Dalle dita al calcolatore/X/6

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6. Fuori socialmente

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[p. 172 modifica]6. Fuori socialmente

In genere, per risolvere con rapidità e autonomia i problemi che assillano i ceti subalterni, nella vita di tutti i giorni, si usano mezzi poveri. Ciò si deve anche alla precisa volontà di non diffondere le tecniche e le strategie cognitive che potrebbero porsi come strumenti di potere reale.

Da sempre, la condizione di povertà si caratterizza certo come mancanza di beni, ma anche come esclusione dalle conoscenze più avanzate e dagli strumenti di comprensione più potenti.

Nel 637 gli Arabi conquistano Ctesifonte facendo un bottino immenso, stimato 9 miliardi di dirham. Il dirham (da drachma) è una moneta d’argento del peso di 4,5 grammi; 10 dirham equivalgono a un dinar, moneta d’oro dello stesso peso. Si racconta di un soldato [p. 173 modifica]che fa una figura poco edificante di fronte ai commilitoni, per aver chiesto solo 1.000 dirham per il riscatto di una nobildonna: egli si giustifica dicendo di non aver mai saputo “che esistesse un numero superiore a mille” (20a). Quel poveraccio, probabilmente, ha passato la vita ad accudire le capre o a strigliare la coda dei cammelli, oppure a fare la scorta a qualche carovana per quattro soldi, prima di essere coinvolto nella frenesia delle conquiste. Forse è la prima volta che partecipa all’espugnazione di una “vera” città, incredibilmente ricca. Certo in vita sua non ha mai visto 1.000 dirham tutti assieme. Al contrario, gli abili mercanti arabi sono avvezzi a ben altre somme. Per imparare a contare non c’è niente di più gratificante del contare soldi, se sono tanti. I soldi da soli non danno necessariamente la conoscenza e la buona creanza; però, andare per il mondo a piedi e senza un quattrino, è diverso dal girarlo in panfilo o con l’aereo privato ed uno stuolo di segretari che procurano testa e gambe ad ogni tua decisione. “L’uomo povero non ha potere”, come dicono i Sumeri (6c).

Ancora un esempio che testimonia come la situazione generale condizioni lo sviluppo delle abilità mentali: Thurnwald racconta di aver chiesto a un “primitivo” di contare; questi, essendo incapace di pronunciare la successione dei numeri isolata da qualsiasi contesto, immagina di contare dei maiali. Al 60 si ferma e sostiene di non poter andare oltre... perché nessuno è tanto ricco da possederne di più (18b).

Andiamo agli anni Sessanta, nelle campagne dell’entroterra marchigiano, nei giorni della macellazione del maiale. Molti contadini sanno lavorare la carne di maiale. La confezione delle salsicce richiede dosi precise di sale, oltre che di spezie, da mescolare alla carne. Alcuni contadini si attengono all’antica tradizione, che vuole il rispetto di un rapporto preciso in once o in libbre. Per l’occorrenza si tira fuori la vecchia stadera. Normalmente, per pesare polli o conigli si usa [p. 174 modifica]la stadera a chili, a etti, senza problemi. Ma con la pista (pesta, carne macinata) non si vogliono correre rischi. Infatti, ogni volta che si vuol convertire l’oncia in grammi, uno dice 30, un altro 33; trovato l’accordo, diventa problematico fare la moltiplicazione con il lapis, perché tutti hanno le mani unte. Il tempo è passato, i vecchi strumenti di peso non ci sono più e i nuovi “macellatori” ignorano l’antico sistema metrico. Questo vuol essere un semplice esempio sui motivi della persistenza di metodi obsoleti di misurazione.

Anche i vecchi sistemi di calcolo sopravvivono, sebbene inseriti in contesti più complessi. Ciò avviene perché in ambiti ristretti risultano ancora efficaci. Prendiamo dei bambini alle prime armi con le addizioni scolastiche. Se noi chiediamo la somma di 8 e 7, li vediamo armeggiare con le dita e poi trovarsi in difficoltà, perché con le dita delle due mani possono arrivare solo a 10, e le dita dei piedi risultano inaccessibili, essendo racchiuse nelle scarpe. A questi bambini possiamo insegnare una scorciatoia. Chiamando in causa la vecchia base 5, possiamo mostrare la scomposizione dei due numeri in 5 + 3 e 5 + 2, quindi far sommare i due 5 e gli altri numeri minori.

L’uso delle cordicelle annodate per conservare memoria di qualcosa non è limitato al mondo incaico. Se ne è fatto ampio uso anche nel vecchio mondo fino a tempi recenti. Al tempo di Dario, i Greci delle coste “turche” fanno parte dell’impero persiano e pertanto i loro soldati partecipano alle campagne di guerra. Si racconta che Dario abbia affidato la difesa di un ponte a un contingente greco, con l’ordine di tenerlo due mesi; per maggior sicurezza, egli lascia una cinghia sulla quale sono stati fatti 60 nodi: se ne deve disfarne uno al giorno. Dopo aver disfatto l’ultimo nodo, gli uomini potranno tornarsene a casa.

