Bruto Secondo (Alfieri, 1946)/Atto quinto

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Atto quinto

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Atto quarto

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ATTO QUINTO

La scena è nella curia di Pompeo.

SCENA PRIMA

Bruto, Cassio, Senatori, che si vanno collocando ai lor luoghi.

Cassio Scarsa esser vuol questa adunanza, parmi;

minor dell’altra assai...
Bruto  Pur che minore
non sia il cor di chi resta; a noi ciò basta.
Cassio Odi tu, Bruto, la inquíeta plebe,
come giá di sue grida assorda l’aure?
Bruto Varian sue grida ad ogni nuovo evento:
lasciala; anch’essa in questo dí giovarne
forse potrá.
Cassio  Mai non ti vidi io tanto
securo, e in calma.
Bruto  Arde il periglio.
Cassio  Oh Bruto!...
Bruto, a te solo io cedo.
Bruto  Il gran Pompeo,
che marmoreo quí spira, e ai pochi nostri
par ch’or presieda, omai securo fammi,
quanto il vicin periglio.
Cassio  Ecco, appressarsi
del tiranno i littori.
Bruto  E Casca, e Cimbro?...

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Cassio Feri scelto hanno il primo loco, a forza:

sieguon dappresso Cesare.
Bruto  Pensasti
ad impedir che l’empio Antonio?...
Cassio  A bada
fuor del senato il tratterranno a lungo
Fulvio e Macrin; s’anco impedirlo è d’uopo,
con la forza il faranno.
Bruto  Or, ben sta il tutto.
Pigliam ciascuno il loco nostro. — Addio,
Cassio. Noi quí ci disgiungiam pur schiavi;
liberi, spero, abbraccieremci in breve,
ovver morenti. — Udrai da pria gli estremi
sforzi di un figlio; ma vedrai tu poscia
di un cittadin gli ultimi sforzi.
Cassio  Oh Bruto!
Ogni acciar pende dal solo tuo cenno.


SCENA SECONDA

Senatori seduti. Bruto e Cassio ai lor luoghi. Cesare, preceduto dai Littori, che poscia lo lasciano; Casca, Cimbro, e molti altri, lo seguono. Tutti sorgono all’entrar di Cesare, finch’egli seduto non sia.


Cesare Oh! che mai fu? mezzo il senato appena,

benché sia l’assegnata ora trascorsa?...
Ma, tardo io stesso oltre il dover, vi giungo. —
Padri Coscritti, assai mi duol di avervi
indugiati... Ma pur, qual fia cagione,
che di voi sí gran parte ora mi toglie?

Silenzio universale.

Bruto Null’uom risponde? — A tutti noi pur nota

è la cagion richiesta. — Or, non te l’apre,

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Cesare, appieno il tacer di noi tutti? —

Ma, udirla vuoi? — Quei che adunar quí vedi,
il terror gli adunò; quei che non vedi,
gli ha dispersi il terrore.
Cesare  A me novelli
non son di Bruto i temerarj accenti;
come a te non è nuova la clemenza
generosa di Cesare. — Ma invano;
che ad altercar quí non venn’io...
Bruto  Né invano
ad offenderti noi. — Mal si avvisaro,
certo, quei padri, che in sí lieto giorno
dal senato spariro: e mal fan quelli,
che in senato or stan muti. — Io, conscio appieno
degli alti sensi che a spiegar si appresta
Cesare a noi, mal rattener di gioja
gl’impeti posso; e disgombrar mi giova
il falso altrui terrore. — Ah! no, non nutre
contro alla patria omai niun reo disegno
Cesare in petto; ah! no: la generosa
clemenza sua, che a Bruto oggi ei rinfaccia,
e che adoprar mai piú non dee per Bruto,
tutta or giá l’ha rivolta egli all’afflitta
Roma tremante. Oggi, vel giuro, un nuovo
maggior trionfo a’ suoi trionfi tanti
Cesare aggiunge; ei vincitor ne viene
quí di se stesso, e della invidia altrui.
Vel giuro io, sí, nobili padri; a questo
suo trionfo sublime oggi vi aduna
Cesare: ei vuole ai cittadini suoi
rifarsi pari; e il vuol spontaneo: e quindi,
infra gli uomini tutti al mondo stati,
mai non ebbe, né avrá. Cesare il pari.
Cesare Troncar potrei, Bruto, il tuo dir...
Bruto  Né paja
temeraria arroganza a voi la mia;
pretore appena, osare io pure i detti

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preoccupar del dittatore. È Bruto

col gran Cesare omai sola una cosa. —
Veggio inarcar dallo stupor le ciglia:
oscuro ai padri è il mio parlar; ma tosto,
d’un motto sol, chiaro il farò. — Son figlio
io di Cesare...

Grido universale di stupore.

Bruto  Sí; di lui son nato;

e assai men pregio; poiché Cesare oggi,
di dittator perpetuo ch’egli era,
perpetuo e primo cittadin si è fatto.

Grido universale di gioja.

