Alessandro Manzoni (De Sanctis)/Appendice/II. Il «Cinque maggio»

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APPENDICE
II. Il «Cinque maggio»

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II

IL «CINQUE MAGGIO»

Durante la gioventù del Manzoni, era salutato principe della poesia Vincenzo Monti, la cui scuola poetica fu legge per la nuova generazione, non che pe’ contemporanei, sicché Leopardi e Manzoni gli inchinarono con quell’entusiasmo giovanile per la grandezza vera o convenzionale del tempo. Leopardi gli dedicò la sua canzone sull’Italia e Manzoni cercò d’introdursi nella sua conoscenza. Monti, ebbro d’adulazione, contento d’aver allontanato il rivale Ugo Foscolo che aveva servito Napoleone con fierezza e dignità, e preferì morir povero in esilio anziché servir l’Austria, di cui la fama impiccolì come di povero e lontano; Monti disprezzò la dedica del Leopardi e disdegnò l’amicizia del Manzoni; ed ebbe il dispiacere di vederli sorgere ed offuscarlo.

La scuola poetica del Monti ha tre caratteri: una chiarezza che va fino alla prolissità; una sonorità che va fino alla cantilena ed alla monotonia; un’assoluta vacuità di contenuto. Il soggetto era pel Monti indifferente; con lo stesso entusiasmo cantava il papa, l’Austria e Napoleone.

L’Italia fin da’ tempi dell’Ariosto aveva perduto ogni contenuto, ogni fede; tendeva a guardar con ironia quanto era rimasto serio fra le altre nazioni. Lo spirito italiano visse finché ebbe un contenuto antico a mettere in pezzi; poi non gli rimase che a ricamare. Monti fu l’ultima espressione della decadenza italiana. [p. 324 modifica]
Dopo Alfieri, Parini e Foscolo si cominciava ad avere un contenuto, ma limitatissimo d’orizzonte; l’Italia, che riacquista fede ad un contenuto, è rappresentata da Leopardi e Manzoni. Leopardi è scettico. Ora, l’indifferenza è prosaica, ma, mutata in scetticismo che vi accora nel dubbio d’una realtà che vorreste realtà, rende necessario un contenuto. Il Manzoni rappresenta un altro indirizzo dello spirito. Sul principio del secolo scoppiò una reazione religiosa che lo Chateaubriand rappresenta poeticamente. Chateaubriand dice: — Non volete il Cristianesimo come dogma? Accettatelo come poesia: è bello — . Manzoni dice: — Non volete il Cristianesimo come dogma? Accettatelo come morale: è il centro della morale moderna — .

Non solo Manzoni ha ristaurato un contenuto morale, ma ha voluto dargli la realtà d’un contenuto storico. Una delle principali divise della scuola poetica tedesca era il caricatureggiar il romanzo puro che tradiva ogni colorito locale o storico: essa imponeva alla poesia di ritemprarsi nella storia. Il Manzoni n’era capo, ed un profondo sentimento del reale storico e morale informa tutte le sue poesie. Cerca l’effetto poetico non da azioni inventate ma dalla storia presa sinteticamente. La storia racconta i fatti cronologicamente; il Manzoni li riunisce sotto un punto di vista. La morale gli dà qualche cosa di superiore, da cui nasce quella soavità, quella placidezza come d’un uomo che guardi la terra dal cielo.

