Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XXVI

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Paradiso
Canto ventiseiesimo

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Paradiso - Canto XXIV Paradiso - Canto XXVII
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C A N T O     XXVI.





1Mentr’io dubbiava per lo viso spento,1
     De la fulgida fiamma, che lo spense,
     Uscì un spiro che mi fece attento,2
4Dicendo: Intanto che tu ti risense
     De la vista che ài in me consunta,
     È buon che ragionando la compense.3
7Comincia dunque, e dì ove s’appunta
     L’anima tua; e fa ragion che sia
     La vista in te smarrita e non defunta:
10Perchè la donna, che per questa dia
     Region ti conduce, à ne lo sguardo
     La virtù, ch’ebbe la man d’Anania.
13Io dissi: Al suo piacere e tosto, e tardo
     Vegna rimedio a li occhi che fur porte,
     Quand’ ella intrò col fuoco, onde sempre ardo.
16Lo ben, che fa contenta questa Corte,
     È Alfa et Omega di quanta scrittura4
     Mi legge amore e lievemente, e forte.5
19Quella medesma voce, che paura
     Tolto m’ avea del subito abbarbaglio,
     Di ragionar ancor mi mise in cura;

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22E disse: Certo a più angusto vaglio
     Ti conviene schiarir: dicer convienti
     Chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio.
25Et io: Per filosofici argomenti,
     E per autorità, che quinci scende,
     Cotal amor convien che’n me s’imprenti:
28Chè ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
     Così accende amore, e tanto maggio
     Quanto più di bontà in sè comprende.
31Dunqua a l’essenzia, ove è tanto vantaggio,6
     Che ciascun ben, che fuor di le’ si trova,
     Altro non è ch’un lume di suo raggio,7
34Più che ad altra convien che si mova8
     La mente, amando, di ciascun che cerne
     Il vero, in che si fonda questa prova.
37Tal vero a lo intelletto mio scerne9
     Colui, che mi dimostra il primo amore
     Di tutte le sustanzie sempiterne.
40Scernel la voce del verace Autore,10
     Che dice a Moise, di sè parlando:
     Io ti farò sentire ogni valore.11
43Scernimel tu ancora, cominciando12
     L’alto preconio, che grida l’arcano
     Di qui laggiù e sopra ogni altro bando.13
46Et io udi’: Per intelletto umano,
     E per autoritadi a lui concorde14
     De’ tuoi amori a Dio guarda ’l sovrano.

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49Ma dì ancor se tu senti altre corde
     Tirarti verso lui, sicchè tu suone
     Con quanti denti questo amor ti morde.
52Non fu latente la santa intenzione
     De l’aquila di Cristo, anzi m’accorsi
     Dove menar volea mia professione.
55Però ricominciai: Tutti quei morsi,
     Che posson far lo cuor volger a Dio,
     A la mia caritate son concorsi:
58Chè l’essere del mondo e l’esser mio,
     La morte ch’ei sostenne, per ch’io viva,15
     E quel che spera ogni fedel, com’io,
61Co la predetta cognoscenzia viva
     Tratto m’ànno del mar de l’amor torto,
     E del diritto m’àn posto a la riva.
64Le frondi, onde s’infronda tutto l’orto
     Dell’ortolano eterno, amo io cotanto,
     Quanto da lui a lor di bene è porto.
67Siccom’io tacqui, un dolcissimo canto
     Risonò per lo Cielo; e la mia donna
     Dicea con li altri: Santo, Santo, Santo.
70E come a lume acuto si dissonna
     Per lo spirto visivo, che ricorre
     A lo splendor, che va di gonna in gonna,
73E lo svegliato ciò che vede aborre;
     Sì nescia è la sua subita vigilia,
     Fin che l’estimativa non soccorre:
76Così dalli occhi miei ogni quisquilia
     Fugò Beatrice col raggio dei suoi,
     Che rifulgean più di mille milia.16

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79Onde me’ che dinanzi viddi poi,17
     E quasi stupefatto dimandai
     D’un quarto lume, ch’io viddi con noi.18
82E la mia donna: Dentro da quei rai
     Vagheggia ’l suo Fattor l’anima prima,
     Che la prima Virtù creasse mai.
85Come la fronde, che flette la cima19
     Nel transito del vento, e poi si leva
     Per la propria virtù che la sublima,
88Fec’io in tanto, in quanto ella diceva,
     Stupendo, e poi mi rifece sicuro
     Un disio di parlare und’io ardeva.
91E cominciai: O pomo, che maturo
     Solo produtto fusti, o padre antico,
     A cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
94Divoto quanto posso a te supplico,
     Perchè mi parli: tu vedi mia voglia;
     E, per udirti tosto, nolla dico.20
97Tal volta uno animal coverto broglia,21
     Sì che l’affetto convien che si paia,
     Per lo seguir che face in lui la voglia;
100E similmente l’anima primaia
     Mi facea trasparer per la coverta
     Quant’ella a compiacermi venia gaia.
103Indi spirò: Senza essermi proferta:
     Dante, la voglia tua discerno mellio,22
     Che tu qualunche cosa t’è più certa;

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106Perch’io la veggio nel verace spellio,23
     Che fa di sè parellio all’altre cose,24
     E nulla face lui di sè parellio.
109Tu vuoli udir quant’è che Dio mi puose
     Ne l’eccelso giardin, ove costei
     A così alta scala ti dispuose;
112E quanto fu ’l diletto alli occhi miei,25
     E la propria cagion del grande sdegno,26
     E l’idioma, che io usai e ch’io fei.27
115Or, fìgliuol mio, non lo gustar del legno28
     Fu per sè la cagion di tanto esilio;
     Ma solamente il trapassar del segno.
118Quivi, onde mosse tua donna Virgilio,
     Quattro milia trecento e du’ volumi29
     Di Sol desiderai questo concilio;
121E viddi lui tornare a tutti i lumi30
     De la sua strada novecento trenta
     Fiate, mentre ch’io in terra fu’mi.31 32
124La lingua, ch’io parlai, fu tutta spenta
     Inanti che all’opra inconsummabile
     Fusse la gente di Nembrot attenta:33
127Chè nullo affetto mai razionabile
     Per lo piacere uman, che rinovella
     Seguendo ’l Cielo, sempre fu durabile.
130Opera naturale è ch’om favella;
     Ma così o così, natura lascia
     Poi fare a voi, secondo che v’abbella.

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133Pria ch’ io scendesse a l’ infernale ambascia,
     Un s’appellava in terra il sommo Bene,34
     Onde vien la letizia, che mi fascia.
136Eli si chiamò poi; e ciò convene:
     Chè l’uso de’ mortali è come fronda
     In ramo, che sen va, e l’altra viene.
139Nel monte, che si leva più dall’onda,
     Fu’ io con vita pura e disonesta
     Da la prima ora a quella, che seconda35
142Come ’l Sol mula quadra, l’ora sesta.

