De gli elementi, e di molti loro notabili effetti/De gli elementi

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De gli elementi

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Dedica


SCRIVONO GLI antichi philosophi, che l’huomo è composto de’ quatro elementi. E pare veramente, che la nostra complessione il confermi, essendo in noi i quatro humori, che rappresentano i quatro elementi, la colera il fuoco, il sangue l’aria, il flegma l’acqua, la melancolia la terra. La onde è brutta cosa all’huomo, e troppo indegna di lui, il non saper ragionare di quelle parti, ond’egli è composto. Il che mi ha mosso a raccorre, e divolgare, a notitia commune, in lingua volgare Italiana quel che da’ dottissimi philosophi intorno a cotale materia è stato disputato in diversi libri, lasciando da canto le cose soverchie, e sciegliendo le piu degne di esser intese, con quella brevità, e chiarezza, che ho saputo maggiore. Venendo adunque al soggetto, che ci habbiamo proposto, comincieremo, a uso de gli antichi, dalla definitione, con la quale il tutto si comprende. Poi verremo alle parti, e ciascuna con tutto quello, che da ciascuna dipende, et intorno a ciascuna si considera, tratteremo ordinatamente, in stile rimesso, e piano, senza ornamenti di parole, de’ quali la materia, per se stessa nobile, et alta, non ha bisogno. Elemento è quello, onde alcuna cosa si fa, nella quale rimanga: et è indivisibile secondo specie. Questa è la vera definitione dello elemento: e provasi di parte in parte con queste ragioni. Se dell’elemento niuna cosa si facesse; di niuna cosa potrebbe esser elemento. Perciochè, essendo quatro sorti di cause, la causa efficiente, la finale, la materiale, la formale; l’elemento si appartiene alla materiale. Et ogni materia è nella cosa, della quale è materia: onde nel primo della phisica si vede, che l’elemento è differente dalla privatione in questo, che l’elemento rimane dopo che la cosa è fatta, e la priuatione non rimane. È dunque l’elemento, come causa materiale, nella cosa, della quale egli è elemento. Et è indivisibile secondo specie: perchè non si può dividere in cosa, la quale habbi forma; essendo, che si divide immediate nella materia prima, la quale di sua natura è informe; e nella forma, la quale non ha corpo, e per sè non ha forma. Onde l’una e l’altra sono principio de gli elementi semplici, ma non sono già elemento. Essendo adunque gli elementi composti immediate di materia prima, e di forma; ragionevolmente si possono chiamare corpi semplici, o corpi primi: perche non sono composti di altri corpi. Volle Platone, come si vede nel Timeo, (se però fu opinione di lui, e non di Pithagora) che gli ementi fossero composti di superficie, e, per essere primi corpi, di superficie prime. E perchè le prime superficie, overo figure piane, sono i triangoli, et il circolo: segue di necessità, che fossero composti o di triangoli insieme col circolo, o di triangoli soli. Il circolo non si può dire che habbi parte nella compositione de gli elementi; i quali sono corpi retti; et egli a’ corpi retti non può convenirsi. Resta adunque, che siano composti di triangoli. E se di triangoli, di quelle specie, che fra i triangoli sono prime. E le prime sono quelle, c’hanno l’angolo retto: il quale precede all’acuto, et all’ottuso. Perchè il retto ha natura di unità, non potendo mai esser variato, vedendosi che tutti gli angoli retti sono eguali fra loro: ma l’acuto e l’ottuso possono essere più e meno acuto et ottuso, nè sono tutti eguali fra loro. Elesse adunque Platone alla compositione de gli elementi i triangoli rettangoli, cioè l’Isoscele, e lo Scaleno. La quale opinione è confutata da Aristotile in molti luoghi, e sopra tutto nel terzo del cielo, et ancora da Galeno nel libro de gli elementi. Anasagora credendo che i corpi delle parti similari fossero la materia di tutte le cose; e vedendo tutte le cose esser generate da gli elementi; giudicò, che in essi elementi fossero le parti similari e quasi i semi di tutte le cose, onde elle si generassero, e nascessero. La quale opinione è confutata da Aristotile nel primo della phisica. Democrito, al cui parere dipoi si accostò Epicuro, disse che la materia di tutte le cose erano corpi indivisibili, i quali egli chiamò atomi. E di questi atomi volle che fossero composti gli elementi. Il che se così fosse; non potrebbono esser detti elementi; essendo, che si risolverebbono in altri corpi, cioè ne gli atomi; e cosi non sarebbono, come dice la diffinitione di Aristotile, indivisibili secondo specie. Ma ancor questa opinione di Democrito è confutata da Aristotile con molte ragioni et evidenti argomenti nel terzo libro del cielo, et altroue. Poi che adunque gli elementi non sono composti nè di triangoli, nè di parti similari, nè di atomi: resta, che siano composti di materia e forma. E provasi così. Qualunque cosa è in atto; overo è atto per sè esistente; overo ha l’atto, per il quale ella è. Niuno corpo può esser atto per sè esistente: (perche l’atto per sè esistente è forma astratta, e separata da materia) necessario è dunque che gli elementi, i quali sono corpi in atto, habbino l’atto, per causa del quale siano elementi. Et essendo così; segue, che siano composti di materia, e di atto, cioè forma sostantiale, per causa della quale siano. Veggiamo hora, se sono immortali, o generabili e corrottibili. Muovonsi di moto retto naturalmente. I moti retti sono contrarii l’uno a l’altro. Sono adunque gli elementi fra loro contrarii. E perchè ogni sostanza, che ha contrario, è corrottibile; segue, che gli elementi per la loro contrarietà siano corpi corrottibili. Non dico già, che la sostanza habbi alcuno contrario per sè, e secondo la sostanza. Ma dico, che gli elementi sono contrarii quanto alle loro proprie qualità, senza le quali non possono essere. Oltre a ciò, se gli elementi fossero incorrottibili; non si potrebbe di loro fare un corpo misto, il quale havesse un’altra natura, oltre a quelle, che sono in atto ne gli elementi. E nondimeno vedesi, che tutti i corpi misti hanno una natura diversa dalle nature degli elementi. Perchè qual è quel corpo, il quale habbi in atto le nature di tutti gli elementi, cioè sia freddo e caldo, humido e secco? Il che sarebbe, se i corpi misti fossero generati de gli elementi incorrotti. Ma perchè non è; resta, che siano generati de gli elementi corrotti, cioè quando una qualità distrugge l’altra: perchè la materia rimane la medesima. Sono adunque gli elementi la materia di tutti i corpi misti: onde è necessario, che le loro forme siano le