Commedia (Buti)/Paradiso/Canto XXVII

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Paradiso
Canto ventisettesimo

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Paradiso - Canto XXVI Paradiso - Canto XXVIII
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C A N T O     XXVII.





1Al Padre, al Filio, a lo Spirito Santo
     Cominciò gloria tutto ’l Paradiso,
     Sì che m’inebriava il dolce canto.
4Ciò, ch’io udia, mi sembiava un riso1
     Dell’universo; per che mia ebriezza
     M’intrava per l’udito e per lo viso.2
7O gioia! o ineffabile allegrezza!
     O vita intera d’amore e di pace!
     O senza brama sicura ricchezza!
10Dinanzi alli occhi miei le quattro face
     Stavano accese, e quella, che pria venne,
     Incominciò a farsi jpiù vivace;
13E tal ne la sembianza sua divenne,
     Qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
     Fusser uccelli, e cambiassersi penne.
14La Providenzia, che quivi comparte
     Vice et officio, nel beato coro
     Silenzio posto aveva da ogni parte,
19Quand’ io udi’: Se io mi trascoloro,
     Non ti meravigliar: che, dicendo io,
     Vedrai trascolorar tutti costoro.

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22Quelli ch’usurpa in terra il loco mio,
     Il loco mio, il loco mio, che vaca
     Ne la presenzia del Figliuol d’Iddio,
25Fatt’à del cimiterio mio cloaca
     Del sangue e della puzza, onde’l perverso,
     Che cadde di quassù, laggiù si placa.
28Di quel color, che per lo Sole avverso3
     Nube dipinge da sera e da mane,
     Vidd’ io allora tutto’l Ciel cosperso.
31E come donna onesta, che permane
     Di sè sicura, e per l’altrui fallanza,
     Pur ascoltando, timida si fane;4
34Così Beatrice trasmutò sembianza;
     E tale eclissi credo che ’n Ciel fue,5
     Quando patì la suprema Possanza.
37Poi procedetter le parole sue
     Con voce tanto da sè trasmutata,
     Che la sembianza non si mutò piue.
40Non fu la Sposa di Cristo allevata
     Del sangue mio, di Lino e di Cleto,6
     Per esser ad acquisto d’oro usata;
43Ma per acquisto d’esto viver lieto,
     Sisto, e Pio, e Calisto, et Urbano7
     Sparser lo sangue dopo molto fleto.
46Non fu nostra ’ntenzion ch’a destra mano
     Dei nostri successor parte sedesse,
     Parte dall’altra del popul cristiano;

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49Nè che le chiavi, che mi fur concesse,
     Divenisser signaculo in vessillo,
     Che contra i battezzati combattesse;
52Nè ch’io fusse figura di sigillo
     Ai privilegi venduti e mendaci,
     Ondio sovente arrosso e disfavillo.8
55In vesta di pastor lupi rapaci
     Si veggion di quassù per tutti i paschi.
     O difesa d’Iddio, perchè pur giaci!9
58Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
     S’apparecchian di bere. O buon principio.
     A che vil fine convien che tu caschi!
61Ma l’alta Providenzia, che con Scipio
     Difese a Roma la gloria del mondo,
     Soccorrà tosto, sì com’io concipio.10 11
64E tu, figliuol, che per lo mortal pondo
     Ancor giù tornerai, apre la bocca,12
     E non nasconder quel, ch’io non nascondo.13
67Siccome di vapor gelati fiocca
     In giuso l’aire nostro, quando ’l corno
     De la Capra del Ciel col Sol si tocca;
70In su vidd’io così l’eter adorno14
     Farsi, e fioccar di vapor triunfanti,
     Che fatto avean con noi quivi soggiorno.
73Lo viso mio seguia i suoi sembianti,
     E seguì finchè ’l mezzo per lo molto
     Li tolse el trapassar del più avanti;15

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76Onde la donna, che mi vidde assolto
     Dell’attendere in su, mi disse: Adima16
     Il viso, e guarda come tu se’ volto.
79Dall’ora, ch’io avea guardato prima,
     Io viddi mosso me per tutto l’arco,
     Che fa dal mezzo al fin il primo clima;
82Sicch’io vedea di là da Gade il varco
     Folle d’Ulisse, e di qua presso al lito,
     Nel qual si fece Europa dolce carco.
85E più mi fora discoperto ’l sito
     Di questa aiuola; ma ’l Sol precedea17
     Sotto ’ miei piedi, un segno e più partito.18
88La mente innamorata, che donnea19
     Co la mia donna sempre, di ridure20
     Ad essa li occhi più che mai ardea.
91E se natura, o arte fe pasture
     Di pilliare occhi per aver la mente,
     In carne umana, o ne le sue pitture,
94Tutte adunate parrebber niente
     Ver lo piacer divin, che mi rifulse,21
     Quando mi volsi al suo viso ridente.
97E la virtù, che lo sguardo m’indulse,
     Del bel nido di Leda mi divelse,
     E nel Ciel velocissimo m’impulse.
100Le parti sue vivissime et eccelse22
     Sì uniforme son, ch’io non so dire
     Qual Beatrice per luogo mi scelse.

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103Ma ella, che vedea il mio disire,
     Incominciò ridendo tanto lieta,
     Che Iddio parea nel suo volto gioire:
106La natura del moto, che quieta
     Il mezzo, e tutto l’altro intorno move,
     Quinci comincia, come da sua meta.
109E questo Cielo non à altro dove,
     Che la Mente Divina, in che s’accende
     L’amor che ’l volge, e la virtù ch’ei piove,23
112Luce et amor d’un cerchio lui comprende,
     Siccome questo li altri; e quel procinto24
     Colui, che ’l cinge, solamente intende.
115Non è suo moto per altro distinto;
     Ma li altri son mensurati da questo,
     Siccome diece da mezzo e da quinto.
118E come ’l tempo tegna in cotal testo25
     Le sue radici, e nelli altri le fronde,
     Omai a te può esser manifesto.
121O cupidigia, che i mortali affonde
     Sì sotto te, che nessuno àe podere
     Di traer li occhi fuor de le tue onde!26
124Ben fiorisce ne li omini il volere;
     Ma la pioggia continua converte
     In bozzacchioni le susine vere.
127Fede et innocenzia son reperte
     Solo nei pargoletti; e poi ciascuna
     Pria fugge, che le guance sian coperte.

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130Tale, balbuziendo ancor, digiuna,27
     Che poi divora co la bocca sciolta28
     Qualunche cibo per qualunca luna;29
133E tal balbuziendo ama et ascolta
     La madre sua, che con loquela intera
     Disia poi di vederla sepolta.
136Così si fa la pelle bianca nera,
     Nel primo aspetto de la bella fillia
     Da quei, che porta mane, e lascia sera.30
139Tu, perchè non ti facci meravillia,
     Sappi che ’n terra non è chi governi,
     Unde si svia l’umana famillia.
142Ma prima che Genaio tutto si sverni,31
     Per la centesma ch’è laggiù negletta,
     Ruggeran sì questi cerchi superni,
145Che la fortuna, che tanto s’aspetta,
     Le poppe volgerà u’ son le prore32
     Sì, che la classe correrà diretta;
148E vero frutto verrà dopo ’l fiore.

