Chiaroscuro/Un po' a tutti

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Un po' a tutti

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La festa del Cristo Libeccio

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UN PO’ A TUTTI.

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Per la festa di Sant’Anastasio le famiglie anche le meno abbienti del villaggio, anche quelle che eran cariche di debiti o che avevano i figli agli studî, apparecchiavano la tavola, vi mettevan su mucchi di focacce, taglieri colmi di carne arrostita allo spiedo, formaggio, giuncata, vino e miele, e aprivan la porta a chi voleva entrare a banchettare. Gli ospiti venuti dai paesi vicini, i poveri e i monelli del villaggio accorrevan come mosche: più ne venivan più i padroni erano contenti, non solo, ma nel pomeriggio, mentre le campane suonavano a distesa e pareva annunziassero che nel mondo triste era finalmente cominciato il regno di Dio, intere giovenche e colonne di focacce venivano distribuite a porzioni eguali (perciò la festa si chiamava de su corriolu, da brano, porzione di alcuna cosa) agli ospiti e ai poveri che così portavano a casa, ai vecchi invalidi, agli infermi, alle donne vergognose, la cena e anche il pranzo per l’indomani.

Sennòra Rughitta, la moglie del proprietario Costantino Fadda, teneva molto a questa festa che le permetteva di mostrare al paese [p. 258 modifica] tutto il suo benestare e come non occorra esser nobili per non far calcolo del denaro. Fin dall’alba ella correva di qua e di là, piccola, grassa e bianca nel suo costume marrone orlato di violetto, con le treccie nere oleose attorte come cordicelle sulla nuca prominente; litigava col marito che non voleva tutta quella baraonda in casa, correva al balcone per vedere se arrivavano ospiti.

Dopo tutto, quattro quinti del patrimonio erano suoi: ella faceva la festa anche per dimostrare la sua padronanza al marito, e il marito ogni anno se ne andava in campagna per evitare litigi.

— Basta che io apra la bocca, ecco lui, il cinghiale, che grugnisce e scappa, — ella si lamentava col servo che scuojava un montone appeso ad un piuolo nel cortile, mentre la serva anziana attizzava il fuoco sotto la caldaia; — mi vorrebbe murare viva, come donna Maria di Gùdula; ma io ho denti buoni, li vedete, e so morsicare, mi morsichi la volpe! Va, egli se n’è andato, al predio dice lui, e dice che non tornerà più in paese. Selvatico e prepotente lo è, sì, ma a me non importa. Io non vivo del suo: ed egli non vuol bene neanche a suo figlio....

— Perciò lo hanno bene soprannominato Palasadie, che dà le spalle alla luce del giorno, — disse la serva curva sulla caldaia come una fattucchiera. Ma la padrona non permetteva che si parlasse male di suo marito. [p. 259 modifica]

— Costantino Fadda si ride della gente del paese, capito hai? I nobili morti di fame non son degni di levargli lo sprone, a mio marito, e mio figlio, Istasi mio, potrà sposare una dama del Continente. Ma dov’è Barbara? Istasi mio, dov’è?

Con un grido d’amore materno si slanciò alla ricerca del figlio, non dimenticando di mettersi un fazzoletto di seta intorno al capo, delle volte le vicine non la vedessero alle finestre.

La serva disse sottovoce:

— Ella parla così dei nobili perchè è figlia di magnani. E lo voleva lei, il nobile, sì, anche se spiantato e libertino; don Micheli voleva, ma persino don Micheli le ha fatto la corte per burlarsene.

— Sta zitta, tentazione nera, — disse il servo stendendo al sole la pelle violetta del montone.

Ed ecco che proprio don Micheli passò nella straducola rocciosa in fondo alla quale rumoreggiava un torrentello verde: e pareva venir su come un fauno dai boschi, grosso e zoppicante, con la barbetta in su sul viso rosso e gli occhi luminosi di sparviero. Salutò e appoggiò la mano al bastone ficcato fra due pietre della strada; e sorrideva alla donna, dal basso, guardandola come la volpe l’uva.

— Non m’invita, sennòra Rughì?

— Che ha bisogno della mia miseria, don Mikè? — ella disse, curvandosi come [p. 260 modifica] affascinata sul balcone. — Lei, sì, avrà un bel banchetto come quello di Gesù quando moltiplicò i pani....