  1. v. 1. C. A. lo lume
  2. v. 3. C. A. uno
  3. v. 6. C. A. Ben è che
  4. v. 17. C. M. C. A. Alfa ed Omega è di
  5. v. 18. C. A. amore o lievemente, o
  6. v. 31. C. A. ove tanto è
  7. v. 33. C. A. che lume di
  8. v. 34. C. A. che in altro convien
  9. v. 37. C. M. cerne — C. A. sterne
  10. v. 40. C. M. Cerno la — C. A. Sternel la
  11. v. 42. C. A. farò vedere
  12. v. 43. C. M. Cernimel — C. A. Sternilmi tu ancora, incominciando
  13. v. 45. C. A. laggiù sovra
  14. v. 47. C. A. E per antichitade
  15. v. 59. C. A. ch’el
  16. v. 78. C. A. rifulgea da più — C. M. più che mille
  17. v. 79. C. A. meio che dinanzi vidi
  18. v. 81. C. A. vidi tra noi.
  19. v. 85. Flette; piega dal latino flectere, che vale piegare. E.
  20. v. 96. C. M. C. A. non la
  21. v. 97. C. A. coperto
  22. v. 104. C. A. meglio,
  23. v. 106. C. A. speglio,
  24. v. 107. C. A. pareglio l’altre
  25. v. 112. C. A. fu diletto
  26. v. 113. C. M. C. A. gran disdegno,
  27. v. 114. C. A. e fei
  28. v. 115. C. A. non il
  29. v. 119. C. A. Quattromila
  30. v. 121. C. A. a questi lumi
  31. v. 123. C. A. fumi
  32. v. 123. Fu’mi; fuimi, mi fui, come Inf. C. xiv v. 3 rende’le in luogo di
    rendeile ec. E.
  33. v. 126 C. M. La gente di Nembrot fusse attenta:
  34. v. 134. C. A. I s’appellava
  35. v. 141. C. M. C. A. che è seconda,




C O M M E N T O


Mentr’io dubbiava ec. Questo è lo canto xxvi della terza cantica, nel quale lo nostro autore finge come santo Ioanni evangelista l’esaminò della virtù della carità; e come li ritornò la vista e fuggitte l’abbaglio; e come poi apparve a lui lo quarto spirito, che fu lo primo omo Adam, col quale ebbe molto ragionamento, come apparrà nel testo. E però si divide questo canto in due parti principali: imperò che prima finge come santo Ioanni l’esaminò de la carità che è la terzia virtù teologica; nella seconda parte, come; ritornatoli la vista, vidde lo quarto splendore apparito, che fu Adam, et ebbe ragionamento con lui, et incominciasi quine: Siccom’io tacqui ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide in sei parti: imperò che prima finge come santo Ioanni lo incominciò a dimandare della carità, e confortarlo che la vista ritornerebbe; nella seconda finge com’elli rispuose al dimando et al conforto, et incominciasi quine: Io dissi: Al suo ec.; nella terzia parte finge Io dimandò della detta virtù più sottilmente, e com’elli incominciò al dimando a rispondere, et incominciasi quine: Et io: Per filosofici ec.; nella quarta parte finge com’elli, oltra quello che avea risposto, adiunse una conclusione, et incominciasi quine: Dunqua a l’essenzia, ec.; nella quinta parte finge come fu confermata la sua risposta e più oltra fu dimandato, et incominciasi quine: Et io udi’: ec.; nella sesta finge come a quello dimando rispuose, et incominciasi quine: [p. 702 modifica]Però ricominciai: ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo colle esposizioni letterali, allegoriche e morali.

C. XXVI — v. 1-12. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come santo Ioanni li cominciò a parlare e darli conforto, dicendo così: Mentr’io; cioè in quel mezzo, che io Dante, dubbiava; cioè stava in dubbio, per lo viso spento; cioè per la virtù visiva, che era spenta e perduta in me: imperò che io dubbitava se io la dovesse riavere, o no, De la fulgida fiamma; cioè della risplendente fiamma, che fu quella in che era lo spirito di santo Ioanni evangelista, che; cioè la qual fiamma, lo spense; cioè spense la mia vista per lo suo smisurato splendore, Uscì un spiro; cioè uno fiato con parole, che; cioè lo quale spiro, mi fece attento; cioè fece me Dante sollicito et atteso ad udire, Dicendo; cioè lo detto spirito queste parole. Intanto che tu ti risense; cioè che tu ti risenti, Dante, De la vista; cioè della tua virtù visiva, che ài in me consunta; cioè la quale vista tu, Dante, ài consummata in me, cioè per vedere me, se io era col corpo in questa fiamma, È buon che ragionando; cioè con meco tu, Dante, la compense; cioè la sconti, cioè che per la vista corporale, che ài perduta, acquisti la vista intellettuale. Comincia dunque; cioè tu, Dante, e dì ove s’appunta L’anima tua; cioè a che fine viene lo desiderio dell’anima tua, siccome ad ultimo punto, e fa ragion; cioè tu, Dante, che sia La vista; cioè lo vedere tuo, in te smarrita; cioè alienata un poco, e non defunta; cioè ma non al tutto venuta meno. Et assegna la cagione, per che, dicendo: Perchè la donna, che per questa dia Region; cioè per questa regione d’Iddio, ti conduce; cioè guida te Dante, à ne lo sguardo; cioè nelli occhi suoi, La virtù ch’ebbe la man d’Anania; cioè di renderti la vista, come la mano d’Anania ebbe virtù di rendere la vista a santo Paulo apostulo, quando lo battezzò, che li ritornò lo vedere, come è stato detto di sopra, quando fu detto della conversione di santo Paulo. Seguita.

C. XXVI — v. 13-24. In questi quattro ternari lo nostro autore finge com’elli rispuose al detto di santo Ioanni, prima al conforto e poi al suo dimando, dicendo: Io; cioè Dante, dissi; cioè dopo lo detto di santo Ioanni, Al suo piacere; cioè della donna mia, e tosto, e tardo Vegna rimedio a li occhi; cioè a la sua voluntà stia lo ponere rimedio a li occhi miei, che sono abbagliati, che; cioè li quali occhi, fur porte; cioè entramento, sì come è la porta che è entramento nella casa, Quand’ella intrò col fuoco; cioè quando ella intrò in me con l’amore, onde sempre ardo; cioè per lo quale amore sempre ardo nel mio animo; e questo non è a dire altro: Se non al piacere d’Iddio sia d’illuminare la ragione e lo intelletto mio sopra le sottili et alte cose, che disse santo Ioanni ne l’Apocalissi e nel suo Evangelio: imperò che Beatrice, come dotto è, significa la santa Scrittura e la [p. 703 modifica]grazia d’Iddio: qui significa l’uno e l’altro: imperò che la santa Scrittura intrò con amore e con desiderio nell’anima di Dante per la grazia d’Iddio, tanto ch’elli s’inamorò di quella per sì fatto modo, che sempre durò l’amore d’Iddio in lui ferventemente 1. Lo ben, che fa contenta questa Corte; ora risponde a la dimanda, cioè a che fine tende la carità sua, dicendo che quelli, ch’elli ama, è solo Iddio; e però dice: Lo ben, che fa contenta questa Corte; cioè quel bene che contenta tutti li beati, li quali cortigiani sono della corte di paradiso, ne la quale noi siamo, È Alfa et Omega; cioè principio e fine, di quanta scrittura; cioè di tutta la Scrittura, che mi dice che io abbia carità: imperò che tutta la santa Scrittura là, unqua parla della carità et ella ne parla siccome si debbe avere a Dio, siccome a principio, o ella ne parla siccome si debbe avere a l’altre cose per lui, cioè per piacere a lui, et allora è siccome fine, e però dice: Mi legge amore: imperò che tutta la Scrittura, là unqua parla de la carità, parla che Iddio principalmente si debbe amare e tutte l’altre cose per amore di lui e compiacere a lui; e così elli è lo principio e lo fine de la santa Scrittura in ogni luogo, che ella parla della carità, e lievemente, e forte; cioè là unqua mi parla del leggeri amore e del fervente amore. In questo punto io espositore parlo brieve, perchè io non vollio mettere la mia falce nella biada altrui: chi ne vuole essere più dichiarato dimandine li maestri della santa Teologia, basta a me ch’io faccio intendere lo testo.

