Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro II/Capitolo II

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Capitolo II

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CAPITOLO SECONDO.

L’ammiraglio sbarca alla Spagnola, — trova il fortino distrutto e la guarnigione trucidata. — Tutti accusano Guacanagari; il solo Colombo rifiuta di crederlo complice di quel sanguinoso disastro. — Intrigo amoroso di Guaicanagari a bordo della nave Ammiraglia. — Fuga di una bella prigioniera. — La flotta contrariata dal vento si ferma vicino ad un luogo acconcio alla fondazione di una città. — Colombo ne disegna il piano, ne pone la prima pietra e le impone il nome di Isabella. — Una malattia sconosciuta percuote i Castigliani.

§ I.


Il venerdì 22 novembre, le navi si ancorarono nel golfo di Samana, quello che l’ammiraglio aveva chiamato «golfo delle frecce.»

Continuando la sua esplorazione dalla parte verso il nord, l’ammiraglio cercava di riconoscere le qualità del suolo, perocchè, lasciando la guarnigione nel fortino, sua intenzione non era stata quella di fondarvi una città, sibbene di giovarsi del legname della nave arenata, per assicurar le sue genti contro gli avvenimenti dell’interno, e per la vicinanza della riva e il benefizio della scialuppa; quella stazione fortificata non era per lui che un campo: aveva indovinato il disagio di quel sito nella stagione delle pioggie.

Mentre una scialuppa investigava l’imboccatura del Fiume dell’oro, discosto circa sette leghe dal fortino, furono veduti due corpi umani fra l’erbe della riva; uno aveva i piè legati con una fune di erbe intrecciate; l’altro recava al collo il laccio che lo aveva strangolato, e presentava le braccia legate a due rami d’alberi in forma di croce. Il loro stato di putrefazione non permetteva distinguere la razza di tali due vittime. La dimane alquanto più innanzi si trovarono due cadaveri, sovra un de’ quali si distingueva della barba. Non v’era più dubbio, erano europei.

Tale scoperta colpì di mestizia ogni cuore. [p. 326 modifica]

Incontanente si diressero verso il fortino; ma non vi giunsero che a notte buia, e quantunque se lo avessero davanti non era possibile vederlo. La flotta si tenne sulle áncore ad una lega da terra, pel timore degli scogli, sui quali il precedente anno naufrago la Santa Maria. Gli uomini degli equipaggi volgevano con ansia i loro sguardi per le tenebre: speravano veder qualche lume nel fortino, e udir sonare la ritirata o alcun che d’altro; ma non si levava romor di sorta. Sorpreso di questo silenzio, l’ammiraglio fece tirare a polvere due pezzi del maggior calibro, per vedere se rispondessero, perocch’erano molto ben provveduti di munizioni di artiglieria: ma il fragore de’ cannoni dell’ ammiraglio echeggiò da lungi ripercosso, indi si spense nella profondità delle foreste; i cannoni del fortino non risposero: non si udì alcun movimento; non si vide alcun lume: tutto rimase nel silenzio e nell’immobilità della tomba. L’ansia crebbe sulla flotta.

Tuttavia, verso la mezza notte, fu udito un romor di remi: erano due Indiani che chiedevano di parlare all’ammiraglio. Fu loro additata la sua nave; si rifiutarono a salirvi, perchè volevano prima veder Colombo personalmente, non si fidando d’alcun altro. L’ammiraglio venne al parapetto e parlò ad essi; nella loro diffidenza dimandarono un lume per sicurarsi che fosse veramente lui: allora montarono senza esitare, e appena riconosciutolo, mostrarono gran gioia in rivederlo.

Gli recavano in dono due maschere d’oro da parte di Guacanagari, cugino ad uno d’essi, e parlarono con ischiettezza davanti lo Stato maggiore. Alle dimande di Colombo sulla sorte degli Spagnuoli lasciati colà, risposero con singolar candore che stavano tutti bene, quantunque ne fossero morti diversi di malattia o ne’ combattimenti che avevano fatto tra loro; che altri erano andati a vivere in parte lontana, recando seco ciascuno quattro o cinque donne: dissero altresì che due re, Caonabo e Mayreni, avevano mossa guerra a Guacanagari, e arse le sue abitazioni; che egli era stato ferito nell’una delle gambe; e che un altro giorno egli verrebbe a bordo con essi. Molte volte nella conferenza fu loro dato copiosamente da bere, e se ne andarono verso le tre ore avvinazzati. Pare che in un [p. 327 modifica]momento di espansione bacchica coll’interprete Diego Colombo, un d’essi gli confessasse che gli stranieri erano tutti morti. Quando il fedele Diego riferì questa notizia al suo padrino, fratello dell’ammiraglio non le fu prestata fede. Si pensò che, per la differenza degli idiomi di Guanahani e d’Hispaniola, avesse mal compreso.