  1. v. 4. C.A. ch’io vedeva mi sembrava
  2. v. 6. C. A. Entrava
  3. v. 28. C. M. lo Cielo
  4. v. 33. Fane, fae, fa tramesso l’n siccome in ene, ee, è ec., affinchè la voce truovi un certo riposo. E.
  5. v. 35. C. A. la divina Possanza.
  6. v. 41. C. A. di Lin, di quel di
  7. v. 44. C. A. E Sisto e Pio, Calisto ed
  8. v. 54. C. A. Di ch’io sovente
  9. v. 57. C. M. più giaci!
  10. v. 63. Soccorrà; futuro imperfetto, nato dall’ infinito soccorre, imitazione dal provenzale. E.
  11. v. 63. C. A. Proveggia poi così come io
  12. v. 65. C. A. apri
  13. v. 66. C. M. C. A. non ascondo,
  14. v. 70. C. A. l’etera
  15. v. 75. C. M. di più avanti ;
  16. v. 77. C. A. attender lassù,
  17. v. 86. C. A. procedea
  18. v. 87. C. A. Sotto i miei
  19. v. 88. Donneare; vagheggiare, dilettarsi. E.
  20. v. 89. Ridure, come pore, trare e simili, i quali con una sola r scontransi
    eziandio presso i nostri antichi. E.
  21. v. 95. C. A. Verso il
  22. v. 100. C, A. vicissime,— e così pure legge il C. Pal. publ. dal c. Palermo. E.
  23. v. 111. C. A. L’amor che il volve.
  24. v. 113. quel precinto
  25. v. 118. C. A. come tempo tenga
  26. v. 123. C. A. trarre gli
  27. v. 130. C. A. E tal,
  28. v. 131. C. A. colla lingua
  29. v. 132. C. A. qualunque
  30. v. 138. C. A. che apporta
  31. v.142. C. A. Gennaio tutto sverni,
  32. v. 146. C. A. La poppa .... plore




C O M M E N T O


Al Padre, al Filio, ec. In questo canto xxvii lo nostro autore finge com’elli sallitte dal cielo ottavo al cielo nono, che è lo primo mobile. E dividesi questo canto in due parti principali: imperò che prima finge come risonò di canti la corte di paradiso, et appresso Beatrice, e come santo Piero riprende forte 1 li suoi successori; nella seconda, com’elli montò da l’ottava spera a la nona, et incominciasi quine: Siccome di vapor ec. La prima, che sarà prima [p. 723 modifica]lezione, si divido in parti cinque: imperò che prima finge come tutta la corte di paradiso risonò canto, udito quello che fu detto di sopra; nella seconda finge come santo Piero incominciò a dolersi de’ successori suoi, et incominciasi quine: La Providenzia ec.; nella terza finge come Beatrice, udendo la riprensione di santo Piero, tutta si trasmutò, et incominciasi quine: Di quel color, ec.; nella quarta parte finge come san Piero seguitò la sua riprensione contra li pastori della Chiesa, et incominciasi quine: Non fu la Sposa ec.; nella quinta parte finge come santo Piero anco continuò lo suo parlare pure contra li prelati, et incominciasi quine: In vesta di pastor ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizioni letterali, allegoriche e morali.

C. XXVII — v. 1-15. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che, finita la risposta d’Adam ai suoi dubbi, tutto lo cielo cantò: Gloria Patri et Filio ec.; e come santo Piero, gittando glandissimo 2 splendore, incominciare volendo la sua invettiva contra li pastori della Chiesa 3, che Iove e Marte non sono più; e però dice: Al Padre; che è la prima persona nella deità, o vero divinità, al Filio; che è la seconda, a lo Spirito Santo; che è la terza: lo Figliuolo procede pur dal Padre, e lo Spirito Santo dall’uno e dall’altro, cioè dal Padre e dal Figliuolo, Cominciò gloria tutto ’l Paradiso; cioè incominciò a cantare tutto lo Paradiso: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto, sicut erat in principio et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen— , Sì; cioè per si fatto modo, che m’inebriava il dolce canto; cioè imbriacava lo dolce canto, che io udiva, me Dante. Ciò, ch’io; cioè Dante, udia; cioè in quello luogo dai beati, mi sembiava; cioè pareva a me, un riso Dell’universo; cioè una festa che tutta la creatura facesse, rallegrandosi al suo Creatore, per che; cioè per la qual cosa, mia ebriezza; cioè la cagione del mio escimento di me, M’intrava; cioè entrava a me Dante, per l’udito e per lo viso; cioè la carità e la letizia, che io vedeva et udiva da’ beati, mi facea uscire de la mia umanità e facevami innamorare d’Iddio e di quella sua gloria, come lo vino cava di sè l’uomo et occupa lo intelletto suo; e però esclama e dice, come preso da quella beatitudine e letizia: O gioia! o ineffabile allegrezza; cioè allegrezza, che non si può esplimere! O vita intera; cioè o vita perfinita, d’amore e di pace: imperò che quine è amore e pace, cioè in vita eterna ! O senza brama sicura ricchezza; cioè o ricchezza perfetta, senza necessità ! Imperò che le ricchezze del mondo, come sono grandi; così [p. 724 modifica]sono bisognose, come dice Boezio nel libro della Filosofica Consolazione: Pluribus quippe adminiculis opus est ad tuendam preciosae supellectilis varietatem. Verumque illud est permultis eos indigere qui permulta possideant. Et Iuvenale: Interea pieno cum turget sacculus ore, Crescit amor nummi, quantum ipsa pecunia crescit; Et minus hanc 4 optat, qui non habet. Tutte le ricchezze mondane sono con brama: imperò che quanto l’uomo più n’à, più ne vuole; e quanto n’à, di maggiore aiuto a guardalle 5 àe bisogno; et appresso non sono durabili nè stabili, e però non sicure. Quella di paradiso è sicura: imperò che non si può perdere, et è senza desiderio: imperò che chi l’à, niente desidera più: imperò che pienamente e perfettamente è contento. Dinanzi alli occhi miei; cioè 6 di me Dante, le quattro face; cioè le quattro fiaccole, Stavano accese: imperò che sempre ardevano di carità e d’amore, et erano fasciate di luce e di splendore; e questi erano quelli beati spiriti che erano venuti a Dante, cioè san Piero, santo Iacopo e santo Ioanni et Adam, li quali erano venuti, come è stato detto di sopra, nella fantasia dell’autore, e quella; cioè fiaccola, che pria venne; cioè la quale venne prima, che fu san Piero, che esaminò l’autore nella fede, Incominciò a farsi più vivace; cioè risplendente più vivacemente, perchè maggiore carità l’accendeva. E tal ne la sembianza sua divenne; cioè sì fatto nell’apparenzia sua divenne san Piero, Qual diverrebbe Iove; che è uno pianeto, cioè lo sesto sopra Marte, s’elli; cioè se Iove, e Marte; che è lo quinto pianeto di sotto ad Iove, Fusser uccelli; cioè fussono che potessono mutare luogo, come mutano li uccelli; e questo dice, perchè gli pianeti non possano mutare sito, e cambiassersi penne; cioè che le penne, che avesse Iove, avesse Marte; e quelle, che avesse Marte, avesse Iove. Le penne dei pianeti s’intendono li colori de’ raggi dei quali risplendono, come le penne de li uccelli appaiano diverse, per diversi colori che dimostrano. Già è stato detto di sopra che Marte à li raggi suoi affocati di colore rubicondo, lo quale dà influenzia à li omini battaglieri d’ira che dispregia lo male; et Iove è ne raggi suoi di colore arientato chiaro. E perch’elli vuole introducere santo Piero a parlare come dispregiatore e riprenditore de’ vizi dei prelati, però dice che elli riprendeva del colore di Marte; e perch’elli era stato di quelli che avevano sostenuto morte per la fede di Cristo, però ancora finge che avesse similitudine di Marte che àe quella influenzia, come è stato detto di sopra. E perchè tenne la catedra della Chiesa e fu pastore e predicatore e scrittore nella fede cristiana, però l’assimiglia ad [p. 725 modifica]Iove prima; ma non simplicimente ad Iove; ma ad Iove che avesse li raggi di Marte, perchè adiratamente lo introduce riprenditore de li pastori della Chiesa, come apparra di sotto. Seguita.