piu imperfette di tutte le forme sostantiali. Perche distruggendosi per ricevere altre forme; ne segue, che siano piu imperfette; essendo, che al piu nobile cede il manco nobile. Et è da sapere, come si vede nella metaphisica, e ne’ primi trattati della phisica, che gli elementi, e questo mondo inferiore, per la imperfettione che hanno per essere lontanissimi dal primo principio, sono sottoposti ad ogni mutatione: e medesimamente, perche sono molto lontani dall’uno, il quale è principio et origine di ogni stato et ordine, hanno in sè grande moltitudine, e disordine. Onde nasce, che in molte mistioni de gli elementi molte cose avvengono secondo il caso, e non secondo l’ordine naturale, come quando nasce un mostro, o quando si fanno gli aborti. Dice ancora Aristotile nelle metheore, che gli elementi e questo mondo inferiore sono come materia, et i corpi celesti e le menti loro sono causa efficiente. Per il che non è maraviglia, se ne gli elementi si fanno molte cose, la cui cagione non si può riferire alle proprie nature e forme de gli elementi, ma è necessario che si riferisca a’ corpi celesti, la virtù et attione de’ quali ricevono gli elementi, havendo havuto dal fattore universale questa legge, che ubbidiscano a’ cieli. Sono gli elementi corpi semplici: et al corpo semplice si conviene il moto semplice: et i moti semplici, come mostra Aristotile nel primo del cielo, si traggono dalle figure semplici; le quali sono due, la retta, e la circolare: e per consequenza due sono i moti, il retto, et il circolare. Il circolare naturalmente si conviene a’ corpi celesti; i quali non sono nè gravi, nè lievi, e non sono ad alcuna generatione o passione sottoposti, e di sua natura si girano attorno senza alcuna fatica. Il moto circolare adunque non si conviene a gli elementi; i quali hanno gravità, e leggierezza. È dunque necessario, che si convenga loro il moto retto: il quale è di due sorti, dal mezzo, et al mezzo. E però ciascheduno elemento naturalmente si muove o al mezzo; al quale quando egli è pervenuto, si ferma; overo dal mezzo, et ascende verso il cielo. Aggionge una ragione Aristotile nel primo libro del cielo, per provare il moto retto ne gli elementi: che tra due punti possono esser più linee a congiugner l’uno con l’altro: ma la più breve è la retta. Onde alcuni, nel definire la linea retta, dicono ch’ella è una picciolissima lunghezza tra duo punti. Gli elementi adunque, come sono fuori del proprio luogo, cercano di ritornarvi piu tosto, che si possa; e però si muovono di moto retto. Il principio di questo moto retto, si dubita, s’egli è intrinseco nell’elemento, o estrinseco. Aristotile nell’ottavo della phisica pare che connumeri gli elementi fra quelle cose, che non si muovono per lor medesime, ma sono mosse da altri: essendo, che l’esser mosso da se stesso, pare che solo à gli animali si possa attribuire, i quali possono ancora riposare per loro medesimi. Oltre a ciò, quelle cose, che si muovono per lor medesime, si dividono in una parte, la quale per sè, cioè immediate, muove; et in una, la quale per sè, cioè immediate, è mossa. Il che non può convenirsi à gli elementi: i quali nè per lor medesimi si fermano, quando vogliono, anzi si muovono di moto continuo, se non hanno alcuno impedimento, infin che al proprio loro e naturale luogo non sono pervenuti; nè si dividono, come gli animali, in una parte per sè movente, et in una per sè mossa, cioè nella forma immediate movente, e nel corpo immediate mosso: perchè sono composti di forma imperfettissima, e di materia prima; la quale è ente in pura potenza. Onde pare, che gli elementi non per lor medesimi, ma per cagione estrinseca si muovano. Contro à questa opinione si può dire, che gli elementi si muovono di moto naturale: anzi, che il moto loro è semplice: perchè la forma semplice è principio di moto semplice; e semplice è la forma de gli elementi, perchè immediate sono composti di materia e forma. E quella cosa, la quale naturalmente è principio di moto, è principio di quella, nella quale ella è, come dice Aristotile nel secondo della phisica. Pare adunque, che gli elementi non per estrinseco principio, ma per intrinseco si muovano. Oltre a ciò, il movente prossimo, et il mosso sono insieme, come dimostra Aristotile nel settimo della phisica. Movendosi adunque gli elementi gravi discendendo, et i lievi ascendendo; niuno principio estrinseco, che gli muova, vi si conosce. Hora, per esplicare questa questione, bisogna considerare quel che dice Aristotile nell’ottavo della phisica, e nel quarto del cielo. Prima sensibilmente si conosce, che gli elementi non da estrinseco principio, ma dalla propria forma, e propria leggierezza, o gravezza, come da principio di moto, sono mossi. Onde per intrinseco principio, ma non però, come gli animali; per lor medesimi si muovono. Perchè la inclinatione motiva de gli animali l’appetito o rationale, o sensitivo, come dimostra Aristotile nel terzo dell’anima. Et ogni appetito dell’animale segue l’apprensione o del bene, o del male. Et ogni apprensione è propria et intrinseca operatione dell’animale. E però l’animal si muove per se medesimo, perchè egli medesimo stè cagione di quella inclinatione, cioè dell’appetito, dal quale egli è mosso. Ma ne gli elementi niuna cosa è, la quale possa esser cagione della leggierezza, o gravezza; le quali causano il lor moto: essendo, che il generante l’elemento gli diede insieme con la forma questa inclinatione, la quale egli ha al luogo suo proprio e naturale. Dunque gli elementi non da lor medesimi, ma da un’altra cagione sono mossi, cioè dal generante, dal quale hanno l’inclinatione à quel luogo, ove naturalmente tendono. Hanno però intrinsecamente il principio prossimo del moto, cioè quella inclinatione, per la quale ciascheduno al suo luogo tende: la quale inclinatione non è altro, che la loro propria gravezza, o leggierezza, prossimo principio del lor moto. Dubitasi ancora, se questa gravezza, o leggierezza, per la quale, come principio intrinseco, gli elementi ascendono o discendono, sono forme sostantiali, o pure certi accidenti, li quali seguono le forme e nature de gli elementi. Alcuni dicono, che Averroè fu di opinione, che la gravezza e leggierezza fossero forme sostantiali e specifice de gli elementi. Perchè la natura è principio di moto a quella cosa, dove ella è. Et essendo la gravezza e leggierezza principii intrinseci del moto naturale de gli elementi; segue, che elle siano de gli elementi non materia, ma natura: essendo che, quanto alla materia, non sono differenti, ma sì