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Firenze artigiana nella storia e in Dante/Agna Gentile

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[p. 97 modifica]AGNA GENTILE [p. 99 modifica]

AGNA GENTILE

Fra il 1333 e il 34 la Repubblica fiorentina versava in condizioni politiche singolari. Tali erano, del resto, anche quelle della Chiesa e dell’Impero nelle reciproche relazioni; e naturalmente, le conseguenze di ciò, più o meno immediate, investivano, o guelfi o ghibellini, i grandi Comuni d’Italia. Dopo l’impresa cesarea di Arrigo VII miseramente fallita, l’Impero si era ingolfato nelle avventure di Lodovico Bavaro, di Federigo d’Austria, di Giovanni di Boemia figliuolo d’Arrigo. Il papato d’Avignone, impotente, non che a dominare quelle [p. 100 modifica] tedesche ambizioni, ma nemmeno a destreggiarsi fra esse, le combatteva tutte egualmente, in servizio dell’ambizione regia, pur con imperiali aspirazioni, del Gigante francese drudo e signoreggiatore della Meretrice dantesca l), Di quello scandaloso papato degni rappresentanti in Italia erano i Legati; allora Bertrando de Pouget, più tardi Gildez d’Albornoz, e altrettali: sinistre figure di preti condottieri, che di città in città, specialmente di Romagna e di Lombardia, scorazzando in quella loro sconcia vesta, tramescolata di cotta d’arme e di cotta da altare, dove non trafficavano curialmente a denari, insanguinavano con le compagnie di ventura; e così venivano lungo l’Appennino infocolando le pretensioni ecclesiastiche a quella signoria temporale, che finì poi con essere, tanto saldamente quanto le sue illegittime origini lo consentivano, compaginata dal Duca Valentino e da Giulio II. Ci fu un m mento, che il Cesare tedesco, accolto dalle città lombarde nella persona di quel figliuolo del magnanimo Arrigo, dette da pensare e ai due grandi «tiranni» ghibellini fra Ticino ed Adige, i Visconti e gli Scaligeri, e agli Este guelfi sul Po, e ai Gonzaga sul Mincio; tanto più che il sottomettersi a lui di città così guelfe come ghibelline era favorito e aiutato dal Legato 1) Purg. XXXII, 148-60. [p. 101 modifica]papale. Costui, il Del Poggetto, aveva bensì bruciato in piazza il De Monarchia di Dante, e avrebbe voluto far lo stesso delle ossa di lui difese in pia custodia dai poveri figliuoli di Francesco d’Assisi: ma altra cosa era quel codice degli eterni principii del giure imperiale e pontificio, ed altra i fatti; ai quali cotesta politica di cherici senza scrupoli, si adattava con non altro criterio che del tornaconto quotidiano. Allora Firenze, che non poteva vedere senz’apprensione tutto quel tramenarsi di Cesare e Pietro in sulle soglie di casa sua, e ingrossarlesi addosso da ogni parte questo Stato pontificio di formazione novissima; e che era uscita allor allora dai pericoli estremi ne’ quali un Ghibellino di grand’animo, Castruccio, agitando le insegne imperiali, l’aveva condotta; non stette a bada più oltre: e data la mano, di verso Roma, al suo solito re Roberto, e di là dall’Appennino ai Visconti, agli Scaligeri, agli Este, ai Gonzaga, a Guelfi e a Ghibellini indistintamente, fermò di botto con questa strana alleanza quella non meno strana tregenda imperiale e legatizia. Le genti del Legato furono rotte a Ferrara: re Giovanni, vista la mala parata, vendeva al miglior offerente le città bonamente donatesegli; e fatto il solito sacchetto cesareo di fiorini italiani, se ne tornava in Boemia, lasciando nelle peste, alle prese con Ghibellini e con Guelfi, l’amico Legato. [p. 102 modifica]

Un Pontefice consapevole e memore de’ suoi doveri avrebbe potuto da quella turpe e dolorosa confusione trarre nobilmente partito per finire la servitù babilonica della Chiesa; restituirsi a Roma; pacificare la città non più romana sede d’Impero o di Chiesa, ma divenuta palestra miserabile ai baronali tumulti; pacificare altresì le città tutte d’Italia, valendosi di questo momentaneo artificiale accozzamento di parti guelfa e ghibellina: e poiché il re di Francia da qualche anno ostentava ardori guerreschi pel rinnovamento della Crociata alla liberazione di Terra Santa, ben avrebbe potuto, un Pontefice degno del nome, volgere le forze di questa concorde cristianità a una guerra, della quale Impero e Chiesa sarebbero stati, sotto l’insegna unica della Croce, i naturali campioni. Ma il papa era Giovanni XXII, uno dei più mondani pontefici che abbiano tenuta la sedia apostolica, anzi fra i pastori avignonesi il più compiuto esempio, ne’ suoi diciott’anni di pontificato, di que’ «caorsini e guaschi dissanguatori del gregge» i quali Dante marchiò d’infamia 1), e il Petrarca non dubitò di chiamare «pontefici musulmani 2). Perchè Roma e l’Italia e

1) Parad. XXVII, 58-59.

