Giacomo Leopardi/IX. 1817: Nuovi studi

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IX. 1817: Nuovi studi

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IX

1817


NUOVI STUDI

Unico divertimento in Recanati è lo studio; unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia...

Continuavano adunque i matti e disperati studi, leggere, trascrivere, comporre, ancoraché in quest’anno la vista gli si fosse molto affaticata, e pur sapendo che gli studi lo ammazzavano.

L’anno addietro il Mai aveva scoperto e tradotto in latino un così detto compendio attribuito a Dionigi d’Alicamasso. Se ne fece gran romore, e, come avvenne pel Frontone, il giovane vi si pose attorno e ne fece una traduzione italiana. Continua in lui il purista. Vuole emulare al Davanzati. Si compiace di mostrare il minor numero di parole nel suo volgarizzamento rispetto al testo. Studiando a brevità, sceglie parole e frasi più singolari che proprie, e n’esce un capolavoro di ricercatezza e affettazione. Ci si vede molto progresso nella conoscenza materiale della lingua classica. Chi avesse agio, potrebbe indurre da questo scritto tutti gli autori che aveva già letti e postillati. Finito che ebbe, dovette molto compiacersi dell’opera sua, e vagheggiare in sé un nuovo Davanzati. A lui che aveva rifiutato tutte le opere scritte innanzi, dovè parere che con questa traduzione, il «meglio che avesse fatto», cominciasse una èra nuova. È il giudizio [p. 63 modifica]del purista soddisfatto, nel pieno della sua illusione. Sarà per poco; più tardi s’accorge che quello è un lavoro concepito non in sé, ma secondo modelli e giudizii astratti.

Molta freschezza e disinvoltura si vede al contrario nella sua lettera al Giordani sopra questo argomento. Lì gitta via il lambicco, scrive alla sciolta e con effusione all’amico. In quell’abbandono confidenziale traspare una ricchezza di movenze, una spontaneità di stile, con una sicurezza di sé, che lo fa parlare con autorità e con calore, dando lezione al Mai, al Ciampi e allo stesso Giordani, correggendo, rimbeccando, e sotterrandoli sotto la sua erudizione. Quando sostiene, contro il Giordani, che que’ frammenti latinizzati dal Mai, non senza parecchi errori, sono non un compendio, ma un estratto così a casaccio senza nesso e senza disegno e con le stesse parole dell’originale, mostra già rettitudine di giudizio e acutezza di critico.

Cito volentieri un brano descrittivo, in istil fiorito, come dicono i retori, con un’abbondanza e una facilità derivata da un calore d’immaginazione.

Questi si chiamano e sono compendi. Ma copiar sempre sempre l’opera, riportarne puntualmente moltissimi e lunghissimi pezzi, qualcun altro tagliuzzarne, gittato via il rimanente serbarne un bocconcino; a questo perché si capisca che cosa dica così mozzo, appiccar del proprio una riga di capo o di coda o di ventre; non far differenza dal necessario all’inutile, andar sempre a caccia di cose in qualche modo singolari, e delle principali e necessarie a mantenere il filo della trattazione non curarsi straccio; saltare eternamente di palo in frasca senza darsi un pensiero al mondo d’incollare un capo coll’altro; questo mi par che sia storpiare e trinciare e smozzicare, non compendiare.

Qui si comincia a sentire lui; non c’è padre Cesari, non Davanzati, neppure Giordani con la sua solennità e col suo artifiziato splendore. C’è chiarezza ed efficacia alla naturale, movimento di cervello incalorito dall’immaginazione. Non è la prosa dell’uomo maturo; ma è già la prosa di una ricca e calda immaginazione giovanile. [p. 64 modifica]
Nelle lettere poi sparisce ogni avanzo di artificii imitativi e si chiarisce nella piena potenza di questa prosa. A diciannove anni soprastava giá a Pietro Giordani, il principe degli scrittoli, la cui prosa inamidata con monotona melodia, nella piena indifferenza del pensiero, dá piú rilievo alla calda e schietta prosa dell’altro, variamente accentuata, ove forma e cosa, suono e pensiero sono uno. Lí, l’uomo è quasi estraneo al letterato; qui c’è lui, tutto lui.