Cesare ... Bruto è mio figlio, è ver; l’arcano or dianzi

glie ne svelava io stesso. A me gran forza
fean l’eloquenza, l’impeto, l’ardire,
e un non so che di sovruman, che spira
il suo parlar: nobil, bollente spirto,
vero mio figlio, è Bruto. Io quindi, a farvi,
Romani, il ben che in mio poter per ora
non sta di farvi, assai di me piú degno
lui, dopo me, trascelgo: a lui la intera
mia possanza lasciar, disegno; in esso
fondata io l’ho: Cesare avrete in lui...
Bruto Securo io stommi: ah! di ciò mai capace,
non che gli amici, né i nemici stessi
i piú acerbi e implacabili di Bruto,
nol credon, no. — Cesare a me sua possa
cede, o Romani: e in ciò vuol dir, che ai preghi
di me suo figlio, il suo poter non giusto
Cesare annulla, e in libertá per sempre
Roma ei ripone.

Grido universale di gioja.

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Cesare  Or basti. Al mio cospetto

tu, come figlio, e come a me minore,
tacerti dei. — Cesare, o Padri, or parla. —
Ir contra i Parti, irrevocabilmente
ho fermo in mio pensiero. All’alba prima,
colle mie fide legioni, io muovo
ver l’Asia: inulta ivi di Crasso l’ombra,
da gran tempo mi appella, e a forza tragge.
Lascio Antonio alla Italia; abbialo Roma
quasi un altro me stesso: alle assegnate
provincie lor tornino e Cassio, e Cimbro,
e Casca: al fianco mio Bruto starassi.
Spenti i nemici avrò di Roma appena,
a darmi in man de’ miei nemici io riedo:
e, o dittatore, o cittadino, o nulla,
qual piú vorrá, Roma a sua posta avrammi.

Silenzio universale.

Bruto — Non di Romano al certo, né di padre,

né di Cesare pur, queste che udimmo,
eran parole. I rei comandi questi
fur di assoluto re. — Deh! padre, ancora
m’odi una volta; i pianti ascolta, e i preghi
di un cittadin, di un figlio. Odimi; tutta
meco ti parla, or per mia bocca, Roma.
Mira quel Bruto, cui null’uom mai vide
finor né pianger, né pregar; tu il mira
a’ piedi tuoi. Di Bruto esser vuoi padre,
e non l’esser di Roma?
Cesare  Omai preghiere,
che son pubblico oltraggio, udir non voglio.
Sorgi, e taci. — Appellarmi osa tiranno
costui; ma, nol son io: se il fossi, a farmi
sí atroce ingiuria in faccia a Roma, io stesso
riserbato lo avrei? — Quanto in sua mente

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il dittator fermava, esser de’ tutto.

L’util cosí di Roma impera; e ogni uomo,
che di obbedirmi omai dubita, o niega,
è di Roma nemico; e lei rubello,
traditor empio egli è.
Bruto  — Come si debbe
da cittadini veri, omai noi tutti
obbediam dunque al dittatore.1
Cimbro  Muori,
tiranno, muori.
Cassio  E ch’io pur anco il fera.
Cesare Traditori...
Bruto  E ch’io sol ferir nol possa?...
alcuni senatori
Muoja, muoja, il tiranno.
altri senatori,  fuggendosi
  Oh vista! Oh giorno!
Ces.2 Figlio,... e tu pure?... Io moro...
Bruto  Oh padre!... Oh Roma!...
Cimbro Ma, dei fuggenti al grido, accorre in folla
il popol giá...
Cassio  Lascia, che il popol venga:
spento è il tiranno. A trucidar si corra
Antonio anch’ei.


SCENA TERZA

Popolo, Bruto, Cesare morto.

Popolo  Che fu? quai grida udimmo?

qual sangue è questo? Oh! col pugnale in alto
Bruto immobile sta?

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Bruto  Popol di Marte,

(se ancora il sei) lá, lá rivolgi or gli occhi:
mira chi appiè del gran Pompeo sen giace...
Popolo Cesare? oh vista! Ei nel suo sangue immerso?...
Oh rabbia!...
Bruto  Sí; nel proprio sangue immerso
Cesare giace: ed io, benché non tinto
di sangue in man voi mi vediate il ferro,
io pur cogli altri, io pur, Cesare uccisi...
Popolo Ah traditor! tu pur morrai...
Bruto  Giá volta
sta dell’acciaro al petto mio la punta:
morire io vo’: ma, mi ascoltate pria.
Popolo Si uccida pria chi Cesare trafisse...
Bruto Altro uccisore invan cercate: or tutti
dispersi giá fra l’ondeggiante folla,
i feritor spariro: invan cercate
altro uccisor, che Bruto. Ove feroci
a vendicare il dittator quí tratti
v’abbia il furore, alla vendetta vostra
basti il capo di Bruto. — Ma, se in mente,
se in cor pur anco a voi risuona il nome
di vera e sacra libertade, il petto
a piena gioja aprite: è spento al fine,
è spento lá, di Roma il re.
Popolo  Che parli?
Bruto Di Roma il re, sí, vel confermo, e il giuro:
era ei ben re: tal quí parlava; e tale
mostrossi ei giá ne’ Lupercali a voi,
quel dí che aver la ria corona a schivo
fingendo, al crin pur cinger la si fea
ben tre volte da Antonio. A voi non piacque
la tresca infame; e a certa prova ei chiaro
vide, che re mai non saria, che a forza.
Quindi a guerra novella, or, mentre esausta
d’uomini, e d’armi, e di tesoro è Roma,