C. XXVII— v. 16-27. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come, finito lo canto e fatto lo silenzio, san Piero incominciò a parlare a Dante biasimando la disonestà dei pastori, dicendo così: La Providenzia; cioè d’Iddio, che; cioè la quale, quivi; cioè in vita eterna, comparte Vice et officio; cioè l’oficio, che ciascuno beato debbe esercitare, e l’avvicendamento che debbe fare l’uno a l’altro, nel beato coro; cioè de’ santi, che quine erano che avevano cantato: Gloria Patri et Filio ec., come cantano li religiosi nel coro, Silenzio posto aveva; cioè a quel coro, da ogni parte; cioè da man destra e man sinistra, come stanno li cori, Quand’io; cioè quando io Dante, udi’; cioè dire da san Piero, poi che ognuno stette cheto. Se io; cioè se io san Piero, mi trascoloro; cioè mi muto di colore: come detto è di sopra, lo fulgore di san Piero era de’ raggi argentati 7 di Iove, et allora elli mutato e fatto de’raggi rubicondi 8 di Marte, Non ti meravigliar 9; cioè tu, Dante, non te ne meravigliare, cioè del mio mutamento, chè, dicendo io: imperò che quando dirò io san Piero, Vedrai trascolorar tutti costoro; cioè tutti accendersi ad iustizia contra lo disonesto vivere de’ pastori, cioè tutti questi santi che sono qui. Quelli; cioè lo papa, ch’usurpa; cioè che piglia male e male usa: usurpare è non usare bene la cosa come si debbe, e non pigliare la cosa con buono ordine, in terra; cioè giù nel mondo, il loco mio; cioè la mia sedia papale e l’officio mio; e dicelo tre volte, per mostrare maggiore fervore, che vaca; cioè di me Piero è vacuo: imperò che non vi sono ora io, Ne la presenzia del Figliuol d’Iddio; cioè nel cospetto di Cristo, Cristo vedente ogni cosa, Fatt’à; cioè fatto à, del cimiterio mio cloaca; cioè del luogo, dove in Roma si sotterravano li santi che morivano per la fede di Cristo, e dove si sotterrò san Piero e san Paulo e gli altri santi pastori che sono stati, che si chiama Vaticano; à fatto ricettaculo di bruttura, Del sangue e della puzza; cioè che quine, dove solevano ponersi solo le reliquie de’ santi, ora vi si pongono li corpi degli omini peccatori e sanguinolenti, onde ’l perverso; cioè del quale sangue e de la qual puzza lo dimonio, che si pervertì da la via diritta, Che cadde di quassù; cioè di cielo per lo suo peccato, laggiù; cioè nel mondo, si placa; cioè si contenta e saziasi del suo malo desiderio, perchè vede l’effetto [p. 726 modifica]di quel che desidera. E questo papa, del quale parla, s’intende esser quello che fu nel 1300, quando l’autore finge che avesse questa visione. E secondo che io trovo, allora era papa Bonifazio, che fu omo guerrieri, com’è ne la presente comedia ne l’esposizione posta di sopra in più parti. Seguita.

C. XXVII — v. 28-39. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come tutto lo cielo, dopo le parole dette da san Piero, si mutò di colore et anco Beatrice, dicendo così’ Di quel color; questa determinazione si rende al participio cosperso; che seguita di sotto nel terzo versetto, unde si debbe incominciare lo parlare, cioè: Vidd’io; cioè Dante, allora; cioè quando san Piero ebbe detto le parole dette di sopra, tutto ’l Ciel cosperso; cioè tutto lo cielo variato, Di quel color; cioè affocato; e questo era, perchè li beati tutti erano infiammati di carità e di iustizia contra li mali pastori, che; cioè lo qual colore, dipinge Nube; cioè fa colorata la nube, che è in aere, per lo Sole avverso; ecco la cagione effettiva, per che la nube diventa rossa, cioè per lo Sole, che avverso a la nube, la percuote coi raggi suoi, e cagionano li raggi allora tal colore ne la nube, da sera; di verso l’occidente, dove si fa sera, e da mane; cioè di verso l’oriente, dove si fa mattina: imperò che in verso queste due parti si vedono le nube rossicare. E per questa similitudine dà ad intendere che per la carità, che da Cristo rifulgeva in loro, sì ardevano d’amore di iustizia in verso li mali pastori tutti li beati 10. E poi ch’à mostrato trascolorati tutti li beati, dimostra discolorata Beatrice ne la sua apparenzia e ne la sua voce; e però dice: E come donna, ecco che fa una similitudine, dicendo: Come la donna onesta; cioè che non à fatto fallanza, che; cioè la quale, permane; cioè dura e sta, Di sè; cioè di sè medesima, sicura: imperò che non si sente avere fatto fallo, e per l’altrui fallanza; cioè e per lo fallo d’altra donna, Pur ascoltando; cioè lo fallo d’altra donna, timida si fane; cioè diventa timida e vergognosa: assai volte addiviene che una onesta donna, vedendo lo fallo d’una disonesta, ne diventa timida e vergognosa. Cosi; ecco che adatta la similitudine, Beatrice; per quel modo, che fa l’onesta donna, trasmutò sembianza; diventando timida e vergognosa per quello, che avea detto san Piero del papa che era allora. E per questo dà ad intendere che tutti li Teologi, li santi e buoni cristiani si vergognano del peccato de’pastori della santa Chiesa. E tale eclissi; cioè tale difetto di luce e tale oscurazione, credo che ’n Ciel fue; cioè io Dante 11, Quando patì; cioè quando [p. 727 modifica]sostenne passione, la suprema Possanza; cioè la somma potenzia, cioè Cristo figliuolo d’Iddio: imperò che allora oscurò 12 lo Sole, siccome dice la santa Scrittura. Poi; cioè che san Piero ebbe detto le parole dette di sopra e che lo cielo, cioè li beati che erano in cielo, e Beatrice ebbe mutato colore, procedetter le parole sue; cioè di san Piero, Con voce tanto da sè trasmutata; cioè da quella, che prima era, Che la sembianza; cioè l’apparenzia del colore, non si mutò piue; cioè che la voce; e disse con voce corucciosa le parole, che seguitano di sotto nell’altra parte. Seguita.

C. XXVII — v. 40-54. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come san Piero tornò a parlare, riprendendo li mali prelati, dicendo così: Non fu la Sposa di Cristo; cioè la santa Chiesa, allevata Del sangue mio; parla san Piero che sparse lo sangue suo, posto ne la croce col capo suo di sotto, e poscia dicapitato, che tutto fu confermamenlo de la fede cristiana et accrescimento della santa Chiesa 13, di Lino; cioè del sangue di santo Lino, e di Cleto; cioè e del sangue di santo Cleto, li quali furno sommi pontifici dopo san Piero, e furno martirizzati per la fede, Per esser ad acquisto d’oro usata; cioè la sposa di Cristo, che è la santa Chiesa, non fu allevata del nostro sangue, perch’ella fusse usata ad acquistare oro e ricchezza, Ma per acquisto d’esto viver lieto; cioè ma fu allevata la santa Chiesa del sangue mio e delli altri martiri, per acquistare la vita lieta e beata di vita eterna, Pio; che fu anco pontifice, Sisto; similmente fu pontifice, Calisto; che fu anco pontifice, et Urbano; che fu anco pontifice, Sparser lo sangue; cioè loro, dopo molto fleto; cioè dopo molti martìri, che sostennono solamente per acquistare vita beata, e non l’oro, nè l’ariento co lo spargimento del nostro sangue. Non fu nostra ’ntenzion; cioè di noi martiri, dice san Piero, cioè di me e degli altri martiri, che sparsono lo loro sangue, ch’a destra mano; cioè da man diritta, Dei nostri successor; cioè de’ pontifici e prelati, ch sono seguiti dopo noi, parte sedesse; cioè 14 fussono in grazia come saranno quelli, che a l’iudicio che farà Cristo, saranno da mano ritta 15, Parte dall’altra; cioè mano, da la sinistra sedesse, s’ intende, del popul cristiano; cioè che ’l populo cristiano l’una parte fusse in grazia de’pastori della Chiesa, come è la parte guelfa, e l’ altra fusse in odio, cioè la parte ghibellina, come si vidde al tempo dell’autore, et 16 essi veduto poi. Nè che le chiavi; cioè lo gonfalon de la Chiesa, nel quale si dipigne due chiavi in segno di quelle, che furno date a san Piero da Cristo, quando disse: Et tibi dabo claves regni coelorum, e però dice: che mi fur concesse; cioè le [p. 728 modifica]quali chiavi furno concedute a me Piero, Divenisser signaculo in vessillo; cioè diventassono segno di gonfalone, Che; cioè lo quale gonfalone, contra i battezzati combattesse; cioè combattesse contra li cristiani. Nè ch’io; cioè nè non fu nostra intenzione, che io Piero fusse figura di sigillo: imperò che nella bolla del papa dall’una parte è la figura de le teste di san Piero e di san Paulo, Ai privilegi venduti; e qui riprende la simonia, e mendaci; cioè falsificati e così riprende la falsità. Ond’io; cioè per la qual cosa io Piero sovente; cioè spesso, arrosso: imperò che di ciò mi coruccio, e disfavillo; gitto raggi. E questo è secondo la fizione de l’autore, per mostrare lo fervore della carità di san Piero, che infine in vita eterna, finge l’autore che 17 li dispiaceno le simonie e le falsità, che si fanno in corte di Roma. E questa fizione àe fatto, per riprendere i pastori della santa Chiesa de la loro disonesta vita, e non era licito a lui di riprenderli; e però introduce san Piero a parlare, e finge ch’elli riprenda.

