Antonio e Cleopatra (Alfieri, 1947)/Atto terzo

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Atto terzo

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Atto secondo Atto quarto

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ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Cleopatra, Ismene.

Ismene Augusto alfin, signor del mondo intero,

queste sponde afferrò: picciole forze,
ed un gran cuore, a lui oppone Antonio;
regina, e allor che ognun trascorre all’armi,
per contrastare al vincitor l’ingresso
di questo regno; che dal dubbio evento
e il tuo destino, e quel d’Antonio pende,
sola, nel gran periglio, oggi non tremi?
Cleop. Non tremo no, che il mio destin m’è noto:
Antonio invan vuol ripigliar l’impero
sul cuor de’ suoi; ei lo perdette allora
che non vinto fuggí; tradí l’onore,
e la vittoria, e i suoi fidi soldati;
il disperato ardir, con cui li guida
alla sicura morte, or non emenda
un tanto fallo; e il tradiran lui stesso.
Ismene Sono ignoti ai Romani i tradimenti.
Cleop. Sí, questo è ver; ma, maggiormente a sdegno
han l’obbedir a chi fu vile un giorno.
Oh quanto sei tu dei maneggi ignara,
Ismene! oh quanto poco esperta a corte!
E tu credesti, che ’l bramato frutto,
del mio primo fuggir d’Azio in Egitto,

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mi lascerei strappar di mano adesso?

Che il mio destino, e quel d’un regno intero
affiderei al troppo incauto braccio,
e all’inutil valor, d’un cieco amante?
No, che non son sí stolta, e nuova trama
s’ordí nel campo a sicurar la prima.
S’odranno appena le guerriere trombe
intronar della zuffa il segno altiero,
ch’in mar le navi, e le coorti in terra,
abbandonato il loro prisco duce,
alle insegne d’Augusto andran soggette.
Dalla fuga di ognuno Antonio inerme,
ritorcerá in se stesso il suo furore.
Ismene O giusto ciel! Regina, e che mai festi?
E qual mercé dal tradimento aspetti,
se d’Augusto i pensier per anco ignori?
Cleop. Ei non ignora i miei; di sue vittorie
io fui stromento; e ancor che iniqui i mezzi
adoperassi a tanto, utili troppo
furo a dargli l’impero; e a disprezzarlo,
benché sia il frutto d’un’indegna frode,
non ha bastante il cuor Augusto in petto.
Ma che veggo? s’avanza Antonio irato;
di furore, e di morte ha il volto asperso...
Ma se a tanta ignominia ei sopravvisse,
no, non temer, Cleopatra, ei t’ama ancora.


SCENA SECONDA

Antonio, Cleopatra, Ismene.

Anton. Alfin trionfi, o donna, ed è compita,

sí, l’opra iniqua... A che nascesti, Antonio?
Per disonor di Roma e di natura...
Lo scherno in oggi sei del mondo intero;
ognun ti fugge; ognun ti sprezza; io stesso

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mi fuggo invan, invan mi sprezzo, e aborro...

Tu sola forse, piú fedel nemica,
odiarmi sí, non disprezzarmi ardisci;
e ben ti sta: che, assai di me piú vile,
nel rivedermi ti confondi, e tremi;
e il reo timor, odio piú reo nasconde.
O simulata donna; angue funesto,
che il sen trafigge a chi lo rende a vita:
donna, dal ciel nell’ire sue formata,
che, di pietade indegna, ancor mi desta
mal mio grado a pietá, ch’è mio supplizio,
e mia morte talor, talor mia vita;
ma che d’infamia ognor m’intesse i giorni!
Ho la vendetta in mano; eppur la mano
non alzerò per vendicarmi; e quanto
ella sia dolce, il sai, ch’è il Nume tuo,
e il sol, che incensi, e degl’incensi tuoi,
il sol, che non si offenda... Ingrata donna...
Misero Antonio: a sí funesto fine
ti riserbava il ciel? Ti fe’ sí grande
in vita un dí, poi sí meschino in morte?
Alma luce del sol, perché rischiari
cotai misfatti d’ogni luce indegni?
Terra, dovevi, in quel fatal momento,
tremare, aprirti, e nei profondi abissi
inghiottir me, e la memoria, meco,
dell’onta mia, del tradimento iniquo.
Cleop. Prosiegui, Antonio, a dir ti resta ancora.
Di’ che pur troppo il ciel ho desto all’ira,
in quel giorno fatal, ov’io ti vidi,
ov’io t’amai, in cui perdei me stessa,
e l’onor mio, e il mio riposo, e ’l regno;
giorno fatale inver: ma pur felice,
che il rimembrarlo, al cuor m’è grato ancora:
non mi parea delitto allor l’amarti;
m’avvedo sí, ch’era delitto atroce.