Quella medesma voce; cioè di santo Ioanni, che paura Tolto m’avea del subito abbarbaglio; cioè che m’avea sicurato che io sarei liberato della subita offuscazione, che m’era venuta, Di ragionar ancor mi mise; cioè misse me Dante ancora, oltra quello che detto avea di sopra, in cura Di ragionar; cioè in sollicitudine di ragionare. E disse; cioè santo Ioanni. Certo; cioè certamente, a più angusto vaglio; cioè a più stretto crivello, cioè a più stretto esaminamento, Ti conviene schiarir; cioè ti conviene diventare chiaro e manifesto, come tu dirizzi a la carità, come lo crivello più stretto, più tiene del grano: imperò che tiene lo granello grosso e minuto; e così rimane più netto e puro; così tu, Dante, rimarrai più chiaro 2, dicer convienti; cioè a te Dante, Chi drizzò l’arco tuo; cioè chi dirizzò la voluntà tua, che gitta la saetta dell’amore, a tal berzaglio; cioè a tale mischia e battaglia, chente dà lo mondo e la carne; sicchè grande fatica è dirizzare l’arco della voluntà che lassi le dette cose e perquota nel bene invisibile, e lassi li beni visibili che li sono obliqui, et ad [p. 704 modifica]essi per obliquo percuote l’arco della voluntà nostra, se non è dirizzato per mezzo della grazia divina o co la santa Scrittura, o co la vera dottrina dei Filosofi che fa cognoscere lo bene fallace. Seguita.

C. XXVI — v. 25-45. In questi sette ternari lo nostro autore finge com’elli rispuose a la dimanda fattali di sopra da santo Ioanni, cioè chi aveva dirizzato lo suo amore al bene universale vero et invisibile; e cessato da questo bene fallace e particulare dicendo così: Santo Ioanni evangelista mi dimandò, come fu detto di sopra, Et io: cioè Dante rispuosi: Per filosofici argomenti; cioè per argomenti, che fanno li Filosofi che diceno che ogni omo desidera lo sommo bene: imperò che lo bene è quello che ogni cosa desidera e conviene che sia sommo, altramente seguiterebbe che ne fusse uno altro che si potesse desiderare; e così, se quel non fusse sommo, anco converrebbe che ne fusse uno altro che si potesse desiderare, e così sarebbe processo infinito che essere non può. E questo così fatto bene è universale bene, tutti li beni continente dentro da sè, e questo non può essere altro che Iddio, adunqua l’argomento filosofico dirizza l’amore dell’omo in Dio. E per autorità; cioè della santa Scrittura, che; cioè la quale, quinci; cioè dal cielo, scende: imperò che dice Salomone: Omnis sapientia a Domino Deo est — , Cotal amor; cioè vero e perfetto, che è Iddio, convien che ’n me s’imprenti; cioè si suggelli naturalmente nella mia mente: imperò che dice Boezio nel terzo della Filosofica Consolazione: Est enim mentibus hominum veri boni naturaliter inserta cupiditas — . Chè ’l bene; ecco che prova come li argomenti filosofici dirizzano la mente a tale bene: imperò che ’l bene, in quanto ben, come s’intende; cioè de la mente umana, cioè altresì tosto ch’elli è appresso per lo intelletto, muove la mente ad amare lui; e però dice: Così accende amore; cioè accende la mente ad amare lui, e tanto maggio; cioè e tanto 3 maggiore amore, Quanto più di bontà in sè comprende; imperò che quanto s’intende lo bene essere maggiore, tanto più s’ama: più s’ama uno grande bene, che uno piccolo; e così cresce l’amore, come cresce lo bene. Et ora conchiude, dicendo: Dunqua a l’essenzia; cioè divina, ove; cioè nella quale, è tanto vantaggio; cioè che avanza ognaltro bene in infinito eccesso, Che ciascun ben, che fuor di le’ 4; cioè della divina essenzia, si trova; cioè nel mondo, come sono li beni particulari mondani, Altro non è ch’un lume di suo raggio; cioè uno splendore del raggio divino; e così si debbe intendere anco dei beni spirituali umani, che tutti sono raggi [p. 705 modifica]che esceno del lume divino. Più che ad altra; cioè essenzia, convien che si mova La mente, amando; cioè esercendo l’atto suo de l’amare, di ciascun; cioè omo, che; cioè lo quale, cerne Il vero; cioè vede la verità d’esso bene, in che; cioè nel quale bene, si fonda questa prova; cioè questo argumento, lo quale è dimostrato di sopra. Poi che àe dimostrato come per argomenti filosofici la mente umana dirizza l’amore suo inverso Iddio, ora vuole dimostare come per l’autorità della santa Scrittura ancora la mente dirizza l’amore suo inverso Iddio, dicendo: Tal vero; cioè quale è detto di sopra, a lo intelletto mio; cioè di me Dante, scerne; cioè fa noto e manifesto, Colui; cioè quello savio Teologo, che mi dimostra;" cioè lo quale dimostra a me Dante, il primo amore; cioè d’iddio, Di tutte le sustanzie sempiterne; cioè di tutti li angeli e di tutti li omini; et allora sempiterne si debbe intendere perpetue, altramente si debbe intendere delle cose create della prima materia come sono li elementi, li quali tutti inclinano a Dio siccome a prima cagione. Scernel la voce del verace Autore; cioè mi dimostra che l’amore si debbe dirizzare a Dio la voce d’esso Iddio, che è veracissimo autore, Che; cioè lo quale autore, dice a Moise; che fu guida del populo d’Israel ine la terra di promissione, di sè parlando; cioè di sè Iddio. Io; cioè Iddio, ti farò sentire ogni valore; cioè farò sentire a te Moise ogni valore, siccome è scritto ne l’Esodo cap. iii ec: Ego sum Deus patrum vestrorum. Ego sum qui sum ec., che si contegnano nei detti luoghi dove si dimostra che Iddio è principio e fine d’ogni cosa, e chi sente lui sente ogni valore et ogni bene. Scernimel tu; cioè tu, santo Ioanni, mi dimostri lo sommo bene, ancora, cominciando L’alto preconio; cioè l’alto manifestamento e publicamento della divina essenzia, siccome appare nel suo Evangelio, quando disse: In principio erat Verbum ec. e massimamente quando dice: erat lux vera, quœ illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum ec. — , che; cioè lo quale preconio, cioè la buona imbasciata, grida; cioè con grande fervore e con publica voce manifesta, l’arcano; cioè lo secreto, Di qui; cioè del cielo, laggiù; cioè nel mondo: imperò che santo Ioanni nel suo Evangelio manifestò ai mondani la divina essenzia e le cose secreto d’Iddio, quanto fu possibile a l’omo comprendere, e sopra ogni altro bando; cioè sopra ogni altro Evangelista: imperò che niuno delli altri manifestò tanto della divinità, quanto elli.