2) Il Papa soldano (Petrarca, Son. CXXXVII), da me interpetrato a pag. 227-33 del libro, per nozze Scherillo-Negri, Da Dante al Leopardi, Raccolta di scritti critici, ecc. di settanta autori; Milano, Hoepli, 1904. [p. 103 modifica]la cristianità potessero sperare quei benefizi, bisognava che a papa Giovanni le loro sorti stessero tanto a cuore quanto il peculio che, morendo nonagenario, questo profano vegliardo lasciò strabocchevole mostruosamente.

Tuttavia nel 1333 quella povera Roma, che era ormai un ammasso di rovine non pur pagane ma anche cristiane, quale il Petrarca la ritrasse mirabilmente nel verso


e tutto quel ch’una ruina involve 1)
,

gli si raccomandava per la restituzione della sede pontificale: ed egli non diceva di no; ma prima voleva che que’ brutali tumulti di baroni e di plebe, plebe senza popolo, cessassero, e la presenza del pontefice fosse da tutti unanimemente invocata. Verrebbe a Bologna, e lì si tratterrebbe; dove, a buon conto, il suo legato Bertrando (suo, dicevano, anche figliuolo) edificava a residenza papale una ben munita fortezza. Si disponessero intanto Principi e Comuni al passaggio oltremare per la liberazione del Santo Sepolcro. Con questo si giunse alla fine del 34, e il vecchio papa, senz’essersi mosso d’Avignone, morì. La restituzione della sede a Roma sarebbe poi avvenuta fra più di quarant'anni, per opera principalmente d’una Ver-

1) Canz. LIII, «Spirto gentil». [p. 104 modifica]gine toscana d'animo virile; la Crociata, mai: Firenze e le altre città d'Italia potevano ripi- gliare operosamente il lavorio molteplice delle configurazioni guelfe e ghibelline di loro irre- quieta politica. La divina poesia colse queir « attimo fug- gente » di storia italiana e fiorentina, e lo fermò in un sonetto. Il sonetto è di Francesco Petrarca 1 ). Non uno de' più belli, diciam pure ; il che può sempre voler dire bellissimo, quale invero è in alcuni tratti, che l' Alfieri al solito rilevò : de- gno certamente del grande araldo della patria latina agli uomini del rinascimento, e apparte- nente a quella medesima ispirazione civile che trionfa ampiamente nella Canzone per la Cro- ciata, nella Canzone al novello Rettore di Roma, e nel Carme secolare del dolore italiano ; mentre poi anche qui fremono e vibrano, nel breve te- trastico condensate, le ire magnanime de' tra- gici Sonetti sul sacrilegio e l' onta di Babilonia. Il successor di Carlo, che la chioma con la corona del suo antiquo adorna, prese ha già l'arme per fiaccar le corna a Babilonia e chi da lei si noma; !) Son. xxvn ; ediz. Carducci-Ferrari ; Firenze, Sansoni. 899: ediz. Salvo Cozzo; Firenze, Sansoni, 1904. [p. 105 modifica]e l’ Vicario di Cristo con la soma de le chiavi e del manto al nido torna, sì che, s’ altro accidente nol distorna, vedrà Bologna e poi la nobil Roma. La mansueta vostra e gentil Agna abbatte i fieri Lupi: e così vada chiunque amor legittimo scompagna! Consolate lei dunque, ch’ ancor bada, e Roma che del suo sposo si lagna; e per Gesù cingete omai la spada.