Continuava pure ne’ suoi esercizii poetici.

Ho innanzi una canzone attribuita a lui. Per una donna malata di malattia lunga e mortale. Ci si pare che non ha ancora trovata una forma sua. È una canzone letteraria, a stampo petrarchesco, non solo per l’esterno congegno delle stanze e delle rime, ma per la natura dei concetti e il modo di svilupparli.

Nelle due prime stanze trovi le variazioni di questo concetto:

    Io so ben che non vale
Beltà né giovinezza incontro a morte,
E pur sempre ch’io ’l veggio m’addoloro.

In quattro stanze hai quelle vicende di sì e no, di morrà e non morrà, di speranze e di timori, così frequenti nel Petrarca, insino a che si giunge alla conclusione: «disperarmi al tutto mi conviene».

Succede un a solo, una stanza staccata che canta l’onnipotenza del Fato, paragonato a un masso sconcio, non possibile a sbarbicare.

E poiché morrà, vengono in cinque stanze i conforti alla moribonda, cavati dalla necessità della morte, dal morire giovane e ancora nella innocenza:

    Or ti rallegra, o sventurata mia:
Tutto ti toglie l’implacanda sorte,
Non l’innocenza de la corta vita
Non ti torrà né morte
Né ’l cielo, né possanza altra che sia.
Fra nequitosa gente,
Qual sei discesa, tale a la partita.
Cara, o cara beltà, torni innocente.
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Non mancano in questa canzone alcuni bei momenti etici e patetici, com’è il presentimento della sua vicina morte:
Anche a me breve corso il ciel misura;
E pur di mia giornata
Son presso a l’alba, né di morte ho cura,
Ché qual mai visse più, quei visse poco,
E chi diritto guata,
Nostra famiglia a la natura è gioco.

Così pure è l’apoteosi della gioventù, la cui candidezza non si conserva nelle altre età per il malo esempio, perché il mondo è «scellerata cosa»:

E quel mal che non osa
Candida gioventù, è scherzo al vile
Senno d’età provetta,
E nefanda vecchiezza; e in cor gentile
Quel che natura fe’ spegne l’esempio.

Lo sparire della beltà e della giovinezza, la potenza del fato, la candidezza della gioventù, il pervertimento dell’uomo nell’età matura, il contrasto, tra il vedere o l’intendere, e il sentire, sono concetti fondamentali di questa canzone, e quasi i germi da cui uscirà il mondo poetico leopardiano. Ma sono concetti presi ad imprestito e con forme petrarchesche.

Certo, la scelta di un argomento così triste e di concetti simili mostra nel giovane una disposizione a questa maniera di poesia. Ma non ce n’è ancora la consapevolezza, né il sentimento, e non esce ancora dai libri, né dalle reminiscenze. I concetti rimangono cristallizzati in sentenze ben verseggiate, e non hanno sviluppo e non hanno presa sul cuore.

Le immagini sono comuni, e vaganti nella generalità; le forme allungate e convenzionali, talora disgraziate e disarmoniche, come: «di lagrimarla io non fo posa», — «la tua bella faccia poco può che per sempre a noi s’involi», — «se ’l veder non erra», — «mi sembra aperto», — «core di malizia speco e di [p. 66 modifica]viltade», — «me di sua pece amara Imbratterà la velenosa etade», — «il mondo ti spirò suo puzzo in viso».

Qui non c’è una situazione, quel tale spirito che in tutto è presente e in nessuna parte si vede; ci è piuttosto un succedersi di concetti astratti in forma ragionativa. E dico astratti, perché non giungono mai ad una vera formazione poetica, e sono come quella donna che muore, di cui sappiamo che l’era bella e schietta e in verde etade, cioè di cui non sappiamo nulla che resti nell’immaginazione.

Imitò Petrarca; volle anche imitare Dante. Purista e imitatore in prosa; purista e imitatore in verso: consonanza di studi e di gusto. Scrisse un così detto poema: Cantica della morte. A Giordani spiacque la scelta di argomenti così lugubri; e vi notò anche qualche menda, pur dicendo che di poesia non s’intendeva. C’era questo verso:

Era morta la lampa in occidente.

