De' più antichi marmi statuari

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Giulio Cordero di San Quintino

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De' più antichi marmi statuari adoperati per la scultura in Italia Intestazione 2 gennaio 2013 75% Archeologia

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de’ più antichi


MARMI STATUARI


ADOPERATI PER LA SCULTURA IN ITALIA




LEZIONE


del Cav. Giulio di S. Quintino


Letta nell’adunanza del 26 giugno 1823




Gli antichi bagni che veggonsi tuttora quasi pareggiati al suolo sulla marina lucchese, vicino alla Pieve di Massaciuccoli; e le altre più estese ruine ad essi contigue, ch’io stimo essere gli avanzi di quel tempio dedicato ad Ercole, il quale, ai tempi di Tolomeo il geografo, cioè nel secolo secondo dell’era volgare, sorgeva ancora su que’ colli alla destra dell’Arno, se non sono monumenti da osservarsi con meraviglia per la vastità della mole, o per la ricchezza de’ loro materiali, meritano pur non di meno di essere molto considerati da chi nello studio delle cose vetuste vuol trarre lezioni per le presenti. Per ciò che quegli edifizi abbandonati, ed in parte ancora sotterra, sono, senza dubbio, in Italia quelli che più d’ogni altro monumento di questo genere ci conservano tuttavia un modello chiarissimo della maniera con cui gli Antichi soleano fabbricare le loro terme, e disporle, e dividerle a seconda degli usi cui le destinavano: senza pure eccettuarne quel piccolo graziosissimo bagno [p. 2 modifica]domestico che assai ben conservato ancora vedesi fra le maestose reliquie della villa suburbana d’Ario Diomede presso Pompeja.

Fra le ruine di que’ Bagni meritano singolar attenzione il Calidario co’ suoi lavacri, e la Sudazione colla sottoposta Ipocausi o fornace, dove sono pure da vedersi certi vani ingegnosamente praticati nella grossezza de’ muri, onde il calore, partendosi dalla stessa fornace, si diffondesse in ogni parte, ed investisse tutta la Stufa1. Ora mentre io stava colà esaminando, nello scorso marzo 1823, la maniera di quelle fabbriche, ed i materiali impiegati nella loro costruzione, mi venne fatto di osservare che la Sudazione, ed il Calidario anzidetti erano altre volte incrostati internamente di un marmo statuario candidissimo, di rara purità e bellezza, diverso affatto da quello dei monti Lunensi o di Carrara; del quale non pochi frammenti rimangono ivi tuttora aderenti ai pavimenti, ed alle pareti.

Questo marmo non è inferiore in alcun modo ai più perfetti marmi da statue fin quì conosciuti; come se ne potrà giudicare per alcuni saggi che ne ho presentati alla R. Accademia di Lucca, ed al R. Museo de’ minerali in Torino. Nel candore, se non avanza i più bei marmi di Carrara, loro non cede sicuramente; non è però da confondersi con essi per gli altri suoi caratteri. Tutti i marmi bianchi lunensi, senza eccettuarne alcuno, si distinguono per finezza di grana, e per cristallizzazione poliedra e granellosa: gli antichi marmi di Massaciuccoli, all’incontro, presentano nella loro frattura un impasto meno denso, più grosso assai, lucido e salino; e la cristallizzazione loro è lamellare affatto, ossia a grandi specchi, ora più ora meno larghi, a seconda forse delle diverse cave dalle quali furono estratti. Sedotto da queste apparenze io li [p. 3 modifica]tenni da prima per marmi greci, anzi per quelli celebratissimi dell’isola di Paros; seguendo in ciò l’esempio della maggior parte degli Archeologi, i qhali hanno fin qui troppo facilmente giudicato essere Pario ogni antico marmo, che loro si affacciasse si fattamente cristallizzato.

