di vivere l’anno 802, e che è supposto il Concilio d’Aitino dell’anno 8o3. [p. 286 modifica]286 LIBRO Ei dunque fu italiano 7 e probabilmente per ciò dicesi austriaco, perchè nacque nel Friuli, che allor chiamavasi Austria., ossia parte orientale del regno de’ Longobardi, come ha evidentemente mostrato l’el udilo P. Beretli (Diss. de Tab. Chorog. ItaL medii aevi, sect. 8, vol. 10 Script Rer. ital.). III. Ei nacque verso l’anno 730, e, istruito negli studi, fu per qualche tempo professore di belle lettere, ed ebbe perciò il nome di gramatico a que’ tempi usato. Carlo Magno, avendo l’anno 776 sconfitto e ucciso il ribelle Rodgauso duca del Friuli, concedette con suo diploma, segnato in Ivrea a’ 17 di giugno dello stesso anno, al nostro Paolino, viro, com’egli dice, valde venerabili artis gramaticae magistro, alcune terre di un certo Gualdandio complice della ribellion di Rodgauso. Intorno al qual diploma degne sono da leggersi le belle osservazioni del sig. Liruti che scioglie felicemente alcune difficoltà che ad esso da qualche scrittore si sono opposte. Fra le altre cose egli riflette che dal titolo di molto venerabile che gli dà Carlo Magno, raccogliesi ch’egli era già sacerdote. E così convien dire che fosse, perchè lo stesso anno 776, morto Sigualdo patriarca d’Aquileja, Paolino fu sollevato , per opera probabilmente dello stesso Carlo, a quella sede. D’allora in poi appena vi ebbe sinodo che a difesa della Fede Cattolica si radunasse in Francia, in Alemagna, in Italia, a cui Paolino non fosse chiamato, e appena vi ebbe affare di qualche momento in cui egli non avesse parte. Egli intervenne col carattere di legato [p. 287 modifica]TERZO 287 apostolico al sinodo di Aquisgrana celebrato l’anno 789, e a lui si dovettero singolarmente i decreti che vi si fecero, perchè i beni ecclesiastici usurpati da alcuni si rendessero alle lor chiese. Trovossi pure a’ due sinodi tenuti il primo a Ratisbona l’anno 792, l’altro in Francfort l’anno 794 contro le eresie di Felice vescovo di Urgel e di Elipando vescovo di Toledo, contro de’ quali ancora egli scrisse poscia un’opera di cui or ora farem menzione. Un sinodo raccolse egli pure l’anno 796 in Cividal del Friuli, ove co’ suoi suffraganei pubblicò molti decreti alla conservazion della Fede e alla riforma de’ costumi assai opportuni; e un altro pure ne tenne in Altino nella stessa provincia del Friuli l’anno 803. Carlo Magno ed Alcuino aveanlo in sì grande stima, che qualunque rilevante dubbio si offrisse, a lui chiedevanne la soluzione. Per comando di Carlo egli scrisse gli accennati libri contro gli errori di Felice e di Elipando. A lui pure si rivolse Alcuino, perchè scrivesse intorno a’ riti del battesimo, su’ quali eran nate parecchie quistioni. L’espressioni che Alcuino usa scrivendogli, ben ci fanno conoscere in qual concetto ei l’avesse: Tuum est, dic’egli, o pastor electe gregis, et custos portarum civitatis Dei, qui clavem scientiae potente dextera tenes, et quinque lapides limpidissimos laeva recondis, blaspheniantcs ex\ rdtum Dei viventis Philistaeos in superbissimo Goliath uno veritatis ictu totos conterere.... Ad te omnium aspiciunt oculi, aliquid de tuo affluentissimo eloquio coeleste desiderantes audire, etJèivcnlissimo sapientiae [p. 288 modifica]IV. Suo opere. 288 MURO sole frigidissimos grandium lapides, qui culmina sapientissimi Salomonis ferire non metuunt, per te citius resolvi expectantes. Tu vero lucerna ardens et lucens, ec. (ep. 81). Di somiglianti sentimenti di stima piene sono le lettere scritte da Alcuino a Paolino, che dal P. Madrisio sono state unite insieme e aggiunte all’Opere di questo santo patriarca.. Nè minore era la stima in che avealo Carlo Magno, come è manifesto e da ciò che detto abbiamo poc’anzi, e dal veder Paolino chiamato a’ sinodi per comando di lui radunati, e da qualche frammento che ci è rimasto di lettere a lui scritte da Paolino, in cui questi gli dà ricordi opportuni a reggere felicemente l’impero. Egli morì l’anno 804, come dopo il suddetto P. Madrisio ha provato anche il sig. Liruti, presso i quali scrittori si potranno vedere più ampiamente svolte e più stesamente confermate quelle notizie ch’io, per non ripetere inutilmente ciò ch’essi han detto, son venuto sol brevemente accennando. IV. Oltre il Concilio foroiuliese e il simbolo di Fede, e i Canoni in esso formati, che tutti furono opera di Paolino, e i Canoni de’ sinodi di Aquisgrana e di Ratisbona, ne’ quali egli ebbe gran parte, abbiam di lui una lettera sinodale, intitolata Sacrosillabo, contro l’eresia di Elipando, che gli scrisse in nome del Sinodo di Francfort l’anno 794, ej che dal sinodo stesso fu mandata a’ vescovi delle Spagne. Nello stesso sinodo essendosi proposta la causa di un cotale Astolfo uccisor della sua moglie, egli per comando de’ Padri distese una grave ammonizione al reo, a cui insieme ingiunse la [p. 289 modifica]TEIIZO aoy penitenza canonica a tal delitto proporzionata. Contro di Felice ancora, eli’ era stato primo autore dell’eresia e maestro di Elipando, egli scrisse tre libri che ancor ci restano. A lui pure appartiene l’esortazione ossia i Salutevoli Documenti a Enrico duca del Friuli, che prima vedevansi tra le Opere di S. Agostino} un Simbolo della Fede esposto in versi con un’apologia del medesimo; alcuni inni e alcune lettere, e tra esse una assai lunga a Carlo Magno, in cui lo ragguaglia del sinodo tenuto in Altino l’anno 803. Queste Opere di S. Paolino sono state raccolte insieme, e con copiose annotazioni e con dissertazioni assai erudite illustrate dal sopraccitato P. Madrisio, e stampate in Venezia l’anno 1737. In esse niuno dee lusingarsi di trovare precisione ed eleganza, pregi che a questi tempi non si conoscevano. Ma l’autore vi si mostra versato nella scienza delle Sacre Scritture, de’ Santi Padri e de’ Canoni, e degno al concetto di cui egli godeva, di uno de’ più dotti uomini della sua età. A queste Opere di S. Paolino pubblicate dal P. Madrisio deesi aggiugnere ancora un piccol trattato intorno al Battesimo, cioè quello di cui egli era stato richiesto, come già si è detto, da Alcuino. Il dottissimo monsig. Mansi che lo ebbe dalla biblioteca del monastero di S. Emmerano in Ratisbona, ne è stato il primo editore (Concil. Collect. t. 13,p. 921, ed. ven. 1767), e degne sono da leggersi le osservazioni ch’egli vi ha premesse. V. Visse il medesimo tempo, e fu parimenti accettissimo a Carlo Magno, Teodolfo vescovo , Tnunoscm, Voi. III. 19 v. Si end» parlare «li [p. 290 modifica]Trudolfo » « fcOVO tPO. Icans , t i Ìiruuva cb1« u iialuuu. 390 LIBRO ’ d’Orleans. CU’ei fosse italiano, noi negano gli >■ stessi Maurini autori della Storia letteraria di Francia, il cui sentimento in questa parte dee certo avere gran forza. Essi confessano che Teodolfo era nato di là dall’Alpi d una famiglia assai nobile fra i Goti..., e che pel suo ingegno e pel suo sapere fu chiamato dall’Italia in Francia da Carlo Magno (t.!41, p. 4^9)• In fatti in una Cronaca antica pubblicata dal du Chesne ciò chiaramente si afferma: Theodulphus.... propter scientiae praerogativam, qui pollebat, a memorato imperatore Carlo Magno ab Italia in Gallias adductus. Il P. Mabillon nondimeno sospetta eli’ ei fosse spagnuolo (Analecta, t. I, p. 42^)j e due argomenti gli sembrano assai forti a provarlo. Il primo si è l’epitafio che ne fu posto al sepolcro, in cui fra gli altri leggesi questo verso: l’rutulit hunc Speria: Gallia sed nutriit. L’altro son due versi dello stesso Teodolfo, in cui egli descrivendo il suo arrivo a Narbona, così dice: Mox sedes, Narbona, tuas, urbemque decoram Tangimus , occurrit qui mihi lacta cobors -, Reliquiae Getici populi , simul Hespera turba Me consanguineo fit duce laeta sibi. L. 1 , carm, 1 , v 137 , ec. E a questi si può aggiugnere l’altro più lungo epitafio pubblicato nella Gallia Christiana (vol. 8, p. in cui similmente egli è introdotto a favellare cosi: Hesperia genitus hac sum tellure sepultus. [p. 291 modifica]terzo ayi Il veder dunque assegnata a Teodolfo per patria V Esperia, e i Goti ch’erano in Narbona venutivi dalla Spagna, detti da lui congiunti, fa creder probabile a questo dotto scrittore, ch’egli fosse spagnuolo. Ma in primo luogo il nome di Esperia davasi allora anche all’Italia, come è manifesto da queste parole di Paolino d’Àquileia: Aquilejensis Sedis Hesperiis oris accinctae (in Sacrosyllab. c. 2). In secondo luogo, come riflette lo stesso P. Mabillon, eran della nazione medesima i Goti di Spagna e que’ d’Italia, e perciò Teodolfo nato da una famiglia di Goti Italiani potea chiamar suoi congiunti i Goti da Spagna venuti a Narbona. Non sembra dunque questo argomento bastevole ad affermare che Teodolfo fosse spagnuolo, singolarmente al confronto dell’antica Cronaca sopraccitata che il dice italiano (27). Questo è ciò (27) La patria di Teodolfo ha somministrata al sig. ab. Lnmpillas l’occasione di una non breve dissertazione (t 2, p. 130). Egli mi rimprovera, poichè io affé mo che l’antica Cronaca prodotta dal du Chesne lo dice italiano, mentre, a dir vero, ella altro non dice se non che ei fu chiamato dall’Italia. E in ciò confesso che eh’io non sono stato abbastanza esatto. Ciò non ostante, se la detta Cronaca nol dice espressamente, sembra almeno indicarlo. Perciocchè si rifletta. Nell’antico epitafio di Teodolfo, da me citato, ove egli è introdotto a parlare, si dice che per attaccarsi al servigio di Carlo Magno, ei lasciò la patria, la famiglia, ec. Dcserui patriarn , gentenifuc, dniiiumqitc , laremqite. Per conoscere dunque la patria di Teodol o convien vedere da qual paese passasse egli al servigio di Carlo Magno. Or la detta Cronaca ci assicura che Teodolfo fu dall’Italia chiamato alla corte di Carlo. Dunque l’Italia era la patria di Teodofo. Riguardo agli altri [p. 292 modifica]2yil LIBRO solo che della pallia di Teodolfo possiam dire congetturando. Ma l1 ab. Longchamps, a cui piace rallegrare i lettori con belle immagini e con piacevoli racconti, altre assai più belle notizie ci somministra. Godiamo noi pure di un tal piacere, e veggiamo ciò ch’ei ne narra: Lo spettacolo delle Alpi offerto agli occhi di Teodolfo ancor fanciullo sviluppò senza dubbio il germe de’ poetici suoi talenti. Ei vide la luce in una piccola città posta alle falde di questi celebri monti. Questa sorprendente scena infiammò il suo genio; cantò i prodigi della natura, e i primi accenti della sua maraviglia furon da lui consecrati al loro autore (Tabi, hi st. t. 3, p. 377)Non è egli questo uno stile veramente poetico? E non vi brilla singolarmente ciò che tanto solleva la poesia, cioè l’invenzione? Perchè mai non ha egli dato alla sua opera in vece del titolo di Quadro storico che non le sta troppo bene, quello di Quadro poetico che le conviene perfettamente? VI. 11 P. Sirmondo (in not. ad l. 3, caria. 