La dimane il sole illuminava la spiaggia deserta. Nessun grido, nessun remo sui flutti: nessun moto, nessuna forma umana sul lido. Secondo i racconti del primo viaggio, s’aspettavano di vedere una moltitudine di canotti intorniare lietamente la flotta, offerendo ogni sorta di produzioni in cambio ed anche in puro dono. Questa disparizion degl’indigeni parve di cattivo augurio. L’ammiraglio mandò alcuni uomini alla residenza di Guacanagari; la trovarono ridotta in cenere: le palizzate erano state strappate: non fu veduto alcun Indiano.

L’ammiraglio, accompagnato da una parte dello Stato maggiore, discese a terra, e andò difilato al fortino. Ahimè! tutto v’era stato incendiato, demolito, messo sossopra! Si vedevano qua e là pezzi di legname, munizioni guaste, cenci luridi, ogni cosa confusa e sparsa in mezzo all’erbe. Superando il suo dolore, l’ammiraglio comandò di frugar sotto le rovine per iscoprire un pozzo ove aveva prescritto di racchiudere l’oro e le cose preziose che si raccoglierebbero durante la sua assenza. Fu scoperto, ma non v’era dentro nulla. Mentre si lavorava intorno a ciò, Colombo era andato colla sua scorta lungo la riva ad esaminare il terreno nel disegno di fondarvi una città. Arrivarono ad un piccolo villaggio i cui abitatori presero la fuga. Nelle case abbandonate si trovò una copia di oggetti che furono già de’ cristiani, e che sicuramente non avevano ottenuto per via di scambio, segnatamente un bel mantello alla moresca, calze, pezzi interi di stoffa ed un’áncora di caravella.

Quando l’ammiraglio tornò alle rovine del fortino, alcuni Indiani, con aria sincera scambiavano dell’oro: essi comprendevano diverse parole spagnole: toccando la camicia o il giubbone li chiamavano col loro nome con una vanitosa soddisfazione: sapevano altresì i nomi di tutti quelli che erano rimasti con Diego de Arana. Non lungi di là, additarono la sepoltura [p. 328 modifica]di undici cristiani, già ricoperta d’erbe. Dissero tutti che Caonabo e Mayreni gli avevano uccisi. E mescolavano questo racconto a lagnanze intorno alla gran copia di spose che bisognava ai cristiani.

A poco a poco sopravvennero altri Indiani. Giunse un fratello di Guacanagari, scortato da guardie, a presentare i suoi omaggi all’ammiraglio, che salutò in castigliano: ei gli disse che i cristiani erano tutti morti. Il suo racconto sulle cause di quel disastro era in tutto conforme a ciò che i primi Indiani avevano esposto. Erano surte diverse contese fra gli Spagnoli intorno all’oro e alle donne. L’autorità del comandante Diego de Arana era stata disconosciuta. I suoi due luogotenenti Pedro Guttierez ed Escobedo avendo ucciso un tale chiamato Diego, se n’erano andati con nove ribellati, loro complici, e colle donne che costringevano a seguirli, negli stati del re delle montagne, soprannominato «il signore della casa d’oro.» Caonabo, principe di razza Caraiba, guerriero feroce che li fece immediatamente porre tutti a morte. Altri, disertando con armi e bagaglio, dopo rubate le mercanzie destinate agli scambi, si erano ritratti in quartieri lontani per far oro a loro agio. Altri battevano la campagna in gruppi di tre o quattro, entravan nelle case degli Indiani, mangiavano le vettovaglie, violavano le loro mogli e le loro figlie e maltrattavano gli uomini. La protezione che il re Guacanagari dava a costoro faceva pazientemente tollerare agli indigeni cotali oltraggi. Ma sì fatta tirannia oltrepassando ogni misura, essi cercarono modo di liberarsi da cotesti stranieri, che si erano figurati venuti dal cielo, ma che parevano invece sbucati dall’inferno. Il bravo Diego de Arana, solo ufficiale fedele alla bandiera, dimorava nel fortino con dieci uomini che vi si ritraevano ogni notte: sciaguratamente, fidando nei loro cannoni e nella timidezza de’ naturali, non mettevano sentinelle e si abbandonavano tutti insieme al sonno colla più gran sicurtà.