bene quanto alla gravezza, e leggierezza. Contro a questi si risponde, che nissuna sostanza è sensibile per se stessa, come dice Aristotile nel secondo dell’anima. Perchè i sensi versano circa le scorze delle sostanze, cioè circa gli accidenti: ma alla midolla, cioè alla sostanza, solo la mente penetra. La gravezza e la leggierezza da se stesse sono comprese dal senso, nè solamente dall’huomo, ma ancora da gli animali irrationali, vedendosi, che alcuni muli, e quasi tutti i cameli mostrano disentire il troppo peso. Sono adunque la gravezza, e la leggierezza non sostanze, ma accidenti. Oltre a ciò, Aristotile nel secondo libro delle parti de gli animali connumera gli accidenti de gli elementi, e dopo la calidità e la frigidità fa mentione della gravezza e leggierezza. Nè è difficil cosa à ritrovare la ragione, che in contrario è addotta. Perciochè la natura, oltre all’essere principio à quella cosa, dove ella è, e principio intrinseco; è principio primo, come nella sua diffinitione si dice; al qual principio primo è congiunto l’istrumento proprio, cioè l’accidente proprio, col quale la natura opera. Dunque la gravezza e leggierezza, perchè non sono principii primi, non sono nature; ma perchè seguono la natura, si può dire che siano ne gli elementi secondo la natura; si come ancora i moti, i quali da essi principii seguono, secondo la natura sono ne gli elementi. Perciochè il fuoco secondo la natura è lieve, e secondo la natura ascende. E per contrario la terra è grave, e tende al centro. Nè molto mi muovono i luoghi di Averroè, addotti à questo proposito. Perciochè molte volte, quando non sappiamo le proprie forme, cioè le ultime differenze, usiamo nell’esplicare le nature delle cose, in luogo de’ loro proprii nomi, i vocaboli de gli accidenti, i quali ci sono più noti, e più famigliari al senso; onde nasce la cognitione dell’intelletto. Quanto al moto de gli elementi, mostra Aristotile nel quarto della phisica, ch’egli è più e meno veloce secondo la rarità e densità del mezzo. Onde alcuni philosophi moderni hanno detto, che gli elementi si muovono accidentalmente, perchè si muovono secondo la divisione del mezzo. Ma la verità è, che gli elementi si muovono accidentalmente, non semplicemente, ma semplicemente per sè, et in un certo modo accidentalmente. Perchè quella cosa propriamente e semplicemente è mossa accidentalmente, la quale in quel modo è mossa e portata, come colui, il quale da una carretta o da una nave vien portato; come si vede nel quinto della phisica. Il che non si può attribuire a gli elementi; i quali per lor medesimi si muouono et in su et in giù; et il moto loro non dipende d’altra cagione, che dalla gravezza e leggierezza. Onde possi affermare con verità, che si muovono di moto naturale semplicemente, et accidentale in un certo modo. Perchè si muovono più e meno velocemente per la resistenza, che ritrovano o maggiore, o minore nel mezzo. Quanto al numero de gli elementi, mostra Platone nel Timeo, che non possono essere più che quatro. Ma perchè la ragione, la quale egli usa a questa dimostratione, non è tolta da i principii proprii, i quali per sè convengano a’ corpi naturali, ma è tolta dalle qualità matematice: (e dicono i logici, che nelle argumentationi il passare da genere a genere è vitio: benchè Aristotile medesimo v’incorra nel primo del cielo; ove, dimostrando i generi de i moti semplici, piglia la sua ragione da le figure geometrice) noi a dimostrare il numero de gli elementi useremo una ragione naturale, tolta dalla natura del moto retto. Due sono i generi del moto retto, uno al mezzo, l’altro dal mezzo. Al mezzo si muove quell’elemento, che è semplicemente grave, cioè la terra: dal mezzo quello, che è semplicemente lieve, cioè il fuoco. Hora, perchè la natura, quanto possibile è stato, si è sforzata ancora ne’ generi diversi e contrarii di rappresentare la unità; e con maraviglioso artificio di maniera ha colligate tutte le cose l’una con l’altra, che l’ultimo del genere superiore è molto vicino al genere inferiore; acciochè in questo modo tutte le cose fossero in un certo modo indivise fra sè, e facessero una forma dell’universo. Per tal cagione alla constitutione dell’universo era necessario che questi due estremi elementi, cioè la terra et il fuoco, fossero legati insieme con un mezzo. Il qual mezzo, impossibile era, che fosse un solo elemento. Perciochè essendo l’elemento corpo semplice, bisognava ch’egli havesse moto semplice e retto. Et havendo moto retto, bisognava che si movesse o al mezzo, o dal mezzo. Se si moveva al mezzo; si moveva di moto contrario al moto del fuoco. Se si moveva dal mezzo; bisognava che si movesse di moto contrario al moto della terra. E così dovendo essere contrario di necessità alla natura di uno de gli estremi, ne seguiva che non poteva essere mezzo fra tutti due: essendo, che il mezzo è quello, il quale partecipa della natura di l’uno e l’altro estremo. Non potendo adunque essere mezzo un solo elemento; segue, che siano due. L’uno e l’altro de’ quali è grave e lieve, e muovesi e dal mezzo, et al mezzo: nondimeno l’uno è lieve assolutamente, et secundum quid grauv; (così parlano i philosophi) et il medesimo assolutamente si muove dal mezzo, et secundum quid tende al mezzo: l’altro assolutamente è grave, et secundum quid lieve; et il medesimo assolutamente si muove al mezzo, et secundum quid al mezzo. Il che di un solo mezzo fra gli estremi non si può dire. Sono adunque quatro elementi. De’ quali, dice Aristotile nel quarto del cielo, che alla terra, per essere ella totalmente grave, in niun luogo si conviene la leggierezza; et al fuoco, per esser egli totalmente lieve, in niun luogo si conviene la gravezza: ma all’aria, et all’acqua dice che l’una e l’altra si conviene. Perchè sono in alcun luogo gravi, et in alcuno lievi: essendo l’acqua grave nel luogo del fuoco e dell’aria, lieve nel luogo della terra; e l’aria lieve nel luogo dell’acqua e della terra, grave nel luogo del fuoco. Oltre alla ragione da noi posta a dimostrare che gli elementi siano quatro, Aristotile ne adduce un’altra nel primo della meteora, tolta dalla proportione, che deve essere fra gli elementi, quanto alla materia. Perciò che, essendo gli elementi contrarii, se alcuno di loro fosse maggiore del dovere, con la operatione e forza sua corrumperebbe e struggerebbe gli elementi a lui contrarii. Onde bisogna che fra questi corpi sia tale proportione, che l’uno non avanzi l’altro di materia. E però, oltre all’acqua e la terra, i quali sono a’ sensi manifesti, quel rimanente di