C. XXVI — v. 46-54. In questi tre ternari Io nostro autore finge che santo Ioanni raccogliesse la sua risposta, et oltra ciò lo dimandasse se altri incitamenti avea ad amare Iddio, che quelli che erano detti di sopra; e com’elli s’accorse a che veniva la dimanda di santo Ioanni, dicendo così Et io; cioè Dante, udì’; cioè dire santo Ioanni, [p. 706 modifica]replicando le miei parole dette di sopra. Per intelletto umano; cioè per li argomenti filosofici, che s’apprendono da lo intelletto umano E per autoritadi; cioè della santa Scrittura, a lui; cioè ad esso intelletto umano, concorde; cioè concordevili: imperò che le dette autoritadi de la santa Scrittura s’accordano collo intelletto de’Filosofi De’ tuoi amori; cioè delli amori di te Dante, a Dio guarda’l sovrano; cioè lo sommò 5 amore che tu, Dante, abbi in verso Iddio. Ma dì ancor; tu, Dante; ecco che finge che lo dimandi, se tu senti altre corde; cioè altri movimenti che ti tirino ad amare Iddio, come la corda tira chi è legato, Tirarti; cioè tirare te Dante, verso lui; cioè verso Iddio, sicchè tu; cioè a ciò che tu, Dante, suone; cioè sonando colla voce manifesti, Con quanti denti; cioè con quanti movimenti, questo amor; cioè d’Iddio, ti morde; cioè muove te Dante. Non fu latente la santa intenzione De l’aquila di Cristo; cioè non s’appiattò la santa intenzione, che ebbe santo Ioanni nella sua dimanda, lo quale si figura in figura d’aquila per l’alto intendimento che ebbe la divinità del Verbo Incarnato: imperò che, come l’aquila àe più perfetto vedere che li altri uccelli: imperò che li occhi suoi ferma nella rota del Sole senza offuscarsi, e così pruova li suoi figliuoli: imperò che, quando sono grandicelli, li volge a la spera del Sole, e quelli che la sostegnano notrica, e quelli che non la possono sostenere gitta a terra del nido. Et ancora l’aquila vola più in alto che altro uccello, e però è figurato santo Ioanni evangelista in figura de l’aquila: imperò che ficcò li occhi de lo intelletto ne la divinità e potè vedere in essa quello che non aveano veduto li altri, e più s’inalzò a vedere d’Iddio e più ne disse, anzi m’accorsi; cioè io Dante, Dove; cioè a che fine, menar volea; cioè santo Ioanni, mia professione; cioè lo mio sapere e lo manifestamento del mio intelletto, cioè di me Dante. Seguita.

C. XXVI— v. 55-66. In questi quattro ternari lo nostro autore finge com’elli rispuose a la dimanda fatta di sopra da santo Ioanni, dimostrando quali sono le cose che lo tirono a l’amore d’Iddio, oltra li argomenti filosofichi e l’autoritadi della santa Scrittura, dicendo cosi: Però; cioè per la detta cagione, ricominciai; cioè io Dante a parlare, dicendo: Tutti quei morsi; cioè tutti quelli movimenti e pungimenti, Che; cioè li quali morsi, posson far lo cuor; cioè umano, volger a Dio; cioè ad amarlo sopra ogni altra cosa, A la mia caritate; cioè a la carità di me Dante, son concorsi; cioè sono insieme venuti a muovermi a l’amore d’Iddio. Chè; cioè imperò che, l’essere del mondo; ecco una cagione, e l’esser mio; cioè di me Dante; [p. 707 modifica]ecco l’altra cagione: La morte; cioè di Cristo, ch’ei sostenne; cioè la quale elli sostenne, per ch’io viva; cioè per dare a me Dante vita eterna, E quel che spera ogni fedel, com’io; cioè la beatitudine celeste, la quale spera d’avere ogni fedele cristiano, come sono io Dante, Co la predetta cognoscenzia viva; cioè insieme tutte le dette cagioni col cognoscimento insieme, che io òne da’ Filosofi e da l’autoritadi de la santa Scrittura, Tratto m’ànno; cioè ànno tratto me Dante, del mar de l’amor torto; cioè de l’amaritudine del falso amore, lo quale è de le cose mondane che sono piene di grande amaritudine, et è falso amore: però che non viva con quel modo, che si debbe, E del diritto; cioè amore, m’àn posto a la riva; cioè ànno posto me Dante le predette cose a la riva del diritto amore. Le quali cagioni sono queste; cioè l’essere del mondo, che è con tanto ordine e così bello; l’esser de l’omo, che è una grande et ammirabile cosa. E come può essere che chi considera queste cose esser fatte da Dio, non ami Iddio creatore e governatore del mondo e di sè, sopra ogni altra cosa? Appresso, la morte ch’elli sostenne per ricompramento de l’umana generazione col suo prezioso sangue; et a l’ultimo, lo bene eterno nel quale ogni fedele cristiano spera. Et ora conchiude, unde li vegna l’amore dei santi, dicendo che li santi sono amati da lui per l’amore d’Iddio, in quanto l’omo comprende che sono amati da Dio. Le frondi; cioè li santi beati, che sono in vita eterna, onde; cioè de le quali fronde, s’infronda; cioè s’adorna, tutto l’orto Dell’ortolano eterno; cioè vita eterna, che è l’orto di Cristo, che è ortolano eterno, senza principio, mezzo, o vero fine 6 di tale orto, cioè di vita eterna, amo io; cioè Dante, cotanto, Quanto da lui a lor di bene è porto; cioè tanto amo li santi quanto io veggio che ricevano de la grazia d’Iddio, e che Iddio porga loro della sua grazia. E qui finisce la prima lezione del canto xxvi. Seguita la seconda.

Siccom’io tacqui, ec. Questa è la seconda lezione del canto xxvi, nel quale lo nostro autore finge come tutto lo cielo, finita la sua orazione, o vero diciaria, risonò con canto dolcissimo, e come a lui venne lo quarto lume, che finge che fusse Adam; e com’elli intrò a ragionamento con lui. E dividesi tutta in parti sei: imperò che prima finge come, finita la sua risposta, tutto lo cielo risonò con dolcissimi canti, e come Beatrice rendette lume alli occhi suoi; nella seconda parte finge come, ritornato la vista in maggiore vigore che prima, elli dimandò del quarto lume ch’elli vidde adiunto ai tre, e dimandò Beatrice d’esso, et ella li manifestò chi era, e come nuovo desiderio li venne, et incominciasi quine: Onde me’ che dinanzi ec.; nella terza finge com’elli cominciò a parlare ad Adam, pregandolo che adempiesse la sua voglia la quale elli vedeva, et incominciasi [p. 708 modifica]quine: E cominciai: O pomo, ec.; nella quarta parte finge come Adam li parla, e diceli ch’elli vede la voluntà sua, e diceli che è quello che Dante vuole sapere da lui, et incominciasi quine: Indi spirò ec.; nella quinta parte lo nostro autore finge come Adam incominciò a solvere li suoi dubbi e terminolli tutti, et incominciasi quine: Or, figliuol mio ec.; nella sesta et ultima finge come fu chiamato lo sommo bene prima in terra, et incominciasi quine: Pria ch’io scendesse ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizioni letterali, allegoriche e morali.