A Giordani quel «la la» sonò male; e poi «lampa» gli parve troppo meschina cosa a indicare il sole. E il giovane corresse:

Spento il diurno raggio in occidente.

La cantica fu messa a dormire. Pur nel 1826, stampandosi a Bologna tutte le poesie. Leopardi, che aveva allora ventotto armi, inserì in quella edizione un frammento della cantica, il quale comincia col noto verso:

Spento il diurno raggio in occidente.

Nella stessa edizione pubblicò pure, sotto nome di elegie, il Primo amore, e l’altra che comincia col verso:

Dove son? dove fui? che m’addolora?

Ma nella edizione di Firenze non pose di questa seconda elegia che un breve frammento, con lievi mutamenti, il quale comincia:

Io qui vagando al limitare intorno.
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Si vede che l’autore, nella piena maturità dell’ingegno, non tenne importante il concetto del suo poema e lasciò sperderlo, e che giudicò di qualche pregio i due frammenti pubblicati e in parte emendati.

Il frammento cavato dalla cantica ha per titolo: Lo spavento notturno.

È una descrizione allegorica in terzine, a modo dei Trionfi. Una bella donna s’avvia a sua mèta sotto un bel cielo stellato, a chiaro di luna; ma il cielo si turba, scoppia la tempesta, e il sangue le si impietra nelle vene. Sognava amore e trova la morte.

A quel tempo si credeva ancora che la forma poetica richiedesse un certo macchinismo, come amore, e cielo, e Olimpo, e simili personificazioni allegoriche. C’era uno che non ci credeva più, Manzoni, un nuovo astro. Ma ci credeva Monti, l’astro maggiore. E il nostro giovane seguiva Monti.

Probabilmente la cantica doveva essere uno dei soliti concetti allegorici; e non ci vuole molta sagacia a indovinare che la base era la lotta tra amore e morte.

Il conte Carlo, fratello a Giacomo, assicura che il soggetto nel suo insieme era molto interessante. Ma tale non parve a Giacomo, che ne conservò quel solo frammento. Nel quale il concetto non ha alcun valore; rimane la descrizione del sereno e della tempesta, in versi di una fattura molto fina, evidentemente ritoccati e limati. Si sa che i giovani per prima cosa corrono alle descrizioni. Il notturno sereno, chi non l’ha descritto? Sono qui in bei versi luoghi comuni: gli arbori inargentati, il canto dei ramoscelli, e il pianto dell’usignolo, e il lamento dell’onda; oggetti minuti e soliti, colti nella loro immobile superficialità, e perciò disposti arbitrariamente, sicché il poi potrebbe essere il prima.

La natura è descritta, non è sentita. E centinaia di nostri poeti descrivono mirabilmente; a pochissimi è dato il sentimento della natura. Leopardi, sommo tra questi pochissimi, più tardi avrà il sentimento di quello che ora descrive, e manderà via «la sorella del sole», e questa minuteria di oggetti, e anche [p. 68 modifica]la rima, e condenserá le sette terzine di questa descrizione in tre o quattro versi. Leggete la Sera del dí di festa:

    Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna.

Qui hai grandi spazii in un insieme ben circoscritto, una vista unica che va immediatamente all’anima e move l’immaginazione; lo spettacolo è chiaro, ed è insieme ingrandito e spiritualizzato. Migliore impressione ti fa la descrizione della tempesta, perché ivi c’è azione, un prima e un poi, una formazione successiva della tempesta, con effetti ritmici che ti danno il rilievo e ti tolgono allo stato ordinario e comune, massime quando ti balza innanzi la donna smarrita in quella furia della natura:

.    .    .    .    .    .    .    .    .    correa,
Sì che i panni e le chiome ivano addietro
    E il duro vento col petto rompea.
Che gocce fredde giù per l’aria nera
In sul volto soffiando le spingea.