4 Theod. t. 2 ejus Op.) e, dopo lui, molti moderni scrittori pensano che Teodolfo prima di arrotarsi nel clero menasse moglie, e ne avesse una figlia chiamala Gisla. 11 fondamento di argomenti elr ei porta ¡1 provare che Teodolfo fu spaginatilo , io lascio che ognuno ne esamini la forza e il peso. Ridicola è poi l’accusa che a questo luogo egli mi dà , cioè ch’io mi.sforzo quanto più posso di nascondere. la povertà de’ letterati italiani di questo secolo. Chiunque ha occhi in fronte , potrà vedere quante volte io deploro l’universale ignoranza in cui allora giaceva sepolta l’Italia. [p. 293 modifica]TERZO ay3 questa opinione è un’elegia ch’egli le scrive, mandandole in dono un codice del Salterio, e che incomincia così: Gisla i (avente Deo , venerabile suscipe donum , Quod tibi Teodulfus dat pater ecce tuus. Ma possiam noi assicurare che il nome di padre si abbia qui a prendere in senso letterale e non metaforico? E non può egli un vescovo singolarmente dare a se medesimo questo nome per riguardo a quelli che sono alla sua cura commessi? Poichè dunque non vi è altro monumento a provare che Teodolfo fosse ammogliato, non parmi che ciò si possa affermare sicuramente. Checchè sia di ciò, Teodolfo dall’Italia passò in Francia, invitatovi da Carlo Magno per la stima che aveane concepita, come abbiam udito poc’anzi narrarsi da un antico scrittore, ed allettato insieme, come si legge nel soprammentovato epitafio pubblicato nella Gallia Christiana, dalle soavi maniere di questo principe: Cujus enim tanta captus dulcedine veni, Deserui patriam, gentemque, domumque, laremque. Nè Carlo fu pago di averlo seco. Egli il volle innoltre onorare di ragguardevoli cariche, perchè col suo sapere più agevolmente si rendesse utile a molti. Perciò il fe’ consecrare vescovo d’Orleans, e dichiarollo abate del monastero di Fleury. In qual anno ciò accadesse, non è facile a stabilire, perchè i monumenti ancora più autorevoli sembrano contraddirsi l’un l’altro. Abbiamo una lettera di Carlo Magno a [p. 294 modifica]ag4 libro Manasse abate di Flavigny, in cui gli permette la fabbrica di un monastero, di che Manasse l’avea richiesto per Theodulphum episcopum aurelianensem et abbatem Floriacensis Manaste rii (Mobili Ann. bened. t. 2, l. 24, n. 85). E questa lettera in qualche edizione è datata dell’anno ottavo del regno di Carlo, che in Francia era l’anno 775, o 776. Ma lo stesso P. Mabillon e gli autori della Gallia Cristiana riflettono (vol. 4, p. 45(3) che questa data deesi necessariamente credere falsa, poichè non è possibile il fissare sì presto il vescovado di Teodolfo. I suddetti autori della Gallia Cristiana osservano (ib. et vol. 8, p. 1420) che l’abate Manasse morì l’anno 788, e ne raccolgono che in quest’anno almeno, secondo l’indicata lettera di Carlo Magno, dovea Teodolfo essere e vescovo ed abate. Ma è egli certo che Manasse morisse in quest’anno? Essi non ce ne arrecano sicura pruova, e sol ci dicono: Obiisse legitur anno 788. Dall’altra parte il P. Mabillon riflette (ib. l. 27, n. 22) che la serie degli abati di Flavigny è assai oscura e dubbiosa, e che non è perciò facile l’accertare in qual anno precisamente morisse Manasse5 e quindi l’argomento E reso dalla morte di questo abate non è abbastanza sicuro a fissar il tempo in cui Teodolfo avesse la badia di Fleury e il vescovado d* Orleans. Lo stesso P. Mabillon congettura che in vece d’anno octavo, debbasi nella mentovata lettera leggere anno vigesimo octavo, che cade nell’anno 795, o 796. Infatti, egli dice (l. 24, n. 85), Teodolfo tenne il governo di quel monastero venti non interi anni. e ne fu privalo [p. 295 modifica]terzo aq5 Tanno 814r co,ne a suo luogo dimostreremo; il che proverebbe appunto che verso l’anno 795 ei ne ricevesse il governo. Il P. Mabillon mantiene la sua parola, e altrove (l. 28, n. 78) cita un antico Catalogo degli abati di Fleury, in cui si dice che Teodolfo tenne quella badia per diciannove anni e mezzo. Ma questo dottissimo uomo per una di quelle inavvertenze in cui cadon talvolta anche i più esatti scrittori, non ricordandosi che avea già stabilita la disgrazia di Teodolfo, e la perdita della dignità di abate all’anno 814? qui la fissa, come fu veramente, all’an 817; secondo il qual computo, se Teodolfo fu abate diciannove anni e mezzo, convien dire che il monastero di Fleury gli fosse dato a reggere circa l’anno 798. E questa parmi che sia la più probabile opinione, o tale almeno a cui niuna solida difficoltà si possa opporre. Ma se allor solamente egli ebbe la badia di Fleury, convien dire che alcuni anni prima ei fosse vescovo d’Orleans; perciocchè noi vedremo frappoco che Alcuino bramò che Teodolfo vescovo rispondesse al libro di Felice vescovo di Urgel, in cui questi avea sparso il veleno della sua eresia. Or questo libro, che fu poi esaminato nel Sinodo di Francfort l’anno 794» dovette circa questo tempo medesimo divolgarsi; e perciò dovea già Teodolfo essere stato innalzato alla sede vescovile d’Orleans alcuni anni prima ch’ei ricevesse la mentovata badia. VII. Queste dignità non furono le sole pruove di stima ch’ei ricevesse da Carlo Magno. Questi inviollo insieme con Leidrado, che fu poi vescovo di Lione. alla visita di alcune provincie [p. 296 modifica]296 unno delle Galiie per rendere in suo nome giustizia a que’ popoli coll’autorità propria di quelli che allor diceansi Missi Dominici; e lo stesso Teodolfo ci ha lasciata la descrizione esatta del viaggio che in tal occasione egli fece (l. 1 , carm. 1). A’ vantaggi della sua diocesi pensò saggiamente: e raccolto un sinodo, prescrisse opportune leggi che ancor ci rimangono, e nelle quali, come abbiamo altrove mostrato , veggiamo mentovate le scuole de’ maestri, e quelle che nelle lor parrocchie tener doveano i parrochi (Capit. 19, 20). Alcuni monasteri ancora furono per opera di Teodolfo o ristorati, o nuovamente fondati. Il sapere di cui egli era fornito, gli conciliò l’amicizia e la stima del celebre Alcuino; il quale ricevuto avendo da Carlo Magno il libro di Felice di Urgel, perchè il confutasse, risposegli che sarebbe stato opportuno il mandarne copia ancora al romano pontefice, al patriarca Paolino, e a Ricbono (arcivescovo di Treviri), e a Teodolfo, vescovi, dottori e maestri, acciocchè ognuno di essi prendesse a confutarlo (ep. 4 ad Car.). Egli è probabile che Teodolfo scrivesse contro la eresia di Felice; ma s’egli il fece, non ce n’è rimasto pure un frammento. Dopo la morte di Carlo Magno, al cui testamento fu egli uno de’ vescovi che sottoscrissero (Eginhard. in Vita Car. M.), Lodovico Pio ebbelo per alcun tempo assai caro; e destinollo insieme con Giovanni vescovo d’Arles e alcuni altri ad andare incontro al pontefice Stefano IV, quando questi sen venne in Francia l’anno 816 (Astronomus in Vita Lud. ad h. an.), nella qual occasione egli [p. 297 modifica]TF.nZO -Jljr ebbe dal romano pontefice l’onor del pallio e il titolo d’arcivescovo, come raccogliesi da alcuni diplomi allegati dagli autori della Gallia Cristiana (vol.8,p. 421) (28). VIII. Ma questi onori furon di troppo breve durata. Bernardo re d’Italia sollevatosi f anno <817 contro l’imperador Lodovico suo zio, e quindi per pentimento della sconsigliata sua risoluzione gittatosi nelle mani dello stesso Lodovico insieme co’ principali autori di essa, Teodolfo fu avvolto egli pure in questa procella. Il sopraccitato scrittore della Vita di Lodovico ci parla di ciò in maniera che non si può accertare se Teodolfo fosse egli ancora, o non. fosse reo di tal ribellione: Erant hujus sceleris conscii quamplures clerici seu laici: in ter quos aliquos episcopos hujus tempestatis procella involvit, A usci munì scilicet Mediolanensem, Wulfoldum Cremonensem, sed et Theodulphum Aurelianensem. Ma altri scrittori troppo chiaramente ne fanno reo lo stesso Teodolfo. Fra gli altri Eginardo scrittor certamente di grandissima autorità così ne dice: Erant praeterea alii multa praeclari et nobiles viri qui in eodem (a) Il P. ab. Zaccaria ha prima di ogni altro osservalo che una let tera da A leuino scritta a Teodolfo 1’anno 802 ci mostra che fin da quell’anno avea questi ricevuto l’onor del pallio c il titolo ili arcivescovo (Ale. Op. t. 1 , pars 1 , p. 258); e ancorché volesse combattersi l’epoca di quella lettera, è cerio che Alenino, da cui essa fu scritta, finì di vivere l’anno 8o4, e che perciò a quest’auno al più tardi potrebbe essa differirsi. [p. 298 modifica]298 LIBRO sedere deprehensi sunt; inter quos et aliqui episcopi — et Theodulphus Aurelianensis fuere (De