C. XXVI — v. 67-78. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come la corte del cielo, finito lo suo parlare, sonò un canto dolcissimo; e come li ritornò la vista più perspicace che prima, dicendo così: Siccom’io; cioè altresì tosto come io Dante, tacqui; cioè finitti lo mio sermone, un dolcissimo canto Risonò per lo Cielo; cioè s’uditte per tutto lo cielo, perchè tutti li santi cantòno la loda d’Iddio, ringraziandolo de la buona intenzione, che Dante aveva ne la virtù della carità, dicendo così: e la mia donna; cioè Beatrice, Dicea con li altri; cioè santi, che cantavano: Santo, Santo, Santo. Finge l’autore che in cielo si cantasse: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus sabaoth ec., e finge che ’l cantasse Beatrice insieme con li altri: imperò che la Chiesa militante canta al divino officio della messa che li santi Angeli e tutti li beati cantano sì fatto cantico a Dio. E come; ecco che fa una similitudine, dicendo come l’omo si sveglia, quando lo lume acuto percuote nelli occhi, e però, a lume acuto; cioè ad uno grande lume, si dissonna; cioè si sveglia l’omo che dorme, Per lo spirto visivo; cioè per la virtù visiva, che è naturalmente nelli occhi, che; cioè 7 la quale virtù, ricorre A lo splendor; cioè della luce, che è mezzo per lo quale l’occhio vede, che; cioè lo quale splendore, va; cioè entra ne la luce dell’occhio, che si chiama pupilla, di gonna in gonna; cioè di tonica in tonica: diceno li Naturali che l’occhio è composto di più sode toniche come foglie, et in mezzo di quelle, sì come nel centro, è un umore in che sta la virtù visiva tra foglia e foglia, sicchè lo splendore venuto a la prima tonica passa quella e poi va a l’altra, e poi a l’altra infine che viene a l’ultima, e quine si moltiplica, E lo svegliato; cioè l’omo, che è subitamente svegliato, ciò che vede aborre; cioè teme e non può soffrire 8 di tenere l’occhio aperto, anco l’apre e chiude e strefinalo co la mano, infin che s’ausa a la luce, Sì nescia; cioè per sì fatto modo non saputa, è la sua subita vigilia; cioè lo subito svegliamento, Fin che l’estimativa; cioè infine a tanto che la virtù estimativa, non soccorre: cioè all’occhio, che fa deliberare [p. 709 modifica]quello che vuole lare, cioè di tenere aperto l’occhio e non chiuso. Cosi dalli occhi miei; cioè di me Dante, che figurano la ragione e lo intelletto, ogni quisquilia; cioè ogni superfluità, Fugò Beatrice; cioè scacciò la mia guida, col raggio dei suoi; cioè collo splendore dei suoi occhi, Che; cioè li quali occhi, rifulgean; cioè risplendevano, più; cioè più di lunge scacciò Beatrice ogni busca da’ miei occhi, di mille milia 9; cioè che non sono mille miglia. In questa parte l’autore tocca questa allegoria; che li occhi di Beatrice, che sono la ragione e lo intelletto de’Teologi che ànno scritto sopra la santa Scrittura, coi raggi suoi, cioè co le loro determinazioni et esposizioni cacciorno dalla sua ragione et intelletto ogni impedimento che l’offuscava, più che mille miglia; cioè bene di lungi, ponendo numero finito per infinito, dandoli ad intendere li alti e sottili intendimenti di santo Ioanni evangelista, che l’avevano offuscato, sicchè non gli poteva intendere.

C. XXVI — v. 79-90. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come li apparve Adam in uno grande splendore, poi che ebbe ricoverata la vista migliore che prima, dicendo così: Onde; cioè per la qual cosa, cioè poi che Beatrice ebbe cacciato via di lungi ogni impedimento dalli occhi miei, me’; cioè meglio, che dinanzi viddi poi; cioè poi che Beatrice ebbe schiarito li miei occhi, io Dante viddi meglio che dinanzi: imperò che io viddi la verità, che prima nolla vedeva, E quasi stupefatto; cioè diventato stupido, e come chi si meraviglia, dimandai; cioè Beatrice, D’un quarto lume: imperò che prima ve n’erano tre; cioè santo Piero, santo Iacopo e santo Ioanni, e questo quarto che era venuto era Adam, e questo intendere si debbe intendere che fusse nella fantasia de l’autore, ch’io; cioè lo quale quarto lume io Dante, viddi con noi; cioè con Beatrice e meco, e con quelli altri tre spiriti beati che erano venuti inanzi; E la mia donna; cioè Beatrice mi rispuose, s’intende, Dentro da quei rai; cioè dentro da quelli raggi, Vagheggia ’l suo Fattor 10; cioè Iddio, l’anima prima; cioè quella d’Adam, che fu la prima anima che Iddio facesse mai; e però dice: Che la prima Virtù; cioè Iddio, che è prima virtù, creasse mai: imperò che Iddio creò la prima anima, cioè quella d’Adam innanzi a tutte l’altre. Come la fronde; ecco che, per farsi meglio intendere, arreca una similitudine dicendo come la fronde dell’arbore o d’erba, che flette la cima; cioè la quale piega la sua altezza, Nel transito del vento; cioè quando lo vento soffia e passa oltra, e poi si leva; cioè essa cima, Per la propria virtù; cioè [p. 710 modifica]per la sua virtù naturale, che; cioè la quale virtù, la sublima; cioè la leva in alto, Fec’io; cioè Dante, come la fronda, in tanto in quanto ella; cioè Beatrice, diceva; cioè le parole dette di sopra, Stupendo; cioè meravigliandomi, e poi mi rifece sicuro; cioè me Dante, Un disio; cioè uno desiderio, di parlare; cioè a lo spirito quarto, che era venuto, und’io; cioè per la qual cosa io Dante, ardeva; cioè ardentemente desiderava che questo fusse.

