Dei delitti e delle pene (1780)/A chi legge

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L'Editore Capitolo I
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A CHI LEGGE.


ALCUNI avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore, fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co' riti Longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpetri, formano quella tradizione di opinioni, che da una gran parte dell’europa ha tuttavia il nome di leggi; ed è cosa funesta quanto [p. viii modifica]comune al dì d’oggi che un’opinione di Carpsovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio, sieno le leggi a cui con sicurezza ubbidiscono coloro che tremando dovrebbono reggere le vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo de’ secoli i più barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che risguarda il sistema criminale e i disordini di quelle si osa esporli a’ direttori della [p. ix modifica]pubblica felicità con uno stile, che allontana il volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua indagazione della verità, quella indipendenza dalle opinioni volgari con cui è scritta quest’opera, è un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l'autore. I grandi monarchi, i benefattori della umanità, che ci reggono, amano le verità esposte dall'oscuro filosofo con un non fanatico vigore, destato solamente da chi si avventa alla forza o alla industria, [p. x modifica]rispinto dalla ragione: e i disordini presenti, da chi ben n’esamina tutte le circostanze, sono la satira e il rimprovero delle passate età, non già di questo secolo e de' suoi legislatori.

Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche, cominci dunque dal ben comprender lo scopo a cui è diretta quest’opera, scopo che, ben lontano di diminuire la legittima autorità, servirebbe ad accrescerla, se più che la forza può negli animi la opinione, e se la dolcezza e [p. xi modifica]l'umanità la giustificano agli occhi di tutti. Le mal intese critiche pubblicate contro questo libro si fondano su confuse nozioni, e mi obbligano d’interrompere per un momento i miei ragionamenti agl'illuminati lettori, per chiudere una volta per sempre ogni adito agli errori di un timido zelo, o alle calunnie della maligna invidia.

Tre sono le sorgenti dalle quali derivano i principj morali e politici regolatori degli uomini. La rivelazione, la legge [p. xii modifica]naturale, le convenzioni fattizie della società. Non vi è paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma si assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicità di questa vita mortale. Il considerare i rapporti dell’ultima non è l'escludere i rapporti delle due prime: anzi siccome quelle, benché divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini, dalle false religioni e dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virtù, in mille modi nelle [p. xiii modifica]depravate menti loro alterate; così sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra considerazione ciò che nasce dalle pure convenzioni umane o espresse o supposte per la necessità ed utilità comune, idea, in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole intrapresa quella, che sforza anche i più pervicaci ed increduli a conformarsi ai principi che spingono gli uomini a vivere in società. Sonovi [p. xiv modifica]dunque tre distinte classi di virtù e di vizio; religiosa, naturale, e politica. Queste tre classi non devono mai essere in contraddizione fra di loro; ma non tutte le conseguenze e i doveri, che risultano dall'una, risultano dalle altre; non tutto ciò che esige la rivelazione, lo esige la legge naturale ; ne tutto ciò, ch'esige questa, lo esige la pura legge sociale: ma egli è importantissimo di separare ciò che risulta da questa convenzione, cioè dagli espressi o taciti patti [p. xv modifica]degli uomini, perchè tale è il limite di quella forza, che può legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo, senza una speciale missione dell’essere supremo. Dunque l’idea della virtù politica può senza taccia chiamarsi variabile; quella della virtù naturale sarebbe sempre limpida e manifesta, se l'imbecillità o le passioni degli uomini non la oscurassero; quella della virtù religiosa è sempre una è costante, perchè rivelata immediatamente da Dio, e da lui conservata.

[p. xvi modifica]Sarebbe dunque un errore l’attribuire, a chi parla di convenzioni sociali e delle conseguenze di esse, principi contrari o alla legge naturale o alla rivelazione, perchè non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di stato di guerra prima dello stato di società, lo prendesse nel senso Hobbesiano, cioè di nessun dovere, e di nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto, nato dalla corruzione della natura umana, e dalla [p. xvii modifica]mancanza di una sanzione espressa. Sarebbe un errore l'imputare a delitto ad uno scrittore, che considera le emanazioni del patto sociale, di non ammetterle prima del patto istesso. La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza loro immutabili e costanti, perchè la relazione fra due medesimi oggetti è sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l'azione e lo stato vario della società, può [p. xviii modifica]variare a misura che diventa necessaria o utile alla società quell'azione, nè ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. Sì tosto che questi principj, essenzialmente distinti, vengano confusi, non vi è più speranza di ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a’ teologi lo stabilire i confini del giusto e dell’ingiusto, per ciò che risguarda l'intrinseca malizia o bontà dell’atto; lo stabilire i [p. xix modifica]rapporti del giusto e dell’ingiusto politico spetta al pubblicista: nè un oggetto può mai pregiudicare all’altro, poichè ognun vede quanto la virtù puramente politica debba cedere alla immutabile virtù emanata da Dio.

Chiunque, lo ripeto, volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci dunque dal supporre in me principj distruttori o della virtù o della religione, mentre ho dimostrato tali non essere i miei principj, e in vece di [p. xx modifica]farmi incredulo o sedizioso, procuri di ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico, ma non tremi ad ogni proposizione che sostenga gl’interessi dell’umanità; mi convinca o della inutilità, o del danno politico, che nascer ne potrebbe dai miei principj, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche ricevute. Ho dato un pubblico testimonio della mia religione, e della sommissione al mio sovrano colla risposta alle note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori [p. xxi modifica]scritti simili a quelle, sarebbe superfluo; ma chiunque scriverà con quella decenza che si conviene a uomini onesti, e con quei lumi che mi dispensino dal provare i primi principj, di qualunque carattere essi sieno, troverà in me non tanto un uomo che cerca di rispondere, quanto un pacifico amatore della verità.

Dei delitti e delle pene (1780), p. 31.jpg