spatio, che è di sotto al cielo della Luna, non può essere ripieno di un sol corpo; ma bisogna, che siano due. Hora, per incominciare a ragionare particolarmente intorno a ciascheduno elemento, si può dire che il fuoco sia più nobile di tutti, come più propinquo, e più simile al corpo celeste. Perchè, oltre all’havere una grandissima calidità, la quale di tutte le quatro qualità prime è la più attiva, e lei usa la natura, madre di tutte le cose, come principale istrumento nella generatione e conservatione di tutti i corpi misti, massime de gli animati, cioè de’ più perfetti; egli ha in sè meno materia, che tutte le cose mortali; è di grandezza superiore a gli altri elementi; ha il moto circolare, come il corpo celeste. Benchè questo moto non è in lui da natura, nè dalla sua propria forma: nè è veramente circolare e semplice, come tengono alcuni: non potendo del fuoco, che è corpo semplice, essere più che un moto semplice naturalmente, cioè dal mezzo verso il cielo. Pare adunque, che, se questo suo moto circolare non semplice non è naturale, sia violento. Ma non è così. Perchè niuna cosa violenta può essere perpetua: et il moto circolare del fuoco è perpetuo: onde non può essere violento. Che moto dunque sarà? sarà nè secondo la natura di esso elemento, nè violento, ma e fuori della natura sua, e fuori del violento. La causa di questo moto circolare nel fuoco, non è dubbio, che è il corpo celeste, circolarmente mosso. Ma in che modo il cielo possa muovere la sfera del fuoco, havendo il suo moto circolare semplicissimo, senza inclinare mai in una parte più che in un’altra; et havendo la superficie concava, e mollissima, senza alcuna ruga, senza alcuna eminenza; si può dubitare ragionevolmente, e nondimeno solvere la dubitatione in questo modo. Il luogo contiene il locato, et al corpo contenuto è a guisa della forma alla materia, o del tutto alla parte. Non deve adunque alcuno maravigliarsi, se con niuna violenza, ma solo con la congiuntione, che è fra il fuoco et il concavo del cielo, luogo naturale di esso fuoco, il cielo muove circolarmente il fuoco, corpo a lui prossimo. È dunque questo moto causato da principio estrinseco, cioè dal cielo, il quale conduce seco il fuoco congiunto. Possiamo ancora dire, che di questo moto è cagione quella qualità celeste, la quale passa ne gli elementi, et è cagione della generatione de’ corpi misti. Perchè girandosi continuamente il cielo, et insieme con lui la sua qualità; non è maraviglia, se da questa qualità il fuoco circolarmente è mosso: dalla quale ancora dipende il moto del mare Oceano. Et in fine per cagione di questa qualità tutti gli elementi imitano il moto circolare del cielo, eccetto la terra, e quella portione de gli elementi, la quale dentro alle caverne di essa terra è rinchiusa. Perchè la terra, parte per esser simile al centro, il quale nel moto della sfera è immobile, e parte per esser ponderosa e densa, ad ogni moto è inettissima, quando ella si ritruova nel luogo suo proprio e naturale. Da questo moto circolare inequale essendo girata la sfera del fuoco, è necessario che alcuna volta qualche parte di esso fuoco si aduni e si condensi. La qual parte condensata di subito gitta splendore, e diviene illustre. Il che prima per la somma rarità del corpo igneo non poteva essere. Ma perchè il corpo igneo di sua natura tende alla rarità, et il calore condensato risolve e rarefa: di nuouo quella parte dell’elemento condensata si dissolve, e sparisce disubito quella fiamma. Aviene alcuna volta, che un’eshalatione secca, risoluta dalla terra, dopo ch’è ascesa alla regione del fuoco, si accende per il moto della sfera, et il fuoco dall’uno estremo di lei fino a l’altro di subito trascorre: e così fannosi le stelle correnti: che così chiamiamo quelle apparenze. Alcuna volta quella eshalatione secca, ristretta e risospinta dalla condensatione dell’aria superiore, cioè del vapor freddo, viene cacciata con impeto verso la terra: dal qual moto accesa, prende somiglianza di una stella, che cade. Ma, per tornare onde partimmo, quando nella sfera del fuoco si è talmente condensata una parte dell’elemento, che difficilmente si dissolve; et in oltre vi si è aggiunta la eshalatione dalla terra risoluta: alhora si forma il cometa, et altre simili apparenze. Il cometa è di due sorti. L’uno si forma nell’inferior parte dell’elemento igneo. E questo non apparisce mai congiunto ad alcuna delle stelle erranti, o fisse. E benchè si muova di moto circolare, nondimeno il suo moto non è pari al moto celeste, ma sempre va perdendo, talmente che questo cometa non si vede mai sottoposto ad una medesima regione del cielo, anzi di continuo resta più a dietro. E la cagione è; perchè essendo la sfera del fuoco girata a torno dalla vertigine del cielo, con moto però differente; è necessario, che la parte dell’elemento inferiore sia più tarda della superiore del medesimo elemento, e molto più della sfera celeste. E perchè non è molto, che un cometa di questa sorte fu osservato accostarsi più ogni giorno al polo verso Settentrionale: non è maraviglia, se dalla vertigine del circolo equinottiale e di quella parte che è nel mezzo del cielo, alcuna parte dell’elemento igneo viene spinta verso Settentrione, et alcuna verso mezzodì; ove la vertigine celeste è minore, che nel mezzo del cielo. L’altro cometa si forma nella parte superiore dell’elemento, più vicina al cielo: dove il lume di alcuna stella fissa, o errante risplende nel cometa, come in uno specchio, il quale non la figura, ma solo il lume rappresenti. Per la quale risplendenza il raggio ritorna in se stesso, e si fa visibile: et alhora pare che la stella errante, o fissa habbi aggiunta una coda, overo una chioma. E questi cometi seguono il corso di quella stella, o almeno così poco gli restano a dietro, che col senso, salvo che dopo un certo spatio di tempo, non si può comprendere. E questa quasi parità di corso procede dalla vicinità, che ha la parte dell’elemento condensata con la sfera celeste; perchè come più vicina più forte si muove di moto circulare, che l’altre parti del medesimo elemento più lontane dal cielo. E dalla medesima cagione vuole Aristotile che sia formata la via lattea. La quale opinione non hanno seguito i Peripatetici, vedendo che la via lattea è perpetua et immutabile, e parendo loro maraviglia, che la consistenza del corpo igneo sempre in un modo perseveri in essa via, nè mai in alcuna parte si muti. E però si sono indotti à credere più tosto, che la via lattea sia un certo accidente del corpo celeste per la moltitudine