C. XXVII — v. 55-66. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che san Piero, seguendo la sua riprensione, esclama a Dio e pregalo che ponga a ciò rimedio, e conforta Dante che lo debbia dire quando tornerà nel mondo, dicendo così: In vesta di pastor; cioè in abito et apparenzia di pastori: imperò che vanno colle grandi cappe, lupi rapaci; cioè li quali lupi, rapaci quanto a l’animo et all’opere che fanno, Si veggion di quassù; dice san Piero che li prelati della Chiesa si vedono in cielo in apparenzia di pastori; ma all’opere sono rapaci lupi, che divorano le loro pecore, cioè li loro sudditi, per tutti i paschi; cioè per tutti li benefici che sono nella cristianità: così sono li benefici a’cherici, come li paschi a le pecore che ne vivono: e come li lupi nelle pasture assalliscono e divorano le pecore; così li prelati della Chiesa, che doverebbono essere come pastori a difendere dai lupi, cioè dai dimoni, li loro sudditi e li loro populi, sono come lupi rapaci a divorare le loro facultà et a farli ruinare col loro malo esemplo; e però esclama a Dio, dicendo: O difesa d’Iddio; cioè o Iddio, che li doveresti difendere, cioè li sudditi e li cristiani sottoposti a la loro cura, perchè pur giaci; cioè perchè non ti lievi a spaventare tali prelati co la tua voce e co li tuoi punimenti, come lo cane spaventa li lupi co l’abbaiamento e col morso! E perchè l’autore parla sotto colore retorico, trasferendo li pastori ai prelati, e le pecore a’ sudditi, però seguendo lo modo del parlare, trassumme lo cane a la difesa d’Iddio, come lo cane è difenditore delle pecore co la sua buona guardia; così Iddio, de’suoi buoni uomini. E che san Piero riprenda qui la tardanza de la divina iustizia finge l’autore, a dimostrare lo grande fervore [p. 729 modifica]di carità che ànno li beati in verso li mondani, che tutti desiderano la salute loro. Del sangue nostro; dice san Piero di sè e degli altri successori suoi, che sostennono martirio, Caorsini: Caorsa è una terra nella Marca, dove sono gli omini molto vaghi della pecunia, inde si piglia Caorsino, cioè avaro; ma questo nome pone l’autore qui pur in sua propria significazione per quelli che sono di Caorsa, e Guaschi; cioè quelli di Guascognia, S’apparecchian di bere; cioè dell’entrate della Chiesa, la quale è fatta col sangue nostro; e però dice che quelli di Caorsa e di Guascognia s’apparecchiano di bere del sangue dei martiri, perchè s’apparecchiavano ad essere papa, cardinali, arcivescovi e vescovi e prelati nella Chiesa d’Iddio, che è edificata col sangue de’ martiri; e però finge l’autore che san Piero esclami e dica: O buon principio; questo dice della Chiesa d’Iddio, che si cominciò con grande e buona intenzione, e che ognuno che vi fusse, fusse santo e buono, A che vil fine convien che tu caschi; cioè a fine d’essere dannati a lo inferno coloro, che sono fatti prelati de la Chiesa, li quali erano ordinati al principio, perchè facessono santi loro e li loro sudditi! E soiunge dopo la esclamazione la deprecazione, dicendo: Ma l’alta Providenzia; cioè d’Iiddio, che; cioè la quale providenzia, con Scipio 18; con Scipione Africano inferiore, del quale è stato detto di sopra, Difese a Roma la gloria del mondo: imperò che quando Anibale era in Italia, dove elli stette anni 47, continuamente molestando li Romani, li Romani mandorno Scipione sopradetto ad Africa a combattere Cartagine, e così venne che Anibale andasse là, e così rimase Italia libera; e niente di meno Scipione vinse Cartagine e disfecela, e così Iddio Difese la gloria del mondo a Roma, che l’arebbe perduta: imperò che Anibale l’arebbe vinta, e così sarebbe stata Cartagine capo dello imperio di Roma, e li Romani l’arebbono perduto, sicchè ben difese Iddio la gloria del mondo ai Romani per mezzo di Scipione, Soccorrà tosto; cioè l’alta providenzia a la Chiesa sua, sì com’io; cioè per sì fatto modo, come io Piero, concipio 19 ; cioè penso. E tu, figliuol; ecco che diverte lo suo parlare san Piero, come finge l’autore, a lui medesimo chiamandolo figliuolo, che; cioè lo quale, per lo mortal pondo; cioè per lo carico del corpo, che è mortale, Ancor giù tornerai; cioè giuso nel mondo, apre la bocca; cioè parla e dì quello, che ài udito, E non nasconder; cioè non appiattare, quel ch’io non nascondo; cioè, che io Piero non appiatto. Questa fizione fa l’autore per scusa di sè, mostrando che li sia fatto dire da san Piero quello, che egli scrive dei prelati. E qui finisce la prima lezione del canto xxvii, et incominciasi la seconda. [p. 730 modifica]

Siccome di vapor gelati ec. Questa è la seconda lezione del canto xxvii, nel quale l’autore finge come sallitte da l’ottava spera del segno di Gemini a la nona 20, cioè al primo mobile. E dividesi tutta in sei parti, perchè prima finge come guardando in su, vidde spiriti beati che erano stati prima con loro nel cielo ottavo di sopra, che lucevano e biancheggiavano andando in su come fa la nieve in giù nel nostro aere, e come Beatrice l'ammonisce che guardi in giuso quanto egli era volto per lo cielo; nella seconda finge come, guardando in giuso, vidde quanto elli aveva volto, e come ragguardò Beatrice, viddela più allegra che mai avesse veduta, et incominciasi quine: Dall’ora ch’io avea ec.; nella terzia parte finge come si trovò sallito in su la nona spera, e come Beatrice li dichiarò lo luogo nel quale elli era, cioè quinde unde comincia lo suo moto, et incominciasi quine: E la virtù ec.; nella quarta parte finge come Beatrice li manifestò lo cielo empireo, che è lo decimo, et incominciasi quine: Luce et amor ec.; nella quinta parte l’autore finge come Beatrice fa menzione et invezione contra l’avarizia e la cupidità de le cose del mondo, dimostrando come li omini si mutano, et incominciasi quine: O cupidigia, che i mortali ec.; nella sesta et ultima lo nostro autore finge come Beatrice, continuando le sue parole, pronunzia che ’l mondo debbe ritornare a dirittura, et incominciasi quine: Tu, perchè non ti facci ec. Divisa la lezione, ora è da vedere l’esposizione letterale col testo, e l’allegorica e morale.