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Quanti orribili nomi, e quanti strazi

suggerir ti potrá l’empio furore,
foran lieve castigo al grave eccesso
d’amarti un solo istante: altra non cerco,
né trovo colpa in me.
Anton.  Tu vuoi, Cleopatra,
con menzogneri detti ancor smentire
la terra, il ciel, l’inferno, e l’onda, in oggi,
di mia vergogna testimon veraci.
Non vidi io stesso, (e fia pur ver, che il vidi)
i legni miei di traditor ripieni,
cui l’affogarli solo era pietade,
ardimentosi andarne ai legni avversi,
a sommergerli, no, non a pugnarli,
ma ad accoppiar fra lor le navi infide?
Indi tutte nemiche, a me rivolte
indirizzar le temerarie prore?
Non vidi ancor gli empj soldati in terra,
che a me facean corona, e fronte all’oste,
fra cui sperai, se non vittoria, morte,
dal vile esempio infidi, e l’alma, e ’l piede
dal sentiero d’onor ritrarre anch’essi,
e fuggirsene amici ai rei nemici?
Antonio sol quivi restò nel campo
della viltá: rivolsi il guardo attorno
un amico cercando, e piú nol vidi;
un inimico volli, il qual pietoso
mi trapassasse il sen, né mi fu dato:
morte impetrai, e morte sorda ai prieghi
d’un’alma vil, rivolse il tergo ancora.
Che mi restò? L’amor... l’iniquo amore...
O nero cuor, tu, ch’agghiacciato ignori
fiamma d’amor; come infuocasti il mio?
E al mesto, infausto, e doloroso aspetto
di chi tanto t’amò, donna, non piangi?
Cleop. D’un traditor t’insulterebbe il pianto: —

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tutti del cielo attesterei li Numi,

e tutti invan, se me spergiura credi.
Attesterò l’amor, ch’avesti un giorno:
per quello sí, ch’era verace, io giuro,
ch’empia non son, che da’ miei mali oppressa,
dei mali tuoi solo mi affanna il peso.
Ma quel barbaro sprezzo, Antonio, è troppo;
e se i Romani tuoi fur vili, e infidi,
come ricade in me l’onta di loro?
Tu di regnar nell’arte esperto duce,
tu ravvisar dovevi i traditori,
che nel tuo campo...
Anton.  Il ravvisarli ognora
facile cosa non è; lo sguardo altero
della virtú, no, non s’abbassa a tanto.
Son l’alme grandi ai tradimenti inette,
e ai traditori in preda... Ecco l’istante,
ove smentir tu mi potrai coll’opre.
Antonio è vinto, e l’avvenir funesto,
e l’avverso destin, sol gli appresenta
catene, infamia, o morte. Egual fortuna,
poiché infida non sei, a te si aspetta.
Creder ti deggio al vincitor nemica,
e a me fedel? Ecco la prova estrema...
Donna, vivrai senza d’Antonio, e priva
sí dell’onor, come del regno; e in seno
di vil servaggio, i giorni tuoi tessuti
d’ignominia saran, di scherni, e pianti.
Disonor del tuo sesso, e in odio al mio,
da tutti invano implorerai pietade,
e la pietá perfin ti fia negata...
Se ti sapessi odiar, dolce vendetta
proverei nel serbarti a vita infame...
Ecco d’infausto amor l’ultimo dono,
ed a chi sente amor, forse il piú caro.
Ecco il ferro, o regina, in lui ravvisa