C. XXVI — v. 91-102. In questi quattro ternari lo nostro autore finge com’elli parlò ad Adam, lo quale elli finse di sopra che fusse lo quarto lume che era venuto; e pregollo che egli sodisfacesse a la sua voglia, la quale elli vedeva, dicendo cosi: E cominciai; cioè Dante a parlare: O pomo; ecco che assomiglia Dante Adam ad uno pomo, che; cioè lo quale pomo, maturo Solo produtto fusti; cioè 11 da Dio, che fece l’uomo del limo della terra, et inspirò in lui lo spiracolo della vita e produsselo grande in età di 33 anni o quinde intorno; e però dice l’autore che solo Adam fu produtto da Dio in età e statura perfetta, nessuno altro uomo no: imperò che tutti nasciamo infanti e piccoli, e di tempo in tempo cresciamo in senno et in istatura infin che vegniamo al periodo, cioè a la misura che la natura àne dato a ciascuno, o padre antico; ben si li conviene questo nome padre: imperò ch’elli è stato padre di tutta l’umana spezie: imperò che tutti li omini e le femine sono figliuoli di Adam; e ben dice antico: imperò che erano passati dalla creazione sua più di 5000 anni, A cui; cioè al quale, ciascuna sposa; cioè ciascuna donna, che si marita, è figlia: imperò che è nata di lui, e nuro 12; cioè e nuora: imperò che è sposa di colui, che è anco nato di lui, Divoto quanto posso a te supplico; cioè prego io Dante con quanta devozione posso, Perchè mi parli; acciò che tu mi parli, tu; cioè Adam, vedi mia voglia; cioè vedi la mia voluntà: imperò che la vedi in Dio, come più volte è stato detto di sopra, E, per udirti tosto; cioè per non penare ad udirti, nolla dico; cioè la mia voglia, perchè tardere’ a dirla. Tal volta; cioè alcuna volta, uno animal coverto broglia; cioè desidera dentro nell’animo suo sotto la sua copertura corporale, Sì; cioè per sì fatto modo, che l’affetto; cioè che lo desiderio suo, che à d’entro, convien che si paia; cioè si manifesti di fuora, Per lo seguir che face in lui; cioè per l’effetto che fa seguire in lui, cioè nel detto animale, la voglia; cioè imperò che la voluntà fa che l’effetto seguiti in lui lo movimento dentro, et opera quello che lo primo movimento che viene vuole; e li primi movimenti, che sono dentro nell’anima, non sono in nostra podestà. Et [p. 711 modifica]avviene che in molti animali per sì fatto modo sono dentro, che tosto mostrano l’affetto che è dentro, perchè la voluntà la seguita. E similmente; cioè come fa alcuna volta uno animale, che à si ardente desiderio d’entro che lo mostra di fuora, così l’anima primaia; cioè l’anima d’Adam, che fu la prima che Iddio creasse mai, Mi facea trasparer; cioè dentro vedere e di là, per la coverta; cioè del lume, in che ella era fasciata, Quant’ella; cioè quanto essa anima d’Adam, venia gaia; cioè allegra, a compiacermi; cioè a compiacere a me Dante, che gli aveva parlato e pregato che sodisfacesse a la mia voglia.

C. XXVI — v. 103-114. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Adam, che era secondo l’anima in quella luce quarta che era venuta, li rispuose manifestandoli la sua voglia, cioè di Dante; e però dice così: Indi; cioè di poi che m’ebbe mostrato lo suo affetto, spirò; cioè misse fuora voce, dicendo a me Dante: Senza essermi proferta; cioè benchè a me non sia proferta 13, Dante; ecco che finge l’autore che Adam lo nominasse Dante, che era lo suo nome proprio: imperò che Adam fu di tanta sapienzia, che a tutte le cose puose nome, secondo la loro proprietà; e però finge l’autore che Adam in questo luogo lo nominasse, per mostrare che questo nome li fusse posto per proprietà, che era in lui di dare buona dottrina e buono esemplo della vita sua; e di questa nominazione fece menzione nella seconda cantica, quando indusse Beatrice a parlare nel canto xxx, dicendo: Dante, perchè Virgilio se ne vada, Non pianger anco, non pianger ancora: Chè pianger ti convien per altra spada, e poi più giù: Quando mi volsi al suon del nome mio, Che di necessità qui si rigistra; ma in questo luogo non si rigistra per necessità; ma per mostrare che questo nome li fusse conveniente, secondo proprietà, poi che così lo chiamò colui che pose nome a tutte le cose, secondo la loro proprietà, la voglia tua; cioè di te Dante, discerno mellio; cioè cognosco meglio 14, Che tu qualunche cosa t’è più certa; cioè più che non discerni tu, Dante, qualunca cosa è più certa a te. Et assegna la cagione; cioè: Perch’io; cioè imperò che io Adam, la veggio; cioè la voluntà tua, nel verace spellio; cioè nel vero specchio, cioè in Dio, nel quale ogni cosa risplende, Che; cioè lo quale specchio, fa di sè parellio; cioè di sè medesimo fa ricettaculo, all’altre cose; cioè a tutte le cose che sono, che tutte si vedono in lui, E nulla face lui; cioè Iddio, parellio; cioè ricettaculo, di sè. Come la luce dell’occhio che si chiama pupilla fa parellio di sè a le cose che l’occhio vede, perch’ella riceve le figure in sè, e la cosa veduta non fa la luce parellio di sè, come la luce fa parellio di sè a la cosa che si vede; e questo dice l’autore, perchè [p. 712 modifica]àe assimigliato a lo specchio, e le cose che si vedono nello specchio fanno lo specchio parellio di sè, e non lo specchio fa di sè parellio a le cose; ma Iddio fa di sè parellio a le cose: imperò che fa le cose rilucere in sè, e non le cose fanno sè in lui rilucere. E poi che àe manifestato come fa rilucere in sè tutte le cose, dimostra a Dante quello ch’elli vuole sapere e che elli comprende nella essenzia divina, che Dante voglia sapere; e però dice: Tu; cioè Dante, vuoli udir; cioè da me Adam, quant’è; cioè quanto 15 è, che Dio mi puose; cioè che Iddio puose me Adam, Ne l’eccelso giardin; cioè in el paradiso delitiarum — , ove; cioè nel quale paradiso, costei; cioè la santa Teologia, A così alta scala ti dispuose; cioè ordinò te et apparecchiò a montare così alta scala, come è questa del paradiso celeste. E per questo si debbe intendere che, poi che l’uomo è venuto 16 dell’animo purgato, monta a le virtù contemplative; e però fa l’autore questa fizione, che la santa Teologia dispogna l’animo a le virtù contemplative, poi che l‘omo àe passato 17 le virtù politiche prima, morali, e poi le purgative; sicchè quelle dell’animo purgato, che sono contemplative, seguitano che sono la beatitudine e felicità umana. E quanto fu ’l diletto alli occhi miei; cioè e vuoi sapere tu, Dante, quanto durò a li miei occhilo diletto del paradiso terrestro, E la propria cagion del grande sdegno; cioè perchè Iddio si sdegnò contra l’uomo, che fu lo maggiore sdegno che potesse essere: imperò che Iddio è maggiore di tutte le cose, E l‘idioma; cioè e ‘l modo del parlare, che io; cioè lo quale io Adam, usai; cioè nel mondo da prima, e ch’io fei: imperò che io fui prima trovatore del modo del parlare.