C. XXVII — v. 67-78. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come vidde li spiriti beati sallire in su risplendenti e sfavillanti come fa la nieve, quando fiocca in giuso a noi; e come Beatrice l’ammonitte che guardasse in giuso e considerasse quanto avea volto del cielo stando in Gemini, dicendo così: Siccome; ecco che fa una similitudine del fioccar de la nieve a lo scintillare de li spiriti beati: Siccome di vapor gelati; ecco che dichiara di che si genera la nieve, cioè di vapori umidi e freddi che si levano dalla terra; e, quando sono montati in fine a la prima regione de l’aire, si congelano insieme e compigliansi, e fannosi nieve e cadeno giuso, fiocca; questo è verbo fatto dall’autore: fioccare è venire la nieve giù a fiocca a fiocca, In giuso l’aire: imperò che l’aire in giuso gitta li stracci della nieve, nostro; cioè di noi uomini, che siamo nel mondo, dice l’autore, quando ’l corno De la Capra del Ciel; cioè quando Capricorno che è uno segno del zodiaco iemale, nel quale, quando lo Sole è, sono li maggiori freddi et umidi che siano in tutto l’anno, perchè lo Sole è più basso che possa essere; e però dice: col Sol si tocca; cioè quando lo cielo è sotto lo detto segno, che v’è da mezzo [p. 731 modifica]dicembre ultra circa infine a mezzo gennaio ultra circa, et allora è lo solstizio iemale, cioè le maggiori notti e li più piccoli di’ di tutto l’anno. Posta la similitudine, adiunge l’assimigliato, dicendo così: In su; cioè di sopra da me in verso lo cielo nono, che è lo primo mobile, vidd’io; cioè io Dante viddi, così; cioè come è detto della nieve, l’eter; questa è la parte suprema 21 de’cieli, adorno; cioè adornato, Farsi; cioè diventare, e fioccar; cioè a modo di fiocche di nieve per lo cielo andare, di vapor triunfanti; cioè di beati spiriti, che se n’andavano suso in cielo al cielo empireo a Dio, Che; cioè li quali, fatto avean con noi; cioè con Beatrice e meco, quivi; cioè in quello luogo, soggiorno; cioè dimoranza. E per questo dà ad intendere che elli, seguendo la dottrina de la santa Teologia, seguitando la fizione àe figurato che si li rappresentasseno quine, perchè quine volse, secondo l’ordine suo, trattare di loro. Lo viso mio; cioè di me Dante, seguia i suoi sembianti; cioè li atti e li costumi loro, cioè ragguardava colli miei occhi quello che facevano, E segui; cioè lo mio vedere li loro atti, finchè ’l mezzo; cioè la distanzia, che era in mezzo da me a loro, per lo molto; cioè per l’eccessiva distanzia e da non passare più suso, Li tolse el trapassar del più avanti; Onde; cioè per la qual cosa, la donna; cioè Beatrice, che; cioè la quale, mi vidde; cioè vidde me Dante, assolto; cioè sciolto e liberato, Dell’attendere in su; cioè del ragguardare pur in alto a quelli spiriti beati, mi disse; cioè disse a me Dante. Adima; cioè abbassa, Il viso; cioè tuo, e guarda; cioè pon mente, come tu; cioè Dante, se’ volto; voltandosi lo segno di Gemini, nel quale tu se’.