Il sonetto è, come pur troppo anche le altre poesie civili del Petrarca, anepigrafo: il che, come per alcune di esse ha provocato e alimentato tante controversie di argomento e di tempo, così a questa ha procurato che non si riconoscesse ciò che a me non sembra dubitabile, ch’ ella è diretta ai Fiorentini. Dico, non «ad alcuni amici fiorentini», che, fra le interpetrazioni date, è la meno lontana dal contenuto reale, ma ai Fiorentini, a Firenze, alla città della quale egli si sentiva, nonostante i natali dell’esilio, glorioso figliuolo. Che se a un sonetto di quello squisito artefice di bel-lezza da semplicità si addicessero i titoli ambiziosi che piacciono e giovano agli artificiatori moderni, il Sonetto potrebbe intitolarsi: Ai Fiorentini, per l’Impero, per la Chiesa, per la Crociata. [p. 106 modifica]

« Il re di Francia Filippo VI, successo a Carlo V, ma altresì successore di Carlomagno sul trono dei Franchi, e che porta la corona, la quale fu anche imperiale, di questo suo grande «antiquo», impugna le armi della Crociata, che fiaccheranno la potenza di «Babilonia»: della Babilonia musulmana, e di coloro che da quella han preso «nome», perchè n’han preso, cristiani e sacerdoti, il costume e la miscredenza pagana. Il papa, tornando ad essere veracemente «Vicario di Cristo», riconduce il pontificato al suo «nido», alla sede originaria e legittima, Roma. È già disposto, se non vi si frappongono impedimenti, ch’egli verrà a Bologna, e di lì poi alla «nobil Roma». Firenze, il grande Comune artigiano, possente di arti pacifiche e gentili, così com’ è situato fra le due città che aspettano il Pontefice, si adopera virilmente pel grande evento. Essa, alleatasi con altre signorie italiane, abbatte la malnata vorace violenza dei Legati avignonesi. Così anche vadano in malora i fomentatori di discordia in quella e nelle altre cittadinanze d’ Italia! O Fio- rentini, attendete dunque a fare star di buon animo Bologna, che è tuttavia in ansiosa aspettativa; e a confortare del vostro appoggio Roma, che da tanti anni si lamenta d’essere abbandonata dal pontefice suo sposo. E possiate poi, con gli altri Comuni dell’ Italia pacificata e cri[p. 107 modifica]stiana, partecipare alla Crociata che finalmente si bandirà pel sepolcro e per la fede di Gesù!»

«La mia interpetrazione non è, in sostanza, che il compimento, o meglio il completamento storico, di quella che il De Sade pur storicamente compose, ma che tuttavia rimase di lui solo e del Marsand (e primo vi aveva accennato un altro commentator settecentista, il Pagello), finchè il Carducci, in quel suo bellissimo Saggio di un testo e commento nuovo la ravvivò e allargò, e nel Petrarca distesamente commentato la confermò anche contro all’annotazione del Leopardi 1). La quale annotazione è proprio una delle più meritevoli della severa sentenza che lo stesso Carducci ha recato sul commento leopardiano 2). Secondo questo 3), pertanto, il sonetto è «ai Signori d’Italia, onde prendano «parte nella crociata di papa Giovanni XXII», 1) Rime di FRANCESCO PETRARCA sopra argomenti storici morali e diversi. Saggio di un testo e commento nuovo a cura di GIOSUÈ CARDUCCI; Livorno, Vigo, 1876; a pag. 19-20. E Le Rime di FRANCESCO PETRARCA di su gli originali commentate da GIOSUÈ CARDUCCI e SEVERINO FERRARI; Firenze, Sansoni, 1899; a pag. 37. 2) A pag. XIV-XV del Saggio, e XXXVI-XXXVII del Com-mento. 3) Nella edizione Le Monnier del 1845, più volte ripetuta. [p. 108 modifica]del 1334 dunque: ma poi il «successor di Carlo» è «Carlo IV imperatore»; asceso al trono, si avverta, non prima del 1347, e coronato imperatore solamente nel 55! Quindi il Leopardi annota: «È indirizzato ai principi d’Italia, «come dicono i commentatori, ma veramente «ad uno solo, o al più ad una famiglia, come «dirò qui appresso sopra il primo terzetto.» E nel primo terzetto l’«agna» e i «lupi» non sono altro, per lui, «che due case nobili «romane, significate così per allusione alle loro «armi gentilizie. La fazione di una delle quali «case, cioè quella dell’agna, aveva di fresco «riportata una vittoria sopra la fazione della «casa dei lupi. I nomi di queste due case non «mi occorrono al presente, e non ho agio di «ricercarli nelle storie di quei tempi: ma tengo «per fermo che debba essere molto facile a ritrovarli. » «E pure non è», soggiunge il Carducci: il quale, lasciando cadere nel vuoto il gratuito indovinamento; e così anche le non men fatue interpetrazioni, che l’«agna» siano «i buoni cittadini, le buone fazioni (?) d’Italia, «la parte che ama la pace», e l’«agna gentile» racchiuda in sè anche un’allusione a gentilezza di sangue, e che i «lupi» siano «i cittadini perversi, le fazioni malvagie, la parte «inquieta, ecc. »; ritorna, il Carducci, pur dubitando, alla opinione che fra il Quattro e il [p. 109 modifica]Cinquecento ebbe sèguito, cioè «che il Poeta «indirizzasse questo sonetto ad alcuni amici «fiorentini, e che l’Agna sia Firenze. L’agnello «infatti era l’insegna dell’Arte della Lana predominante allora nel reggimento del Comune; «il quale in quell’anno si era collegato ad altri «Stati d’Italia contro Giovanni di Boemia e «contro il legato Del Poggetto.... »: e cita, dalle Epistolae poetiche di messer Francesco, l’esservi colui identicamente ritratto, «lupo «rabbioso, che le terrene cose anteponendo alle «spirituali, va, sotto coperta di pace, covando «suoi maneggi di dominio temporale.» l) Ma questi dovevano in breve, dopo mortogli il Papa, spezzarsi al Del Poggetto fra le mani; ed essergli riserbata, cacciato dai Bolognesi, l’umiliazione di vedersi dai Fiorentini, che sulla Chiesa non amavan mai stravincere, trafugato a salvamento, mentre dietro alle sue spalle minava distrutta, pietra a pietra, dal popolo, al grido «Muoia il Legato e chi è di Linguadoca!», la fortezza da lui edificata per apostolica residenza all’aspettato pontefice 2). «Vedrà Bologna.... »: ahimè nè il pastore la vide, nè i lupi ci fecero il covo! almen per allora.