Perché il mio esame del Cinque Maggio riesca chiaro, sgombriamolo dalla parte esterna. Manzoni ha inventato il metro di questa poesia: una stanza di dodici versi, separati in due parti, sei e sei; ciascuna parte contiene tre versi sdruccioli, due piani rimanti, e un tronco che rima col tronco dell’altra parte, sicché la stanza fa un sol concetto. Qual è il secreto di questo metro? La scuola poetica anteriore aveva una chiarezza da rassomigliarsi ad un brodo diluito, diceva tutto: il Manzoni v’ha sostituita una precisione filosofica. Un epiteto fa ritratto, una parola compendia una vita: ha per carattere un’avarizia di parole, un odio dell’improprietà, della perifrasi, della circonlocuzione. Che cosa è questo? La morte della rettorica. Nella [p. 325 modifica]scuola del Monti vi è una sonorità che divien cantilena, che divien monotonia e finisce per addormentarvi. Il metro scelto dal Manzoni è la morte della cantilena. Per ottener la melodia bisogna cansar sdruccioli e tronchi. Manzoni in una stanza di dodici versi ha cumulati sei sdruccioli che non dànno riposo, che vi pingono avanti sinché, sempre sdrucciolando, non abbiate posa naturale nel tronco. La rapidità del ritmo non vi dà requie se non giungete d’un sol fiato all’ultimo verso. Qui è la bellezza e la difficoltà di questo metro. Il sesto verso debbe essere il principal verso della stanza; Manzoni l’ha saputo così ben padroneggiare ch’è impossibile ad un uditorio italiano il celar l’impressione ricevuta da questo sesto verso.

È sobrio di parole, inesaustamente ricco d’immagini e d’idee: ciascuna sua parola è gravida; integra e perfeziona le immagini con le idee che desta.

Queste sono le qualità del ritmo inventato da Manzoni. Quest’ode fece sorgere i Manzoniani e gli Antimanzoniani che chiamavano questa forma tedesca, come tutto ciò che non comprendevano.

Quest’ode è epica. Il poema epico è finito, ma nessuna forma artistica finisce assolutamente: sempre rimane alcunché dell’antica nella nuova forma. Ciò che l’epopea ha di particolare, divien romanzo; ciò che ha di meraviglioso, ode. Il meraviglioso soprannaturale è terminato; rimane il meraviglioso umano. Manzoni ha voluto celebrare epicamente la grandezza di Napoleone.

L’introduzione è ammirata; si scinde dalle introduzioni volgari, vi mette in campo epico, vi spiega immense grandezze: Napoleone cadavere, e la moltitudine, l’Europa divenuta per istupore simile alla sua spoglia. Cosa le passa in mente? Non crede possibile la sua morte: ne rimane «attonita». Tutti gli uomini non esistevano innanzi a Napoleone, tutti non si occupavano che di lui, quando giunge la subitanea notizia della sua morte: come una percossa che vi ritira il sangue dalla faccia. «Ei fu», motto generale che la moltitudine non può applicare che a un solo uomo.

Questo paragone fra un cadavere ed una moltitudine [p. 326 modifica]«attonita» sarebbe ridicolo quando non fosse delicatamente trattato. Manzoni ha contrapposto il cadavere e la moltitudine, ma li ha caratterizzati distinguendoli; sentite che il cadavere è in questo stato per la morte, e la folla per lo stupore, grazie allo sviluppo dato dal poeta con brevi e gravidi epiteti.

Stette la spoglia immemore,

detto d’un uomo volgare, che non ha che ricordare, sarebbe ridicolo; qui, mentre mostra la spoglia giacente, vi fa lampeggiar tutta la sua vita passata; ed è commentato dal verso seguente:


Orba di tanto spiro.

Se ha rappresentato siffattamente il cadavere di Napoleone, quando de’ dire «così» della moltitudine, lo sviluppo è differente. Udendo un’avventura inaspettata noi gettiamo la persona indietro come percossi:

Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta.

Dopo questo primo stupore, si ridestano le facoltà nostre; pensiamo senza parlare.

        Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore,
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta.

        Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Né sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrá.

[p. 327 modifica]Vedete le finali contenere il succo della stanza:

                                   ... una simile
Orma di piè mortale,

frase creata dal Manzoni;

La sua cruenta polvere
A calpestar verrá.

Immagine colossale: quella turba insanguinata sente cuocerle le piaghe inflittele da Napoleone, e si dispiace della sua morte e desidera senza saperlo che un secondo Napoleone sorga ad insanguinarla. Sentimenti che rendono poetica la moltitudine.