C. XXVII — v. 79-96. In questi sei ternari lo nostro autore finge come, ammonito da Beatrice, guardò in giuso; e dice quanto vidde di questa nostra terra abitabile e chente vidde Beatrice, dicendo così: Dall’ora, ch’io avea guardato prima; cioè da quella ora, nella quale io Dante avea ragguardato lo sito della terra, come Beatrice mi comandò, che fu detto di sopra nel canto xii, quando disse: Col viso ritornai per tutte quante ec. — , Io; cioè Dante, viddi mosso me; che era in Gemini, come fu detto di sopra, tanto quanto si move Gemini in sei ore: imperò che io girai una quarta del giro, che fa lo zodiaco intorno a la terra; e però dice: Io ec. mosso me; cioè Dante, per tutto l’arco; cioè per tutta quella quarta, che è quarta parte dell’arco tutto tondo del zodiaco, Che; cioè lo quale arco, fa; lo clima primo, dal mezzo; cioè dal mezzo suo, che si chiama coluro meridiano, dove è lo principio di Cancro, e lo fine del segno che si chiama Gemini, al fin il primo clima; che è verso [p. 732 modifica]lo tropico estivale: clima è la divisione della terra abitabile e divisa la terra abitabile in sette climati ch’incominciano dall’oriente e finisceno a l’occidente, e la lunghezza dell’uno è maggiore dell’altro, secondo che porta Io giro della terra, sicchè quello clima che è verso la parte meridiana à maggiore lunghezza che quello che seguita lui verso la tramontana: imperò che la larghezza de’ climati è dal paralello tropico estivale, che è verso la zona torrida anco da lui incomincia infino al paralello primo verso la tramontana, e questa è la larghezza dell’una delle cinque zone del cielo, la quale è abitabile, perchè è temperata, perchè è in mezzo tra la fredda, che è dal polo artico in fine a lo primo paralello, e dal primo paralello infine al secondo, che è lo tropico estivale, è la seconda zona che si dice essere temperata, perchè di verso settentrione confina co la fredda, e di verso mezzo di’ confina colla calda, la quale è signoreggiata dal zodiaco. E di questa zona si debbe intendere che la terra, che viene sotto lei, è divisa in sette climati; sicchè lo primo clima, che viene di verso mezzo di’ quasi sotto lo tropico estivale, che è lo più lungo, è lato gradi 15; lo secondo che è allato a lui, che è men lungo del primo, è più lato: imperò che è gradi 23; lo terzo, che è allato allo secondo che è meno lungo del secondo, è anco più lato: imperò che è gradi trenta; lo quarto che è allato al terzo che è anco meno lungo che ’l terzo, è lato più che il terzo: imperò che è gradi 36, lo quinto, che è allato al quarto, del quale è meno lungo, è anco più lato: imperò che è gradi 41, lo sesto, che è allato quinto del quale è anco meno lungo, è più lato: imperò che è gradi 45; lo settimo, che è allato al sesto del quale è meno lungo, è più lato: imperò che è gradi 48; sicchè lo primo clima s’intende lo più lungo di tutti e lo meno lato, che è quasi sotto lo paralello tropico estivale sicchè, quando Dante avvisò prima le parti lassate di sotto a sè. ammonito da Beatrice, era Gemini a lo coluro, che va per mezzo della torrida zona, sicchè bene poteva vedere tutta la terra abitabile. Ora finge che lo zodiaco sia tanto girato, poscia che egli è venuto al coluro occidentale dal coluro meridiano unde s’era partito, sicchè considerato che s’era partito dal coluro meridiano, dove Cancro comincia e Gemini finisce, e girato infine a l’altro coluro che seguita poi, non poteva vedere tutta la terra abitabile, come vidde quando era al meridiano. E però finge che vedesse pur men che la mezza, cioè che a più qua che Ierusalem , infine a più oltra che l’altra quarta: imperò che lo mezzo de le due quarte del zodiaco vede tutto da oriente ad occidente, e poi l’altro coluro che è una quarta vede poi lo mezzo del tutto, e però dice lo testo: Sicch’io; cioè per la qual cosa io Dante, vedea di là da Gade; cioè da quelle isule, dove [p. 733 modifica]Ercole ficcò lo sue colonne, ne l’occidente, il varco Folle d’Ulisse; cioè lo valico stolto, che fece Ulisse re d’Itaca che volse pigliare esperienzia 22 di quello che era fuora della terra, secondo che l’autore finse di sopra ne la prima cantica, nel canto xxvi, e quine affogò coi suoi 23, andato poco più innanzi che la terra, come fu detto di sopra; ma dice Folle: imperò che stoltìa fu volere vedere quello, che la natura non vuole. Dice lo notabile: Quod natura negat nemo feliciter audet 24 — , e di qua presso al lito; cioè di verso l’oriente a la piaggia che finisce Asia, che è la parte orientale, Nel qual; cioè lito, si fece Europa; cioè la figliuola del re Agenore, dolce carco; cioè dolce carico: però che Iove 25, innamorato di lei, la portò addosso da la piaggia d’Asia, che è verso l’oriente, a la piaggia di qua di verso l'occidente, la quale è terza parte del mondo, et è denominata Europa dal nome suo. Questa fizione pone Ovidio nel libro suo Metam, dove dice che Iove s’innamorò d’Europa figliuola del re Agenore di Sidonia; e perch’ella venne a la piaggia del mare che ora si chiama l’Arcipelago per vedere lo bestiame del padre, elli si mutò in toro bellissimo e mansuetissimo, sicch’ella lo incominciò a toccare co la mano e porgerli l’erbe, et elli li leccava la mano, et al fine gittatosi in terra ella vi salitte su a cavallo, et elli si levò su pianamente, et andossene verso ’l mare, e passò con essa di qua e fece la voluntà sua; e però fu chiamata questa parte Europa. La verità di questa fizione fu che Iove rapitte la detta iovana, venendo con una nave che portava la insegna del toro e vennesene in Europa con essa; e perchè innamorato la portò, però dice dolce carco: imperò che a l’amante niuna fatica è se non dolce, quando la porta per l’amanza sua. E più mi fora; cioè più mi sarebbe, discoperto ’l sito; cioè manifesto ’l luogo, Di questa aiuola; cioè di questa parte abitabile, che è sì poca, che la chiama aiuola; cioè piccola aia, come la chiamò ancora di sopra: imperò tutta la quarta non s’abita: imperò che non s’abita quella che è sotto la fredda zona settentrionale, nè quella che è sotto la torrida zona, che sarebbe infine a l’equatore de la quarta, che è al mezzo della torrida zona. ma ’l Sol precedea; cioè dinanzi andava e dilungi da me: imperò che pre si piglia alcuna volta per innanzi, che viene a dire da lunga, e così si debbe pigliare qui: imperò che lo Sole era allora in Ariete che è segno dinanzi a Gemini, tanto che Tauro v’è in mezzo, Sotto’ miei piedi; cioè di me Dante: imperò che io era più alto, che ’l [p. 734 modifica]Sole: imperò che io era nell’ottava spera, un segno e più partito; cioè diviso da segno di Gemini, nel quale io era, uno segno, cioè Tauro, e tanto più quanto lo Sole avea a passare d’Ariete, e così era dinanzi. La mente innamorata; cioè mia di me Dante, che; cioè la quale mente, donnea; cioè va, Co la mia donna sempre; cioè con Beatrice: però che sempre va e sta con lei; e questo si debbe intendere quanto al pensieri, di ridure; cioè di recare, Ad essa; cioè a la detta mia donna Beatrice, li occhi; cioè della mente; la ragione e lo intelletto, ardea; cioè desiderava, più che mai; cioè più che alcuna altra volta: imperò che maggiore necessità aveva ora de la santa Teologia che in fine a qui, perchè la materia è più alta et è bisogno de’detti de’santi Dottori. E se natura; cioè naturante, o vero naturata, o arte fe pasture; cioè esche, Di pilliare occhi; questo dice, perchè ’l piacere della persona s’apprende cogli occhi, e passa dentro ne la mente; e però dice: per aver la mente: imperò che l'amore piglia la mente et il cuore, In carne umana; questo determina quello fe pasture— ,o ne le sue pitture: però che l’uomo s’innamora d’uno bello corpo umano, o d’una bella dipintura, e pigliane piacere, Tutte adunate; cioè le dette pasture 26 raunate, parrebber niente; cioè nulla parrebbono, Ver lo piacer divin; cioè inverso e rispetto del piacere d’Iddio, che; cioè lo quale piacere, mi rifulse; cioè mi risplendè, Quando mi volsi; cioè quando io volsi me Dante, al suo viso ridente; cioè al viso allegro e ridente di Beatrice. Seguita. C. XXVII — v. 97-111. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come dell’ottava spera sallitte a la nona, che è lo primo mobile; e come Beatrice li dichiara lo luogo, dove elli era sallito a quello nono cielo, dicendo così: E la virtù; cioè cognitiva et intellettiva, che; cioè la quale, lo sguardo; cioè lo ragguardamento di Beatrice, cioè della santa Scrittura, m’indulse; cioè diede a me Dante: imperò che lo ragguardare la santa Scrittura e lo intendimento, che aveva di quella, li diede virtù e possanza di lasciare lo trattato dell’ottava spera e pigliare a dire della nona, e però dice: Del bel nido di Leda; cioè del segno chiamato Gemini 27, lo quale fingeno li Poeti essere fatto di Polluce e Castore figliuoli di Iove e di Leda, co la quale Iove stette mutato in ispecie di ciecino; unde ella ingravidò di due uova, dell’uno de’quali nacque Elena, e dell’altro Polluce e Castore. E perchè l’uova stanno ne’nidi et usanza è de’Poeti ponere la contenente per la cosa contenuta, pone l’autore lo nido per lo [p. 735 modifica]segno di Gemini, mi divelse; cioè mi cavò, E nel del velocissimo; cioè nel cielo nono, che è primo mobile et ogni altra cosa contenuta dentro da se muove, e fa la revoluzione sua in 24 ore, m’impulse; cioè spinse me Dante. Le parti sue; cioè del detto cielo nono, vivissime: imperò che velocissimamente si muoveno: nel moto si cognosce la cosa viva: imperò che quella, che non si muove, si dice morta, intendendo delle cose create: tutte le parti di questo cielo sono vivissime in sè et influentissime di vita giuso nelli animali, et eccelse; cioè alte: imperò che nessuno corpo, che si muova, è sì alto, Sì uniforme son; cioè sì fatte ad un modo, ch’io; cioè che io Dante, non so dire; questo che seguita, cioè: Qual; cioè parte d’esso cielo, Beatrice per luogo; cioè nel quale io dovesse stare, mi scelse; cioè elesse a me Dante: io non vi vedeva diversità nessuna, e pur io dovea essere in qualche parte; ma non saprei dire quale. Ma ella; cioè Beatrice, che; cioè la quale, vedea il mio disire; cioè lo mio desiderio, che era che io voleva sapere lo luogo nel quale io era, Incominciò; cioè a parlare, ridendo tanto lieta; ecco che dimostra la letizia che è nella mente de’ santi uomini, quando pensano, quando scrivono o quando parlano de le cose d’Iddio, Che Iddio parea nel suo volto gioire; cioè Iddio pareva che fusse nel suo volto, e cagionasse quella allegrezza. La natura del moto; cioè la natura naturata, che Iddio àe posto in quello cielo che è primo mobile, che; cioè la quale natura, quieta II mezzo; cioè fa riposato il mezzo et immobile; e questo è la terra che è immobile, e tutte l’altre cose intorno a lei si muoveno, et ella è come centro immobile; unde ilice lo Filosofo 28, Primo Ethicorum: Natura est principium motus et quietis — , e tutto l’altro intorno move: però tutte le parti intorno si muoveno; e lo mezzo, che è lo suo centro, sta immobile, Quinci; cioè da questo luogo, nel quale siamo, comincia; cioè àe suo principio, come da sua meta; cioè come da suo termino. E questo Cielo; cioè nono, non à altro dove; cioè altro luogo, in che si fermi, Che la Mente Divina: imperò che lo moto della nona si gira intorno a la divina mente; unde Boezio nel III, Filosofica Consolazione: Mentemque profundam Circuit, et simili convertit imagine coelum — , in che; cioè nella quale mente divina, s’accende L’amor che ’l volge; cioè l’amore, che à esso cielo creato dal suo creatore Iddio che da lui, ardendo d’amore di lui, ritorna a lui. Diceno alquanti che alcuno angelo o più muoveno questo cielo, come sono mossi ellino de l’amore che ànno in Dio, e da Dio è in loro cagionato; alcuni diceno che ’l detto cielo si muove pur per la virtù che [p. 736 modifica]spira da Dio, e quello cielo ad essa si muove come amante quella virtù: imperò che Iddio, come dice Platone, muove ut amatum: la cosa amata, stante ferma, muove l’amatore ad andare intorno a lei. Lo testo dell’autore può avere l’una e l’altra sentenzia, benchè l’una è contra quello cheè stato detto di sopra, cioè che le cose che sono mosse da Dio senza mezzo sono perpetue, quelle che con mezzo sono a tempo, e li cieli sono a tempo; dunqua lo loro moto debbe essere con mezzo: che siano a tempo lo dice il Salmista, quando dice: Initio tu, Domine, terram fundasti: et opera manuum tuarum sunt caeli. Ipsi peribunt, tu autem permanes: et omnes sicut vestimentum veterascent. Et sicut opertorium mutabis eos, et mutabuntur: tu autem idem ipse es, et anni tui non deficient— , e la virtù; cioè di quel cielo nono s’accende ancora nella mente divina, ch’ei; cioè la quale virtù esso cielo, piove 29; cioè manda giù negli altri corpi celesti: imperò che, come è stato detto di sopra, la virtù divina s’infunde in su questo cielo primo mobile, e quella distributa 30 nelle sue parti s’infunde nei corpi celesti di sotto, e così l’uno infunde nell’altro; e così diversifica, benchè una virtù sia e da uno principio vegna. Seguita.

