Antonio e Cleopatra (Alfieri, 1947)/Atto quarto

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Atto quarto

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Atto terzo Atto quinto

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ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Cleopatra, Diomede.

Cleop. Cleopatra, coraggio; il ciglio volgi,

all’impero del mondo baldanzosa:
tu nascesti a regnar, e invan s’armava
contro di te l’invida sorte, invano.
M’offre Antonio, d’amor per prova estrema,
una morte penosa; e vita, e onore,
ed il trono perfin, mi rende Augusto;
né mi toglie la speme, assai piú cara,
d’incatenarlo un dí servo d’amore.
Non vacilla il mio cor fra i due rivali.
E a te che par, Diomede?
Diom.  Alla regina
dirò, che Antonio è sventurato, e vinto,
ch’Augusto è il vincitor; che non fu dato
d’obbedire all’amor, unqua, ai tiranni,
e ch’agli occhi d’un saggio appar talora
piú pregevol la tomba assai, che il trono.
Cleop. Ma tu, che andasti esplorator d’Augusto,
d’ogni picciol suo moto a me da’ conto.
Pronunziando il mio nome, di’, il vedesti
cangiar d’aspetto, od arrossire in volto?
Che osservasti negli occhi, in quei sinceri
specchi dell’alma? parla, e parla vero.

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Diom. Sinistri eventi, nel sinistro sguardo

del simulato Augusto, altro non vidi;
se abbado poi al suo parlar fallace,
debole, ed empio un traditor vi scorgo.
Cleop. Ma quanto disse, e non pensò, potrebbe
piú sincero ridir oggi, e fra poco.
Diom. Oh quanto sei, per ingannar te stessa
ingegnosa, o regina! Ei viene, appunto:
eccolo. —
Cleop.  Vanne: io rimarrò quí sola...
Ma che? palpiti, o cuor,... e non sei uso,
da lungo tempo a simular gli affetti?
Qual pieghevol serpente indaga il modo
di penetrar le tortuose strade
di quel core, che a te servo vuoi fare.


SCENA SECONDA

Cleopatra, Augusto.

Cleop. Soffri, o signor, che un’infelice donna

che fu regina, ed or t’è fatta serva,
a un vincitor, di cui non fu nemica,
umil si prostri; e non fia vil l’omaggio,
se alla virtú, non a fortuna il presto.
Augus. Tu ricevi gli omaggi, e non gli presti. —
Cleop. E chi mai vide insuperbiti, o lesi
in ciel gli Dei, quando di puro incenso
fuman per nostra man i sacri altari?
D’aver prostrato alli tuoi piedi un rege,
non vai superbo, no, ch’altri n’avesti;
e molto men da’ miei sinceri voti,
un vincitor tuo par, può andarne offeso.
Augus. M’offendo, sí, se vincitor mi chiami;
di te nol son; se tal mi fea la sorte,
al mio desir ribelle, allor vedresti

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il vincitore umile ai piè del vinto.

Cleop. Contro mia voglia, armata in campo a danno
di te, signor; quivi condotta a forza,
prigioniera direi, e non regina;
d’ottener la vittoria ognor tremando,
sperai dal cielo, e n’implorai talora,
dell’armi nostre ad onta, intera strage.
Contro il parer d’ognuno, in Azio io volli,
che s’affidasse la gran pugna all’onde;
all’onde infide, e a mal conteste navi:
per me fu in terra spettatrice oziosa,
la possente d’Antonio audace armata;
fremere invan di non pugnar la vidi;
io cosí le involai la gloria, e l’armi.
Io fuggitiva, anziché vinta, ad Azio,
non temei testimonio il mondo intero
di quel pensier, che giá nodrivo in petto;
se Augusto infine, incontrastato il passo
libero mosse dell’Egitto ai lidi,
né ravvisò, approdando, un sol nemico,
fuorché l’inerme Antonio, è l’opra ancora
di colei, che nemica un dí t’apparve.
Né ciò ti dissi per aver mercede;
ch’io l’ebbi allor, se t’ho giovato in parte,
nell’acquistar quella vittoria illustre,
che lo scettro ti diè del mondo intero.
Augus. Né Augusto sdegna, od ha rossor di questi
allori tuoi, che la tua man li cinse;
il donator, mi rende il don piú grato.
Se avvien, ch’un dí, della civil discordia
per me fia spenta la funesta face,
e che Roma a se stessa al fin pietosa,
e da’ suoi mali saggia, e l’ire, e l’armi
piú non rivolga in se; felice io sono;
d’oziosa pace in grembo, allor fia lieve,
l’annichilare un importun senato,