Considerando però all’età di quelle fabbriche cadute in rovina, le quali per alcuni loro muri rozzamente reticolati; per le opere di getto a calcestruzzo; per la mancanza di que’ tubi destinati a condurre il calore, de’ quali, ai tempi di Seneca2, era già invalso l’uso nelle sudazioni delle terme; per essere quelle fabbriche stesse edificate di semplici mattoni, anzi che di pietra o di marmi squadrati, quali sono per lo più gli edifizi romani di un’età meno remota, e singolarmente nella vicina città di Lucca gli avanzi dell’antico teatro, e dell’anfiteatro; finalmente per la stessa elegante e regolare picciolezza, e mediocrità dell’edifizio, sembrano doversi ascrivere a quell’ epoca in cui di marmi stranieri non era per anco inondata l’Italia, cioè agli ullimi periodi della republica romana, od al regno stesso di Augusto, piuttosto che ad altra era più a noi vicina.

Osservando per altra parte che posto il nostro marmo a paragone con quello di Paros esse si mostra subilo più candido assai di quello, e che la sua grana, o piuttosto le sue laminette sono anche più grandi, e più brillanti che non sogliono essere quelle dell’altro; ch’esso è affatto privo di quel leggiero puzzo d’idrogeno sulfurato, che per lo più i marmi greci, ed il Pario singolarmente, tramandano allorchè sono percossi o stropicciati3. [p. 4 modifica] Queste osservazioni mi fecero nascere il pensiero che in Italia, e probabilmente in luoghi da quelle terme poco distanti, se ne dovessero trovare le antiche cave; sembrandomi cosa poco probabile che in quel secolo non affatto guasto ancora dall’asiatica magnificenza, por quelle fabbriche rurali, nè troppo splendide sicuramente, si fossero tratti a gran costo i materiali dalle isole remote dell’Arcipelago.

Ebbi di fatto la buona sorte di aver notizia di quelle cave antichissime ne’ monti della vicina Maremma pisana, in quella catena di essi principalmente che dalla contea de’ Signori della Gherardesca si estende nel Capitanato di Campiglia; i quali monti non sono gran fatto più distanti da Massaciuccoli che le lapidicine medesime del Carrarese. Molte qualità di marmi si trovano in quelle montagne calcari, come interviene per tutto altrove; i bianchi, e gli statuari singolarmente, vi s’incontrano in più d’un liiogo. Sono questi statuari simili in tutto, e perfettamente compagni a quelli che, come abbiamo notato, furono impiegati nell’ornare gli antichi bagni di Massaciuccoli; sì gli uni che gli altri si prestano egualmente ad ogni maniera di lavoro, e gli estrinseci loro caratteri sono appunto gli stessi. Nel fare questo confronto consentanco al mio ebbi il parere di parecchie persone perite in questa materia, ed abitanti in quelle medesime contrade.

Le miniere di que’ marmi, peggiorate forse di poi, od esauste col volger degli anni, ovvero rese di troppo difficile accesso per la ruina delle strade, sono ora, e da tempo immemorabile cadute in dimenticanza: mostrano elleno pero di essere state lungamente praticate fin dall’epoche più lontane. Nei monti che sono in vicinanza del mare, fra Campiglia e S. Vincenzo, nell’antica provincia di Populonia, dieci miglia distanti da Piombino, trovansi ancora parecchi crateri di quelle vetuste escavazioni, i quali sono di tale vastità che simili non si vedono in quelle valli stesse dei monti lunensi già più frequentate dagli Antichi, e dai Moderni.

In alcuni luoghi di quella Maremma, come ha avvertito il Targioni [p. 5 modifica]ne’ suoi Viaggi per la Toscana, dove nello scorso secolo si sono rinnovate le cave di alcuni bei mistii, i rottami di que’ varii marmi, rimasti sul luogo fin da quando si lavoravano dagli Antichi, osservansi di presente raggrumati e rilegati insieme, a modo di breccia, dal tartaro o deposito calcare che le acque, nel lungo tratto de’ secoli, vi hanno sopra lentamente lasciato.