Gest. Lud. Pii adan. 817). Lo stesso afferma l’autore di un’antica Cronaca pubblicata dal du Chesne (Script. Hist. Franc, vol. 3, p. 148), e Tegano scrittore egli pure di questi tempi (De Gest. Lud. Pii, c. 22), il quale aggiugne che i vescovi rei confessarono il lor delitto. Ma in questo numero non vuol <$crto comprendersi Teodolfo, il quale sempre si protestò innocente. Ecco in qual maniera egli scrive al vescovo Agiulfo: Non regi aut proli, non ejus , crede, jugali Peccavi, ut meritis haec mala tanta veham: Crede meis verbis , frater sanctissime, crede , Me objecti haud quaquam criminis esse reum. E poco appresso: Haec ego clamavi, clamo , clamabo per aevum , Haec donec animae membra liquor vegetat. Qui modo non credit , cogetur credere tandem , Ventum erit ut magni Judicis ante thronum , ec. L. 4, carni. In somigliante maniera egli parla al vescovo Modoino (ib. carm. 5), con cui pure si duole d’essere stato condennato benchè innocente. Queste sì solenni proteste fatte da Teodolfo ci potrebbon agevolmente far credere ch’ei non fosse complice di un tal delitto. Ma pare ch’ei non potesse allora persuaderlo ad alcuno, poichè gli storici contemporanei comunemente il dicon reo. Anzi lo stesso vescovo Medoino, a cui avea egli scritto protestandosi innocente, nel rispondergli che fa in versi egli pure, benché [p. 299 modifica]TERZO jgi) sembri dapprima che riconoscane l’innocenza, dicendo: Exilium innocuus pateris pertriste sacerdos, ec. inter Carm. Theod. I. 4cari», g. poscia nondimeno lo esorta a confessare il commesso delitto, assicurandolo essere questa l’unica via ad ottenere il perdono da Lodovico: Commissura scelus omne tibi dimittere mavult, Si peccasse tamen te memorare velis. Sed mihimet melius visum est, ut sponte fatetur, Quodque negari ullo non valet i.igenio. Nullo alio superari modo puto Principis iram Posse, probes nisi te criminis esse reum. Comunque fosse , le sue proteste non gli giovarono punto. L’anno seguente, come narra Eginardo con gli altri storici, in un sinodo da Lodovico radunato in Aquisgrana a tal fine, i vescovi rei di questa congiura furon deposti e rilegati in alcuni monasteri. A Teodolfo uno ne fu assegnato per carcere in Angers, dove egli si stette racchiuso per lo spazio di tre anni, cioè fino all’anno 821, in cui Lodovico a tutti coloro che per ragione del re Bernardo erano stati esiliati, e fra essi a Teodolfo diè il perdono. Ma questi non ebbe tempo a goderne, perciocchè mentre stava per tornarsene alla sua chiesa, finì in Angers i suoi giorni. Così chiaramente si afferma nel breve epitafio di questo celebre vescovo , pubblicato dal P. Mabillon, e più chiaramente ancora nell’altro più lungo che leggesi nella Gallia Christiana (l. cil.) , in [p. 300 modifica]IX. Sue opere. 300 LIBRO cui così egli è introdotto a parlare di se medesimo: Is me tum claustris servari jusserat heros, Unde quidam (forte quidem) voluit, me revocare satis; Sed suprema dies jussu delata Tonantis, Hac memet voluit ponere corpus humo. Alle quali testimonianze pare che debbasi maggior fede, che al racconto di un monaco (Letaldus de Mirac. S. Maximini, c. 23), che il fa morto di veleno datogli, mentre era già in viaggio per tornarsene ad Orleans , da coloro che usurpati aveano i beni della sua chiesa. IX. Oltre i Capitoli da lui scritti a regolamento del suo clero e della sua diocesi, e oltre la confutazione ch’egli fece probabilmente, come si è detto, del libro di Felice di Urgel, ma di cui nulla ci è rimasto, abbiamo di Teodolfo un libro intorno all’Ordine del Battesimo, ossia alle cirimonie in esso usate. Carlo Magno per eccitare i vescovi allo studio delle scienze sacre piacevasi spesso di proporre or agli uni, or agli altri alcune quistioni appartenenti al dogma o alla disciplina; e molti singolarmente furon da lui interrogati di questo argomento; e fra gli altri Magno arcivescovo di Sens. Questi commise a Teodolfo di scriver su ciò 5 e Teodolfo il fece col mentovato libro , che cel fa conoscere uomo nella Sacra Scrittura e nelle scienze ecclesiastiche versato assai. Un altro libro per comando di Carlo Magno egli scrisse intorno allo Spirito Santo, in cui però altro egli non fece che raccogliere semplicemente i passi dei Santi Padri, in cui ne ragionano; e tra essi [p. 301 modifica]TERZO 30l ancora se ne veggono alcuni supposti, ed attribuiti ad autori di cui non sono. Abbiamo ancora i frammenti di due sacri sermoni, e sei libri di poesie, parte sacre, parte profane, le quali a noi non sembran certo molto eleganti, ma allora dovean credersi, in confronto di altre, ammirabili e divine. Fra esse vedesi l’inno, ossia l’elegia che dalla Chiesa è stata adottata per la solenne procession delle Palme , e che comincia: Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe Redemptor. L. 2, carm. 3. Che questa elegia fosse da lui composta, non si può dubitare, veggendosi ella come opera di Teodolfo accennata da Lupo abate di Ferrieres (ep. 20); e che innoltre ei la scrivesse, mentre era rilegato in Angers, egli è manifesto dalle cose stesse che in essa dice. Ma ch’egli, come comunemente si crede , prendesse dalla sua prigione a cantarla, mentre 1’imperador Lodovico vi passava dappresso, e che perciò ne ottenesse il perdono, non vi è pruova alcuna che cel persuada; nè sembra probabile, come osservano gli autori della Gallia Cristiana, che Lodovico allora fosse in Angers. Di queste opere e delle diverse edizioni che ne abbiamo, veggansi singolarmente gli autori della Storia letteraria di Francia, che assai diligentemente ne hanno trattato (<■ 4j P’ 4^2)• Vuoisi osservare per ultimo un non piccolo abbaglio preso dal cardinal Baronio, che di un sol Teodolfo ha fatti due personaggi diversi, uno vescovo di Orleans l’anno 816 (Ann. eccl. ad h. an.), l’altro [p. 302 modifica]x. Notizie di Claudio vescovo di Torino: tua eresta. 3oa LUIHO prima abate del monastero di Fleury, poscia reo della ribellion di Bernardo , ch’egli con altro errore stabilisce all’anno 815, e quindi riconciliato con Lodovico , e sollevato egli pure alla vescovil! cattedra d1 Orleans (ih. ad an. 835). I quali errori, che ora non meriterebbon perdono, non debbono però scemar punto la stima di questo illustre scrittore, che essendo stato il primo a penetrare entro la folta caligine fra cui era involta la civile non meno che l’ecclesiastica storia, e privo di tanti e sì pregevoli monumenti che si son poscia scoperti, non è maraviglia che cadesse spesso in tali fatti, dai quali non era quasi possibile ch’ei si potesse guardare. X. Io ho voluto stendermi alquanto su ciò che appartiene a Teodolfo, perchè parmi che non debbasi trascurar la memoria di un Italiano che pel suo sapere fu da Carlo Magno chiamato in Francia, e di cui egli si valse a richiamare in quel suo regno natio le scienze che si giacevan prima abbandonate e neglette. Più brevemente parlerò di uno straniero che a noi fu mandato da Ludovico il Pio, come uom dotto, di cui l’Italia abbisognasse per essere dirozzata, ma di cui essa non gli seppe troppo buon grado. Parlo del celebre Claudio vescovo di Torino. Questi, come racconta Giona vescovo di Orleans e successore immediato di Teodolfo (praef. ad l. de Cultu Imag.), nato in Ispagna, e vissuto per qualche tempo alla corte di Ludovico, ove dicesi ancora ch’egli tenesse scuola, sembrando che qualche perizia avesse nella sposizione delle Sacre Scritture, fu per opera [p. 303 modifica]TERZO 3o3 dello stesso imperadore consecrato vescovo di Torino, affinchè potesse nelle scienze sacre istruire i popoli italiani, che in esse parevano allora assai rozzi. Così Giona. Se tale veramente fosse a que’ tempi lo stato della nostra Italia, io lascerò che ognuno il vegga per se medesimo. Le cose che finora abbiam dette, e che ci rimangono a dire in questo libro medesimo, ci fan conoscere che benchè anche in Italia fosse universal l’ignoranza, non ci mancavan però alcuni che potessero istruire non solo l’Italia, ma la Francia ancora ed altre provincie, come in fatti avvenne. Ma convien dire che Lodovico credesse l’Italia più d’ogni altro paese barbara e rozza; e che perciò le facesse dono di un uom sì dotto, qual era Claudio. Egli però in vece d’esserle utile con tal presente, poco mancò che non le fosse sommamente fatale. La contesa che nel secolo precedente si era accesa tra’ Latini e tra’ Greci sul culto delle immagini, e il molto disputarne che si era fatto in Francia e in Allemagna, ove il secondo Concilio Niceno trovò per lungo tempo contrastatori e nimici, risvegliò in Claudio il desiderio di scrivere su tale argomento; e lasciatosi abbagliare dalle apparenti ragioni che dai nimici delle immagini si arrecavano in difesa del loro errore, scrisse egli pure contro il culto che ad esse rendevasi. Il comento sul Levitico, in cui egli cominciò a spargere il suo veleno, fu da lui indirizzato a Teodemiro abate di un monastero detto di Psalmodi in Francia. Questi avendo impugnata 1 eresia di Claudio, ei cercò di difendersi, e [p. 304 modifica]3l>4 LIBRO pubblicò un libro intitolato Apologetico, che diede poi occasione ad altri libri contro di lui pubblicati dallo stesso Teodemiro, da Dungalo e dal suddetto Giona. Ciò che in questo vi ha di strano, si è che, come altrove abbiamo osservato, gli errori di Claudio non fecero alcun rumore in Italia. Niun Italiano pensò a confutarlo; niun de’ romani pontefici levossi contro di lui, come sarebbe avvenuto se i suoi sentimenti fossero stati palesi; niun sinodo finalmente si tenne per lui in Italia. Noi veggiam solo che il pontefice Pasquale I era sdegnato contro di Claudio (Jonas Aurel De Cultulmag. I. 3 sub fin.)’, ma da tutto il complesso delle parole di questo passo da me