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quel, che corregge in man d’eroi la sorte,

e ne vendica ognor gli indegni oltraggi:
fra l’infamia, e la morte, e chi vacilla?
Il tuo cor ne trafiggi1, indi fumante
rendilo a me, e allor trafiggo il mio.
Feri intrepida... O cieli... tu impallidisci?
Cleop. E questo è il don del generoso Antonio,...
né inaspettato giunge: hai di virtude
il sacro nome ognor fra’ labbri, e intanto
non ne ardisci calcar l’aspro sentiero;
e a guidarti fra l’ombre oggi par degna
colei, che giá sprezzasti... Il don m’è grato.
D’insegnarti a morir, n’andrò superba;
ma, se dall’aspra morte, onore, e fama,
e trionfo ritrar oggi degg’io,
mancami sol, che la tua man piú cara
guidi l’acciar; forse la mia, tremante,
o mal atta a ferir, potria smentire,
e il mio valor, e il tuo pensier feroce.
In questo cuor, per non ignota strada,
il ferro scenda ultor: quivi, scolpita
ritroverá la tua funesta imago;
tu l’imprimesti in lui, tu la cancella,
stringi il pugnal, feri... rivolgi il ciglio?
Anton. Donna crudel, vuoi, ch’io t’uccida? ah! troppo,
troppo, sí, tu ravvisi i moti insani,
e il fallace furor di cieco amante.
Tu per mia man trafitta? e tu lo credi?
Agghiaccio al rio pensier; e qual tu sia,
iniqua, o fida, avrei, tremante, il ferro
strappato, sí, dalla tua destra ardita,
se il serbavi ministro all’ire stolte:...
donna, se viver puoi, me piangi, e vivi...
Di piú dirti non posso; a me lo stile2.

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SCENA TERZA

Antonio, Cleopatra, Diomede, Ismene.

Diom. Ah! mio signor, che fai? t’arresta.

Anton.  E d’onde,
d’onde cotanto ardir? chi fia, che tenti
morte impedir al disperato Antonio?
Diom. Trattenni il braccio, e non per darti vita,
ma per serbarti illeso il prisco onore.
Anton. Ed in man d’un Romano il ferro ognora
non cancella ogni macchia? e il prisco onore
non rende a chi, fier, se l’immerge in seno?
Diom. Ma con Romana destra hai da ferire,
non giá con man di furibondo amante.
S’appressa Augusto.
Anton.  Resti Cleopatra seco.
Io non sarei, che un testimonio indegno
dell’orgoglio di lui, di sua bassezza,
dell’onta mia.
Cleop.  Or la misura è colma
del mio dolor, e de’ tuoi fieri insulti.
Ti lascio, Antonio; o me felice appieno
se pur, vittima sola oggi cadendo,
l’onor io rendo a te, la pace al mondo!


SCENA QUARTA

Antonio, Diomede.

Anton. Tu vanne ancor, Diomede; ed io frattanto,

d’un vincitor il non mai visto aspetto
reggerò sol, poiché l’infamia reggo
d’essere il vinto... Udiam d’Augusto i sensi...

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Per ischernirti, o sorte, assai m’avanza

quando restami un ferro a darmi morte.3


SCENA QUINTA4

Antonio, Augusto, Settimmio.

Augus. Antonio, a te qual vincitor non vengo.

Cieca la sorte, e a suo piacer fallace
dá gl’imperj talor, talor gli toglie,
e spesso a lei s’oppone invan virtude.
Sarei pur troppo de’ suoi doni indegno,
se n’andassi con te superbo, e altero:
le inimicizie, e gli odj, e le contese
spargansi fra di noi d’eterno obblio:
l’emolo di tua gloria in me non vedi.
Anton. Dacché fra noi si bipartí l’impero
del mondo tutto, e ch’io lasciai di Roma