Probabilmente que’ marmi statuari essendo col tempo venuti menio, la loro mancanza avrà dato luogo, verso la netà del primo secolo dell’era cristiana, alla scoperta, ed all’escavazione di quelli di Luni4; ovvero il ritrovamento di questi sarà stata cagione che le cave de’ primi fossero poi a poco a poco abbandonate.

È meraviglia come Plinio, il quale ha notata questa preziosa Scoperta, ed ha trattato in più d’un luogo del marmi lunensi, e di tante altre pietre, e minerali di ciascuna provincia d’Italia, non abbia fatta menzione alcuna di que’ marmi bellissimi, situati nel centro della penisola, sulla via Aurelia, ed a poca distanza dal mare; de’ quali i Romani, siccome in breve dirò, aveano fatto uso grandissimo, non meno che gli Etruschi prima di loro. Io sospetto che ai tempi di Plinio le loro cave fossero già abbandonate, e che perciò quello scrittore sia stato contento di accennarli cumulativamente con altri marmi somiglianti, in quel luogo del trentesimosesto libro della sua storia naturale, dove, dopo aver narrato come i più antichi scultori della Grecia non si erano serviti d’altro marmo che di quello di Paros, soggiunge: che dopo que’ tempi ne erano stati trovati molti altri più candidi ancora del Pario, e che fra questi era lo stesso marmo di Luni, poco dianzi scoperto, la sanno gli Eruditi quanto sieno famigliari a quell’uomo enciclopedico si fatte ommissioni? E, per modo d’esempio, accenno egli forse una volta sola il marmo Pentelico sì caro e rinomato presso gli Ateniesi, e tanto adoperato a’ suoi tempi dai greci, e dai romani scultori.

Non possiamo mettere in dubbio che gli Etruschi, prima assai [p. 6 modifica]de’ Romani, conoscessero, e si giovassero di quel marmo proprio della loro contrada. Fanno di ciò testimonianza alcune loro sculture che, per buona ventura, il tempo non ci ha involate. Il ch. Cav. Francesco Inghirami che, nelle etrusche antichità principalmente, è maestro di color che sanno, mi assicura che la statua etrusca con bambino in collo che sta nel museo di Volterra, già indicata dal Dempstero, benchè non sia di marmo bianco, ma piuttosto di un bardiglio chiaro, sì fatto marmo appartiene però senza dubbio ad alcuna fra le anzidette miniere della Maremma pisana; a quelle probabilmente che sono nelle possessioni dei Signori della Gherardesca.

Di vero marmo statuario, all’incontro, somigliante del tutto a quello di cui si ragiona, è sicuramente il coperchio d’una grande urna mortuale d’etrusco lavoro, il quale coperchio conservasi nel Campo-santo di Pisa distinto col numero XI. Lo stile con cui sono condotte le due figure che vi si vedono star sopra come a sedere, e più ancora la breve iscrizione che vi è intagliata con certi vetusti caratteri italici, ch’io non saprei decidere se oschi, umbri od etruschi s’abbiano a dire, assicurano a quel monumento un antichità molto remota. 5

Di quel marmo stesso vedonsi pure in Piombino, verso il mare, alcuni bassirilievi già molto guasti dal tempo, e dall’aria marina; e percorrendo i luoghi dove, in que’ dintorni, sorgeva altre volte la città di Populonia, non è raro di rinvenirne dei frantumi sparsi per la campagna, avanzi certamente anche questi di opere etrusche d’antichissima data.