accennato sembra che ciò nascesse soltanto dall’impedir che Claudio faceva i divoti pellegrinaggi a Roma. Certo non vi è memoria che in Italia si parlasse delle opinioni di Claudio intorno al culto delle immagini. Il che io penso che avvenisse perchè gli scritti di Claudio non si divolgarono in Italia, ma solo in Francia, ove egli li mandò a Teodemiro, e forse anche ad altri suoi antichi amici; e perciò ivi solo si sparser gli errori di Claudio, ove se ne fecer pubblici i libri. Quindi troppo facilmente a mostrar l’ignoranza de’ vescovi d’Italia ha il Muratori, seguito poscia da altri, applicata ad essi (Antiq.Ital.t 3, p. 816) l’ingiuriosa espressione usata da Claudio, il quale, come narra Dungalo (Respons. advers. Claud. taurin.), renuit ad conventum occurrere Episcoporum, vocans illorum Synodum congregationem asinorum. Non già in Italia, come si è detto, ma in Francia si tenne [p. 305 modifica]TERZO 3o5 il sinodo contro di Claudio, di cui abbiamo altrove parlalo, e perciò de’ vescovi francesi, e non degl’italiani, parlò Claudio, benchè contro ogni ragione, con sì grande disprezzo. Ma questo disprezzo gli fu ben ricambiato. Ecco in qual miniera di lui parla Dungalo (/. cit.)i Claudius igitur dum nullam liberalium didicerit disciplinarum rationem, literarum significationes, proprietatesque ignorans verborum, genera gene ribus, nwneros numeri s, casus casibus jungere rationabili nescit constructione; et sic maximos, ut fama est, audet tractatus conficere, quos sui proprii laboris et industriae esse mentitur, cum illos glossario opere ex aliorum voluminibus transferendo, immo dissipando ac depravando excerpit, quosque illorum expositionibus auctorum, e quibus eos evellere furarique praesumit, miserrima atque vanissima praefert elatione, neque praeter illos alios permittit libros legi in sua civitate, auctoritatem sui nominis frontibus inscribens singulorum hoc modo: Incipit Commentarium, aut Tractatus, vel Expositio Claudii Taurinensis Episcopi. De antiquis autem, ec. Così prosiegue Dungalo, rimproverando a Claudio l’abbellirsi ch’egli facea delle altrui spoglie, e il vantare come opere di suo ingegno ciò che non era che una mal tessuta compilazione de’ sentimenti altrui. E Giona similmente: Familiare est tibi, Claudi, ex aliorum opusculis quaedam surripere, quaedam subtrahere, quaedam immutare, quaedam etiam his de tuo contra fas superaddere, tuisque dictionibus, ut tua propria, furtim aptare, ec. Dungalo e Giona sarebbono meritevoli di maggior Tiraboschi, Voi. III. 20 [p. 306 modifica]3o6 LIBRO lode, se contro il loro avversario avessero scritto con moderazione migliore. Ma egli è certo che Claudio era quale appunto essi il descrivono, non già autore, ma semplice e non sempre esatto compilatore, come raccogliesi da quella parte che abbiamo alle stampe de’ molti Comentarj da lui scritti sui sacri libri, cioè da quelli su alcune dell’Epistole di S. Paolo pubblicati già fin dall’anno 15427 e poscia inseriti nelle Biblioteche de’ Padri, e da quelli su’ Libri de’ Re dati alla luce dal dottissimo P. abate Trombelli (Vet PP. Latin. Opusc. t. 2, pars 2) (29)Ma egli è vero ancora che Claudio stesso talvolta si protesta di voler fare ciò appunto, come nella prefazione a’ suddetti Comentarj su’ Libri de’ Re, e in quella a’ Comentarj al Vangelo di S. Matteo pubblicata dal P. Mabillon (Ann. Ord. S. Bened. vol. 2 App. n. 41 e quindi non sembra ch’ei meritasse per questo riguardo gli amari rimproveri di Dungalo e di Giona, benchè troppo ei fosse meritevol di biasimo per gli errori ostinatamente da lui sostenuti , da’ quali però fu fortunatamente, come si è detto, preservala l’Italia. A qual anno ei morisse, non si può accertare. Certo egli era ancor vivo l’anno 83g, come mostra l’Ughelli (Jtaì. Sacra, voi. 4)- Dell’opere da lui scritte (*) Avea ancor Claudio, vescovo di Torino, scritti Conienti sull" Esodo, c il eh. sig. ab. Zaccaria ha pubblicata una lettera ad esso scritta da Teodemiro abate, in cui gli rende grazie, perchè glieli abbia inviati, e gli propone a sciogliere alcune quistioni su’ Libri de’ Re , parlando con sentimenti di molta stima del sapere di esso (Bilblioth. Pistor. l. 1 , p. 60). [p. 307 modifica]TERZO OO7 -reggasi fra gli altri il P. Ceillier (Hist. des Aut. eccl). XI. Per "ultimo tra’ personaggi che per la scienza delle cose ecclesiastiche furono avuti in gran conto da Carlo Magno, debbonsi annoverare due arcivescovi di Milano, Pietro che tenne quella sede dall’anno 784 fino all’anno 801, e Odelberto o Odelperto che tennela dall’anno 803 fino all’anno 813 (V. GiuL Mem. di Mil. t. 1, p. 74, ec., 98, ec.); e innoltre Massenzio patriarca d’Aquileia. Dell’arcivescovo Pietro molte cose si narrano dall’Argelati (Bibl. Scipt, mediol, t. 1, p. 1 oo5). Ma sarebbe a bramare che questo scrittore avesse nel comporre la Biblioteca degli Scrittori milanesi usato di miglior critica e di più saggio discernimento; e non avesse senza distinzione alcuna unite insieme le cose certe a quelle che son troppo dubbiose, o anche manifestamente false. Così egli afferma che Pietro fu della famiglia degli Oldradi; e non v’ha chi non sappia che l’uso de’ cognomi fu a questa età posteriore di molto. Egli dice, appoggiato all’Ughelli, che Pietro prima di essere arcivescovo fu segretario del pontefice Adriano I; ma converrebbe averne un testimonio più antico e più autorevole deU’Ugbelli. Cli’ei fosse da Adriano mandato in Francia a Carlo Magno per sollecitarlo alla guerra contro de’ Longobardi , è stato scritto ancora dal ch. Sassi (Series Archiep. mediol t. 2, p. 264). Ma il diligentissimo conte. Giulini osserva assai giustamente (l. cit. p. 2) che gli antichi scrittori ci narran bensì che l’inviato di Adriano appellavasi Pietro, ma ch’ei fosse quel desso [p. 308 modifica]3o8 Libilo che fu poi arcivescovo di Milano, essi nol dicono , ne vi è argomento che basti a provarlo. Aggiugne l’Argelati che Pietro pel suo sapere e per le dispute cogli Eretici sostenute ebbe da Carlo Magno il glorioso titolo di martello degli Eretici; ch’egli scrisse alcuni libri contro gli Arriani; e che per comando d’Adriano pontefice raccolse le Opere di S. Gregorio il Grande. Ma tutto ciò, come osserva il sopraccitato dottissimo Sassi, non si asserisce che sul fondamento di troppo recenti autori. E lo stesso dicasi di altre cose che dall’Argelatì ci si danno quai fatti da non dubitarne, ma che. dal Sassi si mostrano o false, o almeno non abbastanza provate. Tra esse quella che più appartiene a quest’opera, è la lettera da Pietro scritta a Carlo Magno, in cui il ragguaglia delle traslazioni seguite del corpo di S. Agostino, e ch’è stata pubblicata anche dal cardinale Baronio (Ann. eccl. ad an. 725). Intorno ad essa il Sassi non muove alcun dubbio, e sembra che la riconosca legittima. Ma altri ne pensano diversamente, e parmi a ragione. Il P. Pagi la crede interamente supposta (Crit. ad Ann. Baron. ad eumd. an.). E tal pure è il parere del soprallodato conte. Giulini (l. cit. p. 66). Il dottissimo P. St.iltingo, uno de’ continuatori del Bollando, crede che almeno molte cose vi siano state posteriormente intruse, poichè è certo che nè il cognome di Oldrado dato all’arcivescovo Pietro, nè il soprannome di Magno dato a Carlo ancor vivente, nè l’uso dell’era cristiana che in essa vedesi, nè i varj anacronismi che vi s’incontrano , non ci permetton di crederla scritta [p. 309 modifica]TERZO 3og a questi lempi, quale almeno noi l’abbiamo al presente. XII. Ma ancorchè si rigettin tutte le cose sopraccennate, abbiamo altre più sicure pruove del sapere di Pietro, e della stima che aveane Carlo Magno. Questi volle che Pietro fosse un de’ vescovi che intervennero al Concilio di Francfort l’anno 794? ed egli perciò vien nominato così nell’Epistola sinodica scritta, come abbiamo veduto, da Paolino patriarca d’Aquileia, e in cui probabilmente ebbe parte anche l’arcivescovo Pietro, come in quella di Carlo Magno scritta dopo il sinodo ad Elipando e agli altri vescovi della Spagna (Collect. Concil. vol. 13, p. 901, ed. Ven. 1767). Alla stima che Carlo avea per questo arcivescovo, si aggiunse quella nulla minore che per lui avea il celebre Alcuino. Oltre una lettera che da alcuni credesi da lui scritta a Pietro, perchè ella è indirizzata Seniori Transalpino (ep. 4)j una ve ne ha certamente a lui scritta che perciò è stata inserita dal ch. Sassi nella Vita di questo illustre prelato (l. c. p. 269); e in essa ben mostra Alcuino qual tenero sentimento di figlial riverenza ei nutrisse verso l’arcivescovo Pietro, quanto desiderasse di abboccarsi con lui, e quanto ne pregiasse il sapere: Tuum est, gli scrive egli fra le altre cose, pater sancte, absentes precibus adjuvare, praesentes verbis erudire, e.xcmplis confortare.... Tu vero beatitudinis thesauros tuis relinque nepotibus, ut per longas ecclesiasticae eruditionis series coelestis regni gloria tibi semper augeatur. Quindi, ancorchè non ci sia rimasta opera alcuna che si possa [p. 310 modifica]31 O LIBRO sicuramente attribuire all1 arcivescovo Pietro, egli è certo però, che fu questi uno de’ più dotti pastori che allora avesse la Chiesa. ’ Xlll. L’altro arcivescovo di Milano, cioè Odelberto, fu egli pure del suo sapere assai accetto a Carlo. Questi, che, come si è detto altrove, scriveva spesso lettere circolari ai vescovi de’ suoi regni, chiedendo loro lo scioglimento or di una, or di altra quistione, per eccitarli in tal modo e coltivare le scienze sacre, scrisse tra gli altri a Odelberto, proponendogli alcuni dubbi intorno al battesimo (Mabill. Analecta, p.75, ed. Paris. 