C. XXVII — v. 112-120. In questi tre ternari lo nostro autore finge come Beatrice, continuando sua orazione, manifesta a lui lo decimo cielo empireo, dicendo così: Luce et amor; cioè lo cielo empireo che non è altro che luce et amore, e così luce et amore infunde nella nona spera, cioè nel primo mobile, d’un cerchio; cioè con uno cerchio, lui; cioè lo cielo nono, comprende; cioè dentro da sè contiene, Siccome questo; cioè nono cielo comprende, li altri; cioè cieli. Lo cielo empireo comprende lo primo mobile, et esso tutti gli altri, e li elementi sono mossi da le pianete, e le pianete de l’ottava spera da la nona, e la nona da la mente divina o con mezzo d’angeli o sanza mezzo, e lo cielo empireo 31 mediante e da Dio et è immobile; e però dice: e quel procinto: cioè lo cielo empireo, solamente intende Colui; cioè Iddio, e non altri, che’l cinge; cioè lo quale Iddio lui, cioè lo cielo empireo cinge: imperò che Iddio comprende lo cielo empireo, et esso lo nono, e lo nono l’ottavo, e così degli altri. Non è suo moto; cioè del primo mobile, per altro distinto; cioè per altro movimento misurato, Ma li altri; cioè movimenti, son mensurati da questo: imperò che lo moto di questo primo mobile è misura di tutti li altri movimenti: imperò che questo primo mobile fa una revoluzione in 24 ore; le quali ore si pigliano da la [p. 737 modifica]variazione delle sue parti, cioè quando lo detto cielo àe volto tanti gradi è una ora di tempo passata, e 24 ore sono misura del di’ naturale; e li 7 di’, della settimana; e le 4 settimane con alcuno di’, del mese; e li 12 mesi, dell’anno, e così è colto che la Luna fa lo suo moto circulare in 28 di’ et ore, e lo Sole in uno anno, e così delli altri, Siccome diece; cioè questo numero diece è misurato, s’intende, da mezzo e da quinto; ecco diece quinti fanno due cinque, e due cinque fanno uno diece, sicchè la misura di diece è lo suo mezzo, e la misura del suo mezzo è lo quinto. E l’autore parlò così, per fare la sua rima che così poteva dire che uno da niuno altro numero è misurato; ma tutti li altri numeri sono misurati da lui, e così possiamo dire che lo movimento dei pianeti si fa in tante revoluzioni de la nona spera; ma non si può dire che la nona spera faccia una revoluzione in tante revoluzioni di Luna, nè d’altro pianeto. E come ’l tempo: tempo è misura del moto delle cose mutabili, secondo lo Filosofo, tegna in cotal testo; come è lo moto della nona spera, Le sue radici; cioè lo suo principio et incominciamento di corso, e nelli altri; cioè movimenti, cioè degli altri corpi celesti, le fronde; cioè li numeri composti: imperò che dal moto della nona si piglia l’unità dell’ore, e l’unità del di’. Bene è vero che l’ora si divide in punti, e li punti in momenti, e li momenti in atomi 32: tutte queste parti si pigliano da quel moto principalemente, e li altri movimenti degli altri corpi si pigliano dagli anni, e li anni da mesi, e li mesi dalle settimane, e le settimane da’ di’, e li di’ dall’ore, e così la radice del tempo con che si misura lo moto de corpi celesti è nel primo mobile, e la sua estensione è poi negli altri, come fronde produtte da quella radice, Omai; cioè oggimai, a te; cioè Dante, può esser manifesto; per le parole che io t’ò detto, e per la dichiaragione che io Beatrice t’òne fatto. Seguita.

C. XXVII — v. 121-138. In questi sei ternari lo nostro autore finge come Beatrice, continuando lo suo parlare, riprende 33 la concupiscenzia de’beni mondani, che è radicata ne le menti umane, benchè in esse naturalmente sia l’appetito del sommo benedicendo così: O cupidigia; ecco che qui usa esclamazione, o vero apostrofa, esclamando contra la concupiscenzia umana. E perch’ella si fa sempre per interpellazione d’uomo o di femina, o d’animale, o vero da alcuno uomo, overo da alcuna altra cosa, non avendo a cui dirizzi lo sermone, lo dirizza in verso la concupiscenzia del mondo, dicendo: O cupidigia; cioè o concupiscenzia, e non s’intende pure di carnalità; ma d’ogni soperchio uso delle cose mondane, che i [p. 738 modifica]mortali; cioè li omini, che sono mortali, affonde; cioè mandi al fondo Sì; cioè per sì fatto modo, sotto te; cioè sottometti sì ai desidèri tuoi, che nessuno; cioè omo, àe podere; cioè àne potenzia, Di traer; cioè di tirare, li occhi; cioè suoi, fuor de le tue onde; simili a questa cupidità de le cose del mondo al mare: imperò che, come lo mare co le sue mutazioni et undazioni gitta li naviganti qua e là; così la cupidità de le cose del mondo sotto le sue turbulenzie e mutazioni affonda l’omo: imperò che nessuno àe potere di fare sì, che queste cose mondani non ragguardi, e ch’elle nolli piacciano. Ben fiorisce ne li omini il volere: imperò che tutti li omini vogliano lo sommo bene, e nessuno può fare che cognosciuto ch’elli l’à non lo voglia, Ma la pioggia continua; chiama continuamente 34 continua pioggia l’abbondanzia continua di questi beni temporali, converte In bozzacchioni le susine vere. In questa ultima cantica, dove l’autore àe inalzato lo stilo, spesse volte usa li colori gravi, come è permutazione e significazione, e li altri; ecco qui intende per la pioggia continua l’abbondanzia dei beni temporali, le vere susine 35 pone per l’anime bene disposte a fare frutto piacente a Dio, li bozzacchioni pone qui 36 per l’opere vane e disutili, siccome li bozzacchioni sono susine vane e di niuno utile; e questo è quello che l’autore intende. Fede et innocenzia; che sono virtù necessarie ad avere vita eterna, son reperte 37; cioè trovate, Solo; cioè solamente, nei pargoletti; cioè nei piccoli fanciulli, che sono puri, e poi ciascuna; cioè di queste due virtù, Pria fugge; cioè da’ fanciulli, che le guance sian coperte; cioè de’ peli della barba, cioè innanzi che siano barbuti perdono la fede e la innocenzia. Tale; cioè fanciullo, balbuziendo: imperò che è anco sì tenero, che non può perfettamente parlare, ancor digiuna; e fa astinenzia, come fedele et innocente, Che poi; cioè lo quale, poi che è fatto grande che àne la bocca libera a potere parlare, divora co la bocca sciolta Qualunche cibo; cioè o carnile, o quaresimale, per qualunca luna; cioè quando è quaresima e quando non è; d’ogni tempo, seguendo l’appetito de la gola; ma dice luna: imperò che la luna è segno unde si coglie la quaresima, acciò che ’l venardi’ santo sia lo plenilunio, o presso come fu quando Cristo 38 sostenne 39. E tal; cioè fanciullo, balbuziendo; cioè che non sa anco parlare; ma balbettica, ama et ascolta La madre sua; siccome obediente a lei, che con [p. 739 modifica]loquela intera; cioè quando è fatto grande, che può interamente parlare, Disia; cioè desidera poi, quando è fatto grande, di vederla sepolta; cioè di vederla morta e sotterrata. Così; ecco che dimostra che come si mutano per lo tempo le condizioni dell’animo; così anco le condizioni del corpo de la Luna, e però dice: Così; per simile modo, si fa la pelle bianca nera de la bella fillia; cioè della Luna: bella figliuola si chiama, perchè Virgilio disse nel vi dell’Eneide: Hoc sibi pulcra suum ferri Proserpina munus Instituit. La pelle si fa bianca quando è lucida, e nera quando è eclissi, Nel primo aspetto; cioè nel primo ragguardamento, cioè quanto a la parte di fuora, cioè nella sua superficie; potrebbe anco intendere de la terra che lo di’ pare bianca, e la notte nera, Da quei, che porta mane; cioè del Sole che reca seco la mattina, quando viene e levasi, e lascia sera: imperò che, quando lo Sole si corica, lassa la sera in su la terra, e così la superficie della terra la mattina pare bianca, e la sera pare nera. E per questo dimostra l’autore che dicesse Beatrice che ogni cosa si muta in tempo. Seguita.