Da tali sculture, e da molte altre che possono essere state vedute altrove, lavorate in quel marmo, simile, come si disse, a quello di Paros nella cristallizzazione, ebbe origine probabilmente [p. 7 modifica]l’errore di colore i quali credettero che gli Etruschi facessero venir di Grecia i materiali che occorrevano alla loro modestissima arte statuaria. Ma la verità si è che quel popolo frugale, contento delle produzioni del proprio suolo, adoperò indistintamente ne’ suoi lavori di scarpello i minerali della provincia ch’esso abitava, senza curarsi di cercarne di più belli in lontani paesi. Si è osservato infatti che tutte le urne mortuali etrusche, le quali trovansi nel Volterrano, sono fatte con tufi, ovvero con quella pietra gessite candidissima detta volgarmente alabastro, tutta propria di quella contrada. Nel Perugino, all’incontro, sono esse di un bel travertino proprio di quel territorio; lo stesso dee dirsi di Chiusi; ed in Pisa, oltre i lodati marmi dell’attigua Mareimma, gli Etruschi scolpirono pure in quelli più ordinari del vicino monte:

Per che i Pisan veder Lucca non ponno.


e ne sono testimonio nel predetto Campo-santo i due piccoli sarcofagi etruschi segnati coi numeri XIII, e CLXXVII.

Nè diversamente praticarono per lunga eta I discepoli degli Etruschi, i Romani, finchè, divenuti signori del mondo, avvisarono di emulare nella magnificenza degli edifizi, e nella cultura delle arti il fasto e la maestria delle nazioni conquistate. Allora fu loro mestieri di avere ricorso a materiali più preziosi che l’umile pietra albana, od il rozzo travertino non erano. Allora i Romani si valsero pure dei marmi di Populonia; e furono quelli per avventura i primi marmi statuari messi in opera dai loro scultori. Ciò è così vero che spesso in Roma se ne trovano ancora de’ frammenti sparsi per quelle vie solitarie, e per que’ campi negletti che sì gran parte coprono ora di que’ celebri colli, sì superbi un tempo per la maestà delle fabbriche, e pel popolo innumerevole. Io stesso ne raccolsi altre volte non pochi, riputandoli allora di marmo pario, ma di una varietà più candida, e di più grosso impasto dell’ordinario. Per buona sorte uno di que’ pezzi rimane ancora presso di me: mi reco a dovere di presentarlo al R. Museo, con un altro di vero marmo pario, per dimostrare col fatto, e col mezzo de’ [p. 8 modifica]confronti la verità di ciò che io dico. Ma io posso avvalorarla ancora con un bel monumento italiano, proprio dell’epoca romana or ricordata; ed è questo la parte anteriore di un piede marmoreo colossale, il quale, portalo in Lucca già da un secolo, forse dalle terme stesse di Massaciuccoli, che allora appunto si stavano dissoterrando, è tenuto in gran pregio dal Nobile signor Domenico Guinigi-Rustici che ne è il possessore. La qualità del suo marmo, come si può vedere dal frammento che ne ho fatto staccare, è statuaria, candida, pura, salina, lamellare e non fetente, simile intieramente ai marmi trovati nelle terme anzidette, ed agli altri già pur mentovati. Questo piede, di forte muscolatura, e munito di sandalo, e di tal proporzione, che la statua di cui dovea far parte non poteva aver meno di dicianove in venti braccia toscane d’altezza, corrispondenti a ventitre piedi piemontesi; ed è lavorato con tanta maestria, e finito con sì fatta diligenza in ogni suo particolare, che è forza attribuirlo ai tempi migliori di Roma6 . Chi sa quanti fra quelli che lo hanno esaminato prima di me lo avranno giudicato di marmo greco, ed opera squisita di qualche valente scultore di Efeso, di Atene o di Corinto? Io per me amo di tenerlo per opera di scultore italiano, italiano essendone il materiale.