— Sempre beffarda, lei, signora Rughì! Ebbene, vengo? E Costantino? E il piccolo Anastasio come va?

— Bene. Guardavo appunto. Chissà dov’è, Istasi mio....

Al ricordo del figlio e anche perchè sulle porticine delle casupole di fronte apparivan curiose le vicine, indugiandosi con la scusa di mettere al sole i canestri d’asfodelo tessuti da loro, ella si ritrasse e andò alla finestra verso la montagna. Orti e terreni coperti di macchie si stendevano fra la casa e la montagna, e sotto un ontano, in riva al torrentello verde, la bella e sottile Barbara, vestita per voto da monaca ma col fazzoletto scuro sollevato sui folti capelli dorati, si faceva baciare e ribaciare dal padroncino Istasi.

Il luogo era adatto all’idillio ed anche alla tragedia: in cima agli ontani e ai noci che scintillavano al sole obliquo sulla valle passavano le nuvolette bianche di primavera; e sullo sfondo il monte di Gùdula, che la popolazione riteneva un vero castello ciclopico, sorgeva con le sue torri di granito fuor da una fascia di boschi selvaggi.

Intorno a Barbara e ad Istasi pareva che la vegetazione e l’acqua ridessero di gioia; dietro i cotogni nani, curvi sotto il carico dei fiori luminosi, le canne su cui brillava la rugiada rossa e violetta si sbattevan per [p. 261 modifica] scherzo le foglie una contro l’altra e pareva che alcune dicessero «andiamo di qua» e altre «andiamo di là» attirandosi e spingendosi a vicenda folli del vano desiderio di volare.

Istasi, con una mano fra i capelli e l’altra sull’orecchia di Barbara, tentava di morsicarle la guancia rosea umida della bava di lui. Egli aveva dieci mesi e faceva i denti: tutto quindi era buono da morsicare, per lui, e dopo la guancia che non dava appiglio fece un tentativo sul naso delicato la cui punta ricordava quella di una pallida susina; ma Barbara fu pronta a tirar la testa indietro ed egli la guardò meravigliato e contrariato, con gli occhioni foschi nel viso bianco e gonfio. Però, ai cenni di lei, che gridava ammiccando: «quello anche? quello anche?» Istasi si mise a ridere, con un gorgheggìo d’uccellino, e in segno di gioia cercò di afferrarsi il piede; ma poi vide una foglia cadere e stette immobile a fissarla.

Anche la fanciulla, mentre lo reggeva per le ascelle ed egli ricominciava a muovere i piedini e le manine, guardava lontano con occhi infantili, lassù verso il castello fantastico ove da secoli donna Maria di Gùdula gemeva murata viva dal malvagio marito. Nelle notti di vento il gemito dell’infelice arriva fino al paese e i noci e gli ontani gli fan coro; Barbara non ricordava, nei suoi sedici anni di vita, un’impressione più profonda di quella che le destava la voce misteriosa: anche di giorno le pareva di sentirla, e il suo [p. 262 modifica] cuore semplice ne soffriva come di un dolore proprio. Le sarebbe piaciuto volare, come i corvi ed i nibbi, fin lassù, e liberare la povera anima; ma nè corvo nè nibbio era; una debole canna era, ferma nel suo cantuccio sebbene con tutte le foglie frementi.

La voce della padrona la richiamò, ed anche Istasi si volse a sorriderle; entrambi risalirono baciandosi e ridendo il sentieruolo fino alla casa, dove i gridi d’amore della madre accolsero il bambino, — il bello grande, il predio, il tesoro di chiesa, la stella del mattino, — senza che egli si commovesse. Non aveva fame, e solo continuava a morsicare il viso di Barbara.

— Eccolo, — disse la madre gelosa, — anche lui come il padre; non mi vuol bene, mi cerca solo quando vuol succchiare.

Lo strappò alla servetta e denudò il seno bianco e violaceo; ma il bambino ogni tanto abbandonava il capezzolo per volger la testina e sorridere a Barbara.

— Vattene, piedi di pavone, — disse la madre gelosa, — aiuta ad apparecchiare; mettete le posate buone.

Ma appena Barbara si allontanò, strascicando i piedi davvero un po’ larghi, Istasi cominciò a piangere, e la madre dovette ridarglielo.

— Va, vattene fuori, piedi di pavone.