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e le grida acquetar del popol fello,

che, temerario, in Roma, a chi lo regge,
cieco ricusa d’ubbidire ancora.
Se ciò lice sperar da sorte amica,
avventurato il giorno, in cui, deposto
per mia mano a’ tuoi piedi un tanto scettro,
creder potrò, che tu non abbi a sdegno
di dividerne meco il dolce peso.
Piú nobil meta nei lavor di Marte,
dacché combatte, non attinse Augusto. —
Ma son, pur troppo, quei felici tempi
da me lontani ancor: non sono estinti
i nemici d’Augusto, e quei di Roma;
e mi sapranno intorbidar la pace.
Antonio è vinto, è fuggitivo, è inerme,
ma Antonio è vivo; e Antonio serba in petto
odio crudele, inimicizia atroce
contro di me: piú generoso Augusto,
piú magnanimo, e grande, ei non oscura
della vittoria il lustro: alla vendetta
ha chiuso il cor: ogni vendetta è indegna. —
Di te pur troppo il reo destin compiango,
se dei servire ai suoi feroci affetti:
Antonio, forse, non è qual tu il credi,
di te verace amante; e tu, regina,
tu piangerai d’averlo amato, un giorno.
Cleop. Sí, che pur troppo amai Antonio ingrato;
ma piú non l’amo, e ad emendare il fallo
di giá m’accinsi: e non vendetta, od odio
mi spinge in oggi a cancellar l’errore,
ma la ragion, l’alta ragion dei regi.
Il suo morir, giá da gran tempo, apparve
util non sol, ma necessario a questo
depredato da lui, misero regno;
ed ora poi, che il viver suo potrebbe
di Roma riaprir le antiche piaghe,

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toglier la pace al mondo, e ostare in parte

alla di te felicitá suprema,
saría delitto il riserbar pietade.
Augus. Pur troppo è ver, che la pietade ognora
non è virtú nel cuor dei regi.
Cleop.  Augusto,
assai dicesti: ogni pietade è spenta...
Ma qual ti diede il cielo alto potere
di regger l’alme con sí dolce impero?
E come mai nell’alma mia gli affetti,
a tuo piacer, tutti v’estingui, o desti? —
Tu di Cesare sei la viva imago,
e vedo in te quel portamento altero,
ed, in etá piú giovanil, gl’istessi
allori in fronte, e a palpitar nel petto
ti vedo ancor quell’alma sua divina. —
Amai Cesare un dí, né l’ebbe a sdegno;
perché, signor, non ti conobbi io prima!
Cosí, dappoi, a men gloriose fiamme,
non avrei nel mio sen dato ricetto:
Augusto, ah sí! sarei di te piú degna.
Augus. T’amò Cesare è ver; ma chi ti vide,
e non t’amò? Augusto sol fu quello,
cui involasti il cuor con la tua fama,
pria che col ciglio. Io trascorrendo all’armi
contro d’Antonio, e all’ire, in lui non vidi
solo un emolo al trono, ed alla gloria,
ma un odioso rival vi scorsi ancora;
e il mondo sol, della vittoria il prezzo,
non era, no; ch’agli occhi miei piú caro,
piú glorioso ancora era il tuo cuore.
Ma viene Antonio, e il simular fia d’uopo.
Cleop. Il suo destin, finché s’adempia, ignori.

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SCENA TERZA

Antonio, Augusto, Cleopatra.

Anton. Oh ciel! che miro? e fia pur ver? Cleopatra,

tu con l’abominato mio nemico?
Oh! gelosia crudel, furor, vendetta,
se a smarrir la ragione in me bastate,
come;... perché, la disperata mano
non bastate a guidar nell’imo cuore
d’entrambi i traditor?
Cleop.  Antonio, e quando
agli odiosi sospetti, e ai crudi insulti
meta porrai?
Anton.  Quando le Parche ingorde
avran fatto di me barbaro scempio.
Augus. Qual insano furor t’offusca il senno?
Per qual ragion debol mi credi, ed empio?
T’inganni assai, e tu non pensi, o Antonio,
che il tuo furore, in me furor non desta,
ma che potria bensí destar pietade.
Anton. Dal tuo cuor la pietade omai sbandisci:
falsa m’adira, e m’avvilisce vera,
e qualsivoglia in te m’offende ognora.
Nulla attendo da Augusto, e nulla chiedo;
quanto poté, involommi, e sol mi resta
un ben, che ognor ebbe i tiranni a scherno;
questo è l’alma romana, e non soggiace
alle sventure mai, anzi piú altera
tale riserba in se natia fierezza,
che, vinta, ancor può al vincitor far onta.
La mano istessa d’una donna imbelle,
che a me toglie l’impero, a te lo dona;
né so di noi, chi piú arrossir dovrebbe.
Cleopatra, ad Augusto or mi posponi,
e n’hai ragion, che l’alma tua ben degna