Se nelle Maremme toscane s’intraprendessero nuove escavazioni, a Populonia principalmente od a Roselle, io non dubito punto che altre sculture moltissime di quel medesimo marmo si trarrebbero a luce, per mezzo delle quali potremmo forse venir in cognizione dell’epoca in cui le cave di esso furono maggiormente praticate, e quindi abbandonate. Duolmi perciò che non ci sia stato detto di qual pietra sono fatti i tre leoni poco fa trovati fra [p. 9 modifica]i sepolti avanzi delle antiche terme di Roselle or mentovate. Sarebbe parimente cosa molto opportuna il verificare la qualità del marmo di alcune statue, e sculture di maniera etrusca, che vedonsi nella villa dei Signori Della-Stufa a Signa, presso Firenze; come pure l’esaminare tanti altri monumenti di quelle età, sparsi nelle diverse collezioni antiquarie sia d’Italia come d’oltremonti, onde mettere sempre più in evidenza l’esposto argomento.

In una corsa che ho fatta, in quest’anno medesimo 1824, in alcune parti della Liguria, della Toscana, e della Lombardia ho avuto campo di vedere, e di convincermi che comunissimo essere dovea per tutta Italia il nostro marmo etrusco, non solo negli ultimi periodi della repubblica romana, quando per avventura furono edificati i bagni di Massaciuccoli; ma ancora ne’ più bei tempi dell’Impero.

In Albenga, per esempio, nell’atrio del palazzo altre volte della Nob. famiglia Costa, ora de’ Marchesi Del-Carretto, sta fissata nel muro un’antica iscrizione sepolcrale, che, per la forma elegante de’ suoi caratteri, e degna della florida eta di Trajano, o degli Antonini; questa iscrizione appunto è scolpita nel nostro candidissimo statuario.

Nella R. Galleria di Firenze, nel mezzo della sala de’ vasi italo-greci, s’alza sopra nobile piedistallo un antico torso di eccellente scarpello, e di vero marmo pario, il quale dovea rappresentare altre volte un Genio della morte. Il defunto scultore Spinazzi cui fu dato a restaurare, avendo dovuto supplire alla mancanza della parte inferiore della statua, per accompagnare la qualità del marmo, si valse di un aulico frammento, riputato da lui, come quello, di statuario di Paros. Ma lo Spinazzi s’inganno; il frammento scelto da lui non era altrimenti di marmo forestiero, ma sì bene etrusco affatto simile al mentovalo delle terme di Massaciuccoli. E quella statua graziosissima, da lui convertita in un amorino, in atteggiamento di mestizia, sta là come testimonio della verità del mio dire, e come monumento che par quasi fatto a bella posta per [p. 10 modifica]mettere in evidenza la somiglianza, e le diversità del due marmi. I chiar. signori Zannoni e Bargili, cui è sì degnamente affidata la conservazione, e la custodia di quell’immenso deposito di cose belle e preziose, erano presenti a queste mie osservazioni, nè il dotto loro parere fu diverso dal mio.

In quella Galleria sono pur dello stesso marmo delle Maremme toscane alcune urne mortuali, ornate di mediocri sculture, che io aveva altre volte giudicato essere di vero marmo greco, e quindi di greco lavoro. Chi sa quanti altri osservatori hanno portato lo stesso giudizio avanti di me!

Anche fra i numerosi avanzi della sepolta città di Velleja, nel Piacentino, i quali si conservano nel museo antiquario di Parma, io ho trovati non pochi pezzi di questo marmo stesso, impiegato egualmentte in opere di statuaria, e per ornamenti di architetture.

Finalmente fra i mucchi di sassi chie ingombrano tuttora qualche parte del suolo dove era, prima del quinto secolo dell’era volgare, la ligure colonia di Libarna, fra i borghi di Serravalle e di Arquata, sull’antica via Postumia nella valle della Scrivia; e fra i ruderi principalmente del teatro, e dell’anfiteatro di quella città, moltissimi frammenti s’incontrano di antichi marmi, e fra questi non pochi io ne riconobbi di statuario etrusco, alcuni de’ quali io portai meco per farne dono al Museo dc’minerali in Torino.