Barbara uscì nel cortile e cominciò a dondolare il bimbo, canticchiandogli sottovoce una canzonetta di sua invenzione: [p. 263 modifica]

— Stasera torna babbài, e ti porta un bel cavallino, e sul cavallino una bella bisaccia, e dentro la bisaccia una tortorella....

A mezzogiorno cominciò ad affluire la gente, non molta come desiderava la sennòra Rughitta, ma abbastanza per animare la tavola; don Micheli tenne la promessa, arrivò, si mise a capotavola come fosse il padrone lui, cominciò a dire insolenze ai poveri chiamandoli coi nomi dei dodici apostoli.

L’intervento del suo antico spasimante confortò la sennòra Rughitta che origliava all’uscio e rideva turandosi la bocca coi lembi del fazzoletto per non farsi sentire. Per nulla al mondo si sarebbe lasciata vedere nella stanza da pranzo mentre c’era lui, ma ogni tanto mandava le serve perchè aveva paura che le portassero via le posate. A un tratto sentì don Micheli, che non mangiava ma beveva molto, sospirare profondamente e dire a Barbara:

— Avvicìnati, bambina; io sono venuto per te, bella come il sole, e tu neppure mi guardi. Avvicìnati, chè hai una cavalletta sul corsetto....

I commensali sghignazzarono, Barbara diede un grido.

— Don Micheli, non mi tocchi! Le mani secche!

Donna Rughitta rimase male: quel libertino si credeva nella strada? Ella non entrò per protestare, ma uscì rossa nel cortile e mandò l’altra serva a chiamar Barbara.

— E tu sta attenta per le posate. Una volta [p. 264 modifica] un nobile spiantato, ad un banchetto, si nascose un cucchiaio d’argento nella scarpa....

L’allusione era evidente, e non contenta di questo la sennòra Rughitta caricò Barbara d’improperî.

— Cosa ti credi? Di poter diventar dama? Mangia, che ti si mangino i corvi, e va fuori, piedi di pavone.

Barbara non rispose, ricordando che il padrone quando la sennòra Rughitta sgridava lui o i servi, si metteva ironicamente un dito attraverso le labbra accennando a tutti di tacere; e dopo aver mangiato dal canestro col servo, che per poterla toccare anche lui le diceva che aveva una formica sul braccio, prese dalla culla il bambino e torno sotto l’ontano.

— Babbài torna stasera, e porta un bel cavallino....

Il meriggio stendeva un velo d’azzurro cinereo sul paesaggio primitivo, e l’acqua del torrente, gli alberi e i fiori, tutto sembrava di quel colore. Il rumore dell’acqua si fondeva col lamento lontano di una fisarmonica, ed a Barbara veniva da piangere; non che fosse triste per gl’insulti già dimenticati della padrona, ma perchè si sentiva anche lei avvolta da quel velo, penetrata da quel lamento lontano. Persino Istasi aveva smesso l’idea fissa d’acchiapparsi i piedini; immobile a pancia in su, con un dito in bocca e gli occhi fissi al cielo, mormorava come cercando di imitare il ronzio delle api intorno, ma a poco [p. 265 modifica] a poco tacque e abbassò le corte ciglia d’oro. Tutto fu silenzio. Barbara sognava di andar su, su, per il sentiero fra i corbezzoli e i mirti di monte Gùdula, con Istasi fra le braccia: ogni rupe aveva scolpita in cima una testa di donna che gemeva con un lamento lontano di fisarmonica....

Ma arrivata quasi in cima cadde e si svegliò di soprassalto. Accanto a lei, seduto sul macigno ma coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani, stava un uomo vestito d’un costume nero sul quale spiccava il collarino bianco dalle punte rivoltate e fermato con due bottoni d’oro: era così piccolo ed agile che sembrava un ragazzo, e di ragazzo parve il suo sorriso nel veder la sorpresa di Barbara.

— Padrone! Ma non eravate nel predio? Non dovevate tornar mai!— ella disse ingenuamente.

— Mala Pasqua, a qualcuno farebbe piacere ch’io non tornassi! Ero dove mi pare e piace. E là, nell’inferno, chi c’è?

Barbara cominciò a nominare i commensali; egli sputava per terra e faceva smorfie di nausea con le labbra rosse e carnose; ma quando sentì il nome di don Micheli si sollevò acceso in volto, battendosi le mani sulle ginocchia.