1) Ep I, 3: «terrena supernis Sceptra etenim potiora putans, extendere fines Tegmine sub pacis rabidus lupus incubat».

2) G. VILLANI, XI, VI. 7* [p. 110 modifica]Vero è che, secondo taluno di quelli altri più spediti e spacciati interpetri del malagevol sonetto, l’ottavo verso non dice se non questo: che chiunque venendo di Provenza scenda, per l’alta, verso l’«umile» Italia, prima «vedrà Bologna e poi la nobil Roma», tal e quale allora come ora: indicazione preziosa all’itinerario del Santo Padre! sebbene già si sappia comunemente, che a Roma tutte le strade conducono.

Con la interpetrazione dal Carducci rivendicata, si rientrava nel terreno dei fatti, quali io ho testè lumeggiati; si stenebrava il sonetto da quel «buio d’istoria», che giustamente lo aveva fatto dispiacere al Muratori 1); alle imagini del Poeta si restituivano linee e proporzioni adequate e storicamente verosimili. Adequate in tutto, fuorchè nel ristringere in «alcuni amici» quello che di per sè non può investire se non un ente collettivo, e la cui azione sia pubblica e di non picciol momento e di largo effetto. Perchè, come si può ad «amici» affidare l’ufficio di «consolare» le due? la «nobil Roma» l’una, e «lei» che non può essere se non l’altra, la prima, delle due nominate,

1) Le Rime di FRANCESCO PETRARCA, ecc. S'aggiungono le Considerazioni d’A. TASSONI ecc. e le Osservazioni di L. A. MURATORI; Modena, 1711; a pag. 73. [p. 111 modifica]cioè Bologna? Non certo l’«Italia», come annotò il Leopardi, perchè da nessuna parte del contesto emerge la possibilità di tale relazione. E nemmeno l’«agna», com’annotò il Carducci, ed è stato ripetuto l). Ma il Carducci converrà meco, spero, non potere all’Agna abbattitrice de’ fieri Lupi (e «consolabile», domando io, di che?) riferirsi il «badare», che tanto bene si adatta a Bologna aspettante il Pontefice; e vorrà concedermi che all’ufficio di «consolare» invece, com’era il caso, le due città nella loro inquieta aspettativa non possano, come avevo cominciato a dire, ragionevolmente deputarsi private persone, per autorevoli che si voglian pensare, ma bene si possa un’altra nobilissima città italiana. E troppo gran cosa poi, per «alcuni amici fiorentini», era che si dicesse loro «e per Gesù cingete omai la spada», come se dalla partecipazione di quattro o cinque o dieci valentuomini potesse benaugurarsi dell’esito nientemeno che d’una Crociata! laddove quell’apostrofe appropriatamente è rivolta alla