1723); e questi risposegli con un libro diviso in ventidue capi, in cui soddisfaceva a’ quesiti dall’imperadore propostigli. Esso conservasi ancor manoscritto nel monastero di Augia presso Costanza (Oudin de Script. eccL t. 2, p. 1). Il P. Mabillon ha pubblicata la lettera che Odelberto vi avea premessa a Carlo Magno, e insieme i titoli e i principii di ciaschedun capo, da’ quali si vede che avea egli seguito il metodo allor comune a molti scrittori ecclesiastici, di comporre i trattati unicamente sull’autorità de’ Padri, allegando ciò che da essi diceasi sugli articoli controversi. Gli stessi quesiti furon da Carlo Magno proposti a Massenzio patriarca d’Aquileia, e questi pur gli rispose con una lunga e dotta lettera, che dal P. Bernardo Pez è stata data alla luce (Thes. noviss. Anecd. t. 2 , pars 2, col. 7). Di questo patriarca assai eruditamente ragiona il più volte lodato sig. Liruti (De’ Letter. del Friuli, t. 1, p. 250, ec.). [p. 311 modifica]TERZO 3 1 I XIV. Noi ci siam finora per lo più trattenuti in quella parte d’Italia che formava il regno di questo nome, e che ubbidiva perciò a Carlo Magno, a Lodovico il Pio, e a’ lor successori. Ma le altre provincie ancora non’furonjin questo secolo prive d’uomini per saper rinomati, in ciò singolarmente che alle scienze sacre appartiene. Il monastero di Monte Casino, in ogni età fecondissimo d’uomini dotti, ebbe a suo abate nel ix secolo, cioè dall’anno 834 fino al* 1’anno 837, Autperto che non solo gli accrebbe onore col suo sapere, di cui diè pruova con più omelie da lui scritte, ma recogli ancor van* taggio col lasciargli in dono mi’ assai pregevole copia di codici ch’egli avea raccolti (Petrus Diac. de Ill. Casin. cum not. J. B. Mari, c. 33). Ma ancor più celebre fu in quel monastero l’abate Bertario, uomo nei sacri non meno che ne’ profani studj assai erudito. Noi non negheremo alla Francia la gloria di avergli data la luce. Ei vi nacque, come nella Cronaca del suddetto monastero si narra (Chron. Casin. l. 1, c. 33), d’illustre famiglia che discendeva dalla reale; ma ancor giovinetto venne a consecrarsi a Dio in Italia, e scelto a tal fine Monte Casino, vi professò la vita monastica, e ne fu poscia eletto abate l’anno 856. Le diligenze da lui usate per difendere il suo monastero dalle scorrerie e dalle violenze de’ Saracini che allora travagliavan l’Italia, il solenne ricevimento che egli vi fece dell’imperador Lodovico II e dell’irnperadricc Engelberga, e le altre cose da lui nel suo governo operate, che non appartengono al mio argomento , si posson vedere presso gli [p. 312 modifica]3 1 3 LIBRO storici Benedettini, e singolarmente presso il P. Mabillon (Ann. Ben. voi. 3, l. 36, A età SS. Ord. S. Bened. voi. 6). Ma i ripari da lui fatti contro il furore dei Saracini nol difesero abbastanza. Questi l’anno 883 entrati a forza nel monastero vi fecero orribile strage di quasi tutti i monaci, e fra essi del santo loro abate Bertario, e diedero alle fiamme que’ sacri edificj. Era egli, come abbiamo accennato, uomo assai dotto; e così Leon Marsicano (Chron. Casin. l. 1, c. 33), come Pietro Diacono (De Ill. Casin. c. 12), ci han tramandata la memoria de’ libri che egli avea composti, cioè alcuni trattati e alcuni sermoni in lode de’ Santi, fra’ quali un solo ne è stato dato alla luce dal P. Mabillon (Acta SS. Ord. S. Bened. vol. 1) in lode di santa Scolastica con alcuni versi in lode di S. Benedetto, che eran già stati pubblicati con alcuni versi da lui fatti in onore della imperadrice Engelberga; come pure alcuni suoi Inni sopra lo stesso S. Benedetto (V. Ceillier Hist. des Aut. eccl. t 19, p. 385). Avea egli ancora composto un libro da lui con voce greca detto Anticimenon, ossia conciliazione de’ passi che sembrano tra loro contrarj nella Sacra Scrittura, la qual opera dice il P. Angelo dalla Noce (in not. ad Chron. Casin. l. c.) che conservasi ancor manoscritta nel monastero di Monte Casino. Ma il P. Mabillon (Iter Ital. p. 124) osserva che sembra anzi essere un’opera non già da Bertario composta, ma per suo comando copiata. Finalmente avea egli scritti alcuni libri gramaticali, e due libri di medicina, ne’ quali, dice Leon Marsicano, egli [p. 313 modifica]TERZO 3I3 avea da molti volumi diligentemente raccolti infiniti generi di rimedj. XV. Io non credo che nel numero di coloro che per dottrina si renderono sopra gli altri famosi, debba aver luogo Agnello, detto ancora Andrea, prete di Ravenna e autore del Libro Pontificale, ossia delle Vite de’ Vescovi di quella sì celebre chiesa. Ei non si mostra certo nè uom molto dotto, nè molto elegante scrittore, come confessano que’ due medesimi che più d’ogni altro dovean esser solleciti di rilevarne il valore, cioè il P. abate Bacchini e il Muratori , nelle prefazioni premesse alla Storia di questo autore , che dal primo fu data per la prima volta alla luce, e dal secondo inserita nella sua gran Raccolta degli Scrittori delle cose d’Italia (t. 2, pars 1). Nondimeno, come essi riflettono, anche di questa sua rozza fatica noi gli dobbiamo esser tenuti, poichè molte cose appartenenti alla sacra e alla profana storia e a’ costumi di questi tempi egli ci ha conservate , di cui altrimenti saremmo rimasti privi. Egli era nato, come dimostrano i due allegati scrittori, al principio del ix secolo, e fu abate, ossia custode o rettore di due monasteri, cioè di quello di Santa Maria ad Blachernas e di quello di S. Bartolommeo, del qual secondo però fu egli privato dall’arcivescovo Giorgio. S’egli fosse o scismatico per la discordia che si lungamente divise la chiesa ravennate dalla romana, come crede il P. Bacchini, o solamente di animo mal prevenuto contro i romani pontefici, come sostiene l’Amadesi in una dissertazione accennata dal P. abate Ginanni (Scriti. [p. 314 modifica]314 LIBRO ravenn. t. i, p. 20)? non è di quest’opera il ricercarlo, e i suddetti autori potranno intorno a ciò e ad altre cose appartenenti ad Agnello fornire quelle più copiose notizie che si bramino per avventura da alcuni. Io avvertirò solo che non conviene confondere , come ha fatto il V ossio (De Histor. lat. l. 3, c. 4) con ri tri, l’Agnello storico coll’Agnello arcivescovo di Ravenna, che visse più di tre secoli innanzi allo storico (a). XVL Con più ragione tra gli uomini dotti di questi tempi vuolsi annoverare Austasio soprannomato Bibliotecario. Due personaggi del medesimo nome, celebri amendue, ma per diversi riguardi, fiorirono dopo la metà del IX secolo di cui scriviamo. Uno di essi fu Anastasio cardinale del titolo di S. Marcello, il quale avendo per cinque anni abbandonata la sua chiesa, ne venne perciò solennemente privato l’anno 853, poscia l’anno 855 turbò e sconvolse la Chiesa per introdursi nella cattedra di S. Pietro, da cui però cacciato, fra poco si stette privo della comunione cattolica fino all’anno 868 in cui Adriano II pietosamente vel riammise; ma poi per nuovi delitti da lui commessi nel privò nuovamente nell’anno stesso. Che questi fosse ancora bibliotecario della santa sede, si asserisce dall’autore degli Annali Bertiniani pubblicati, dopo altri, dal Muratori (Script. Rer. ital. t. 2, (a) Tutto ciò che appartiene ad Agnello, si può ora vedere nell’opera del suddetto ab. Giuseppe Luigi A madesi sulla sene degli Arcivescovi di Ravenna pubblicata in Faenza in tre tomi in 4? l’anno 1783. [p. 315 modifica]TERZO 3I5 pars i ad an. 868), ed è l’unico, eli’ io sappia, tra gli antichi scrittori che gli dia un tal nome. Ma, a dir vero, temo eli’ ci sia caduto in errorej poichè ne’ Brevi di Leone IV e di Adriano II, che l’autor medesimo ci ha tramandati, altro titolo non veggiam dato ad Anastasio, fuorchè quello di cardinale del titolo di S. Marcello. Ed è probabile che l’autor degli Annali, il qual sembra francese, confondesse egli pure, come tant* altri hanno fatto, il cardinale Anastasio di cui abbiam finora parlato, col Bibliotecario di cui or dobbiamo ragionare. Molti son gli scrittori , ancor tra’ moderni, che hanno confusi insieme questi due personaggi, e fattone un solo, come osserva il ch. conte. Mazzucchelli (Scritt. Ital. t. 1, par. 2, p. 663). Ma col sol confrontare le sicure notizie che di ciascheduno di essi ci son rimaste, parmi sì evidentemente provata la lor distinzione, che questa quistione non si possa dire ancora indecisa, come pure la chiama il suddetto erudito scrittore. Le cose che noi in breve ne accenneremo, lo renderan manifesto. XVII. Il nostro Anastasio non fu mai cardinale, e il solo titolo che a lui veggiam dato ne’ titoli delle sue opere, si è quello di bibliotecario della sede apostolica. Egli era prima abate di un monastero di là dal Tevere, dedicato in onore della Madre di Dio, come egli stesso si chiama nel Prologo ad alcuni miracoli di S. Basilio pubblicato dal P. Mabillon (Museum ital. t. 1, pars 2). L’anno 869 ei trovossi in Costantinopoli, inviatovi dall’imperador Lodovico II per trattare il matrimonio tra una xvit. Impicglri *tl onere del l>i* LI ¡oler*r¡o« [p. 316 modifica]3l6 LIBRO sua figliuola e il figliuol di Basilio, com’egli stesso racconta (in Vita Hadr. II). La presenza di Anastasio fu assai utile alla chiesa romana. Tenevasi ivi allora l’VIII Concilio generale in cui Fozio fu condennato; e poichè esso in dieci sessioni fu felicemente conchiuso , i legati del papa prima di sottoscriverne gli atti diedergli a esaminare ad Anastasio, perciocchè egli, dice Guglielmo bibliotecario (in Vita Joan. VIII), era nell’una e nell’altra lingua eloquentissimo. Egli in fatti osservò che in una lettera del papa aveano i Greci invidiosamente troncate le lodi ch’egli rendeva all’imperador Lodovico, di che fece avvertiti i legati, e insieme adoperossi con sommo zelo e con uguale accorgimento perchè non avessero effetto le frodi d’alcuni Greci che render volevano