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l’eccelse mura, il ciel n’attesto, e sveli

i miei retti pensieri; altro che pace
non respirava Antonio, e pace ognora
volea serbar fra le romane genti.
Augusto, il sai, che da quel giorno infausto,
in cui Siila crudel, Mario orgoglioso,
primi fur visti ad inondar di sangue,
e di sangue Roman, Roma soggetta;
Roma dal giorno in poi non fu piú quella.
In lei giá scema la virtú primiera,
e l’attonito sguardo invan volgendo
al troppo vasto impero, alfin soggiacque
vinta lei stessa dal soverchio peso;...
io tiranno non nacqui, e l’alma in petto
mi diè natura, e generosa, e grande,
e degna infin d’un cittadin di Roma.
Ma inutil don! Che Roma piú non era.
Finché Cesare visse, a lui secondo
non disdegnai d’annoverarmi in Roma.

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Ma il mondo intero ei debellato aveva,

e di gloriosi, ed immortali allori
adorno il crin, ebbe il diadema a sdegno,
e il rifiutò, come mercé non degna
dell’alma sua maggior d’ogni corona:
era sí grande, e pur morío di morte
empia, nefanda, e di tant’uomo indegna;
ma non fu inulto: e il san la Grecia, e l’Asia,
dalla mia man di tanto sangue intrise,
che il pianto sol non n’irrigò la tomba. —
Le antiche guerre, e le vittorie, e ’l lustro,
le gloriose ferite, e l’etá mia,
tutto, di Roma allor primo mi fea;
eppur io volli esser l’egual di Augusto;
né all’armi alfin ebbe ricorso Antonio,
che quando vide, e certamente il vide,
ch’a te, d’essermi egual, poco parea.
Augus. Non fu l’insana ambizion d’impero,
che contro a te, malgrado mio, mi mosse,
ma bensí i torti replicati, e espressi,
con cui Roma insultasti, Ottavia, e ’l mondo.
Ottavia sí, quell’infelice donna,
che a te fida consorte esser dovea
d’eterna pace un pegno, e iniquamente
da te sprezzata, fu cagion di guerra;
ma innocente cagion: Roma sdegnata
fremé di rabbia, nel vederla espulsa
dai tetti tuoi, come se fella, e iniqua
Ottavia fosse; indi scacciata, al pianto
ognun destò, che la vedea seguita
dai figli tuoi, cui in sí fiero istante
dolce madre mostrossi, e non madrigna.
A tal virtude, ed al paterno affetto
tu insensibile sol, tu sol crudele,
la sposa, e i figli n’obbliavi in seno
d’una turpe mollezza. E questo è poco.

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Tu smembravi l’impero a tuo talento,

e le intiere provincie, e i regni interi,
pur troppo è ver, tu ritoglievi a Roma.
Per darli a chi? a una regina imbelle
d’Egitto, ed a’ suoi figli. I regni stessi,
per cui torrenti di Romano sangue
corsero ad innondar l’Affrica, e l’Asia,
l’Europa, e ’l mondo, or degli Egizj prenci
son fatti preda: e di quai prenci ancora!
Di quegli, sí, che l’orgogliosa Roma
disdegnerebbe annoverar fra i servi...
E a ciò pensasti? ah! no: richiami Antonio
la sua grand’alma in se: giudice sia...
Anton. E le intiere provincie, e i regni interi
donai, sí, è ver: men generoso, e grande,
tu di regni, e provincie un dí spogliasti
Lepido inetto, e l’infelice Sesto,
del tradito Pompejo illustre figlio.
Primo, con lor, indi con me rompesti
de’ trattati la fe’ sacra, e giurata;
schernendo in un Antonio, Roma, e i Numi.
Ma tu di ciò non parli, e Ottavia sola
fu la cagion di guerra: e strana in vero,
infra possenti imperator Romani,
cagion di guerra. I torti miei non niego,
che alla sposa mi fer crudele, e infido;
ma involontarj furo. Il mondo ressi,
e m’obbedí: solo il funesto amore,
che con magica possa in me s’infuse,
non ressi, no, non m’obbedí giammai.
Non arrossisco giá nel dir gli errori,
c’ho per amor commesso; e non son vili;
ch’anco illustra gli error l’alma d’Antonio.
Ma il patto iniquo, che d’Ottavia sposo
in Roma femmi, e che annullar dovea
l’ambizíon fra noi, l’invidia, e gli odj,