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è di quella d’Augusto: elle son pari

in bassezza, e d’egual tempra formate,
ne fu a danno di me fabro l’inferno.
Facea l’alto mio cuor troppo contrasto
colla viltá de’ vostri: itene alteri
del rapito trionfo, e vi scordate,
che dalla frode, e dall’orror l’aveste.
Di tiranno e di donna armi ben degne;
armi usate dei vili, a Antonio ignote.
Augus. Ma l’odiosa diffidenza, e il basso,
e vil sospetto, dei tiranni ancora
son l’armi usate; e ’l grande Antonio in oggi
dovria sdegnar d’accarezzarle in seno.
La diffidenza è sconosciuta a Augusto,
e in cuor d’altrui non l’eccitò giammai:
è colpevol Cleopatra, ma infelice;
sí, tutto in lei della nemica sorte
m’addita i colpi, e piú infelice ancora
mi par, che rea. Teco sul trono assisa,
ed ebri entrambo d’un insano amore,
di tuo splendor ella fu a parte un giorno:
piú sconsigliato ancor (poiché piú grande)
degli errori di lei tu fosti a parte.
Compiango Antonio, e lo vorrei felice
a costo mio. E la regina ancora
io pur, salva, vorrei ritrar da quella,
che l’avvenir le appresta orrida sorte;
e ciò nol posso.
Anton.  Il puoi, lo devi, Augusto,
ed il farai, se apprezzi ancor l’onore.
Io non accetto l’orgoglioso dono,
che a me vuoi far, della metá del mondo;
il mondo cedo, e sol ti chieggo, in oggi,
che si serbi a Cleopatra il trono avito,
e che reggan l’Egitto i figli sui.
Per me non voglio, se non quanta terra

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a ricoprir fia d’uopo l’urna breve,

che accoglierá fra poco il cener mio.
Cleop. Ah! che dicesti, Antonio, e qual riserbi
non meno a me, che a te crudel pensiero?
Ah! mio signor, che fai? ripiglia il trono,
e la vita, e l’onor: piú della morte,
questi doni mi sono acerbi, e crudi,
se goderli con te non m’è concesso.
Ch’io sola segga sul funesto soglio,
ch’ambo n’accolse, e ch’or tu avesti a sdegno?
Ch’io viva allor, che a disperata morte
barbaramente il tuo furor ti mena?
Inanimato corpo unqua non visse;
io tal sarei, quando d’Antonio scema.
Ah! non fia mai. A te s’aspetta, Augusto,
l’intera gloria di serbarlo in vita;
sí, malgrado di lui, salvalo, e viva.
Se il mio morir può sol placar l’infido,
in me rivolga la ferocia, e l’ira,
e il mio corpo si strazi a suo talento;
s’egli viva mi vuol, del mondo scherno,
e al trionfal tuo carro in Roma avvinta,
Antonio viva, e regni,... al carro io volo.
Nulla ti chiesi, Augusto, infin che sola
mi trovai nel periglio: ora lo deggio
ad Antonio, a me stessa, e al mondo tutto
di non aver altro destin, che il suo!
Colla virtú, tu ne confondi entrambi;
alta vendetta, agli alti cuor concessa:
salva Cleopatra, acciò fia salvo Antonio.
Io, divisa da lui, non ho piú vita;
ei, pur troppo, da me vita riceve.
Tu impietosisci, Augusto: ah! non rivolgi
l’umido ciglio altronde; ah! no, non cela
d’un benefico cuor divini i segni:
solo l’ascolta; è generoso, e grande,