C. XXVI — v. 115-132. In questi sei ternari lo nostro autore finge come Adam rispuose ora a la sua voluntà, la quale àe manifestato di sopra avere veduta in Dio, dicendo così: Or; questa è interiezione esortante e confortante l’autore a l’attenzione; potrebbe anco essere avverbio temporale, cioè avale, figliuol mio: ben chiama Adam Dante suo figliuolo: imperò che tutti siamo figliuoli d’Adam, non lo gustar; cioè l’assaggiare, del legno; cioè del pomo del legno vietato, Fu per sè la cagion di tanto esilio; cioè di tanto sbandeggiamento, quanto seguitò poi de l’umana generazione, che stette in bando del paradiso celeste, poi che Adam fu cacciato del paradiso delle delizie 4302 18 anni, Ma solamente il trapassar del segno. Iddio aveva dato, siccome creatore, ad Adam siccome sua creatura in libertà d’arbitrio, acciò che per l’obbedienzia [p. 713 modifica]meritasse la beatitudine eterna, et avesse non solamente della grazia e misericordia d’Iddio; ma eziandio de la sua iustizia e così fusse abbondante di tutte le virtù, e sentisse di tutto ’l bene, e de le virtù d’Iddio, comandamento che non toccasse lo pomo del legno della scienzia del bene e del male, e di tutti li altri li diè libertà che potesse usare, et elli non fu obbediente e passò lo comandamento suo, e questo fu lo trapassare del segno, cioè la disobedienzia. Quivi; cioè in quel luogo, onde; cioè del quale, mosse tua donna Virgilio; cioè del limbo de’ santi Padri mosse Beatrice Virgilio, cioè la grazia d’Iddio, e la santa Teologia mosse la ragione a Dante a considerare la viltà del peccato e la pena che merita; e così co le virtù politiche e morali lo cavò del peccato et indusselo a sallire a le virtù purgatorie, e poi a sallire da le virtù purgatorie a le virtù dell’animo purgato che sono le contemplative, e questo è lo paradiso celeste e la beatitudine celeste, cioè contemplare Iddio, Quattro milia trecento e du’volumi Di Sol; cioè quattro milia trecento due anni: imperò che ogni volume di Sole è uno anno, desiderai questo concilio; cioè 19 questa beatitudine, dove è concordia di voluntà: concilio non è altro chè convenienzia di voluntà, e questa è vita eterna, E viddi; cioè io Adam, lui; cioè lo Sole, tornare a tutti i lumi; cioè a tutti i segni del zodiaco, che sono 12, e ciascuno si fa di molte stelle, che tutte sono luminose, e però dice a tutti i lumi De la sua strada; cioè del zodiaco: imperò che ’l Sole sempre va per la linea elittica che è nel mezzo del zodiaco, sicchè 6 gradi sono dall’uno lato, e 6 dall’altro, novecento trenta Fiate; cioè novecento trenta volte, che sono 930 anni, mentre ch’io; cioè in mentre, che io Adam, in terra fu’mi; cioè nel mondo, cioè mentre che io vissi; e per questo appare che Adam vivesse 930 anni, e 4302 stette nel limbo, ecco che 4232 anni 20 da la carnazione d’Adam infine alla passione di Cristo, levandone 32 che visse Cristo, rimane dalla creazione d’Adam infine a l’incarnazione di Cristo anni 4200 21, Et ora risponde a l’altro 22 che Dante avea de l’idioma, dicendo: La lingua; cioè lo modo del parlare, ecco ch’è lo istrumento con che si parla per la parlatura, et è colore retorico, del quale fu detto di sopra, cioè denominazione, ch’io; cioè che io Adam, parlai; quando fui nel mondo, fu tutta spenta; cioè lo primo idioma, che durò infine a Nembrot, tutto si perdè a la edificazione de la torre di Babel, Inanti che all’opra inconsummabile; cioè al lavoro della detta torre, che non si poteva recare a fine, la gente di Nembrot [p. 714 modifica]Fusse attenta; ecco che l’autore tiene che, inanzi l’edificazione de la torre, si perdesse l’idioma primo; et assegna la ragione naturale dicendo: Chè nullo affetto; cioè nessuno desiderio, mai 23; cioè per alcuno tempo, razionabile; dice, perchè ne l’omo sono più affetti, quale naturale, e quale ragionevile; e perchè lo parlare viene dall’affetto ragionevile, però fa menzione di quello, fu durabile sempre; cioè non fu che durasse sempre; et assegna la cagione, Per lo piacer uman; cioè per lo diletto e piacimento de l’omo, che rinovella; cioè si muta di tempo in tempo, Seguendo ’l Cielo: imperò che come si girano li cieli continuamente, e ma’ non stanno in istato; così li piaceri umani, cagionati da le influenzie de cieli, convengniansi mutare come si mutano li siti dei corpi celesti. E posta la maggiore co la sua prova, ora adiunge la minore, dicendo: Opera naturale è ch’om favella; cioè che l’uomo favelli questa è opera et officio di natura 24, cioè che s’à da la natura, Ma così o cosi; cioè ma a questo modo o a questo altro, natura lascia; cioè la natura lascia lo modo del parlare: benchè lo parlare sia atto naturale; niente di meno lo modo in libertà d’arbitrio, e però dice: Poi fare a voi; cioè uomini, secondo che v’abbella; cioè secondo che vi piace. Et in questa parte dubiterebbe alcuno e direbbe che l’autore avesse contradetto a sè: imperò che ne la prima cantica, canto xxx, l’autore àe detto che Nembrot fu cagione che uno linguaggio, che era innanzi, si perdesse, e nella edificazione de la torre di Babel si confundessono le lingue, e divisesi lo modo del parlare in 72 linguaggi. Et ora Dante, inducendo a parlare Adam, dice che lo linguaggio ch’elli parlò, che lo primo si perdette innanzi che la torre si facesse; dunque non quando la torre si fece; ecco contradice a quello che è detto. A questo si debbe rispondere che non contradice: imperò che questo passo s’intende così: Adam dice che lo linguaggio che parlò egli prima, innanzi che fusse Nembrot, si perdè tutto, forse nel diluvio o innanzi, e trovossene un altro nuovo, nel quale parlavano li figliuoli di Noe e quelli che disceseno poi; e questo linguaggio secondo durò infine a la costruzione 25 della torre, et allora si perdette, e fumo trovati da quelli, che allora erano, 72 diversi linguaggi, che l’uno non intendeva l’altro; e così rimane vero l’uno e l’altro detto 26. Seguita. [p. 715 modifica]