inutile il tenuto concilio. Intorno a ciò, poichè non appartiene al nostro argomento, si posson vedere, oltre.la mentovata Vita di Adriano II, tutti gli scrittori della storia ecclesiastica di questi tempi. Lo stesso Guglielmo bibliotecario ci ha lasciata memoria di alcune delle opere del suo antico predecessore Anastasio; perciocchè ci dice (in ejusd. Vita) che per comando del pontefice Giovanni VIII ei recò di greco in latino il settimo universale Concilio: inoltre i libri della Gerarchia attribuiti a S. Dionigi Areopagita 5 il Martirio di S. Pietro d’Alessandria e di S. Acacio, e la Vita di S. Giovanni il Limosiniere. Ma questo è il minor numero delle opere di Anastasio. Altre assai più ne tradusse egli dal greco in latino, che sono annoverate dagli autori delle Biblioteche ecclesiastiche, e con diligenza ancor [p. 317 modifica]✓ TERZO 3I 7 maggiore dal soprallodato conte. Mazzucchelli. In queste versioni Anastasio non si mostra molto elegante scrittore, ma bensì fedele ed esatto interprete , che è il pregio maggiore che in tali opere si può bramare. xvm. V opera per cui il nome d1 Anastasio è singolarmente famoso, è quella appunto che forse men gli appartiene, dico il Libro Pontificale, ossia le Vite de’ Romani Pontefici. Tre magnifiche edizioni ne abbiam avute in Italia in questo secolo; una da monsig. Francesco Bianchini in quattro volumi in foglio, il primo de’ quali fu pubblicato nel l7 18, l1 ultimo l’anno i^35 al P. Giuseppe Bianchini dopo la morte di monsig. Francesco suo zio; la seconda dall1 ab. Giovanni Vignoli, cominciata nel 1724 e finita nel 1755 in 3 tomi in quarto; la terza finalmente dal proposto Muratori inserita nella sua Raccolta degli Scrittori delle cose italiane (t. 3, pars 1). Tutti questi eruditi scrittori, e più altri ancora, oltre P aver illustrata quest’opera col confronto de’ codici manoscritti e coll’aggiunta di erudite annotazioni, hanno ancora esaminata la sì dibattuta quistione, se Anastasio debba riconoscersi autore di questo libro. Le lunghe e dotte dissertazioni dell’Olstenio, dello Schelestrate, di monsig. Ciampini e di monsig. Bianchini, che il Muratori ha insieme unite e pubblicate innanzi alla sua mentovata edizione, tutte si rivolgon su essa, e tutte sono uniformi in affermare e provare che Anastasio non fu propiamente autore, ma raccoglitore di queste Vite, e che esse sono estratte dagli antichi Catalogi de’ Romani Pontefici, dagli Atti de1 xvui. Qual l’arte egli abbia nelle Vite de1 romani Pont elici. [p. 318 modifica]XIX. Opere «ii GiuvanIli (limono dellarh esa roma.ua. 3 18 L1BJIO Martiri che nella chiesa romana diligentemente si conservavano, e da altre memorie che negli archivj delle chiese di Roma eran riposte; il che non solo non iscema di nulla l’autorità e il pregio di queste Vite, ma il rende assai maggiore; poichè più sicuramente possiamo affidarci a cotali antiche memorie scritte per lo più da autori contemporanei, che non al semplice racconto di uno scrittore vissuto più secoli dopo il tempo di cui ragiona. Solo alcune Vite de’ Papì che vissero a’ suoi tempi, si crede che sieno di Anastasio, benchè nel determinarle non sien tra loro concordi i suddetti autori; ed è assai malagevole il diffinire qual sia il parer più probabile, poichè troppo siam privi de’ monumenti che a provare l’uno a preferenza dell’altro sarebbono necessarj. Basti dunque l’aver accennato di tal quistione quanto è sufficiente a intenderne l’argomento e lo stato; e lasciamo che chi brama di saperne più addentro, consulti i sopraccennati scrittori. In qual anno seguisse la morte di Anastasio, è ugualmente incerto; nè si può addurre ragione che la provi avvenuta in un anno anzi che in un altro; e solo si può affermare ch’egli morì verso la fine del ix secolo. XIX. Vivea presso allo stesso tempo Giovanni diacono nella chiesa romana, di cui abbiamo una Vita di S. Gregorio il grande da lui diligentemente raccolta, come egli stesso protestasi, dalle più sicure memorie che negli archivj di Roma si conservavano. Egli la dedicò con una breve elegia al pontefice Giovanni VIII. Da una lettera a lui scritta da [p. 319 modifica]TERZO 3l9 Anastasio Bibliotecario, in cui il prega a correggere e ripulire ciò che trovasse di rozzo ne’ suoi scritti che gli mandava, cioè nella Raccolta de’ monumenti appartenenti all’eresia de’ Monoteliti da lui tradotti dal greco, e pubblicati poscia dal P. Sirmondo (vol. 3 Op.); da questa lettera, dico, noi raccogliamo che Giovanni avea intenzione di scrivere una Storia ecclesiastica; ma non sappiamo s’ei conducesse il suo disegno ad effetto. Di qualche altra opera di Giovanni, che o rimane ancor manoscritta, o con minor certezza se gli attribuisce, veggasi fra gli altri il P. Ceillier (Hist. des Aut. eccl. t. 19, p. 4a4)> XX. Un altro Giovanni diacono troviamo a questi tempi medesimi, non però della chiesa romana, ma di quella di S. Gennaro in Napoli, autor delle Vite de’ Vescovi di questa città dal lor cominciamento fin verso la fine del ix secolo in cui egli scriveva. Esse sono state prima d’ogni altro date alla luce dal ch. Muratori (Script. rer. ital. t. 1, pars 2, p. 287), il quale colla consueta sua diligenza ed erudizione ha esaminato ciò che appartiene a questo autore, e ad alcune altre opere di somigliante argomento da lui composte, e già pubblicate da altri (a). (a) Di questo Giovanni diacono napoletano veggansi più esatte notizie nelle Memorie degli Scrittori napoletani del Soria e in più altri autori da lui citati (t. 1, p. 299)). Egli osserva fra le altre cose, che non si può dir che Giovanni fiorisse verso la fine del ix secolo, perciocchè egli era nato probabilmente l’anno 870. Avrei sperato di trovare presso il medesimo autore qualche notizia anche del suddiacono Pietro nominato qui poco appresso. Ma ei non ne fa menzione. XX. E di Giovanni diacono e di Pietro suddiacono della chiesa di Napoli, [p. 320 modifica]J3U UlIUO Alla Storia de’ Vescovi napoletani scritta da Giovanni diacono vedesi aggiunta un’appendice di Pietro suddiacono napoletano, che contiene un frammento della Vita di Atanasio II, vescovo di quella chiesa e successore di S. Anastasio I, suo zio, ma di costumi e di vita troppo dal nipote diverso. Di questo Pietro medesimo abbiamo una Vita più ampiamente scritta del suddetto vescovo S. Atanasio, che prima dal P. Cupero (Acta SS. jul. t. 4, add. 15) e poscia dal Muratori medesimo (Script. rer. ital. t 2, pars 2, p. 1045) è stata data alle stampe; e questi ha chiaramente mostrato esserne autore il suddetto Pietro suddiacono , vissuto esso ancora alla fine del secolo IX. Ma non è mia intenzione, come altre volte ho detto, il trattenermi ad annoverare distintamente tutti gli scrittori di cotai vite, che sarebbe impresa in cui il frutto non sarebbe alla fatica e alla noja corrispondente. XXI. Il suddetto S. Atanasio vescovo di Napoli fu egli ancora uomo per dottrina non meno che per santità segnalato, e sembra che il sapere fosse a tutta la sua illustre famiglia comune. Perciocchè Sergio di lui padre era così versato nella greca e nella latina favella, che prendendo fra le mani un libro scritto in greco, leggevalo speditamente in latino, e così pure in greco i libri scritti in latino (Petrus subd. in Vita S. Athan. c. 1, n. 7). E Gregorio ancora di lui figliuolo, e fratello di S. Atanasio, era in amendue queste lingue assai dotto (ib.n. 8). Da tali esempj stimolato Atanasio coltivò egli pure nella sua fanciullezza gli studi gramaticali [p. 321 modifica]TERZO 32! e delle belle lettere; nè da essi si astenne, dappoichè ancora fu eletto vescovo, e il fece con sì felice successo, che nel favellare in latino non era inferiore ad.alcuno. Quindi a vantaggio della sua chiesa ei volle rivolgere il suo sapere; e perchè il suo clero fosse ben istruito negli studj sacri, istituì, come narra Giovanni diacono (Chron. Episc. Neap. in S. Athan.), alcune scuole di lettori e di cantori; comandò, che alcuni fossero ammaestrati negli elementi gramaticali; ed altri volle che si occupassero nello scrivere, per rendere in tal maniera fiorente, quanto a que’ tempi era possibile, la sua chiesa. XXII Posso io nella Storia dell’Italiana Letteratura dar luogo anche al celebre Adone vescovo di Vienna, noto pel Martirologio da lui pubblicato? Il soggiorno di cinque anni da lui fatto in Roma mi basterebbe forse a ciò fare, s’io volesse seguire gli esempj altrui. Ma io non farò che una breve osservazione, la quale come è gloriosa all* Italia, così giustifica bastevolmente il mio pensiero di fare, dirò così, una passeggera menzione di questo scrittore. Egli dunque, trovandosi verso l’anno 842 in Ravenna, raccolse da un antico libro che gli fu dato a leggere, quelle memorie di cui si valse a comporre il suo Martirologio, come colla testimonianza di Lupo di Ferrieres e dello stesso Adone pruova il P. Mabillon (Ann. Bened. vol. 2, l.32, n. 4}))- Onde possiam vantarci a ragione che quest’opera debba la sua origine alla nostra Italia. Tiiuuoscui, Eoi. 111. [p. 322 modifica]XXIII. Noticie di tre scrittori sacri siciliani. 