Nella seconda strofa il poeta si pone in iscena. Napoleone rifulge in poche parole.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando con vece assidua
Cadde, risorse e giacque...

Tutti hanno ammirato questo verso tolto da Manzoni al Petrarca:

Due volte cadde ed alla terza giacque.

V’è qui Napoleone. Il poeta gli si contrappone, s’erge un piedestallo dicendogli orgogliosamente: — Son degno di cantarti — . Se ne stacca come un osservatore disdegnoso. La plebe è abbarbagliata ed attirata da qualunque imperatore, sia Napoleone il grande o Napoleone il piccolo, lo applaudisce e lo encomia servilmente: e quando cade, l’oltraggia codardamente. Il poeta rimane in disparte; non mischia la sua voce al «sonito», al frastuono confuso e tumultuoso di mille altre. A rappresentare la dignitá della sua condotta ha presa una parola italiana e le ha dato un nuovo significato:
Vergin di servo encomio;

[p. 328 modifica]le moltitudini sono donne prostituite. Il poeta che, finché Napoleone fu lì, era rimasto spettatore disdegnoso, sorge ora; e si mette a giudicar del passato. Né gli basta questo piedestallo; non solo si sente degno di cantarlo per la verginità dell’animo, ma sente l’immortalità della poesia; ha il doppio orgoglio d’un animo vergine e d’un grande ingegno.

Non v’è parola che non desti idee accessorie. — Quando folgorava in solio, la plebe se n’è lasciata abbagliare; ed ho taciuto; ora che ha solo una piccola urna, parlo dove gli altri tacciono — .

Con la terza stanza comincia la narrazione epica. L’epico è costretto a guardar successivamente i fatti, cammina in una pianura. Il lirico guarda dalla montagna: perde i dettagli, abbraccia l’insieme; la diversa posizione produce impressioni diverse. Manzoni ha afferrati in Napoleone tre punti epici, che riempiono tre stanze, temi di tre epopee.

Il suo primo aspetto è il conquistatore; l’uomo fragoroso che ne impone alle moltitudini. Manzoni presenta prima questo lato vulgare comune alle antiche epopee ed alle antiche storie. Poi, lasciando il campo del visibile, si domanda cosa sentisse mentre faceva. Al campo esterno succede il campo intimo; indi gli dà una magnifica decorazione; gli mette intorno i due secoli e vi mostra il suo potere infinito. Questa è l’analisi e la sintesi con cui il poeta ha considerato Napoleone.

Napoleone nelle battaglie è stato cantato da Vincenzo Monti nel Bardo della Selva Nera. Ma quali canti ponno compararsi a’ sei versi di Manzoni? Dapprima vi espone l’infinito dello spazio percorso da Napoleone, l’infinito matematico; vi sforza a percorrere rapidamente lo spazio che passa tra due punti lontanissimi; poi getta in mezzo a questo sublime matematico il sublime dinamico. — Percorse questi spazii con tanta celerità che fu rapido come il lampo, veemente come il fulmine — . Vi aggiunge il sublime morale. Napoleone rimane «securo», con quella tranquillità con cui voleva esser dipinto sopra un cavallo sfrenato, e v’è tale un impeto di ritmo, che precipitate recitando fino alla fine. Per quanta immaginazione abbiate, dovete

esser soggiogato. [p. 329 modifica]
Mentre siete stordito, supponete che il poeta vi prenda pel braccio con una brusca interrogazione: — «Fu vera gloria?» — , che giunge improvvisa come il fulmine di Napoleone; che vi obbliga a pensare, sembrando impossibile che la verità di questa gloria possa esser revocata in dubbio. Ma non fa il pedante, come Lamartine che fa in un’ode un processo criminale a Napoleone per aver ucciso il duca d’Enghienna. Manzoni è poeta perché vi lascia nel dubbio:
        Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

Napoleone morale sparisce, e rimane la grandezza incontestata del genio.
Succede il Napoleone intimo: il poeta gli scende al cuore. Che pensava? che ambiva? che bramava? Napoleone era grande, si sentiva grande e voleva far valere la sua grandezza. Non che sognasse l’impero, ma aveva quella grande ed indeterminata ambizione che fa sognar l’impossibile; quella gioja della coscienza, che nella vita si fa procellosa, e l’intolleranza d’un tal uomo costretto ad ubbidire a chi disprezza.
        La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar...