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irne in campo ei volea; certo egli quíndi

di re tornarne a mano armata, e farvi
caro costare il mal negato serto.
L’oro, i banchetti, le lusinghe, i giuochi,
per far voi servi, ei profondea: ma indarno
l’empio il tentò; Romani voi, la vostra
libertá non vendete: e ancor per essa
presti a morir tutti vi veggio: e il sono
io, quanto voi. Libera è Roma; in punto
Bruto morrebbe. Or via, svenate dunque
chi libertá, virtú vi rende, e vita;
per vendicare il vostro re, svenate
Bruto voi dunque: eccovi ignudo il petto...
Chi non vuol esser libero, me uccida. —
Ma, chi uccidermi niega, omai seguirmi
debbe, ed a forza terminar la impresa.
Popolo Qual dir fia questo? — Un Dio lo inspira...
Bruto  Ah! veggo
a poco a poco ritornar Romani
i giá servi di Cesare. Or, se Bruto
roman sia anch’egli, udite. — Havvi tra voi
chi pur pensato abbia finora mai
ciò, ch’ora io sto con giuramento espresso
per disvelare a voi? — Vero mio padre
Cesare m’era...
Popolo  Oh ciel! che mai ci narri?...
Bruto Figlio a Cesare nasco; io ’l giuro; ei stesso
jer l’arcano svelavami; ed in pegno
di amor paterno, ei mi volea, (vel giuro)
voleva un dí, quasi tranquillo e pieno
proprio retaggio suo, Roma lasciarmi.
Popolo Oh ria baldanza!...
Bruto  E le sue mire inique
tutte a me quindi ei discoprire ardiva...
Popolo Dunque (ah pur troppo!) ei disegnava al fine
vero tiranno appalesarsi...

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Bruto  Io piansi,

pregai, qual figlio; e in un, qual cittadino,
lo scongiurai di abbandonar l’infame
non romano disegno: ah! che non feci,
per cangiarlo da re?... Chiesta per anco
gli ho in don la morte; che da lui piú cara
che il non suo regno m’era: indarno il tutto:
nel tirannico petto ei fermo avea,
o il regnare, o il morire. Il cenno allora
di trucidarlo io dava; io stesso il dava
a pochi e forti: ma in alto frattanto
sospeso stava il tremante mio braccio...
Popolo Oh virtú prisca! oh vero Bruto!
Bruto  È spento
di Roma il re; grazie agli Iddii sen renda...
Ma ucciso ha Bruto il proprio padre;... ei merta
da voi la morte... E viver volli io forse?...
Per brevi istanti, io il deggio ancor; finch’io
con voi mi adopro a far secura appieno
la rinascente comun patria nostra:
di cittadin liberatore, il forte
alto dover compier, si aspetta a Bruto;
ei vive a ciò: ma lo immolar se stesso,
di propria man su la paterna tomba,
si aspetta all’empio parricida figlio
del gran Cesare poscia.
Popolo  Oh fero evento!...
Stupor, terror, pietade;... oh! quanti a un tempo
moti proviamo?... Oh vista! in pianto anch’egli,
tra il suo furor, Bruto si stempra?...
Bruto  — Io piango,
Romani, sí; Cesare estinto io piango.
Sublimi doti, uniche al mondo; un’alma,
cui non fu mai l’egual, Cesare avea:
cor vile ha in petto chi nol piange estinto. —
Ma, chi ardisce bramarlo omai pur vivo,

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Roman non è.

Popolo  Fiamma è il tuo dire, o Bruto...
Bruto Fiamma sian l’opre vostre; alta è l’impresa;
degna è di noi: seguitemi; si renda
piena ed eterna or libertade a Roma.
Popolo Per Roma, ah! sí; su l’orme tue siam presti
a tutto, sí...
Bruto  Via dunque, andiam noi ratti
al Campidoglio; andiamo; il seggio è quello
di libertade, sacro: in man lasciarlo
dei traditor vorreste?
Popolo  Andiam: si tolga
la sacra rocca ai traditori.
Bruto  A morte,
a morte andiam, o a libertade.3
Popolo  A morte,
con Bruto a morte, o a libertá si vada.


  1. Bruto snuda, e brandisce in alto il pugnale; i congiurati si avventano a Cesare coi ferri.
  2. Carco di ferite, strascinandosi fino alla statua di Pompeo, dove, copertosi il volto col manto, egli spira.
  3. Si muove Bruto, brandendo ferocemente la spada; il Popolo tutto a furore lo segue.