delle innumerabili stelle, che sono in esso cielo: le quali sono tanto minute, che i loro corpi distintamente non si possono vedere: ma veggonsi insieme confusi tutti i loro lumi, i quali ci dimostrano quel candore della via lattea possi ancora dire, che quelle parti del cielo siano più dense, e però più splendide; essendo proprio lo splendore delle cose celesti. Et oltre al suo splendore, il lume di quelle tante minute stelle, refratto in esse parti del cielo, vi aggionge chiarezza; si come luce la luna per la reflessione del lume del sole. L’elemento igneo non si truova semplice salvo che vicino all’orbe celeste. Gli altri elementi non si truouano semplici in alcuna parte: se per aventura non vogliamo dire, che semplice sia quella parte della terra, la quale, presso al centro ristretta, non ammette la virtù et attione degli altri elementi. E però, che quella parte del fuoco semplice non è sempre semplice, ma si corrompe, non per vicinità di contrario alcuno, ma perche la vertigine dell’elemento non è uniforme: onde nasce, che le parti di esso elemento fluttuano, e per la fluttuatione sono spinte in giù verso l’aria, ove arrivate si corrompono, e ricevuta dall’aria l’humidità, la quale di natura è grave, discendono finalmente verso la terra: ove servono insieme con gli altri elementi alla generatione de’ i misti. Dopo il fuoco segue l’aria nella quale alcuni accidenti solamente appariscono, et in alcuna parte di essa aria non hanno consistenza, come l’iride, l’area, i due, e qualche volta tre soli, le virghe: alcuni appariscono, et sono veramente nell’aria, come le nuvole, le pioggie, le grandini, le rugiade, la neve, la pruina, i fulmini, i venti, e simili. E si come di quei primi accidenti è una causa generale, cioè la reflessione de i raggi del sole, et alcuna volta della luna, e degli altri pianeti, benchè rare uolte; così di questi secondi accidenti la causa è l’eshalatione secca della terra, e l’humida dell’acqua, l’una e l’altra risoluta per la virtù del sole, e delle stelle. Ma parliamo prima della causa de i primi accidenti. Circa la luna, et alcuna volta, benchè di rado, circa il sole, si ferma un’aria caliginosa, mista di eshalatione e di vapore, e di così piccioli corpi unita, che, ricevendo come specchi il lume di quel pianeta, circa il quale sono, non possono per la picciolezza loro rappresentare la figura del pianeta, ma rappresentano il colore. Et alhora si forma quell’accidente, che è chiamato area: la cui figura è descritta d’Aristotile nella Meteora. Alcuna volta l’aria è talmente condensata per l’eshalatione, che di tutti quei corpi minuti ristretti insieme non molti specchi si fanno, ma un solo. Il quale rappresenta et il colore e la figura di quella stella, circa la quale è fatta l’eshalatione. Onde alcuna volta si veggono due o tre soli. Il che scrivono gli historici esser stato spesse volte tenuto per prodigio. L’iride si forma, quando una nuuola piena di rugiada è opposta al sole. Le virghe sono come iride imperfette. Resta, che parliamo de i secondi accidenti; i quali appariscono, e veramente sono nell’aria. Il vapore, dopo ch’è asceso nella parte superiore dell’aria, alcuna volta abbandonato da quel calore, dal quale egli era stato tirato in su, e rarefatto, a poco a poco si unisce, e per la unione ingrossato discende in gocciole minutissime: e chiamasi rugiada. Alcuna volta questo vapore per la frigidità dell’aria si raccoglie prima in nuvola, dipoi in acqua, e di molte minute gocciole si fanno goccie maggiori, le quali dipoi cadono in terra: e chiamasi pioggia. Ma se occorrerà, che sia nell’aria così gran frigidità, ristretta in uno per il calore circostante, che, prima che l’acqua cada in terra, si aggiacci: si fanno le grandini. Ma se per la troppa frigidità dell’aria, non in un solo luogo unita, ma sparsa per ogni parte dell’aria, il vapore, prima che in acqua si raccolga, si condensa: si fanno le nevi, e le pruine; le quali hanno fra loro quella proportione, che hanno le rugiade, e le pioggie, somigliando la pruina alla rugiada, e la neve alla pioggia. Nell’aria adunque si fanno questi accidenti per il vapore: il quale di continuo tirato dalla virtù del sole, e delle stelle, si risolve dalla terra e dall’acqua, e dipoi mutato nelle forme predette ritorna alla terra et all’acqua. Ma quando una eshalatione secca, risoluta dalla terra, nell’ascendere rincontra vapori freddi, li quali sempre discendono verso la terra; e mescolata con esso loro, non può nè dal peso loro esser depressa in giù, nè con la leggierezza sua sollevarsi in su: spinta da violenza per la mistione del suo contrario, per traverso è portata: et alhora si fanno grandissimi venti, quando è nell’aria gran copia di eshalatione, e di vapori: ma se è picciola, si fanno aure piacevoli e leggieri. E quando nelle nuvole e ne i vapori sarà rinchiusa questa eshalatione secca, e, spinte le nuvole di sopra dalla frigidità, sarà cacciata verso la terra: alhora vengono a generarsi venti, che soffiano dalle nuvole. Ma se questa medesima eshalatione, non bene ristretta in uno, ma sparsa esce fuori con impeto per le nuvole; si accende, e fa i fulguri, et i tuoni. Ma quando condensata, e mescolata col vapor freddo, con gran forza è cacciata: alhora si fanno i fulmini: i quali, come si vede nella Meteora, sono di più sorti. Dopo l’aria ci resta a ragionare dell’acqua. Il quale elemento, si come ancora l’aria, non è in alcuna parte semplice, essendo alterato continuamente dall’elemento superiore, cioè dall’aria, ma molto più dall’inferiore, cioè dalla terra; laquale, per essere corpo denso, è piu atta ad operare, che l’aria, et a resistere all’operatione dell’elemento vicino, cioè a quella parte, che nell’elemento vicino è a lei contraria. Onde è più atta ad alterare, che ad esser alterata. L’acqua circonda tutta la terra d’ogni parte: intendendo, che l’aria vicina alla terra sia acqua per la maggior parte: perche è piena di vapori: i quali non sono altro, che acqua rarefatta. Onde disse Homero, che un certo fiume Oceano circonda tutta la terra. Tutti i mari derivano dall’Oceano, eccetto il Caspio, il quale d’ogn’intorno è cinto dalla terra. Nell’Oceano si veggono due moti. L’uno è, che l’acqua continuamente si muove da oriente verso occidente, come manifestamente comprendono quelli, che navigano l’Oceano. Perchè se si partono da Nerito, promontorio di Spagna, per arrivare in Inghilterra, fanno la navigatione piu tarda, che partendo d’Inghilterra per arrivare in Spagna. Quelli ancora, che si partono di Spagna per arrivare a quelle isole, le