Vite dei filosofi/Libro Nono/Vita di Democrito

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Libro Nono - Vita di Democrito

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Diogene Laerzio - Vite dei filosofi (III secolo)
Traduzione dal greco di Luigi Lechi (1842)
Libro Nono - Vita di Democrito
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CAPO VII.


Democrito.


I. Democrito figlio di Egesistrato, ma secondo alcuni di Atenocrito, secondo altri di Damasippo, era abderita o, al dire di certi, milesio.

II. Costui, secondo che narra anche Erodoto, udì alcuni magi e caldei, che re Serse lasciò al padre di esso per maestri, quando fu ospite presso di lui; da’ quali, tuttavia fanciullo, apparò e le cose teologiche e le astrologiche. Dopo si volse a Leucippo e, scrivono taluni, ad Anassagora, essendo di quarant’anni più giovine. Racconta Favorino, nella Varia istoria, che Democrito parlando di Anassagora, ed essendogli avverso, perch’e’ non volle riceverlo, ebbe ad affermare, che i dommi intorno al sole ed alla luna non erano suoi, ma antichi e da esso rubati; e che da lui avea tratte guastandole le cose sull’ordinamento del mondo e sulla mente. Come dunque afferma taluno che fu suo uditore? Demetrio, negli Omonimi, e Antistene, nelle Successioni, scrivono ch’e’ viaggiò in Egitto presso i sacerdoti, per apprendere geometria, e presso i caldei anche in Persia, e sino al mar rosso; e che, al dire di alcuni, conversò nell’India co’ ginnosofisti e si recò in Etiopia.

III. Che essendo il terzo fratello fu divisa la sostanza, e che scelta da lui, come affermano molti, la parte [p. 281 modifica]minore, la quale era in denaro, e abbisognavagli pel viaggio, si sospettò anco dagli altri che con inganno questo facesse. Demetrio asserisce che la sua parte oltrepassava i cento talenti, e che tutti li consumò.

IV. E dice ch’era sì amico dello studio, che si chiudeva in una camera separata del giardino che cingeva la casa; e che una volta suo padre avendo condotto un bue per sagrificarlo, e quivi legatolo, egli non se ne accorse, per lungo tratto, finchè quegli non lo riscosse a cagione del sagrificio, e non gli narrò del bue.

V. Pare, racconta, ch’egli venisse anche in Atene, che, spregiando la gloria, non si desse pensiero di farsi conoscere, e che veduto Socrate fosse ad esso sconosciuto. Venni, dice, in Atene, e nessuno mi conobbe. „Tuttavolta, scrive Trasilo, se i rivali sono di Platone, costui sarebbe il non nominato, diverso dai seguaci di Euopide e di Anassagora, che sopraggiugne nel colloquio con Socrate disputante sulla filosofia, e a cui dice questi che il filosofo somiglia ad un atleta da cinque prove.“ — Ed era veramente in filosofia come uno di questi atleti; poichè coltivava e la fisica e la morale ed anche le matematiche e gli studi enciclici, ed ogni esperienza aveva nell’arti. — Di costui è il motto: Il discorso ombra dell’opera. — Per altro, Demetrio falereo, nell’Apologia di Socrate, assevera ch’e’ neppur venne in Atene; quindi più grande se disprezzo una tanta città, non volendo trar gloria dal luogo, ma preferendo di apportar gloria al luogo.

VI. Del resto appalesano anche i suoi scritti quale ci fosse. — Secondo Trasilo, sembra ch’egli imitasse [p. 282 modifica]eziandio i Pitagorici. Anzi e’ ricorda Pitagora medesimo con ammirazione, nel libro dello stesso nome; e tanto pare che ogni cosa prendesse da lui, che terrebbesi per suo discepolo, se le ragioni dei tempi non ripugnassero. Che per altro egli abbia udito alcuno de’ Pitagorici, lo dice con asseveranza Glauco reginese, che fu a’ suoi tempi medesimi. Apollodoro ciziceno afferma che fu contemporaneo a Filolao. Scrive Antistene che variamente esercitavasi a sperimentare le fantasie, vivendo talvolta solitario, e soggiornando tra sepolcri.