1) Le Rime di FRANCESCO PETRARCA, con note dichiarative e filologiche di GIUSEPPE RIGUTINI; Milano, Hoepli, 1896; a pag. 351-52. Ivi anco si legge: «Che l’agnella abbatta i lupi, è cosa che ha del miracolo; ma qui per Agna «intese il P. la mansuetudine cristiana. Cristo è simboleggiato «nell’agnello, ed è chiamato Agnello di Dio. Del resto, su «questa Agna se ne son dette non poche». [p. 112 modifica]Repubblica di Firenze. Non senza allusione, forse, alle discordie cittadine espressamente accennate ne’ versi 10 e 11; per le quali, e per altre non debite imprese, troppo ell’era pronta, la poderosa Repubblica, a cinger la spada», che ora il Poeta la esorta a cingere finalmente, «omai» (e in questo «omai» è amarezza di rimprovero), per la guerra di Gesù legittima e benaugurata.

Che poi simbolo di Firenze sia posta l’«agna mansueta e gentile», insegna della più potente fra quelle Arti che erano esse lo stato, è concezione degna in tutto della squisitezza petrarchesca. E degno altresì della oratoria patriottica, che il Leopardi, poeta e prosatore sovrano, sentiva nelle Canzoni civili di lui 1), è l’atteggiamento dato dal Petrarca a cotesta figura. Secondo le figurazioni di quella zoografia politica, i cui documenti sopravvivono specialmente sulle pietre dei nostri pretorii e palagi popolari e nella poesia storica contemporanea, sono animali battaglieri che di altri animali menano strazio e vittoria. Era, in più luoghi di Firenze, l’aquila guelfa che ghermiva il drago ghibellino o la volpe pisana; era, nel palagio di Giano

1) Epistolario (Firenze, Succ. Le Monnier, 1892), I, 175; e Pensieri di filosofia e letteratura, I (Firenze, Succ. Le Monnier, 1898), 108-109, 120. [p. 113 modifica]a Pistoia, il leon di Firenze che strangolava l’aretino cavallo sfrenato; e nel sigillo ghibellino di Pisa, era esso il leone fiorentino che soggiaceva all’aquila imperiale; era sul palazzo di San Giorgio il grifone genovese che di quell’aquila faceva scempio; era, o fu immaginato che fosse, sulla tomba di Corradino in Santa Croce di Napoli il leone angioino che spennacchiava l’aquilotto venutogli a morir fra le branche; e sulla ringhiera di Palazzo Vecchio era il Marzocco dorato che avea sotto la lupa senese. Nel poema di Dante il leone angioino sta in pericolo d’essere artigliato dall’aquila vendicatrice l): ma quando il vescovo d’Arezzo ne volea far pittura nel suo palazzo ghibellino, il pennello motteggiatore del fiorentino Bonamico invertiva le parti, ed era il leone che sbranava l’ aquila 2). Nel simbolo petrarchesco, abbattitrice della «antica maledetta lupa», sinistra imagine di losche profane cupidigie, è l’«agna mansueta e gentile», insegna d’Arte e di democrazia: della democrazia, trionfatrice pacifica d’ogni rozza e violenta barbarie; di

1) Parad, VI, 107. E del Leone fiorentino, con la frase dantesca, il Machiavelli (Decennali, I, 124-25): «Ed al vostro Leon trasser de’ velli La Lupa con San Giorgio e la Pantera», che era Lucca.

2) Franco Sacchetti, Nov. CLXI. [p. 114 modifica]quella democrazia, nel cui «bello ovile» Dante l) non disdegnò, «nimico ai lupi, dormire agnello». Il leone, questa volta «si posava»: era l’«agna» che combatteva e vinceva. Oggi che, per opera della Società dantesca italiana, il palagio di quell’Arte addivien casa di Dante, l’«agna mansueta e gentile», che i lanaiuoli vi scolpivano nel 1308, ci fa ripensare quei fieri e pietosi versi dell’«esule immeritevole», rimpiangente il suo «bello ovile». Ad essi noi congiungiamo, integrato ne’ suoi intendimenti, il Sonetto di Francesco Petrarca; nel quale leggiamo, sotto i velami poetici, una pagina di storia fiorentina, che, a così breve distanza dalla morte di Dante, era sempre storia di lui, storia degli amori suoi e de’ dolori, de’ suoi ideali e de’ suoi disinganni, della sua anima e della sua poesia.

1) Purg. XX, IO; Parad. XXV, 5-6; Purg. VI, 66.