— Malanno che non passi, a tutti! E cos’è venuto a fare in casa mia quell’affamato? Il veleno dovevate dargli. Chi lo ha invitato?...

Barbara sperò di calmarlo dicendogli [p. 266 modifica] innocentemente ciò che aveva appreso dall’altra serva:

— Sennòra Rughitta stessa lo ha invitato, stamattina, dal balcone....

Ma egli balzò in piedi morsicandosi la nocca dell’indice e si volse minaccioso verso la casa, imprecando.

— Non fate scandali, adesso, — consigliò Barbara. — Abbiate pazienza, padrone; sennòra Rughitta è buona, e la collera le passa presto. Sedetevi, state qui tranquillo: una porzione di disgrazie l’abbiamo tutti, ricchi e poveri.... Un po’ per uno....

Egli tornò a sedersi, come calmandosi alle parole di lei, e le posò una mano sulla spalla, avvicinandole il viso al viso. Ella sentiva l’alito caldo di lui, ma non si mosse per non svegliare il bambino.

— Te dovevo scegliere, Barbara, e non la figlia del magnano. Guarda come ti sta bene quel bambino in grembo, come un fiore nel cespo....

— Voi scherzate, padrone....

— Non scherzo, rosa mia.... E da molto che mi piaci.... Se tu volessi.... Barbarè!... Ce l’hai un portamonetino? Ci metterò dentro un marengo d’oro....

Barbara cominciò ad aver paura; ma una paura piacevole come quella che le destava il vento con la voce di donna Maria di Gùdula. Si mise a ridere, ma i denti le battevano.

— Se vi sente sennòra Rughitta!...

— Ai corvi sennòra Rughitta! Sono stanco [p. 267 modifica] di fare il suo servo. Voglio godere anch’io la mia parte di bene.... Ce l’hai dunque il portamonetino? E un marengo trovato lassù, al castello, forse perduto da qualcuno che ha scoperto un tesoro. Lo tieni così, per bellezza.... Guardiamo se ce l’hai....

Con la scusa di palpare sulla saccoccia di lei la cinse tutta ed ella sentì un fremito dai piedi alla testa.

— Se vi vede sennòra Rughitta!...

— Al purgatorio, sennòra Rughitta! Se tu mi vuoi bene ed hai paura di lei io la faccio murar viva come donna Maria di Gùdula....

Allora Barbara balzò su atterrita e corse via col bimbo che si svegliava e piangeva. Corse, corse, senza volgersi indietro, depose Istasi nella culla e andò via, a casa sua. Là si accovacciò piangendo in un angolo, con le parole del padrone che le muggivano entro le orecchie e un tremito di dolcezza e di desiderio nel sangue: e non volle dire a sua madre perchè era scappata, finchè la sennòra Rughitta stessa in persona, con lo scialle sul capo, non venne a cercarla.

— Ebbene, che c’è? Ti sei offesa perchè ti ho messo in avvertenza contro quel libertino di don Micheli? Ma io voglio il tuo bene; ti tengo come una figlia. Matta, matta, alzati e vieni; Istasi mio piange da creparsi e morrà se tu non torni. Figlia d’oro, bisogna che tu pure mi compatisca: un po’ di disgrazie le abbiamo tutti, ricchi e poveri. Dio, quando ha creato il mondo, ha fatto anche lui una [p. 268 modifica] festa, come oggi; ha distribuito a tutta la loro porzione.... Disgrazie e pazzia, un po’ a tutti...

— Sì, — ripeteva servilmente la madre, — un po’ a tutti, a ricchi, a poveri, a servi, a nobili....

— A questi più di tutti! — gridò sennòra Rughitta, mentre la donna prendeva su Barbara per il braccio come un’anfora e la scuoteva violentemente.

— Su, matta, cammina. Va!

E Barbara andò, e poco dopo tornò tutta rasserenata col bimbo su un braccio e un involto sull’altro; la sennòra Rughitta mandava alla povera casa la porzione di carne e di focacce.

I poveri intanto si affollavano sotto il balcone, nella straducola in fondo alla quale il torrentello passava roseo al tramonto. Passava, passava, il torrentello, attraversava l’orto, s’incupiva come un nastro cremisi sotto gli ontani e i noci, davanti al macigno sul quale l’uomo sedeva ancora, come in agguato, aspettando....