C. XXVI — v. 133-142. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge come Adam, poi che ebbe risposto ai dubbi detti di sopra, rispuose a l’ultimo, cioè quanto stette in paradiso 27, che quanto all’ordine posto di sopra fu lo secondo dubbio: imperò che Adam disse ch’elli vedeva in Dio che Dante aveva quattro dubbi; cioè lo primo, quanto era passato di tempo da la sua creazione, infine a la resurrezione di Cristo; lo secondo, quanto tempo stette nel paradiso de le delizie, in stato d’innocenzia; lo terzio, qual fu la cagione del coruccio e sdegno, che ebbe Iddio in verso l’umana natura; lo quarto, che parlare usò Adam e trovò mentre ch’elli visse; sicchè risposto ai tre, risponde ora al quarto, cioè quanto stette in stato d’innocenzia. Et innanzi che vegna a questo, conferma quello che àe detto di sopra, cioè che ’l modo del parlare si muta e tutte l’usanze del mondo, come lo cielo continuamente si muta, dicendo così: Pria; cioè inanzi, ch’io; cioè che io Adam, scendesse a l’infernale ambascia; cioè inanzi ch’io morisse: allora che Adam morì scese a lo inferno, e però dice che innanzi ch’elli scendesse a l’angoscia de lo inferno: imperò che lo limbo, secondo alquanti Teologi diceno, è allato a lo inferno, come se dicessemo che lo inferno fusse la città, e li borghi fussono lo purgatorio e lo limbo, Un 28; cioè questo nome, Un s’appellava in terra; cioè giù nel mondo, il sommo Bene; cioè d’Iddio, che è sommo bene, Onde; cioè dal quale, vien la letizia; cioè procede e cagionasi l’allegrezza, che mi fascia; cioè che mi cuopre, e dentro a la quale io sono contenuta, Eli si chiamò poi; cioè Iddio si chiamò questo nome Eli, siccome appare ne la Passione 29: Eli, Eli, lammasabacthani? Hoc est: Deus meus, Deus meus ec.— e ciò; cioè e questo è convenevile, e però dice: convene; cioè conveniente è. Chè l’uso de’ mortali; cioè imperò che l’uso de l’omini, è come fronda Di ramo; cioè come è la fronda nel ramo dell’arbore, che sen va, e l’altra viene; cioè che l’una fronda se ne va e l’altra rinasce poi, e così è dell’usanze e costumi delli omini, che l’uno se ne va e l’altro viene. Nel monte, che si leva; ecco che risponde ora al dubbio, cioè quanto stette in stato d’innocenzia che fu [p. 716 modifica]quanto stette in paradiso delle delizie senza gustare lo pomo vietato; e però che nel paradiso, che è sul monte che l’autore finse nella seconda cantica che fusse nell’altro emisperio in isula intorneato dal mare et è molto alto, et in quella altezza finge che sia e però dice: che si leva; cioè lo qual monte s’innalza e dilungasi, più dall’onda; cioè del mare, Fu’ io; cioè Adam, con vita pura; tanto, quanto io stetti obbediente, e disonesta; che fu, poi 30 disubbiditte lo comandamento, et allora fu la vita sua disonesta, Da la prima ora; che fu quando lo Sole uscitte dall’orizonte orientale dal nostro emisperio a l’altro, secondo la fizione dell’autore, che finge che lo paradiso de le delizie sia di là nell’altro emisperio in su la cima del monte del purgatorio: imperò che così uscitte lo Sole, quando Iddio disse: Fiat lux, et facta est lux, e così passò uno di’, secondo si trova nel Genesi de la Bibbia, sicchè venendo lo sesto e salliendo lo Sole dal nostro emisperio all’altro come passò l’orizzonte, incominciò la prima ora di quella quarta, et ogni quarta àe ore 6, perchè àe tre parti che ciascuna passa lo Sole in 2 ore, sicchè nella prima ora fu fatto Adam de la terra di Damasco e vivificato da Dio, spirato in lui lo spiraculo de la vita nel paradiso de le delizie, si trovò solo; et addormentato, come piacque a Dio, li trasse de la costa la femina Eva. E risvegliato Adam e veduta la sua compagnia cognobbe come era fatta, dicendo: Haec est caro ex carne mea, et hoc est os ex ossibus meis; sicchè dopo la prima 31 Adam et Eva si trovorno insieme in paradiso, e ricevettono lo comandamento da Dio che non toccasseno del pome 32 del legno della scienzia del bene e del male; ma delli altri sì, adiungendo la pena che quandunqua ne toccasseno e gustasseno, morrebbono di morte. Venne però lo dimonio in spezie di serpente, e confortò che ne mangiasseno, a cui credettono e mangiorno lo pomo vietato, e furno disobedienti, et incontenente cacciati del paradiso, e messi nel mondo in questo emisperio, secondo la fizione dell’autore che figura lo paradiso essere nell’altro, e questo fu in ispazio d’ore 5. E però parlando come poeta l’autore nostro; che parlano li poeti per circuizioni, dice; Da la prima ora; che è quando lo Sole entra nella quarta, a quella, che seconda; cioè a quella che seguita, l’ora sesta; che è la prima dell’altra quarta, Come ’l Sol muta quadra; cioè che è quella ora che seguita l’ora sesta, quando lo Sole muta quadra che è la prima dell’altra quadra, sicchè dalla prima dell’una quadra a la prima dell’altra quadra v’è in mezzo ore 5, sicchè cinque ore stette Adam et Eva tra innocente e nocente in paradiso delle delizie, secondo la fizione dell’autore. E qui finisce lo canto xxvi, et incominciasi lo canto xxvii de la terza cantica.

Note

  1. C. M. ferventemente. E di questo amore parla nelle sue morali canzoni, e di questa Beatrice, benchè molti, che non l’intendono, credono che dicano d’amore disonesto. Lo ben
  2. C. M. chiaro, quando più strettamente sarai esaminato, dicer
  3. C. M. tanto maggiormente muove la mente ad amare, Quanto
  4. C. M. fuor di lei si truova; cioè che tutti li altri beni che si trovano fuori di lei, cioè della divina essenzia, Altro
  5. C. M. lo sommo de’ suoi amori, che tu, Dante, ài per li argomenti filosofici e per le autoritadi della santa Scrittura veggio che guarda in verso
  6. C. M. fine, quanto alla sua divinità, di tale
  7. C. M. cioè lo quale spirito visivo, ricorre
  8. C. M. sofferire di vedere e non può tenere
  9. C. M. milia; più di mille millia, cioè scacciò Beatrice ogni superfluità, che offuscava la mia vista più di lungi che non sono mille millia. In questa parte
  10. C. M. Fattor l’anima prima; cioè riguarda lo suo Fattore Dio l’anima prima; cioè quella
  11. C. M. cioè che tu solo fosti creato da Dio solo maturo: imperò che fece Adam del limo della terra, dove è ora Damasco, et ispirò in lui l’anima vivente, quando spirò in lui lo spiracolo
  12. Nuro; nuora, dal nurus latino. E.
  13. C. M. proferta, sia manifesta da te, Dante;
  14. C. M. meglio io Adam, Che
  15. C. M. quanto tempo è, che
  16. C. M. venuto alle virtù purgatorie monta da quelle alle virtù dell’animo purgato, cioè alle virtù contemplative;
  17. C. M. à passato prima le virtù politiche e morali
  18. C. M. 5232 anni,
  19. C. M. cioè desiderai io Adam, stando nel limbo, questa
  20. C. M. cinquemila dalla creazione d’
  21. C. M. cinquemila cc.
  22. C. M. altro dubbio che Dante avea del linguaggio, dicendo:
  23. C. M. mai razionabile; cioè imperocchè: niuno affetto ragionevole per alcun tempo, fu durabile sempre; cioè non fu mai che durasse sempre; e dice ragionevole, acciocchè s’intenda dell’affetto umano, e non bestiale; et assegna
  24. C. M. di natura: imperocchè formare la voce viene dall’istrumenti naturali, Ma
  25. C. M. all’edificazione della
  26. C. M. Ma nel luogo preallegato dimostra l’autore che lo primo linguaggio si perdesse in tutto, come appare nel testo. E contradice a S. Agostino che nel libro De Civitate Dei dice chiaramente che l’ebreo parlare, che ànno li Iudei, fu lo primo parlare che parlò Adam, che anco dura, e così contradice a quello che dice qui l’autore, et a questo non si può dire se non che le opinioni sono diverse; quale sia la vera Dio lo sa; ma qui tosto si dè credere a santo Agostino che scrisse spirato dallo Spirito Santo. Seguita.
  27. C. M. in paradiso terrestre, benchè secondo all’ordine
  28. I codici e le stampe della Divina Comedia ne porgono qui varie lezioni, che però tutte riescono al medesimo significato. Dalle lingue semitiche appare chiaro come Dio fosse appellato El; e che 1 od un’alfa, valeva lo stesso; e che tale alfa si proferisce nasalmente in, an, un; il perchè Iddio viene eziandio nominato Un. E.
  29. C. M. nella Passione, quando Cristo disse: Eli,
  30. Poi; poi che, come al Purg. c.x, v.1. E.
  31. C. M. prima ora Adam
  32. C. M. pomo
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