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no, non bastava a tanto: il rischiarava

sotto un di pace simulato aspetto
la discordia fatal con atra face.
Quei che stringea fra noi nefandi nodi 5
il sangue sol di proscrizioni inique,
esser dovean funesti al mondo intero...
Tu mi vincesti, e ad Azio, ed in Egitto;
ma non pugnasti meco. Ogni Romano,
a seguir Marte avvezzo, avrebbe a sdegno
una turpe vittoria, orribil frutto
della viltade altrui, non del valore.
Augus. Perciò m’è odiosa tal vittoria, e spenta
io ne vorrei perfin la rea memoria.
A me non resti, che l’illustre onore
d’aver renduto il valoroso Antonio
alla sua gloria, a Roma, ed a se stesso.
Lascia, lascia, o signor, coteste sponde;
sono al tuo onor nemiche, e alla tua pace
saran funeste ognora. Ah! ci rivegga,
ci accolga in seno ancor, Roma felice,
entrambo amici, e del suo sangue avari.
Non ti trattenga piú l’infido oggetto,
per cui cessasti un dí d’esser Romano.
Un’ingrata abbandona al suo destino,
poiché d’Antonio indegna...
Anton.  Ah! tu m’offendi,
e, ch’io son vinto, mi rammenti adesso,
se Cleopatra insulti. Io l’amo ancora,
e ciò ti basti; e se non basta, sappi,
che ad onta mia, e ancor che forse indegna
d’un sol sospir pur troppo sia l’infida,
assai piú dell’impero, e della vita,
e dell’onor perfin, io l’amo ancora.

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Fu degl’invidi Numi un don funesto

l’iniquo amor, per cui di lor men grande
n’apparsi in terra... Al fin saprò dal petto
strapparlo con la vita. Io nulla chiedo
oggi per me: ma inorridisco, e fremo
solo in pensar, che Cleopatra avvinta
in Roma un dí... grande ti credo al pari
della tua gran fortuna. —
Augus.  Antonio, serba,
serba i tuoi giorni a piú onorevol fine:
né piú rivolgi il tuo pietoso ciglio,
a rimirar dei traditor la sorte.
Anton. Non vive Antonio vinto, e infin che vive
pensier non muta, e allor ch’amò davvero,
fin nei singulti estremi egli ama ancora.
Andrá Cleopatra in Roma al tuo trionfo?
Augus. Pietosa Roma, ai debellati regi
rende talora il mal difeso trono.
Io di Roma non son, che un cittadino,
che l’onor n’assicura a mano armata:
il senato, quell’arbitro del mondo,
del destino d’Egitto arbitro adesso...
Anton. Basta. T’intendo; e fra i tuoi labbri, i nomi
di cittadin, di Roma, e di senato,
nomi giá sacri un giorno, e vani in oggi,
sono un mentito velo, e vi si asconde
sotto pietoso ammanto un reo tiranno.
Crudel, trionfa: oggi implorai mercede,
tu la negasti, e l’onta mia s’accrebbe;
ma non perciò vedrassi unqua soggetta
d’Augusto in Roma quella donna istessa,
che dell’amor d’Antonio un dí fu degna.
Dalla necessitá, Romana anch’ella,
saprá schernirti, e trionfar d’Augusto.

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SCENA SESTA

Augusto, Settimmio.

