Canzone di Legnano

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Giosuè Carducci

1879 C Pagina:Poesie (Carducci).djvu/1063 Raccolte di poesie letteratura Della «Canzone di Legnano» Parte I Intestazione 28 agosto 2010 100% Raccolte di poesie

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poesie (Carducci)


[p. 1037 modifica]

DELLA «CANZONE DI LEGNANO»


PARTE I.


[1879]


[p. 1038 modifica] [p. 1039 modifica]

Il Parlamento.png



IL PARLAMENTO


I.


Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate.
“Popolo di Milano,„ ei passa e chiede,
5“Fatemi scorta al console Gherardo„.
Il consolo era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
10E squillaron le trombe a parlamento.

[p. 1040 modifica]


II.


Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
15La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
20Le donne riguardavano e i fanciulli.


III.


“Signori milanesi,„ il consol dice,
“La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
25Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è coi forti, e abbandonò la lega.„
30Il popol grida: “L’esterminio a Como.„

[p. 1041 modifica]


IV.


“Signori milanesi,„ il consol dice,
“L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
35Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo?„
“A lancia e spada,„ tona il parlamento,
40“A lancia e spada, il Barbarossa, in campo.„


V.


Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
45Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
50È la sua voce come tuon di maggio.

[p. 1042 modifica]


VI.


“Milanesi, fratelli popol mio!
Vi sovvien„ dice Alberto di Giussano
"Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
55Nude in man gli giurar l’obedïenza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno.
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
60Di Milano affamata. E non fu nulla.„


VII.


“Vi sovvien„ dice Alberto di Giussano
“Il dí sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venian de le tre porte,
65Il carroccio venía parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandar gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
70Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi.„

[p. 1043 modifica]


VIII.


“Vi sovvien?„ dice Alberto di Giussano:
“Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
75C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperïal, ci riguardava.
80Muto, col suo dïamantino sguardo.„


IX.


“Vi sovvien,„ dice Alberto di Giussano,
“Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
85Noi gittammo le croci a lei gridando
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
90Tanto ch’ei con schierata oste passasse.„

[p. 1044 modifica]


X.


“Vi sovvien?„ dice Alberto di Giussano:
“Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori,
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
95Con le donne co i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore — .
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
100Via ci cacciaron come can tignosi.„


XI.


“Vi sovvien„ dice Alberto di Giussano
“La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passïon di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
105Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate;
Parean file di scheltri in cimitero.
110Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti.„

[p. 1045 modifica]


XII.


Cosí dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
115Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
120Urlavano — Uccidete il Barbarossa — .


XIII.


“Or ecco,„ dice Alberto di Giussano,
“Ecco, io non piango più. Venne il dí nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
125O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io!„ Ma il popol dice:
“Fia meglio i messi imperïali.„ Il sole
130Ridea calando dietro il Resegone.







[p. 1046 modifica] [p. 1047 modifica]

Note Canzone di Legnano.png


NOTA





Dovrebbe essere inutile il dichiarare, che io, ripigliando in poesia l’argomento della battaglia di Legnano, non intesi venire pur da lontano a contrasto o a paragone con Giovanni Berchet e Terenzio Mamiani, poeti e scrittori nobilissimi che io stimo ed ammiro; e a’ cui alti ideali letterari la patria deve assai piú che non mostri accorgersi o ricordare la nuova generazione. Di questo breve poema, che presi a scrivere tre anni fa per amore del vero storico e della epopea medievale, pubblico ora una parte, almeno come protesta contro certe teoriche, le quali in nome della verità e della libertà vorrebbero condannare la poesia ai lavori forzati della descrizione a vita del reale odierno e chiuderle i territori della storia, della leggenda, del mito. Ma al poeta è lecito, se vuole e può, andare in Persia e in India non che in Grecia e nel medio evo: gl’ignoranti e gli svogliati hanno il diritto di non seguitarlo [1879].