VII. È fama che tornato dal suo viaggio se la passasse poveramente, per aver consumato ogni sostanza e, a cagione della sua miseria, fosse nudrito dal fratello Damaso; ma che acquistatosi nome col predire alcune cose future, fosse in seguito dalla maggior parte stimato degno di onori divini. — Essendo di legge che il consumatore della paterna sostanza non si onorasse in patria di sepolcro, perchè alcuni invidiosi e delatori non lo chiamassero in giudizio, lesse a costoro il suo grande Diacosmo, che sta innanzi ad ogni sua opera, e fu rimunerato con cinquecento talenti. Nè ciò soltanto, ma con immagini di bronzo; e, avendo vissuto oltre i cent’anni, quando morì, fu sepolto a popolo. Ma Demetrio pretende che il grande Diacosmo fosse letto da’ suoi parenti, e premiato di soli cento talenti. Queste cose narra anche Ippobolo.

VIII. Scrive Aristosseno, ne’ suoi Commentarj istorici, che Platone voleva abbruciare gli scritti di Democrito, e che quindi ne raccoglieva quanti più potea; ma che i Pitagorici Amicla e Clinia glielo impedirono, [p. 283 modifica]come cosa di nessun pro, essendo già presso a molti quei libri. E ciò è manifesto: perocchè ricordando Platone quasi tutti gli antichi, non mai fa menzione di Democrito, neppure là dove in alcuna cosa era da confutare; veggendo come sarebbe parso in tal modo ch’e’ volesse combattere l’ottimo dei filosofi, che anche Timone loda così:

     Quel Democrito re della parola,
     Nel conversar versatile, prudente,
     Che tra’ primi conobbi.

IX. Era a que’ tempi in cui, nel suo piccolo Diacosmo, egli si chiama giovine a petto del vecchio Anassagora, essendo quarant’anni minore di quello. Narra poi di avere composto il suo piccolo Diacosmo l’anno settecentrentesimo dopo la distruzione di Troja; e sarebbe stato, al dire di Apollodoro, nelle Cronache, nell’ottantesima Olimpiade; al dire di Trasilo, nell’opera intitolata Cose da premettersi alla lettura dei libri di Democrito, nel terz’anno della settantesima settima Olimpiade, essendo, scrive, un anno maggiore di Socrate; e quindi al tempo di Archelao discepolo di Anassagora, e di Oenopide; poichè anche di costui fa menzione. Fa menzione eziandio della dottrina di Parmenide e di Zenone intorno all’uno, siccome de’ suoi dì assai celebrati, e di Protagora abderita, il quale si conviene essere contemporaneo di Socrate.

X. Racconta Atenodoro, nell’ottavo Delle passeggiate, che essendo Ippocrale andato da lui, esso [p. 284 modifica]comandò si portasse del latte, e che veduto il latte, disse ch’era di capra primipara e nera; per la qual cosa Ippocrate fece le meraviglie della sua perspicacia; ma che eziandio salutò una fanciulla che accompagnava Ippocrate, il primo giorno in questo modo: Buondì, ragazza; il successivo: Addio, quella donna; e la fanciulla di notte era stata forzata.

XI. Democrito, secondo Ermippo, morì in questo modo. Essendo egli travecchio era vicino a terminare. Ora la sorella sua affliggevasi perchè la morte di lui fosse per accadere nella festa delle Tesmoforie, ed essa far non potrebbe il debito colla dea; ma ei le disse di stare di buon animo, e comandò gli portassero ogni giorno dei pani caldi. Accostandoseli quindi alle narici, si potè sostenere per quella festa; passati i cui giorni, ch’erano tre, senza dolore abbandonò la vita, essendo campato, al dire di Ipparco, nove anni oltre i cento. E noi abbiamo, nel Pammetro, cantato sopra di lui in questo modo:

  Di Democrito al par, che tutto seppe,
     Chi nacque sapĩente e fe’ tant’opre?
     Che in casa ebbe tre dì la morte in faccia,
     E trattolla a vapor caldi di pane.


— Tale fu la vita di quest’uomo.