quali a’ giorni nostri ritrovò Columbo Genouese verso ponente, forniscono il lor viaggio in manco di un mese: ma ritornando in Spagna, tardano tre e quattro mesi. Il medesimo moto hanno osservato i Portughesi navigando intorno all’Africa per arrivare in India. Che, quantunque habbino il vento in poppe gagliardissimo, nondimeno à superare il promontorio, che si chiama Capo di buona speranza, durano infinita fatica, per il corso dell’acqua da oriente in occidente. L’altro moto è, che per sei hore continue cresce l’oceano, et altrettante hore decresce. Et è così grande questo moto, che nella Fiandra si veggono alcune volte ritornare a dietro i fiumi per il crescimento del mare, et à Londra in Inghilterra il fiume Tamiso, che è lontano dal mare intorno a cinquanta miglia, medesimamente ritornare verso il suo fonte, e crescere quasi tre passa. Veggonsi ancora questi due moti nel mare mediterraneo, ma non così grandi, come nell’oceano. Nell’Adriatico seno quelli, che navigano costeggiando l’Istria, la Dalmatia, l’Albania, sentono un continuo moto del mare verso occidente: il quale poi nella parte, dove è Venetia, si rivolge verso mezzodì, cioè verso la Romagna, e di là verso oriente, cioè verso la Puglia. E questo moto da’ marinari prattichi facilmente è conosciuto. Onde si può dire, che sia circolare il moto del mare mediterraneo. Perchè dall’Ellesponto si muove verso occidente, e col medesimo moto costeggia tutto il lido di terra ferma insino alle colonne di Hercole: dove rivolgendosi, per la costa dell’Africa, e dell’Egitto si muove verso oriente, cioè verso la Soria. Hora è da considerare la causa di questi moti nell’uno e l’altro mare. Il moto dell’Oceano verso occidente è causato dal moto diurno de’ cieli: i quali infondono parte della loro qualità nell’Oceano, onde egli secondo il moto loro si muove. E possi dire, che il moto del mare Adriatico, il quale è parte del mediterraneo, derivi dalla medesima causa. Perchè, non potendo l’acqua, per essere rinchiusa da terra ferma d’ogni parte, muoversi di perpetuo moto da oriente in occidente, secondo che la virtù celeste la conduce, imita nel modo, che può, il moto circolare de’ cieli, e così va girando intorno a’ lidi di terra ferma nel modo, che si è detto. Veniamo hora al crescimento e decrescimento di sei in sei hore. Il quale veggiamo continuamente à Venetia, ma non così grande, come si vede nell’Oceano. Non è dubio, che la causa del crescimento dell’acqua non è altro, che una rarefattione e tumefattione, per la quale cresce il mare, e si diffonde verso la terra. E parimente la causa del decrescimento non è altro, che una condensatione di essa acqua, per la quale ritorna nella sua unione, e dalla terra, ove si era sparsa, si diparte, perciochè, se questa non fusse la causa, onde verrebbe tanta copia di acqua per così grande crescimento, e dove ritornerebbe nel decrescimento? poi che dunque questo principio è manifesto, resta che consideriamo, onde nasce questa rarefattione, e condensatione dell’acqua, l’una causa del crescimento, l’altra del decrescimento. E noto ad ogniuno, che ogni rarefattione si fa per virtù del calore, e, cessando lui, cessa. Et all’incontro, ogni condensatione si fa per virtù della frigidità: come si vede nell’acqua, che posta al fuoco bolle, e levatane cessa di bollire poi che adunque la causa di questo crescimento dell’acqua è una virtù calida; diciamo, mossi dall’esperienza, che questa virtù, onde si gonfia il mare, dipende dalla Luna, il cui tepore principalmente pare che sia accommodato à disporre et alterare l’humore di cieschadun corpo. Dividiamo poi il cielo in quatro parti eguali, con due circoli, il meridiano; e l’orizonte retto, il quale dividi il meridiano à i poli con anguli retti sferali. E troveremo, che, quando la Luna dal punto dell’orizonte retto, il quale habbiamo posto, si muove verso il meridiano sopra l’orizonte, alhora l’acqua della prima quadra si gonfia e si diffunde. Ma quando si muove dal meridiano verso l’altro punto dell’orizonte retto, alhora l’acqua decresce. Quando poi da questo punto dell’orizonte retto si muove sotto terra verso il meridiano, medesimamente fa gonfiare à noi e crescere l’acqua della detta prima quadra: e passando il meridiano per gire al primo punto dell’orizonte retto, onde incominciò à muoversi, la medesima acqua decresce. E nel medesimo considerando si trover à la causa di ciascuna quadra. La quale non è altro, che la Luna. Il cui lume, et insieme quel tepore, che accompagna il lume, quanto più si avicina alla linea perpendiculare, et a gli anguli retti, fatti da essa linea perpendicularmente cadente; tanto ha maggiore virtù, e però tanto più riscalda. Et all’incontro, quando da la linea perpendiculare, e dall’angulo retto si diparte, e fra l’angolo ottuso, ha minor virtù, e però meno riscalda: si come ancora proviamo ne’ raggi del Sole, per questa cagione, quando la Luna ascende da oriente verso mezzodì, et il suo lume dall’angulo ottuso se ne va all’angulo retto, alhora l’acqua si gonfia: e quando ella dipartendosi dal mezzodì se ne va verso l’occidente, dall’angulo retto all’ottuso, alhora l’acqua si condensa e decresce. E questa è verissima causa del moto dell’acqua, mentre che la Luna dall’oriente all’occidente camina. Ma, dapoi che ella dall’occidente si parte andando verso il punto di mezza notte, per qual cagione l’acqua si gonfii; e, quando ella dal punto di mezza notte partendo se ne va verso oriente, per qual cagione l’acqua si condensi; è grandissima difficultà a saperne il vero, ma si riferirà quel che a diligenti scrittori più probabile è paruto. Dicono, che la parte opposita del cielo, ferita da i raggi della Luna, si altera, e riceve da lei quasi la medesima virtù. E però quando la Luna dipartendo dall’occidente se ne va verso il punto di mezza notte, allhora quella parte del cielo, che è dal punto dell’orizonte retto, cioè dall’oriente, al meridiano, fa gonfiare l’acqua della quadra à lei rispondente, per il riflesso del lume, il quale poichè il cielo ha ricevuto dalla Luna opposita, lo rende a quella parte dell’acqua, che è sottoposta a lui; onde ella per virtù di quel lume si gonfia. Et il medesimo si dice, quando la Luna partendo dal punto di mezza notte camina sotto a’ i piedi nostri verso l’oriente, e fa crescere quella quadra dell’acqua, che è dal meridiano nostro all’occidente, essendo ferito il cielo soprastante a detta quadra da’ i raggi oppositi di lei. Contro a questa ragione si oppone, che, essendo la Luna molto minor della terra, la ombra di essa terra, la