E qui è da notarsi che fra quante opere, e frammenti di questo marmo ho veduti finora, nessuno mi è occorso di ravvisarne che di statuario non fosse candido egualmente e salino; tranne una piccola colonna a Libarna di color bigio ceruleo, che tuttavia per la sostanza, e la maniera della cristallizzazione non mi parve da quello lontano.

Ma egli è in Roma principalmente che moltissime statue di questo materiale patrio devono trovarsi per le case, e ne’ musei; quelle massimamente che erano destinate alla decorazione degli edifizi, e de’ giardini. Le quali se hanno finora goduto della riputazione di opere greche, dovranno ora restituirsi alle arti italiane.

[p. 11 modifica] Premesse pertanto tutte le fatte osservazioni, io ne trarrò le seguenti conseguenze. Dico primieramente che assai prima ancora che l’oratore Lucio Crasso movesse a sdegno gli austeri Romani ornando egli il primo la sua privata abitazione sul Palatino con poche e piccole colonne di marmo bianco, tratte da lui con grande spesa dal monte Imete, nell’Attica, già gl’Italiani aveano in abbondanza, e lavoravano marmi statuari del proprio paese, eguali in bellezza, e più candidi degli stessi marmi della Grecia i più ricercati.

Conchiudo in secondo luogo che se gli Archeologi, nel dar giudizio sull’età e sulla patria de’ monumenti delle età passate, avessero posto maggiore studio nel distinguere le qualità de’ minerali, onde quelli erano composti, e nel rintracciarne l’origine, si sarebbe conservata all’Italia nostra la gloria di molte opere insigni dell’antica Scultura, le quali per avventura troppo leggermente furono riputate straniere, o di greco lavoro, a cagione della loro materia. Nè forse il secolo luminosissimo che scorse fra Cesare e Trajano, secolo sì fecondo di capi lavori in ogni genere di arti e di scienze, si troverebbe ora così povero e mancante di sculture nazionali.

Ma per buona sorte a molti di tali errori siamo ancora in tempo di riparare con nuovi esami, e più diligenti comparazioni, alle quali io invito tutti gli amatori della storia delle arti italiane, e della Scultura principalmente.




Note

  1. Molti ordini dei mentovati condotti del calore, praticati nella grossezza dei muri della stufa, di forma triangolare, perchè fatti con grandi mattoni posti fra loro ad angolo acuto, si vedevano ancora ben conservati quattro anni sono, quando io fui colà la prima volta. Ora, non so bene con qual consiglio, sono stati nuovamente sepolti, in occasione che si sono tentate colà nuove escavazioni; purchè non si sia fatto di peggio.
  2. Sen. Epist. 85.
  3. Senza cercare altrove esempi di questa proprietà del marmo pario, se ne faccia esperimento in Lucca nell’antichissima basilica di S. Frediano (opera, a mio giudizio, in gran parte dell’ottavo secolo, e fatta con residui di più antichi edifizi) sopra due belle colonne che vi sono di tale marmo, una di statuario, l’altra di venato, ambidue a grandi lamine. Si l’uno che l’altro appartengono alla sottodivisione delle calci carbonate fetenti, ma la seconda anche più dell’altra, come suole accadere.
  4. Plin. Hist. nat. lib. 37.
  5. Di presente è pure in quel Campo-santo, o per meglio dire in quel museo delle Belle-arti rinascenti, il bellissimo antico sarcofago che, nel secolo XI, servì poi di tomba alla Beatrice madre della celebre Contessa Matilde. Ho verificato che il marmo di quel monumento è veramente pario, come già si credeva.
  6. Io non sono lontano dal credere che questa slatua rappresentasse altre volte l’Imperatore Nerone, e che servisse d’ornamento al tempio, ed alle terme di Massaciuccoli. Questa mia opinione è fondata sul fatto, che quelle ruine furono sempre chiamate i Bagni di Nerone dagli abitanti di que’ dintorni, anche prima ch’io verificassi essere que’ ruderi avanzi di antiche terme. V. la Guida di Lucca facc. 142.