Caonabo di accordo con un cacico vicino, raccolto un grosso esercito traversò con precauzione le foreste e giunse di notte al fortino: l’investì senza ostacolo, perocchè tutti dormivano. Al segnale di Caonabo, i suoi guerrieri montano sulle mura mettendo i loro spaventevoli urli di guerra, lo scalano, e si [p. 329 modifica]impadroniscono della piazza prima che gli Spagnoli avessero agio di prendere le loro armi. Così, furono tutti trucidati. Le case, ove gli altri Spagnoli riposavano colle loro Indiane, furon arse. Otto Spagnoli giunsero a fuggir dalle fiamme, ruppero le file de’ nemici che li circondavano come una palizzata vivente, e giunsero alla riva; ma non avevano altra difesa che il mare. I guerrieri di Caonabo gli inseguirono: si sostennero per qualche tempo sulle onde, finalmente rifiniti dai loro sforzi, perirono negli scogli.

Al romore di quel tumulto, al chiarore degli incendi Guacanagari ebbe la generosità di accorrere alla difesa di quegli ospiti indegni. Ma la rapidità di esecuzione del guerriero Caonabo rendette sterile il suo attaccamento. In uno scontro fra le truppe dell’amico di Colombo e quelle meglio agguerrite del «signore della casa d’oro,» Guacanagari, più valoroso che abile, fu messo in rotta e ferito da un colpo di pietra dallo stesso Caonabo. I suoi si erano ritratti fin dal cominciar dell’assalto nemico: egli riparo ne’ boschi, e il vincitore incendiò la sua casa prima di rientrar nelle sue terre.

Rafforzandosi dell’autorità di Oviedo, Washington Irving pare condannar Colombo dicendo che, ad eccezione del comandante don Diego de Arana, e di uno o due altri, gli uomini che Colombo aveva colà lasciati, erano per la maggior parte gente dell’ultima classe, marinai che una volta a terra non sapevano condursi nè con sobrietà nè con ritenutezza.

Avendo Oviedo traversato otto volte l’Atlantico, ha forse avuto qualche controversia co’ marinai, e ne conservò ruggine con essi. Egli palesa intorno agli uomini di mare una opinion singolare e quasi comica; nondimeno, anzi che biasimar l’ammiraglio, trovasi giustificata l’opportunità di questo principio di colonia, dal numero e dalla scelta degli uomini onde lo compose. Dopo di aver detto: «elesse i cristiani che parvero a lui i più sodi e valenti,» Oviedo aggiunge «insegnò loro molto bene il modo di stare e conservarsi fra quelle genti selvagge.»

Rispetto all’ignoranza di que’ primi coloni, Oviedo va ingannato del paro che Washington Irving.

Perocchè sotto l’autorità di Diego de Arana, onesto [p. 330 modifica]gentiluomo, noi troviamo primieramente Pedro Guttierez, ufficiale della casa del re, guardarobiere della corona; il notaro reale Escobedo, ch’era impiegato alla guardaroba; il bacelliere Bernardino de Japia,» un uom dabbene, maestro Giovanni, gentile chirurgo; il fonditore di metalli Castillo, gioielliere ed orefice, a Siviglia; Ribera, costruttore della marina; un meccanico armaiolo; gentiluomini, come Francesco de Henao, Francesco Vergara, Francesco de Godoy, Juan del Barco, Cristobal del Alamo; un mastro falegname, un mastro impeciatore, un maestro sartore ecc. Non si può dunque accettar l’opinione umoristica di Oviedo, troppo facilmente adottata da Washington Irving, sulla rozza incapacità de’ marinai lasciati alla Spagnuola. Quasi la metà eran uomini intelligenti, e di una certa istruzione: andarono perduti per un inescusabile accecamento.

L’ammiraglio aveva assicurata ad essi una protezione benefica. Con quanto possedevano, potevano soddisfare a tutti i bisogni della vita; inoltre la generosità di Guacanagari li provvedeva in copia e contentavali perfino nelle voluttà. Seguendo le raccomandazioni di Colombo, essi avrebbero conservato il loro primo ascendente sullo spirito di que’ popoli che li credevano immortali: avrebbero potuto renderli cristiani, e prepararli a farsi i vassalli felici della Castiglia: nondimeno, anche dopo di avere imprudentemente distrutto il prestigio che la condotta di Colombo aveva lor conquistato, i loro disordini, sarebbero rimasti tuttavia impuniti, se avessero praticato almeno l’ultima delle sue raccomandazioni, quella di non separarsi mai, ne dormire fuori del fortino.