322 LIBRO XXJ3I. Voglionsi rammentare per ultimo tre Siciliani che in questi tempi furono col loro sapere di ornamento alla Chiesa. Il primo è Epifanio diacono della chiesa di Catania, che da Tommaso arcivescovo di Siracusa fu deputato in suo nome al secondo general Concilio niceno l’an 787, e di cui abbiamo ancora negli Atti di questo sinodo un lungo discorso in difesa del culto delle sagre immagini. L’altro è S. Metodio patriarca di Costantinopoli. Egli era natio di Siracusa, e nella sua patria fu educato e istruito negli studi, come a nobile e ricco giovane si conveniva; quindi passato a Costantinopoli, e abbracciata la vita monastica, molto vi ebbe a soffrire pel culto delle sagre immagini dagl’imperadori Michele il Balbo e Teofilo. Fu ancora per qualche tempo a Roma colla carica di apocrisario del patriarca Niceforo; e finalmente eletto patriarca di Costantinopoli adoperossi felicemente a combattere ed atterrare l’eresia degl’iconoclasti, finchè dopo aver tenuta li sede per circa cinque anni morì l’anno 847. Di lui abbiamo alcune sacre orazioni scritte in greco, e alcuni canoni, delle quali opere e di altre cose che a lui appartengono, veggansi fra gli altri il celebre Leone Allacci (Diatr. de Methodior. scriptis) e il P. Ceillier (Hist. des Aut. eccl. t. 18, p. 694, ec.). L’ultimo è Pietro che dalla sua patria ebbe il soprannome di Siculo, il quale dall’imperador Basilio mandato l’anno 871 nell’Armenia, avendo ivi trovati molti infetti dell’eresia de’ Manichei, e avendone investigata l’origine e la natura, scrisse una storica narrazione che ancor ci [p. 323 modifica]terzo 3a3 rimane , della nascita, de’ progressi. e delle vicende della stessa eresia (V. Ceillierj t. 19, p. 252, ec.). Così l’Italia anche in questi infelici tempi di barbarie e d’ignoranza continuava ad aver uomini dotti che ne uscivano ad illustrare ancora le straniere nazioni. XXIV. Tal fu lo stato dell’italiana letteratura sacra del IX secolo, più felice, a dir vero, che non in alcuno de’ secoli precedenti, ma pur di molto inferiore ad altri più antichi. Ma il x secolo, per le ragioni che nel primo capo si son recate, fu assai più infelice; e forse non ve n’ebbe altro in cui tra noi fosse maggior l’ignoranza. Ovunque noi ci volgiamo, altro non ci si offre che scostumatezza e barbarie anche in molti di quelli che pel sacro loro carattere avrrebbon dovuto risplendere nella Chiesa di Dio. In Roma ancora, ove pure gli studj, singolarmente sacri, eransi iinailor sostenuti meno infelicemente che altrove, era tal l’ignoranza, che negli Atti di un Concilio tenuto in Rheims l’anno 992 si dice che appena vi si trovava chi sapesse i primi elementi della letteratura (V. Baron. ad h. an.). Che se ciò era in Roma, che direm noi delle altre città? Egli è vero però, che, come osserva il cardinale Baronio parlando di questo concilio, sembra che l’astio e l’invidia contro la chiesa romana suggerisse le arrecate espressioni. E certo Raterio non molto prima scrivevane diversamente, dicendo che non altrove meglio che in Roma poteva uno essere istruito nelle scienze sacre (in Itiner.). Ma è vero ancora che universale e profonda veggiamo comunemente l’ignoranza in questo [p. 324 modifica]3a4 LIBRO secolo. Due soli vescovi noi troviam in Italia, a cui il nome di dotto non si sconvenisse, e dobbiamo ancor confessare che di uno tra essi non è certo che fosse italiano, l’altro fu certamente straniero; dico Attone di Vercelli, e Raterio di Verona. Di qual patria fosse Attone, non si può stabilir con certezza. I moderni scrittori citati dal co. Mazzucchelli (Scritt ital.t. 1,par. 2, p. 1221) il fan figliuolo di un Aldegario Visconte; altri il dicon disceso da’ marchesi d’Ivrea; ma come saggiamente riflette l’erudito canonico Carlo del Signore de’ conti di Buronzo, ora degnissimo vescovo di Acqui, che l’anno 1768 ci ha data una compita edizione dell’opere di questo vescovo, tutte queste asserzioni non hanno alcun fondamento su cui sostenersi. Egli riflettendo ad alcune parole di Attone, colle quali accenna di avere abbandonata la nazione e la patria (Comm. in ep. ad Hebr. sub fin.), ne trae ch’ei fosse venuto da lontan paese a Vercelli. E certo eli’ egli non fosse vercellese, sembra che da queste parole raccolgasi con evidenza, ma non già ch’ei non fosse italiano; perciocchè uno venuto, a cagion d’esempio, da Napoli, o da Roma, o anche da men lontano paese, a Vercelli, poteva dire di avere abbandonata la sua nazione e la sua patria. Se il testamento di Attone, in cui egli lascia al clero della metropolitana di Milano la valle Leventina, quella di Blegno ed altri luoghi, fosse sicuramente sincero, esso ci proverebbe ch’egli fu di nazion longobardo: Ego in Dei nomine Atto episcopus vercellensis ecclesiae, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum. Ma [p. 325 modifica]TERZO 3a5 molti il rimirano come una carta interamente supposta. A me non appartiene l’entrare all’esame di tal qnistione che è troppo lontana dal mio argomento; e mi basterà 1 accennare che il diligentissimo co. Giubili ha chiaramente mostrato che quelle valli non già da Attone, ma da Arnolfo secondo arcivescovo di Milano donate furono al suo clero verso il principio dell’xi secolo (Mem, di Mil. t. 2, p. 216} t. 3, p. 134 j t- 9> P- 28)■ Non può dunque un tal testamento recarsi a pruova della patria di Attone. Ma alcune parole di una sua’ lettera ci posson forse dar su ciò qualche lume: Jgitur, die’ egli, Liulprandus catholiciis rex hujus, in qua degimus, patriae (ep. 1, ed. vercell). Il nome di patria sembra qui indicare generalmente il regno de’ Longobardi, e sembra perciò che in esso fosse nato Attone, che il chiama sua patria. Ma com’ei poteva ancor chiamare in certo modo col nome di patria l’ordinaria sua sede, aggiugnendovi singolarmente quelle parole, in qua degimus, convien confessare che questo non è ancora argomento abbastanza sicuro, e che non possiamo perciò affermar con certezza che Attone fosse italiano, benchè possiam dire esser ciò assai verisimile. Ed io vorrei che una somigliante maniera di favellare avesser tenuto i Maurini autori della Storia letteraria di Francia, i quali troppo facilmente hanno annoverato Attone tra’ loro scrittori (t. 6, p. 281). Ma con quai pruove? Attone, dicono essi, era figliuolo di Aldegario Visconte. Così asserisce l’Ughelli, ma senza alcun fondamento; e s’io usassi contro di loro 1" autorità di questo [p. 326 modifica]XXV. ICpochr dell.i sua vita. • sa« opeic. 3a6 LIBRO scrittore, essi certo non ne farebbon gran conto. Il titolo di Visconte, prosieguon essi, non era ancor passato nè in Italia, nè in Germania. Dunque il padre di Attone era natio delle Gallie. Converrà dunque dire che S. Gregorio il Grande sia vissuto dopo i tempi di Attone, perciocchè egli nomina un Mauro Visconte (l. 8, ep. 18) ch’era certo in Italia, poichè dovea dare ajuto in certo affare al vescovo di Terracina. Attone, aggiungono essi, parla di se stesso, come di un regnicolo, e perciò scrivendo ad A zzane vescovo di Como, francese esso pure., gli cita la legge salica che non avea autorità tra gli stranieri. Essi alludon qui alla lettera e alle parole sopraccitate, le quali già abbiam mostrato che non sono abbastanza chiare a favore di un’opinione più che dell’altra. Che Azzone vescovo di Como fosse francese, si conceda a’ Maurini. Ma come si può loro concedere che il mentovarsi da Attone la legge salica provi ch’egli fosse francese? Non fa egli menzione nella stessa lettera delle leggi de’ Longobardi? Dunque converrà dire ch’ei fosse longobardo insieme e francese. Sarebbe perciò stato più opportuno consiglio ch’essi si fosser ristretti a dire che la patria di Attone non è abbastanza certa. XXV. Egli fu innalzato alla sede vescovil! di Vercelli l’anno 924, come dimostra l’erudito sopraccitato editore delle Opere di Attone, e la tenne per molt’anni, benché il numero non se ne possa assegnare precisamente. Certo, come osserva lo stesso editore, ei più non vivea I anno 9O4 in cui già era vescovo di Vercelli [p. 327 modifica]TERZO Ì2H jl suo successore Ingone. Della saggia condotta da lui tenuta ne’ torbidi che ai suoi dì sconvolser l’Italia, de’ contrassegni di stima che egli ebbe da’ due re Ugone e Lottario, e di altre cose a lui attinenti si può vedere la prefazione premessa alle sue Opere. Ciò che noi dobbiamo osservare, si è ch’ei fu uno dei più dotti uomini del suo tempo, come le stesse sue Opere ci fan conoscere. Il P. d’Achery aveane già pubblicate alcune, cioè il Capitolare diviso in cento capi (Spie il. t. I, ed. Paris, 1723), e scritto, ossia raccolto da molti Concilj e da diversi Decreti, a regolamento della sua diocesi, in cui già abbiamo osservato che singolarmente ingiunse che vi avesse pubbliche scuole ad istruzione de’ giovani; inoltre un libro diviso in tre parti delle Pressure ecclesiastiche, ossia delle vessazioni e delle gravezze che soffriva allora la Chiesa, e finalmente undici lettere. Queste opere stesse poi, ma confrontate co’ codici della cattedral di Vercelli, e diligentemente corrette, sono state di nuovo date alla luce dal sopraddetto monsig. del Signore insieme con un’altra opera di Attone assai più ancora pregevole, cioè il Comento su tutte le Lettere di S. Paolo, e due Sermoni, uno sull’Ascensione di Cristo, l’altro in lode del celebre S. Eusebio vescovo di Vercelli. Di qualche altra opera di Attone che, chesi è smarrita, veggasi, oltre la prefazione più volte accennata , f opera del conte. Mazzucchelli (/. cit.). XXVI. L’altro vescovo a questi tempi famoso fu, come si è detto, Raterio di Verona. Ei nacque nella diocesi di Liegi verso l’anno 896. e XXVI. Vii* r Timide di Ri* Ieri i>s fjrovn di Verone. [p. 328 modifica]3a8 libro consecratosi a Dio ancor giovinetto nel monastero di Laubes, vi coltivò con grande ardore gli studj sacri e profani, e colla lettura de’ migliori autori greci e latini si venne ornando di quel vasto sapere per cui egli si acquistò poi sì gran nome, Io non debbo qui trattenermi a narrare distesamente le diverse vicende della vita di Raterio. Venuto in Italia con Ilduino eletto vescovo di Liegi, ma costretto a cedere quella sede a Ricario, fermossi con lui in Verona. Ilduino fatto prima vescovo di questa città, fu poscia trasferito alla sede arcivescovile di Milano5 e allora Raterio