C. XXVII — v. 139-148. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge come Beatrice, continuando lo suo parlare, predisse a lui che anco si racconcerà lo mondo 40 e li prelati de la santa Chiesa si dirizzeranno a ben fare; e come si dirizzeranno al debito fine, così dirizzeranno la navicella dei fideli cristiani, sicchè correrà al debito porto coi suoi naviganti, dicendo così: Tu; cioè Dante, perchè non ti facci meravillia; dice Beatrice di quello, che tu ài udito da me, Sappi che ’n terra; cioè giù nel mondo, non è chi governi; cioè la navicella di san Piero, Unde; cioè per la qual cosa, si svia; cioè dal debito fine e dal suo porto, l’umana famillia; cioè li omini, che sono la famillia del grande padre, cioè d’Iddio. Ecco che predice che queste cose si debbono acconciare, dicendo: Ma prima che Genaio; che è lo primo mese dell’anno, tutto si sverni; cioè esca tutto del verno e torni ne l’autunno, Per la centesma; questa è la centesma parte d’una ora, e però si chiama centesma, cioè una parte di cento, ch’è; cioè la quale è, laggiù; cioè nel mondo, negletta; cioè lasciata e non fattone conto; la quale cosa, cioè che Gennaio sarà tutto fuora del verno, avverrà in molte centinaia d’anni, e dice l’autore che Beatrice disse: prima che Genaio tutto si sverni, a denotare che non indugerà a venire quello che predice infine che sia tutto svernato; ma dice che sarà prima. E debbiamo sapere, ad intendere pienamente questo, che l’anno è 365 di’ et ore [p. 740 modifica]6, meno una centesima parte d una ora, sicchè ogni quattro anni cresce l’anno uno di’, et è quello anno 366 di’, meno quattro centesime, e però ogni quattro anni è bisesto, cioè che quello di’ si da a Ferraio et è Ferraio allora 29 di’, e però si dice a 23 di’ di Ferraio: Sexto kal. Martii prima die bisextili, e lo seguente di’ ancora si dice: Sexto kal. Martii secunda die bisextili; e però si chiamò bisesto perchè due volte si dice: Sexto kal. Martii, perchè sono allora due di’ nominati ad uno medesimo modo; e se questo non si facesse, tutto l’ordine dell’anno in poco tempo sarebbe disordinato. E per quella centesima che l’anno cresce meno di 6 ore, manca in cento anni una ora, e così è mancato l’anno, da poi che si fe lo mondo infine a qui, ogni cento anni una ora, che sarebbono meno li di’presso che sessanta sei ore; dico presso, perchè vi mancano sei centesime: imperò che infiue a qui sono li anni del mondo 6594, e così per questo mancamento avverrà che Gennaio sarà nell’autunno et uscirà del verno: imperò che il verno incomincia quando lo Sole entra in Capricorno, che è circa mezzo Dicembre, e dura infine che elli passa Aquario e che viene infine a mezzo Marzo, o circa. Levando di questo numero Pisces, ogni cento anni una ora, avverrà che lo verno che incomincia di Dicembre, o a 12 di’ o quinde intorno, inde tolti 50 di’ verrà lo Sole in Capricorno di Ferraio, e di Gennaio sarà in Sagittario, e così rimarrà Gennaio fuor del verno, e sarà nell’autunno. E questo è quello che l’autore vuole dimostrare; cioè che innanzi che questo sia, avverrà quello che dice ora: Ruggeran sì; cioè quando faranno sì fatto ruggito e romore, strofinandosi insieme, questi cerchi superni; cioè questi cerchi celesti, che sono a dare influenzia giuso ne li elementi e nelle cose elementate, Che la fortuna; cioè l’ordine fatale, che deduce ad effetto quello che la divina Providenzia àe provveduto, che; cioè la quale fortuna, tanto s’aspetta; cioè con grande desiderio da li omini, che desiderano di vedere dirizzato lo mondo nel debito fine, Le poppe volgerà u’ son le prore; cioè volgerà a la lascivia del mondo et a l’avarizia, che nasce per quella, la parte postrema del navigio per abbandonarla, a la quale àe ora dirizzate le prore, cioè le parti anteriori per andare a lei, sicchè non vuole dire altro, se non che verrà tempo che la Chiesa d’Iddio e li prelati si tireranno a drieto da’vizi ai quali ora intendono: imperò che poppa è la parte ultima del navilio, e prora è la parte prima che va innanzi; e però conchiude: Sì; cioè per sì fatto modo, che la classe; cioè lo navigio de la santa Chiesa, correrà diretta; cioè correrà dirizzata al suo fine, E vero frutto verrà dopo’l fiore; cioè e dopo tale dirizzamento, che sarà come uno fiore, seguirà lo vero frutto, cioè la salute eterna, che sarà premio e frutto del bene operare de’cristiani. E qui finisce lo canto xxvii, et incominciasi lo canto xxviii.

Note

  1. Forte; in modo forte, fortemente E.
  2. Glandissimo, secondo pronunzia pisana, così più innanzi esplimere. E.
  3. C. M. Chiesa, divenne tale quale Iove sarebbe, s’elli cambiasse lo suo colore con Marte, dicendo cosi: Al Padre;
  4. hanc cupit, qui
  5. Guardalle; guardarle. E.
  6. C. M. cioè dinanti alla mia ragione et intelletto di me Dante,
  7. C. M. arientati, come è lo pianeto di Iove,
  8. C. M. rubicondi, come lo pianeto Marte, perchè era acceso d’ira o zelo, come finge l’autore, Non ti
  9. Non ti meravigliar, vaga ellissi, comune coi Greci: Non ti devi meravigliar. E.
  10. C. M. li beati, come in nube diventa rossa per li raggi del Sole, che in essa percuoteno. E poi
  11. C. M. Dante, credo che fusse sì fatto eclissi nel Cielo, Quando
  12. Oscurò, intransitivo assoluto. E.
  13. C. M. Chiesa; e però dice che la santa Chiesa non fu allevata del sangue suo, di Lino;
  14. C. M. cioè fusse in grazia dei pastori, come
  15. C. M. ritta; ad essere iudicati come salvati, Parte
  16. Essi; si è. E.
  17. C. M. che si corrucci e riprenda le simonie
  18. Scipio; Scipione, alla forma latina, come Dido, sermo ec. E.
  19. Concipio, alla guisa latina; concepisco. E.
  20. C. M. nona zona, cioè
  21. C. M. Suprema dell’aire; ma qui si pone proprio per la parte di sopra all’ottava spera de’cieli
  22. C. M. esperienze del mare oceano, che circunda la terra et occupa l’altro emisperio, secondo che
  23. C. M. andato pochi giorni fuori della terra; dice Folle:
  24. C. M. audet. E potea vedere Dante oltre la metà dell’altro emisperio: imperò che dice e di qua
  25. Iove manca in ambi i codici. E.
  26. C. M. pasture, che sono li piacimenti tutti raunati insieme, Parrebber niente; cioè parrebbeno nonnulla, Ver
  27. C. M. Gemini, cioè per Polluce e Castore. La verità di questa fizione è che Iove prese Leda, portando la insegna del cecino; e però fingeno li Poeti che in spezie di cecino stesse con lei, e l’altre parti della finzione, mi divelse;
  28. Ad ognuno ricordi come innanzi al Galilei la fisica d’ Aristotele signoreggiasse tutte le menti. E.
  29. Piove. Si consideri come questo verbo fenomenale, chiamato impersonale dal gregge de’ Grammatici, in senso metaforico sia ora transitivo ed ora intransitivo con tutte le persone. E.
  30. Distributa; distribuita, giusta il distributus latino. E.
  31. C. M. E lo cielo empireo immediatamente è cagionato da
  32. C. M. atomi, che sono parti indipendenti, tutte
  33. C. M. riprende la cupidigia, o vero cupidità del mondo che è
  34. C. M. chiama continua pioggia
  35. C. M. susine, le volontadi bene disposte
  36. C. M. qui per le volontà vane
  37. Reperte, dal latino repertus, che significa pure trovato. E.
  38. C. M. Cristo sostenne che miraculosamente il Sole oscurò. E tal;
  39. Sostenne, transitivo assoluto, al quale è da supplire l’oggetto morte o passione. E.
  40. C. M. lo mondo e torneranno li omini a seguire la influehzia del primo mobile; e come fiorisce in loro l’appetito del sommo bene, e così crescerà e farà frutto, dicendo: Tu, cioè Dante,
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