quale nasce da’ i raggi e dal lume della Luna sottoposta, tanto più cresce, quanto più la Luna perpendicularmente si sottopone a lei. Onde pare, che i raggi di essa Luna non possano ferire la parte opposita del cielo, e però che il cielo da quella parte non possa riflettere i raggi lunari verso la terra e verso il mare, essendo che per l’ombra della terra interposta non può vedere la Luna, nè participare di quella virtù, la quale mediante i raggi di lei potrebbe ricevere. A questa oppositione si risponde così. Essendo la terra, se si fa paragone fra lei e ’l cielo, simile al punto; l’ombra sua, benchè grande, non può offuscare salvo che una minima parte di esso cielo: e però le altre parti vicine alla parte offuscata possono ricevere il lume da’ raggi della Luna, e renderlo alla terra et al mare. E così pare che la ragione detta di sopra si confermi. E benchè così paia, nondimeno mi nasce un dubio, dal quale la mente mia non si dissolve: et è questo. Essendo il corpo celeste diafano e perspicuo, come può egli rimettere il lume alla terra et all’acqua? essendo che quei corpi riflettono il lume, i quali non sono diafani, ma sono terminati dalla parte posteriore da qualche corpo denso. Perchè se noi miriamo in un specchio, la cui parte posteriore non sia densa, ma diafana: lo specchio non riflette il lume, nè ci dimostra la nostra figura: la quale portata da’ raggi del nostro colore arriva allo specchio, e non trovando resistenza di corpo denso opposito, trappassa senza fermarsi. Ma se al medesimo specchio posponiamo alcun corpo denso: alhora vediamo, che egli ci riflette il lume, e ci rende la nostra figura; la quale trovando la resistenza del corpo denso opposito, non trappassa, ma si ferma. Oltre a ciò, se il cielo ricevendo il lume dalla Luna opposita lo communicasse alla terra et al mare, onde averrebbe, che alcuna volta le notti a cielo sereno sono tanto oscure, che non veggiamo pur un minimo segno di questa riflessione di lume? non è adunque il lume, ma qualche altra qualità, con la quale la Luna muove l’acqua, e la quale il cielo ricevendo dalla Luna, e communicandola all’acqua, la fa crescere e gonfiare. E così mettendo fine a questa parte, cioè in quanto si appartiene alla virtù della Luna causante il moto dell’acqua, di che però non restiamo à pieno sodisfatti, seguiremo dicendo, che il Sole ancor egli con la sua virtù alcuna volta fa il medesimo effetto: come ogni mese si può osseruare ne’ i quadri della Luna. Perciochè, quando dopo il plenilunio la Luna si accosta al Sole nonanta gradi; è necessario, che nel medesimo tempo la Luna dal punto di oriente nell’orizonte retto, che habbiamo constituito, ascenda verso il meridiano, et il Sole dal punto di mezza notte camini verso oriente. E nel medesimo modo, dopo la congiuntione della Luna, quando ella dal medesimo punto di oriente ascende verso il meridiano, il Sole dal meridiano descende verso l’occaso. Nel qual tempo, cioè due volte al mese, si vede che non è il flusso e reflusso, o almeno è quasi insensibile. E chiamasi acqua di fiele. Onde si conosce, che ancora il Sole opera in parte a muovere et acquetare l’acqua. E ancora notabile cosa, che il moto dell’acqua incomincia nel fondo, et ascende alla superficie. Perchè alla bocca del nostro porto, ove sono edificati i due castelli, si osserva, che entrando per quell’adito l’acqua in queste lagune, dove è Venetia, quasi dopo sei hore di continuo flusso, entrando tuttavia l’acqua, nondimeno si vede l’acqua, che tocca i muri de’ castelli, esser decresciuta quasi un mezzo piè, prima che incominci il reflusso. Vedendosi adunque, che l’acqua insieme e decresce, et in quella superficie, che si vede, entra tuttavia; non è da dubitare, che il principio del flusso e del reflusso si fa prima nel fondo. E ancora estraordinario il moto dell’acqua dal Bosphoro, e dall’Ellesponto. Perchè sempre fa il flusso, ne mai il reflusso. Il che aviene per la copia de’ fiumi. I quali entrano nel mare. Segue la terra. La quale si può credere che sia semplice presso al centro del mondo, si come il fuoco presso al concavo del cielo: intendendo però, che questa simplicità non sia eterna, ma di lunghissimo tempo. Perchè una cosa corrottibile non può eternamente durare in un medesimo stato, onde è credibile, che, oltre a’ raggi celesti, e la virtù della qualità celeste, alcuna forza violenta di terremoto conduca fino al centro parte dell’aria, ò dell’acqua, e che di nuovo poi al luogo della prima terra succeda altra terra. E perchè secondo l’ordine di natura deveua l’acqua soprastar da ogni parte la terra: la medesima natura ha alterato l’ordine suo ratione finis, come dicono i philosophi; acciò che gli animali in questa eminenza della terra potessero vivere: sicome ancora nel picciolo mondo, cioè nell’animale, sono molte cose contra la natura della materia, ratione finis; come quell’osso, che si chiama sinciput; il quale essendo durissimo, e molto terreo, e però grave, doveva essere ratione materiæ nella inferior parte dell’huomo, e nondimeno ratione finis fu posto dalla natura nella superiore, per assicurare contra gli accidenti la piu nobil parte di esso huomo. La terra ha similitudine dell’animale. Perchè si come egli ha il sangue, il quale trascorrendo per le vene tutto il corpo nodrisce: così ella ha le acque, le quali o in fiumi, o in fonti, o in altra forma le humettano, et nodriscono: egli ha lo spirito, ella il vapore etereo, et l’eshalatione ignea; dalli quali fomentata genera e nodrisce; egli ha le ossa, ella i monti: i quali la provida natura produsse ancor essi ratione finis; a fine, che dalla loro sommità descendessero i fiumi, e rigassero la terra in servitio de gli animali. E perchè alcuni credono, che i monti siano eterni: si può credere, che siano eterni essendo sempre monti, ma che si diminuiscano per la forza dell’acque e de’ venti, e di nuovo si accrescano parte per la virtù del calore etereo, e parte per l’operatione dell’aria frigida, la quale aggionge materia disposta a convertirsi in sasso. E queste cose bastino, quanto alla terra in generale. Quanto a quella parte, che è habitabile, Aristotile, e gli auttori più antichi credettero, tutta quella zona della terra, la quale è soggetta al polo artico, e vicina, esser inhabitabile per il troppo freddo, e continuo giazzo: perchè più di tutte è lontana dal sole: il quale la tocca co’ suoi raggi tanto obliqui, che non hanno quasi forza alcuna a riscaldare, e generare. All’incontro credettero, tutta quella zona della terra, la quale soggiace al circulo equinottiale, et