Settim. Signor, que’ detti sí orgogliosi, e audaci

non ti destano all’ira? e qual dovresti
tu vincitor parlar, poiché nel vinto
tracotanza sí grande ancor s’annida?
Augus. Sia ministro l’amor di mia vendetta;
quell’amor, che di senno Antonio ha scemo;
qual visse, mora quell’insano amante.
Settim. Ma se l’amore a disperata morte
trarre potrá lo sventurato Antonio,
abbada pur, che può, l’istesso amore,
al timor del trionfo aggiunto, trarre
ad un istesso fin Cleopatra ancora.
Augus. L’interessato amor di Cleopatra
fu la mercé de’ fortunati eroi:
non serba amor quell’ambiziosa donna
a un infelice vinto; il sol timore
l’avvince in oggi al reo destin d’Antonio,
ed il timor dai detti miei fia sgombro.
Sará l’infida all’alto mio disegno
fedel ministra; e abbenché mille i mezzi
per dar morte al rivale, in mano io serbi,
si scelga quel che, a lui piú acerbo, e crudo,
di me la gloria non oscuri in parte.
Pera per man della sua iniqua donna
Antonio in oggi; indi Cleopatra istessa
al trionfo serbata, e a morte vile,
n’abbia, dei traditor la giusta pena...
Cosí spenti saranno i miei nemici.
Settim. Ma la regina è accorta, e menzognera.
Augus. Donna s’inganni con donnesche frodi.
Vietò costei, che la regal carriera
compiesser Giulio, e Antonio; io, saggio reso

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dal tristo esempio, eviterò lo scoglio.

Ma tu frattanto al porto vanne, amico;
fa, che s’apprestin le piú scelte navi
a veleggiare al primo cenno, e lascia
la cura a me d’incatenar la sorte.
Pasci, pasci il tuo cuor, Cleopatra insana,
della fallace, e ingiuriosa speme
d’annoverare infra i tuoi servi Augusto.
Tu mi vedi al tuo carro? io giá ti scorgo,
con piú giusta ragione, avvinta al mio.


  1. Le dá il ferro.
  2. Ripiglia il ferro in atto d’uccidersi.
  3. 1790. Ponendo, o sorte, in fin del primo, questi due versi non sarebbero cattivi in un’ottava: e quí son pessimi per la loro trivialitá, e uniformitá di armonia.
  4. 1790, Maggio. Per mio divertimento. — A voler provare cosa operi la locuzione, ho rifatto il piú de’ versi di questa scena senza mutarvi un pensiero; e ciascuno giudichi quale sia l’influenza dello stile.
    Augusto Antonio, a te, qual vincitor non vengo.
    Cieca la sorte, e a suo piacer fallace
    dona talor, toglie talor gl imperi,
    e invan si oppone a lei virtude. Indegno
    sarei pur troppo de’ suoi doni, ov’io
    teco altero ne andassi. Or via, fra noi
    tacciano gli odj omai; né Antonio stimi
    emulo omai della sua gloria Angusto.
    Antonio Da che fra noi si bipartiva il mondo,
    e ch’io Roma lasciava, il ciel ne attesto,
    altro che pace io non bramai. Ma, noto
    troppo ben t’è, qual rimaneasi Roma
    da che inondata di romano sangue
    l’ebbero e Mario e Silla. Ah! da quel giorno
    non fu piú Roma. Ogni virtú sua prima
     scemar vedendo, al troppo vasto impero
    ella indarno volgea gli attonit’occhi;
    che al troppo grave peso era pur forza
    che soggiacesse da se stessa vinta.
    Non nasco io no tiranno; in petto un’alma
    Romana io vanto; inutil pregio, allora
    che piú Roma non è! Cesare vivo,
    non isdegnai d’esser a lui secondo
    ma il mondo intero ei debellato avea;
    e adorno il crine d’immortali allori,
    ebbe a vile il diadema. Ahi, di tant’uomo
    indegna orrida morte! inique spade
    troncaro i giorni suoi: ma almen non giacque
    inulto ei, no: di Grecia e d’Asia i campi
    il san per me, se n’irrigò la tomba
    piú sangue assai che pianto. Allor, le antiche
    mie vittorie, il mio lustro, e gli anni miei,
    tutto allor mi fea di Roma il primo;
    e allor di Ottavio esser pur volli io pari.
    L’armi poscia impugnai, quel dí ch’io vidi,
    a certa prova, che me ugual sdegnavi.
  5. Ed i nefandi nodi, a cui cimento
    il sangue fu...