Gli Ebrei osservanti, durante le preghiere, indossano un corto mantello, dal quale pendono delle cordicelle annodate. I nodi corrispondono ai numeri 26 o 39, [p. 175 modifica] le diverse tradizioni. Il 26 significa “Yahweh” (sommando il valore numerico delle consonanti); il 39 vale “Yahweh è unico”. Restando nello stesso ambito, tutti ricordano i Pubblicani. Sono addetti alla riscossione della tassa obbligatoria a favore del Tempio di Gerusalemme; pur di cavar quattrini non vanno tanto per il sottile, ed è comprensibile che siano malvisti. L’avvenuta riscossione viene registrata facendo dei nodi su un mazzo di cordicelle, e come ricevuta si rilascia un pezzo di cordicella annodata in un modo particolare. E nella memoria di tutti il racconto evangelico del Cristo che caccia i mercanti dal recinto del Tempio con un fascio di cordicelle.

Nel Perù, l’uso del quipu non cessa col venir meno della potenza Inca. Continua ad essere impiegato dai pastori per l’inventario del bestiame, fino al secolo scorso. In un primo gruppo di cordicelle, bianche, essi registrano ovini e caprini, seguendo un ordine convenzionale, per cui una cordicella è destinata ai montoni, una agli agnelli, ecc. Le cordicelle del secondo gruppo, verdi, sono riservate ai bovini: tori, mucche da latte, vitelli... Gli ambiti di utilizzazione del quipu sono così vasti che in ogni città della tribù Ciudi opera un funzionario addetto alla “compilazione” e alla decifrazione dei messaggi inviati tramite questo strumento. Attualmente si usa il chimpu, formato da alcune cordicelle unite. In esso, le unità vengono registrate eseguendo nodi su una sola cordicella; le decine sono rappresentate con nodi che tengono insieme due cordicelle, le centinaia tre cordicelle, ecc.

Per concludere l’argomento, si propone una riflessione dello studioso Pablo Macera: “Quanto ai quipus, cordicelle alle quali si apponevano nodi che avevano particolari significati ed esprimevano quindi pensieri, essi simulano trecce di donna, perché pensieri e capelli escono tutti dalla testa. Gli indiani Chincheros nel Perù, e gli Urochipayas in Bolivia, che usano appunto i quipus, li leggono solo ponendosi davanti a sé una [p. 176 modifica]parrucca di donna con trecce, che viene conservata in una borsa di pelle di volpe, simbolo femminile di astuzia” (21a).


Particolare di un quipu.


Anche la pratica dell’intaglio conserva la sua validità nel corso dei millenni come strumento per numerare. Ma “quando volevano formare un numero grande l’era molto scommodo nel fare tanti punti, o segni, alcun altri ritrovarono tre abbreviature, la prima fu una croce .X. e volsero che rappresentasse dieci di quelli punti, la seconda fu la quinta vocale V e volsero che significasse cinque, e la terza fu una linea obliqua cioè / e volsero che significasse 50 e questo perché tali segni commodamente si potevano intagliare nelle taglie suddette, si come sino al giorno di hoggi si costuma” (15c).

I pastori analfabeti della Sicilia sud-orientale spesso trovano utile associarsi periodicamente fra di loro, unendo le loro poche bestie. Dopo aver preparato dei bastoncini della stessa dimensione, si recano da un “littiratu”, cioè da uno che sa scrivere, per far [p. 177 modifica]incidere il nome di ognuno su un lato del bastoncino. Poi, con tacche di forme diverse, annotano il numero e il tipo di animali messi in società. Mensilmente provvedono ad aggiornare la situazione circa il numero di capi e la produzione di latticini. Lo strumento è detto calannariu (“calendario”) e il contratto ad esso sotteso resta in vigore per un anno, dal settembre all’agosto dell’anno successivo. Pare che il calannariu sia stato usato fino agli anni Cinquanta.


Colannariu dei pastori siciliani.


La testimonianza del Ricci sul modo di rappresentare un numero “nelle taglie si come costumano li Fornari” indica quanto il sistema sia diffuso a livello popolare per la semplicità dei segni e per l’assoluta impossibilità di falsificare i dati. Infatti, il listello originario viene tagliato in due secondo la lunghezza: metà resta al fornaio e l’altra metà viene consegnata alla massaia. Per ogni acquisto a credito, il fornaio [p. 178 modifica]riunisce le due parti del listello, vi traccia le tacche necessarie e restituisce alla massaia la sua copia. Il sistema delle tacche sopravvive ancora in alcune birrerie di Monaco: infatti, man mano che il cliente ordina birre, i camerieri sono soliti tracciare una tacca sul cartoncino del sottobicchiere. Alla fine, per fare il conto, basta contare le tacche.

Altro esempio di tecnica erudita sopravvissuta solo a livello popolare è dato dalla cosiddetta “moltiplicazione del contadino” (22a), che è esattamente la moltiplicazione degli Egizi.

Si vuol concludere citando a memoria un racconto di Tolstoj intitolato I fratelli del re. Un mendicante chiede al re l’elemosina dicendo: “Siamo tutti fratelli, in Dio, e dobbiamo dividere tra noi ogni cosa”. Il re gli dona una moneta d’oro. Il mendicante si mostra insoddisfatto e replica: “Tu possiedi milioni di monete d’oro e a me ne hai data una sola. Dividere significa fare a metà”. Il re risponde che ha tanti fratelli quante sono le sue monete d’oro e per questo gliene dà una sola. Al di là di eventuali considerazioni sull’arroganza del mendicante, possiamo individuare nel suo “dividere a metà” il sopravvivere di una tecnica molto antica secondo la quale una divisione si esegue attraverso successivi dimezzamenti.