ottenne dal papa il vescovado abbandonato da Ilduino. Ma ei l’ottenne mal grado di Ugo re d’Italia, il quale perciò prese a molestarlo in diverse maniere, e finalmente coltane l’occasione dell’esser Verona caduta nelle mani di Arnolfo suo rivale nel regno d’Italia, avuto in suo potere Raterio, il fè condurre a Pavia, e chiuder prigione entro una torre. Poscia dopo due anni e mezzo tratto di carcere, fu mandato a Como in esilio: e dopo un eguale spazio di tempo tornatosene in Francia, passò alcuni anni nella Borgogna, istruendo nelle lettere un nobile e ricco giovane detto Roestagno; e quindi per vivere tranquillamente fece ritorno all’antico suo monastero l’anno <)44- Ma appena era vi egli stato due anni, che invitato da Ugo, il quale allora combatteva pel regno d’Italia contro Berengario, tornossene in Italia per risalire alla sua cattedra. Nel viaggio, caduto nelle mani di Berengario, e tenuto di nuovo prigione per qualche mese, ne fu poi tratto e rimandato alla sua chiesa. Ma [p. 329 modifica]TERZO 329 dopo due anni ne fu cacciato di nuovo per opera del famoso Manasse arcivescovo d’Arles. Passato in Germania, tornò di nuovo in Italia f anno p51 coll1 imperador Ottone I con isperanza di ricuperare il suo vescovado. Questa però gli andò per la terza volta fallita, e fu costretto a tornarsene in Alemagna; dove fatto vescovo di Liegi, non molto dopo da un partito contro di lui formatosi ne fu cacciato. Ritiratosi allora in un monastero, vi stette fino all’anno 961, in cui tornato col medesimo imperadore in Italia, ricuperò veramente l’antica sua sede; ma tali contraddizioni ebbe a soffrirvi da parte del suo clero, che l’anno 968, rinunciato finalmente quel vescovado e tornatosene a Liegi, vi ebbe il governo di alcune piccole abadie, e morì in Namur l’anno 974. Tutte queste sì varie e sì strane vicende ch’io son venuto brevemente accennando, si posson vedere più ampiamente svolte e spiegate presso diversi autori, fra’ quali con maggior diligenza hanno di ciò trattato il P. Mabillon (Acta SS. Ord. S. Bened. vol. 7), il P. Ceillier (Hist des Aut. eccl. t. 19, p. 633), e i Maurini autori della Storia letteraria di Francia (l. 6,p. 339). Ma ciò non ostante la vita di Raterio non era ancora stata esaminata e rischiarata abbastanza. Quindi i dottissimi Ballerini che ci han data l’anno 1765 una nuova e compita edizione delle Opere di questo vescovo sì famoso, ne hanno ad esse premessa una nuova Vita scritta con singolare ed ammirabile esattezza, talchè confrontando questa colle altre sopraccitate, scorgesi chiaramente quante cose dagli altri scrittori [p. 330 modifica]xxvir. Su« Opere 33o LIBRO fossero state o ommesse , o non bene spiegate, o collocate a’ tempi non loro. Essi ancora hanno in alcune cose fatta l1 apologia di Ralerio, mostrando che comunque ei fosse certamente ambizioso e incostante, fu nondimeno da’ suoi nimici aggravato assai più che non convenisse. XXVII. Le opere di Raterio dividonsi in tre parti. La prima, oltre sei libri intitolati de’ Preloquj in cui tratta dei doveri degli uomini di ogni età e di ogni condizione, opera da lui composta in Paviaj oltre ciò, dico, contiene molti opuscoli di diversi argomenti, alcuni scritti in apologia della sua condotta, e in discolpa de’ delitti che gli venivano apposti; altri su materie canoniche, nelle quali si vede quanto fosse egli versato e dotto; altri appartenenti a storia sacra; altri di sincera ed umile confession de’ suoi falli. La seconda parte contiene le lettere da lui scritte, alcune in materia teologica, ma le più in sua difesa. La terza finalmente alcuni sermoni sacri da lui fatti al popolo. Intorno alle quali opere degne sono di essere lette le prefazioni de’ soprannomati editori chele hanno ancora illustrate con opportune eruditissime annotazioni. In queste opere egli si mostra assai esercitato nella lettura de’ sacri non meno che de’ profani autori, cui spesso viene citando. Egli ha ancora enfasi e forza non ordinaria, ma lo stile n’è duro ed incolto, come nella più parte degli scrittori di questi tempi; e ancorchè ei fosse stato uomo a scrivere con eleganza, i continui viaggi, e le vicende e le traversie che sostenne, appena gliel’avrebbon permesso. [p. 331 modifica]TERZO 33l XXVHI. Altri vescovi probabilmente avrà avuti l’Italia in questo secolo stesso forniti di quel sapere che a reggere saggiamente le loro chiese era richiesto; ma non ci è rimasto alcun considerabile monumento della loro dottrina , giacchè io penso di non dover seguire l’esempio degli scrittori di Biblioteche, i quali per renderle o più voluminose, o più esatte, fanno in esse menzione di quegli ancora de’ quali qualche breve lettera ci è rimasta, o anche sol la memoria che fosse da essi scritta. Io cerco di esporre lo stato dell’italiana letteratura; e a ciò nulla monta che alcuni scrivessero qualche lettera, o facessero qualche verso, e molto meno che dettassero il lor testamento, di che per altro ancora si è fatto conto da alcuni di cotali scrittori. Io lascio ancor di parlare, come altre volte ho avvertito, della maggior parte di quelli che hanno sci iti a la vita di qualche uomo illustre per santità, poichè essi appartengono anzi alla storia della religione, che a quella della letteratura, e alcuni di essi ancora hanno a questa recato danno più che vantaggio e onore, scrivendole senza quel giusto discernimento che ad uno storico non dovrebbe mancar giammai. Altri scrittori che ci abbian lasciati libri appartenenti a scienze sacre, appena ne abbiamo di questi tempi. Io potrei qui far menzione di Erchemperto monaco casinese che scrisse qualche opuscolo appartenente al suo monastero, di Liutprando vescovo di Cremona , di Paolo Diacono, e di alcuni altri che in qualche maniera potrebbero avere luogo in questo capo. Ma perciocchè le opere [p. 332 modifica]XXIX. Se a questi tempi fiorisse un Teodolo s< riltor polemico. 33a libro lor principali appartengono alla storia profana, di essi riserberommi a parlare nel capo seguente. Qui farò solo menzione di Giovanni che fu abate casinese dall’anno 915 fino all’anno 934, mentre quei monaci, distrutto da’ Saracini il lor monastero, eransi ritirati in Capova. Avea egli scritta la Storia delle sciagure del suddetto suo monastero, la quale non è mai stata data alla luce; ma Leon Ostiense ne fa menzione, e dice di averne usato a comporre la sua Storia (Prol. ad Chron. casin.). Un’altra breve operetta, cioè una Cronaca degli ultimi conti di Capova, viene con qualche probabilità attribuita a questo scrittore da Camillo Pellegrino che l’ha pubblicata. Essa è ancora stata inserita dal Muratori nella sua insigne Raccolta degli Scrittori delle Cose d’Italia (t.1, pars. 1, p. 211 , ec.), e nuovamente dal canonico Pratillo nella nuova edizione da lui fatta dell’Opere del Pellegrino (Hist. Princip. Longob. t. 3). Di Giovanni e della prima operetta da lui composta fan menzione ancor Pietro diacono, e il canonico Mari nelle erudite sue annotazioni a questo autore (de Ill. Casinens. c. 14). XXIX. Onorio d’Autun (de Script, eccl. l. 3, c. 13) nomina un Teodolo italiano che scrisse un egloga sul Testamento Vecchio, e sulle Favole de’ Gentili, sostenendo la verità della Fede, e distruggendo la falsità della perfidia. Sigeberto Gemblacense (de Script, eccl. c. 134) parla egli pure di questo Teodolo, e dice che quest’egloga fu da lui scritta in Atene, ove, mentre egli attendeva agli studj, udì i Gentili disputare co’ Cristiani. Ne parla ancora il Trilemio [p. 333 modifica]TERZO 333 (de Script eccl. c. 185), e oltre quest’egloga gli attribuisce ancor un libro intitolato de Consonantia Scripturarum. Ma gli scrittori posteriori al Tritemio osservando che di questa seconda opera il suddetto Onorio fa autore un Teodoro (ib. l. 2, c. 90), han ripreso il Tritemio, come se avesse confusi due scrittori in un solo. Così scrive fra gli altri il P. Ceillier (Hist (des Aut. eccl. t. 19, p. 689), il quale dice che lo stesso Tritemio fissa l’età di Teodolo verso l’anno 980, mentre Teodoro vivea nel v secolo. Ma il Tritemio non ha mai detto ciò che gli appone il P. Ceillier, anzi ci dice chiarissimamente di Teodolo: Claruit anno cccclxxx sub Zenone Augusto, sub quo ei moritur. Poteva egli parlare più chiaramente? Ma questo Teodolo autor dell’egloga mentovata visse egli veramente nel x secolo, come il suddetto P. Ceillier, il Fabricio (Bibl. lat. med. et inf. aetat. l. 6, p. 23:j), il Leysero (Hist Poetarum medii aevi, saec. 10, § 27), ed altri moderni affermano? Io confesso che non so intendere come siasi abbracciata questa opinione. Il soprannominato Onorio ne parla tra gli scrittori del v secolo, ed egli è l’autore tra i citati più antico, e perciò più degno di fede. Sigeberto l’annovera tra gli scrittori del x, e l’autorità di questo scrittore ha tratti gli altri in inganno. In fatti, come è mai possibile ch’essi i quali pur ci raccontano che Teodolo scrisse quest’egloga in Atene all’occasione delle contese che udiva ivi farsi fra’ Cristiani e Gentili; come è mai possibile, dico, ch’essi non abbiano avvertito che nel x secolo nè erano in Atene studi di sorta [p. 334 modifica]alcuna, nè vi era più ombra d’idolatria? È dunque assai più probabile che lo scrittore di quest’egloga vivesse veramente nel v secolo, come affermano Onorio d’Autun e il Tritemio; benchè non si possa affermar con certezza, come ha fatto il Tritemio, ch’ei sia ancora l’autore della Consonanza della Sacra Scrittura. Abbiamo tuttora l’egloga di Teodolo, di cui si son fatte più edizioni, ea’anche lo stile di essa sembra più conveniente al v che al x secolo. Io nondimeno ne ho qui favellato, perchè a questi tempi ne parlano tutti i moderni scrittori.