Quella «follia» è il rilievo del genio: il suo scopo era così alto da parer follia anche per Napoleone. «Tutto ei provò»: si svolgono i punti poetici della vita, aggruppati intorno ad un solo pensiero.
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Viene il terzo Napoleone: due secoli che duellano, i grandi uomini della rivoluzione ed i grandi uomini della reazione gli si sottomettono. L’ultima immagine è poetica e plastica; Napoleone sta con la calma d’un giudice fra loro.
        Ei si mostrò: due secoli.
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fé silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

Fin qui l’ode è epica. Ma avete mai udito un accompaguamento di violino frammischiarsi ad una musica rimbombante, finché a poco a poco non la superi? Questo Napoleone sparisce, è imprigionato e tradito. Il poeta diviene tenero:

        Ei sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

L’effetto è nelle semplici parole, nell’ozio «in sì breve sponda», mentre l’universo gli era stato angusto. Poi riprende il tuono epico. Napoleone riman grande nell’immaginazione degli uomini; rimane immensa l’invidia, profonda la pietà, l’odio degli uni è inestinguibile, l’amore degli altri è indomato. La tenerezza si marita con la sublimità.
Qui l’immaginazione del poeta si riposa. Napoleone è finito e rimane ozioso, è costretto a ricordare; l’interesse cambia, ed il poeta cambia tono. Quell’uomo aveva per sogno la monarchia universale e stava per afferrare il suo sogno quando tutto sparisce, e passa al movimento sterile delle rimembranze: è paragonato ad un naufrago che nuota verso prode remote, e riman sommerso dalle acque: [p. 331 modifica]
        Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa.
L’onda su cui del misero.
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan...

Quell’«invan» fa rivivere tutto il passato.
Ed il passato ritorna: ritornano le battaglie e l’ambizione, ma come rimembranza, non percotendovi, ma straziandovi; la mano di Napoleone cade stanca sul suo libro.
        Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
E sull’eterne pagine
Scorrea la vista a scernere
Cadde la stanca man!

Poi continua:
        Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte.
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte.
Stette, e dei dí che furono
L’assalse il sovvenir!

Il primo «quante volte» era appena accusato, questo è sviluppato fino allo strazio. Tutto è silenzio intorno a Napoleone, i suoi giorni passano senza lasciar orma. «Chinati i rai fulminei ecc.» è il Napoleone d’ogni statua. Tutto a un tratto s’oblia e rêve. Sogna una battaglia:
        E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli.
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda de’ cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

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        Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò; ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò.

Quell’«ahi!» è uno degli effetti più poetici di questa poesia. Napoleone rientra in sé.

Fin qui giunge il Napoleone terreno; adesso sparisce; e quando il subjetto sembra esaurito, vi s’apre un altro orizzonte non più doloroso: il cielo aperto, i giardini della speranza. Il Napoleone tanto glorioso divien pulvis et umbra, «silenzio e tenebre», ed il poeta, oltrepassando la parte caduca che pareva sì grande, l’oblia ed inneggia alla fede. Ma quest’uomo non deve finir così; il poeta ritorna a Napoleone quando sta per morire. Gl’implacabili lo perseguitano ancora con l’odio e con l’invidia. Perdonate alle stanche ceneri: sul letto abbandonato dagli uomini sta Dio.

Tal’è questa poesia, vasta come Napoleone, una delle poche italiane che

In poca piazza fé mirabil cose.