Una porta d'Italia col Tedesco per portiere/L’Alto Adige e la compiacenza governativa

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L’Alto Adige e la compiacenza governativa

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L’ALTO ADIGE

E LA COMPIACENZA GOVERNATIVA

[p. 13 modifica] Un fatto tipico della politica del Governo nell’Alto Adige lo si ebbe in occasione delle elezioni politiche.

Si calcola che gli austriaci, nativi d’oltre Brennero, che si ritenevano nelle condizioni richieste per avere il diritto di optare per la cittadinanza italiana e che sulla semplice domanda d’opzione hanno avuto l’autorizzazione di votare, abbiano portato oltre cinquemila voti alla lista anti-italiana del Deutscher Verband. Su quarantamila votanti, non c’è male.

L’inclusione nelle liste elettorali di questa massa straniera stava molto a cuore ai dirigenti l’agitazione pangermanica. Non che ne avessero bisogno per vincere, ma essi intendevano di gonfiare le iscrizioni tedesche per opporle all’esiguità del corpo elettorale italiano e dimostrare con le cifre alla mano che l’Alto Adige è interamente tedesco. E anche per garantire un valore plebiscitario ai [p. 14 modifica] risultati della votazione, infatti la stampa alto-atesina non ha mancato di valersi di questi dati che falsavano la proporzione fra le due razze conviventi nell’Alto Adige, per affermare che la popolazione tedesca, calcolata in base al numero degli elettori inscritti, era assai più vasta di quella che l’Italia asseriva di avere annesso. Bugiarda!

Dopo le elezioni il motivo è stato ripreso in coro. Il Tiroler ha tacciato di falso i dati sulla composizione etnica portati dai delegati italiani alla Conferenza di Parigi. Il Südtiroler Landeszeitung ritiene dimostrato che nell’Alto Adige «non esiste una minoranza italiana degna di tal nome» e smentisce persino una bilinguità nella «zona mista». «La teoria dei territorio mistilingue è sepolta...». Queste cose saranno ripetute con voce più possente dai giornali germanici e austriaci e costituiranno un argomento «scientifico» di cui avremo piene le orecchie. Lo strano è che le abbiamo volute noi, con una compiacenza inverosimile.

Che il Deutscher Verband desiderasse arrolare tutta, diciamo, la legione straniera nel suo esercito elettorale e reclamasse un’annessione in massa di austriaci «optanti», è naturale. Ma come hanno fatto i tedeschi per convincere il Governo italiano ad aiutarli a combattere l’Italia accedendo ad un così strano desiderio? Semplicissimo. Sono andati a Roma. L’Ufficio delle Province concede sempre tutto, per sistema. La domanda sembrò [p. 15 modifica] irresistibile. In un colloquio interessantissimo si cercò la maniera più utile per soddisfare una così utile richiesta. Si presentava una difficoltà burocratica: lo spoglio, la verifica e l’accettazione delle domande di cittadinanza avrebbero assorbito un tempo prezioso. Fu chiesto ai messi tedeschi: «Che cosa preferireste, effettuare le elezioni alla data fissata ma senza voto agli optanti, oppure ritardare le elezioni di tutto il tempo necessario all’appuramento delle opzioni?»

Si può essere più gentili? I messi non esitarono. Risposero concordi: «Ritardare, ritardare!» — Diamine, aspettare non guastava niente e il ritardo portava un poderoso rinforzo di buoni austriaci destinato a rendere trionfale la battaglia. L’Italia, trattandosi di rendere un simile piacere, non ha voluto nemmeno fare aspettare. Ha mantenuto per l’Alto Adige la data delle elezioni fissata per tutto il Regno ed ha stabilito che per avere il diritto di voto un austriaco non avesse che da chiedere la cittadinanza. Si verificherebbe dopo, con comodo, se la richiesta fosse stata regolare e degna di risposta favorevole. Nei casi urgenti si passa sopra alle minuzie burocratiche. Per ora sarebbe bastato il giudizio sommario e imparziale delle stesse amministrazioni municipali tedesche. Rimane adesso all’autorità italiana il diritto ed il conforto di fare il conto di tutti gli stranieri la cui opzione deve essere respinta, che rimarranno stranieri, ma che hanno regolarmente votato come fossero italiani, [p. 16 modifica] usufruendo per un giorno del diritto più sacro del cittadino.