§ II.


L’ammiraglio nominò una commissione composta di due ingegneri, di un architetto e di un costruttore di navi, sotto la presidenza di Melchior Maldonado, nipote del cosmografo, perchè facessegli una relazione topografica intorno al luogo più opportuno per fondare una città. Mentre la commissione studiava la riva, correndo lungh’essa nella scialuppa, un canotto montato da due indigeni si accostò. ll piloto riconobbe in uno di [p. 331 modifica]quelli il fratello di Guacanagari: veniva a pregar gli stranieri che scendessero e andassero a visitare il re, costretto a stare a letto per la sua ferita. Maldonado, accompagnato dai membri della commissione, prese terra incontanente e andò alla residenza del monarca, composta di un cinquanta case: lo trovarono disteso sopra una specie di letto, con intorno sette donne. Egli mostrò il suo dispiacere in non vedere l’ammiraglio; raccontò che Caonabo e Mayreni avevano trucidato i cristiani, ferito lui stesso; e additava la sua gamba bendata, mostrando sentir dolore nel portarvi sopra la mano. I membri della commissione credettero alla sincerità delle sue parole. Nel licenziarli, regalò ciascuno di loro di un gioiello d’oro, e gli incaricò dire all’ammiraglio che gli sarebbe riconoscente della sua visita, poichè non poteva andare egli stesso a visitarlo. Lasciando stare queste istanze, il fratello di Guacanagari andò a fare all’ammiraglio un diretto invito.

La dimane dopo il pranzo, l’ammiraglio comandò ai diciassette capitani delle caravelle, di smontare a terra in gran parata. Egli vi discese col suo Stato maggiore, le cui ricche divise sarebbero state ammirate anche in una gran metropoli. Colombo non trasandava mai nulla di ciò che poteva produrre buon effetto: aveva altresì preparati diversi presenti. Questo brillante corteo giunse alla dimora del re, che si era preparato a riceverlo. _

Quando apparve Colombo, Guacanagari, senza calare dal suo letto sospeso, fecegli le più graziose dimostrazioni. Nell’esprimere il suo dolore per la morte de’ cristiani, i suoi occhi si empierono di lagrime: dipinse il loro fine deplorabile, e non dimenticò gli sforzi da lui tentati per soccorrerli: mostrava su diversi suoi sudditi fresche cicatrici, e le fascie che avviluppavangli la gamba. Siccome il dottor Chanca, medico in capo della flotta, aveva condotto seco un chirurgo della spedizione, Colombo disse al re che ambedue erano valentissimi nel guarire le ferite, e perciò lo invitava a mostrar la sua. Egli condiscese di buon grado. Ma il dottore Chanca trovò che non v’era sufficiente luce nella stanza, o che sarebbe stato meglio andare all’aria aperta per esaminarla bene. Allora aiutandosi col braccio [p. 332 modifica]dell’ammiraglio, il cacico uscì. Appena fu seduto, il chirurgo levò le bende. Guacanagari disse a Colombo che la ferita procedeva da una pietra. Nessuna traccia di contusione o altro segno era manifesto. Nondimeno pareva che egli ne patisse quando vi si metteva la mano sopra. L’opinione generale degli Spagnoli fu che il cacico si burlava di loro.

Sopra tale indizio il padre Boil credette che Guacanagari era stato complice della strage degli Spagnoli, perciò portava opinione che si dovesse incontanente imprigionarlo, e colpirlo d’un esemplare castigo. Ma Colombo, ricordando i tanti segni di attaccamento da lui ricevuti, la sua casa incendiata, le fresche cicatrici de’ suoi sudditi, il dir conforme di tutti gli Indiani che erano stati interrogati, si rifiutava a crederlo colpevole. Il padre Boil, che, nella sua qualità di diplomatico, credeva di giudicar gli uomini con profondo accorgimento, si tenne offeso della fiducia che aveva Colombo non ostante tal apparenza: l’ammiraglio gli disse che era almeno cosa prudente dissimulare fino a che si avesse la prova innegabile del delitto; e che, anche in questo caso, non bisognerebbe andar tanto in fretta nel vendicarsi pel timore di dover combattere troppi nemici al momento dello sbarco; e ch’era assai meglio ritardar la punizione del delitto e renderla così più terribile.