Questo è ciò che rimase della cantica, e ciò ch’era degno di rimanere, come cosa di qualche pregio, secondo il giudizio di Giacomo. E quanto giudicasse bene, si vede ora che quella cantica è venuta fuori sotto questo titolo: Appressamento della morte. Io la trovo ancora più giù che non m’era parso. Probabilmente la Basvilleide fu il primo stimolo che lo condusse a questa imitazione dantesca infelicissima. Già si sa. Noi altri abbiamo tutti percorso nella prima gioventù questo stadio del purismo prosaico e poetico. Il giovane toglie da Dante l’ossatura, e ci si sente il Petrarca nella superficialità de’ Trionfi e nel lambicco delle frasi, distantissimo dall’uno e dall’altro, e anche da Monti. La concezione è goffa, e il dettato è così infelice, che a me non pare cosa scritta in questo anno. Si capisce che più tardi, frugando ne’ suoi zibaldoni, pose da canto quell’esercizio giovanile [p. 69 modifica]affatto indegno di lui, e, volendo cavarne pur qualche cosa per la stampa, lasciò correre quel frammento, come cosa da sé e possibile ad emendare nella forma.

La seconda elegia è roba tutta petrarchesca, e della più cattiva. Non c’è nessuna sincerità in quel frasario tumido, in quelle esagerazioni e amplificazioni, uno stile che vuole essere bollente e riesce freddo. L’amore che è la base di questa elegia, passando attraverso il cervello di uno scolare, irrigidisce in tutta quella simulazione di una vita romorosa.

E questi furono gli esercizii in prosa e in verso del nostro purista.

Non si creda già che sia stato tempo perso. Questi esercizii, questi studi, queste letture, ancoraché mal regolate e con cattivo indirizzo, erano pure fondamenta di granito, sulle quali doveva sorgere la statua. E giá il pedante scompariva sotto un migliore andamento di studi, affinato il gusto dagli anni, dall’ingegno, e anche da’ consigli di Pietro Giordani.

Preferse la semplicità e l’efficacia degli scrittori greci alla magniloquenza latina; e i nostri trecentisti, ancoraché rozzi, gli piacquero come piú vicini alla maniera dei greci.

Predilesse Erodoto e Senofonte, Cavalca e Feo Belcari e Dino Compagni. Anche in questo tempo studiò alcune prose del Tasso e del Bartoli, e l’Apologia di Lorenzino de’ Medici, le migliori prose italiane a giudizio del Giordani, di quel brav’omo che trovava molta vicinanza tra Segneri e Demostene.

Trovò in Dino Compagni quel Pecora, beccaio fiorentino, che gli diè argomento a castigare un tal Manzi. E fe’ di quel Manzi, un manzo, carne da macello, e macellato dal Pecora.

Questa macellazione è in cinque sonetti alla mattaccina, dove, come nella sua Torta, si vede minutamente descritto il fatto con molta proprietà di vocaboli.

Chi paragoni i lavori e gli studi di questo anno, vede già apparire nel suo spirito due correnti: da una parte, l’educazione letteraria ricevuta e la tradizione che lo trascina verso i modelli in modo pedantesco; e d’altra parte, un gusto più educato, un avviamento verso la sincerità e la naturalezza, soprattutto [p. 70 modifica]quando parla di sé con abbandono. Perciò le sue lettere vanno cosí innanzi al purista e al letterato.

Intanto parve al padre tempo che il figlio dovesse scegliersi una professione. Voleva farlo prete. Anzi dicono che lo chiudesse alcuni mesi in camera come in prigione per vincere la sua resistenza; ciò che mi pare una favoletta. Altri vogliono che vestisse alcuni mesi da abatino romano; e non è improbabile. Il buon padre pensava che con la sua posizione sociale e le sue relazioni in uno Stato che si chiamava pontificio, quell’abito era la via più spiccia per avere un ufficio; e non ragionava male. Vista la ripugnanza, lasciò cadere la cosa, e gli fu attorno, perché studiasse legge.

Ma il giovane non poteva digerire il Digesto, come dicea a Giordani, e stette ben fermo, «se doveva vivere», a volersi consacrare alle lettere.

Se doveva vivere! Perché allora s’era persuaso di dover morire tra breve, e talora, trovando troppo lenta l’opera della natura, volgeva pensieri di suicidio:

Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana,
Pensoso di cessar dentro quell’acque
La speme e il dolor mio.