è rinchiusa da i tropici, per il troppo caldo esser inhabitabile: perchè il sole tutta la ferisce co’ raggi diretti, o poco obliqui. Fra queste posero una zona temperata, et idonea alla generatione; la quale noi habitiamo. E per la medesima ragione credettero, verso il polo antartico esser paese inhabitabile per il troppo freddo, e dipoi una zona temperata quasi fino al tropico di Capricorno. E nella nostra zona habitabile tenne Aristotile il quarto clima esser più temperato; sotto ’l quale è la maggior parte della Grecia. Questa fu l’opinione de gli antichi. Ma Avicenna dipoi tenne, che il Sole riscaldasse la terra non tanto con ferirla co’ raggi diretti, quanto con dimorarvi sopra lungo spatio. Per il chè, essendo che il sole dimora assai circa i tropici per l’obliquità e flesso del zodiaco, e nel circulo equinottiale pochissimo dimora, ma di subito trappassa; giudicò Avicenna, sotto il circulo equinottiale esser paese, non per il troppo caldo inhabitabile, ma temperatissima, e molto accommodata all’habitatione, per esser ivi continuo equinottio. Alla qual positione benchè Averroè con molte ragioni habbi contradetto in quella paraphrasi, la quale scrisse sopra la meteora; nondimeno questa questione è stata decisa a tempi nostri dall’esperienza. Perchè nella navigatione de Spagnuoli, e sopra tutto de Portughesi si è ritrovato, che sotto il circulo equinottiale, e fra i topici vi habitano di molte genti, di colore non nero, come gli Etiopi, ma bruno. Onde si vede, che Avicenna hebbe opinione bona, quanto al credere quella zona esser habitabile: ma s’ingannò, quanto al credere che ella fosse temperatissima. Il che si conosce dal colore, e dalle operationi di quelle genti: perchè sono imbelli, e timide, e d’ingegno molto inferiore a’ Greci; i quali habitano il quarto clima. Sotto a’ tropici sono regioni più calde, che sotto il circulo equinottiale, ma non però inhabitabili, eccetto le solitudini dell’Africa piene di arena: le quali però non sono in tutto vuote, essendo habitate da gli Etiopi, e dai Trogloditi. Dalla quale esperienza si è conosciuto, che quell’incommodo, il quale ha quella zona per i raggi perpendiculari del Sole, è ricompensato dalla poca, anzi quasi niuna dimora del Sole nel circulo equinottiale: perchè il zodiaco ivi è diretto, e non torto, come ne i tropici. Oltre a ciò, il continuo equinottio, e finalmente l’allontananza del Sole dal loro orizonte, il quale discende precipite, e se ne và diritto sotto i piedi di quei popoli; et all’incontro sotto i tropici, e presso ai tropici la dimora del Sole per il flesso del zodiaco, i giorni estivi più lunghi, la scesa del Sole sotto l’orizonte non così grande, fanno l’estate più calda, che sotto l’equinottiale. Quanto a gli Etiopi, la causa, perchè solamente in Africa si ritruovino, sarebbe assai oscura, se non si considerasse la qualità del paese. Perchè grandemente importa la conditione della terra sottoposta, cioè, se è piana, ò montuosa; se bagnata da’ fiumi, ò secca; se sassosa, ò arenosa, ò di grasso terreno. Perciochè tutte queste conditioni possono assai circa la temperie, ò la intemperie di un paese. Importa ancora molto, quali siano i venti, e da che luoghi vengano, se da luoghi paludosi, ò da caldi, ò da freddi. Le quali differenze hanno forza di dar diversa natura a paesi contermini, e posti sotto la medesima plaga del cielo: onde sono alcuni caldi, alcuni freddi; alcuni di aria salubre, alcuni di offensiva. Per il chè nella Libia, ove è campagna arenosa, e niuno fonte, la terra riceve dal Sole grandissimo calore, e dal canto suo riscalda l’aria parimente, onde si muta la complessione de gli habitanti, e divengono Etiopi per l’eccessivo caldo. Il che non aviene ne gli altri luoghi soggetti, o vicini al tropico, per esservi copia di fonti, e di monti, e di paludi: onde gli habitanti non sono Etiopi, ma bruni. Perchè alla generatione di tutte le cose, oltra le cause celesti, è di momento grande la qualità della materia soggetta: alla quale perchè non attendono gli astrologhi, molte volte riescono bugiardi. Gli elementi, per essere mutabili et alterabili l’uno con l’altro, fanno tutti i corpi misti. Et ogni alteratione dipende dalle loro qualità prime, l’una contraria all’altra: perchè le seconde qualità dipendono dalle prime, come da principii. Le prime sono conoscibili dal tatto, e più attiue di tutte: e sono quatro, calidità, frigidità, humidità, siccità. Delle quali possiamo formare sei congiuntioni, due impossibili, e quatro possibili. Le impossibili sono, calidità con frigidità, humidità con siccità: perchè niuno corpo si ritruova, nel quale siano somma calidità con somma frigidità, o somma humidità com somma siccità: non potendo due contrarii esser insieme in un subietto. Le possibili sono, calidità con humidità, calidità con siccità, frigidità con humidità, frigidità con siccità. Delle quali quatro qualità essendo partecipe ogni corpo misto, viene à participare di tutti quatro gli elementi. Et è d’avertire, che Alessandro Aphrodiseo, e Galeno coetaneo di Alessandro, e Philopono tennero, che queste quatro qualità fossero le forme de gli elementi. Il che è manifestissimo errore. Perchè ogni forma di qual si voglia corpo è sostanza, per questa ragione. Se il fuoco, verbi gratia, è sostanza; et è fuoco per la forma, che gli da l’essere: segue, che la forma, la quale lo fa essere sostanza, ancor ella sia sostanza: perchè se non fosse, non potrebbe dare al fuoco quel che ella non havesse. Onde usano di dire i philosophi: propter quod unumquodque tale est, et illud magis. Se adunque ogni forma è sostanza; non possono le qualità esser forme, essendo, come sa ogniuno, accidenti: e quello, che è accidente ad un subietto, non può essere sostanza all’altro: la quale è propositione famosa et approvata, e cavasi dal primo della phisica, da quelle parole: Quod vere est, accidit nulli. Onde Averroè nel commentario sopra l’ottavo della metaphisica riprende Alessandro, per haver detto, che nel fuoco la calidità è forma sostantiale. Oltre a ciò, se la materia è nel genere della sostanza: ragionevole mi pare, che molto più vi debba essere la forma: la quale ogniuno sa che è più nobile della materia. Aggiungo: se nessuna sostanza è per sè sensibile, come dice Aristotile nel secondo de anima: come possono le prime qualità esser sostanze, le quali sono sensibili e conoscibili al tatto? Ecci ancora questa ragione, se le prime qualità sossero forme; seguirebbe, che ogni elemento haverebbe due forme; havendo ogni elemento due qualità. Il che è cosa impossibile.