XII. Queste sono le sue opinioni. Principio d’ogni cosa atomi e vuoto, tutto il resto congettura.Infiniti i mondi, e generati e corruttibili. — Niente nascere da ciò che non è, nè distruggersi nel nulla. — Gli atomi, [p. 285 modifica]per grandezza e numero infiniti, aggirarsi a vortice nel tutto; e così formarsi i composti fuoco, acqua, aria, terra, pur questi essendo riunioni provenienti da alcuni atomi, i quali sono impassibili ed immutabili per la loro solidità. — Il sole e la luna essere formati di sì fatti vortici e masse tratte in giro, e parimente l’anima, la quale è una stessa cosa che la mente. — La nostra intuizione farsi per le immagini delle cose che cadono sul senso. — Tutto nascere per necessità, essendo causa della generazione di ogni cosa il vortice, ch’ei chiama necessità. — Essere fine la tranquilla ilarità dell’animo, non quella che esiste nella voluttà, come alcuni ammisero, intendendo a rovescio, ma quella che, nella calma e stabilmente, governa l’anima, non turbata da alcun timore o spavento superstizioso, o da nessun’altra passione. E questa ei la chiama e ben essere e con molti altri nomi.Le cose che si formano stare nell’opinione, in natura atomi e vuoto. — Queste cose pajono dunque ad esso.

XIII. Trasilo registrò i suoi libri ordinatamente, al modo di Platone, per tetralogie, così. I morali sono questi: PitagoraDell’indole del saggioDi que’ che sono all’infernoTritogenia. Cioè che da essa nascono tre cose, le quali comprendono tutte le umane. — Della probità, o Della virtùDel corno d’AmalteaDella tranquillità dell’animoDei commentarj morali; quello Del ben essere non si trova. Questi i morali; i fisici sono questi: Il grande diacosmo, che Teofrasto crede essere di LeucippoIl piccolo diacosmoCosmografiaDei pianetiDella natura, primo — [p. 286 modifica]natura dell’uomo o della carne, secondo — Della menteDelle sensazioni. Taluni scrivendo insieme questi libri li intitolano Dell’animaDegli umoriDei coloriDelle differenti figureDella mutazione delle figureConfermatorii, che approvano le cose che si sono dette prima — Della visione, o della provvidenzaDelle pestilenze o dei morbi pestilenziali, 1, 2, 3 — Delle cose vietate. £ questi intorno alle fisiche. Quelli che non hanno un ordine sono i seguenti: Cagioni celestiCagioni aereeCagioni terrestriCagioni del fuoco e delle cose che sono nel fuocoCagioni delle vociCagioni dei semi, delle piante e dei fruttiCagioni degli animali, 3 — Cagioni promiscueDella calamita. Tali i non ordinati. I matematici questi: Della differenza, ovvero del contatto del circolo e della sfera. — Della geometria, o GeometricoNumeriDelle linee senza ragione e solide, 2 — Spiegazioni — Il grand’anno, o Parapegma astronomicoCombattimento della clessidraDescrizione del cieloDescrizione della terraDescrizione del poloDescrizione dei raggi. Questi i matematici; i musici questi: Dei ritmi e dell’armoniaDella poesiaDella bellezza dei poemiDelle lettere ben sonanti o mal sonantiDi Omero, o della proprietà delle parole e dei dialettiDel cantoDelle paroleOnomastico. Così i musici; ecco i tecnici: PrognosiDella dieta o dietetico, o consiglio medicoCagioni circa le cose intempestive ed opportune. — Dell’agricoltura o georgicoDella pitturaTattica o scienza d’armi. Cotanti sono anche questi.

Ma taluno ordina in particolare i seguenti, tratti da’ [p. 287 modifica]suoi commentarj: Delle ledere sacre che sono in BabiloniaDelle lettere sacre che sono in MeroeDella navigazione dell’OceanoDell’istoriaDiscorso caldaicoDiscorso frigioDella febbre, e di que’ che tossiscono per malattiaCagioni che stanno nell’opinione.Scritti marcati di sua mano, o problemi. — Tutti gli altri, che taluno attribuisce a lui, parte si trassero, corrompendoli, da’ suoi, parte, si conviene, sono estranei. — Queste e siffatte cose anche intorno a’ suoi scritti.

XIV. Vi furono sei Democriti. Primo quest’esso. — Secondo uno da Chio, musico del medesimo tempo. — Terzo uno statuario, non menzionato da Antigono. — Quarto uno che scrisse del tempio d’Efeso e della città di Samotracia. — Quinto un poeta epigrammatico, evidente e fiorito. — Sesto il pergameno dai trattati retorici.