Guacanagari donò all’ammiraglio otto marchi e mezzo d’oro, pietre di diversi colori, una corona d’oro, tre bei vasi pieni di polvere d’oro e un berretto arricchito di pietre preziose. L’ammiraglio fece a lui de’ presenti, le solite inezie, bagatelle di Spagna, specchietti di Venezia, spilli e campanelli che il cacico stimava di un valore immenso; perocchè gli Indiani preferivano il rame all’oro.

Alla partenza dell’ammiraglio, non ostante la sua ferita, il cacico lo accompagnò fin sulla nave. La vista di tante navi lo fece rimanere attonito. Egli non aveva sin allora veduto che due caravelle mediocri, nel primo viaggio di Colombo. I buoi, gli asini, i montoni, i maiali, le capre, le cui forme erano a lui sconosciute, lo sorpresero: i cavalli andalusi lo rendettero stupefatto: vide alcuni Caraibi fatti prigionieri, e che, sebbene incatenati, non avevano perduto nulla della loro fierezza; nè [p. 333 modifica]poteva sostenere lo sguardo feroce di quegli indomiti nemici, sebbene fossero in ceppi.

Egli si trattenne più volontieri in altra parte della nave.

Fra le dieci indiane ch’erano state ritolte ai Caraibi, e poste a bordo della Graziosa Maria, si distingueva una giovane, cui il corpo elegante e il fare da principessa avevano fatta dall’equipaggio soprannominare perciò dona Catalina.

Guacanagari le indirizzò alcune parole di cortesia accompagnato da uno sguardo espressivo. Non ostante la differenza dei loro idiomi, si compresero molto bene e insiem convennero de’ fatti loro alla presenza di tutti, senza che alcuno se ne accorgesse.

L’ammiraglio offrì al cacico una rifocillazione; gli diede segni di confidenza e di amicizia come in passato; gli disse che voleva dimorare accanto a lui. Guacanagari rispose che ne andrebbe lietissimo; ma che quel luogo non era gran fatto salubre per la sua umidità.

Parlandoin di Dio, di Gesù Cristo, Colombo lo stimolava a farsi cristiano, e voleva sospendergli al collo una medaglia della Santa Vergine, che porterebbe in aspettazione di essere battezzato. Ma quando il cacico seppe ch’era un segno di religione de’ cristiani, vi si rifiutò: bisognò tutta la persuasiva insistenza dell’ammiraglio per farlo risolvere a conservare questa imagine di un culto contro il quale lo avevano sinistramente prevenuto le beffe e le rapine degli Spagnoli rimasti ne’ suoi stati. Nondimeno, a malgrado del suo desiderio di rispondere alle testimonianze di Colombo, pareva ch’egli soggiacesse ad una specie di violenza e d’imbarazzo, lo che sembrò di cattivo presagio. Il padre Boil trovò in ciò la conferma de’ suoi sospetti; e siccome la sua abitudine degli affari politici gli dava una specie di autorità, consigliò nuovamente di arrestarlo, appunto mentr’era a bordo. L’ammiraglio non volle consentirvi: si teneva sicuro dell’innocenza del suo ospite: n’erano ignoti i motivi.

Quantunque Guacanagari non comprendesse esattamente quello di cui si trattava, pure vedeva all’aria fredda e seria degli Spagnoli, ch’essi non erano più a lui favorevoli come nel primo [p. 334 modifica]viaggio dell’ammiraglio; e che fra tutti il solo Colombo non avea mutato contegno. Egli si sentiva a mal agio in mezzo a quei sentimenti ostili e volle tornare a casa la sera medesima.

Il giorno seguente, gl’indigeni si mostravano in gran numero sulla riva. Un messaggero del cacico venne a dimandare all’ammiraglio quando partirebbe, e gli fu risposto che se ne andrebbe la dimane. Alquanto dopo, il fratello di Guacanagari, sotto il pretesto di mutar dell’oro, venne a bordo della Graziosa Maria. Evitando la presenza dell’interprete Diego Colombo, parlò alle indiane, e in particolare alla bella Catalina, a cui disse alcunchè da parte del re suo fratello. Nella notte, verso la fine del primo quarto, Catalina diede il segnale alle compagne, che si calarono in gran silenzio lungo i fianchi della nave nel mare non ostante la violenza delle onde ancora agitate e le tre lunghe miglia che le separavano dalla riva. Una torcia accesa sul lido lor additava il luogo ove amore aspettavale. L’agitazione delle onde coprendo il romore della loro caduta fece sì che i marinai non si avvidero subito della loro fuga. Durante il tempo necessario per mettere in mare le scialuppe, esse si erano tanto avanzate che precedettero a terra i batelli. Si durò la maggior fatica del mondo a prenderne quattro; e anche queste nel punto in cui uscivano dell’acqua,» a dona Catalina, riuscì di entrare nel bosco.