In realtà, sembra di sognare. Anche se il programma anti-italiano del Deutscher Verband non fosse stato esplicito, non si capisce quale premura si avesse ad aumentare artificiosamente il numero degli elettori la cui ostilità all’Italia non lasciava dubbi. In compenso si è notevolmente diminuito il numero degli elettori italiani. Per arrivare a questo risultato ci è voluto un po’ più di fatica. Gl’Italiani domiciliati nell’Alto Adige non potevano avere il beneficio di divenire elettori locali semplicemente optando, visto che avevano l’inferiorità insanabile di essere già dei veri cittadini italiani. Le condizioni per ottenere il diritto di voto dovevano evidentemente essere per loro un po’ più complicate. Fra l’altro si è richiesto che dimostrassero di avere almeno un anno di ininterrotta residenza in un Comune alto-atesino. Se nell’anno si è passati da un Comune a quello vicino, non si è elettori. Vi sono paesi, come Bolzano e Merano, che sono dei conglomerati di Comuni: basta quindi aver, traslocato da un quartiere all’altro della stessa città per non essere elettori. Essere italiani ed essere elettori diventano al nord di Salorno due qualità quasi inconciliabili. I municipi tedeschi hanno negato a moltissimi italiani il certificato elettorale senza neppure dirne le ragioni, evitando discussioni inutili che nuocciono al buon andamento amministrativo. [p. 17 modifica]

Queste disposizioni emanano da persone che hanno una formidabile competenza giuridica, ma le quali hanno dimenticato che durante la guerra l’Alto Adige non era abitabile per degli italiani, che il fenomeno di penetrazione della vita italiana lassù è recentissimo e non rappresenta una condizione di cose transitoria, ma l’inizio di una situazione che dovrà assumere sempre più carateri profondi e definitivi. Fino all’annessione non si potevano stabilire solidi interessi italiani in una provincia che giuridicamente ancora non ci apparteneva, e l’inizio degli affari, il sorgere delle banche, dei magazzini, delle scuole, degli uffici italiani è roba di ieri. Siamo in un periodo di impianto in cui ogni mese, qui, incide un valore profondo nel tempo, e richiedere un anno di permanenza in un Comune alto-atesino come condizione al voto vuol dire riconoscere come base elettorale non la composizione etnica attuale, portata dal nuovo regime, ma quella vecchia, precedente l’annessione, se non quella austriaca. Vuol dire escludere dalle elezioni l’enorme maggioranza degli italiani affluiti nell’Alto Adige per vivervi permanentemente e regolarmente del loro lavoro, e che non dovevano essere considerati come dei passeggeri destinati ad andarsene.

Si dirà che dopo tutto le cose sarebbero andate lo stesso, che Toggenburg, Nicolussi, Walther e Tinzl sarebbero stati egualmente eletti. Ma non avrebbero avuto il novanta per cento dei voti e [p. 18 modifica] non avrebbero vantato la rappresentanza dell’Alto Adige unanime. E per poco che gl’italiani avessero avuto disciplina, condotta e programmi, avrebbero potuto affermare l’esistenza di una minoranza «degna di questo nome». Il plebiscito falliva. C’era una forza che diceva: No, questa è Italia.

Ma gl’italiani non hanno avuto tutela, assistenza, difesa, non hanno avuto nè direttive nè consigli, sono stati abbandonati dalla legge. Per loro non c’è un Italienischer Verband. Non c’è neppure un Governo — come dice quel conte di Toggenburg che è diventato onorevole.