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ed eloquente piú che i detti miei:

a’ tuoi piedi n’avrò trionfo, o morte.
Anton. Forse avvilir mi vuoi? forse ti scordi,
che per Antonio preghi, e che l’impero
del mondo tutto una viltá non vale?
Augus. Ardua in ver, ma gloriosa impresa
fu sempre mai il soggiogar se stesso.
Benché, a danno di me, forse riporti
in sul mio cuor questa vittoria illustre,
vie piú grande ne fora ancor l’onore.
Saprassi un dí, nelle future etadi,
ch’Augusto in un sol giorno il mondo ha vinto,
e il vincitor del mondo. Alma regina;
vivi, regna, dividi, e vita, e trono,
se felice lo puoi, col prisco amante.
Colá nel tempio, testimonj i Numi,
e i Romani n’avremo, e il mondo intero,
della non dubbia pace; e lá si giuri,
dell’odio antico, un memorando obblio.
Si mostri Antonio del mio don piú grande;
l’accetti, e sia del donator l’eguale.
San gli imperj acquistar gli eroi communi,
ma sprezzarli non san che Antonio, e Augusto.


SCENA QUARTA

Cleopatra, Antonio.

Anton. Regina, a tanto, e che ti spinge? amore,

odio, o disprezzo? ah! non l’amor per certo.
Un trono, allor che di viltade è il prezzo,
mi ricopre d’orror, d’infamia, e d’onta.
Io giá ritrassi ogni pensier dal soglio,
e piú intrepido il guardo ho volto a morte.
Smentisca il ciel li vaticinj miei;
ma, se non erro, un dí, la morte ancora

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fia il sol rimedio a tue sventure estreme.

Non è sincero, qual lo credi, Augusto,
non è un eroe; e simularne i detti
quasi non sa. Vanne, regina, al tempio:
lá degli uomini in faccia, e degli Dei,
se ti piace cosí, vanne a arrossire:
io la vittima son, prima, che debbe
farvi i Numi propizj; e il sangue mio
bastasse pure al reo furor d’Augusto...
Ricada in te piú avventurata sorte,
donna, di quella, ond’è il mio cor presago.
Cleop. Al par di te sprezzo la morte, e fora,
se m’ingannasse Augusto, il mio rimedio.
Quando fia necessario, e chi cel vieta?
Ma se tu m’ami ancora, e se d’Augusto
son veri i detti; e allor perché morire?
Sa il mondo tutto, che da’ tuoi primi anni,
piú ad accordar, che ad implorar perdono
avvezzo fosti: or del perdon raccogli
tu i dolci frutti, e a me l’onta ne resti.
E che sará, se non è il crudo amore,
quel che mi spinge ad abbassarmi ai preghi?
Se amor non fosse, ad implorar mercede,
non mi vedrebbe il vincitor; dal vinto
solo un ferro vorrei, solo la morte.
Anton. Tu vuoi, ch’io viva, e il dono iniquo accetti:
io non dovrei; ma il mio dover cangiossi,
da gran tempo di giá, nel tuo volere.
Al tempio andrò, per impetrar dai Numi
l’arte suprema di conoscer gli empj.

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SCENA QUINTA

Cleopatra.

No, che non vai, credulo amante, al tempio;

bensí ne vai a inaspettata morte...
Ritrovi morte, e tradimento atroce,
dove vita attendevi, amore, e pace...
Come? rimorsi ancor? Lungi n’andate,
vili, da me... a intimorir n’andate
i cuor deboli, e stolti; o in me tacete...
Abbandonarti, o trono, allor che il piede
innalzo giá, per risalirti, altera?
Ah! ciò non fia: perisca Antonio, pera
il mondo tutto, pria che lasciarti mai.
Ma qual braccio adoprar?... Ecco Diomede.


SCENA SESTA

Cleopatra, Diomede.

Cleop. Il ciel t’invia, Diomede; a lui ministro

dell’ire sue ti vuole: oggi perire
Antonio deve: il vuol l’onor, la gloria
di me tradita, e il vuol la pace ancora,
la sicurezza, e lo splendor d’Egitto.
Piú della tua, non ho destra, né fida,
né ardita. Antonio passerá a momenti
per quel sentiero oscur, che dalla reggia
al tempio mena, e lá cada trafitto.
Eccoti il ferro; ei lo ravvisi, e sappia,
che quella man, che a lui fu cara un giorno,
alla tua l’affidò, oggi, a svenarlo;
e sappia ancor, che non s’insulta invano
una regina, e donna: egli mi volle
per la pace scambiar serva d’Augusto;

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per me s’uccida il traditore ingrato.

Va’, non parla, obbedisci, e non t’arresti
l’atrocitá del colpo. Allor che servi
al tuo sovran, piú non vi son delitti;
il tutto è onor. Ma che? vacilli? vola
rapido apportator del mio furore,
o tu primo cadrai vittima al suolo.