Poichè aggiornò, l’ammiraglio spedì a Guacanagari chiedendo gli fossero date nelle mani le fuggitive. L’ufficiale incaricato del messaggio non trovo più nè il cacico nè i suoi sudditi; la residenza giaceva deserta e silenziosa. La popolazione era fuggita recando seco il meglio che possedeva, provvigioni, mobili, utensili. Questa diserzione finì di confermare i sospetti sulla complicità di Guacanagari: il solo Colombo si astenne dal condannarlo.


§ III.


Il presidente della commissione topografica annunziò ch’essa aveva scoperto un porto convenientissimo. Mentre si veleggiava verso di questo porto, il tempo mutò e divenne contrario. [p. 335 modifica]Tuttavia questa contrarietà ebbe i suoi vantaggi. La flotta fu costretta a fermarsi sopra una costa copiosissima di pesci, provveduta di un porto eccellente, e vicina a due fiumicelli, la cui acqua leggera e limpida irrigava una terra inesauribilmente feconda. Ad un trar di balestra abbondavano sassi addatti alla costruzione: sorgea presso una folta foresta, e un gruppo di scogli che dominava il porto, una fortificazione naturale che facilmente si poteva rendere inespugnabile. Fu deciso di non andar oltre. ll dottore Chanca giudicava «questo luogo il meglio situato che mai si potesse imaginare,» e diceva la Provvidenza avervi condotta la flotta a rifugio contra il mal tempo.

Quivi negli ultimi giorni di dicembre sbarcarono finalmente gli uomini e gli animali, stracchi ugualmente di una navigazione di quasi tre mesi, durante la quale erano stati del paro assoggettati ad un’esigua razione, così volendo la prudenza, affine di far fronte ai casi che ritardassero Io sbarco. La maggior parte degli Spagnoli poco famigliarizzati col mare presero con inesprimibile delizia possesso della verdura, dell’ombre odorose e de’ frutti sconosciuti di quella contrada, ove, sotto un fogliame sempre verde, gli uccelli facevano lor nidi come nella primavera in Europa.

Si racchiusero le provvigioni, le munizioni e i bagagli in case di legno che furono prestamente rizzate.

Avendo immediatamente Colombo fatto tirare le linee e determinate le proporzioni convenienti, collocò, invocando la santissima Trinità, la prima pietra della nuova città, a cui impose il nome amato d’Isabella.

Il primo edifizio cui si pose mano fu la chiesa; e vi si lavorò intorno con tale e tanta operosità, che il 6 gennaio, anniversario dell’entrata dei Re in Granata, vi fu solennemente celebrata la gran messa dal Vicario Apostolico, assistito dal padre Juan Perez de Marchena e dai dodici Religiosi che il padre Boil aveva condotto.

Soli tre edifizi pubblici furono costrutti in pietre; le case de’ privati erano terra e calce; la maggior parte baracche di legno. Ciascuno si prestava ad assecurarsi una dimora propria; a tale che in poche settimane Isabella prese l’aspetto di piccola città. [p. 336 modifica]Al tempo stesso si seminavano intorno all’abitato legumi e cereali, che nascevano e crescevano con una maravigliosa prestezza. Gl’Indiani, assicurati dall’affabilità dell’ammiraglio, mostravansi solleciti in aiutar gli Spagnoli nei loro lavori, lieti di vedersi rimunerati con alcune bagatelle d’Europa.

Affine di affrettare la costruzione d’Isabella, prima città castigliana nel Nuovo Mondo, Colombo fervorosamente affaccendavasi. Questa fatica incessante logorò le sue forze; ammalò, ma il suo spirito non perdette nulla della sua operosità. Mentre vegliava alla fondazione della colonia, s’informava dei mezzi da poterla rendere prospera: interrogava di frequente i naturali sull’interno dell’isola, e mandava una caravella a farne il giro e rilevarne le coste. Riteneva che Isabella avesse ad essere come il mercato naturale delle miniere d’oro di Cibao, posto a tre giornate di cammino. La gioia di questa notizia fu scemata dall’invasione di una malattia quasi epidemica, sotto cui venne meno il coraggio de’ più arditi venturieri della spedizione.