Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. VI/Libro IV/X

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Libro IV - Cap. Ultimo

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Libro IV - IX Lettera di Giovanni Basset
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CAPITOLO ULTIMO.

Si termina il Giro del Mondo in Napoli,

e si dice alcuna cosa di lei.


P
Reso congedo dall’Avvocato Giuseppe Lucini, dal quale era stato ospiziato; mi posi a buon’ora in calesso il Sabato 29; e fatte venti miglia, rimasi in Velletri; Città bislunga, ed aperta, posta sopra un monte. Le sue case, e le strade sono assai comode; e bellissima oltremodo la fontana, posta nella Piazza, colla statua di bronzo del Pontefice. La mattina della Domenica 30. demmo alla porta un giulio per valige; e fatte 14. miglia; rimanemmo a desinare in [p. 469 modifica]Sermoneta; Terra del Duca dell’istesso nome; posta sulla sommità d’un monte, dove bisognò pagare un’altra volta il passo. Facemmo poscia tredici miglia di cattiva strada, e venimmo a pernottare in Piperno; terra mal murata, sulle balze d’un monte: e pure ne’ secoli passati ebbe guerra con Roma.

Andammo a desinare il Lunedì primo di Decembre, dopo 15. miglia, in Terracina; ultima Città dello stato Ecclesiastico, cinta d’antiche mura, e posta sulle salde d’un monte. Passate altre dieci miglia, ci fermammo la notte nella Città di Fondi del Regno di Napoli. Nicolos. in suo Hercule par. 3. pag. 100. Ella è celebre per esservi nato Soterio Papa, per l’eccidio fattovi da Barbarossa nel 1534. e per la sua antichità; poiche nel 421. dalla fondazion di Roma, godea dell’amicizia de’ Romani. Narrano, che ne’ tempi della Regina Giovanna II. vi dimorò, per poco tempo, Clemente VII. Antipapa.

A buon’ora postici in istrada il Martedì 2. giugnemmo prima di mezzo dì in Mola di Gaeta, conosciuta dagli antichi sotto nome di Formia. Dopo desinare passamo in iscafa il fiume Garigliano, e fatte 18. miglia, rimanemmo in S. Agata di Sessa. Prima di passare questo fiume, [p. 470 modifica]si vedono le reliquie d’un’antichissimo Teatro, e di altri edificj, abbattuti dal tempo; e poco lungi un lunghissimo aquidotto, ch’era forse dell’antica Minturno.

Quattr’ore prima di giorno ci ponemmo in camino il Mercordì 3. con lume di fiaccole; onde venimmo a desinare nella Città di Capua, presso il fiume Vulturno, le di cui rive sono congiunte da un bel ponte di pietra. Ella è cinta di buone mura, e difesa da un Castello. Credono alcuni, che sia stata fondata da Capi Silvio Re d’Alba, ed altri dagli Osci, da’ quali fu detta Osca. Per aver accolto Annibale, che poscia rimase vinto dalle sue delizie, fù da’ Romani odiata, e fatta serva; e quindi Colonia, quantunque ella fusse stata già emula di Cartagine, e della stessa Roma. Rovinata da Genserico Re de’ Vandali, e ristorata dà Narsete, di nuovo fu da’ Longobardi desolata. La moderna è nel sito, dove si dice, ch’era l’antico Casilino; e le rovine dell’antica si veggono due miglia discosto, verso Borea, sul monte già detto Tifata. Dopo desinare ripostici in cammino, fatte otto miglia, per bellissime pianure, trovammo Aversa (che stimano fabbricata dalle rovine d’Atella) [p. 471 modifica]ed indi a quattro altre, cominciai a veder gli amici, che m’erano venuti all’incontro, per favorirmi. Eglino si furono principalmente, il Consigliere Amato Danio (soggetto de’ più dotti d’Europa, da cui la Toga non pretesa riceve ornamento), il Dottor Lorenzo Sandalari (fra gli Avvocati Napoletani ragguardevole), Giuseppe Castagnola, il Dottor Giovanni Antonio suo figlio, giovane di gran riuscita, D. Pietro Antonio Bartolotti Maestro di Cappella della Chiesa Arcivescovale, persona di candidissimi costumi; ed altri, che molti da sincero affetto, erano venuti, per rivedere in vita un’uomo, che potea dirsi venuto dall’altro Mondo. Finiti gli scambievoli, e cari abbracciamenti, ci ponemmo in carrozza; e fatte quattro altre miglia entrammo nella tanto desiderata Città di Napoli: e cosi compii in fine il Giro del Mondo, dopo cinque anni, cinque mesi, e 20. giorni; appunto il dì festivo di S. Francesco Saverio Apostolo dell’Indie, e protettore de’ viaggianti. E’ ben vero però, che per le ragioni, divisate nel principio della quinta parte, non contava io Mercordì 3. ma Giovedi 4. di Decembre 1698. e per conseguente 21. giorni sopra i cinque mesi. [p. 472 modifica]Mi ospiziò per alquanti giorni gentilmente il Castagnola; e quindi per cinque mesi continui il mentovato Consigliere Danio: nel qual tempo stetti in continuo moto, per soddisfare la curiosità di molti; alla fine però venni loro in sazietà, (come è il costume del paese) e mi andai liberando da tante molestie.

Napoli sta situata in quel Seno, che fanno i due Capi, o promontorj di Miseno, e di Minerva, in latitudine di gr. 41. e 20. m. Dalla parte d’Oriente ha il Vesuvio, colle fertilissime campagne di terra di lavoro, overo campagna felice; e da Mezzo giorno le fa Specchio il Tirreno, anzi sembra una gran conca, coronata di fertili, e deliziose rive.

Fu fondata la Città (secondo la più vera opinione) da Eumelio Falero, figliuolo d’Alcone, che fu uno degli Argonauti; e per conseguente prima della rovina di Troja. Indi a molti anni venuta da Negroponte in questi luoghi, con molti Greci, Partenope figliuola del Re di Fera; allettata dall’amenità del Paese, si fermò in Falero, e cominciò ad ampliarla; in modo tale, che la Città preso poscia il suo nome: lib. 1. Or dicendo Vellejo Patercolo, che Napoli fusse [p. 473 modifica]edisicata da’ Cumani; io fò conghiettura, che l’antica Falero, o Partenope, a differenza della nuova Città, venisse poi appellata Palepoli ad Paterc. (che che dica il Lipsio che fusse ella edificata da’ Cumani) e di lei intendo quelle parole dello Storico: Sed aliis diligenter ritus patrii mansit custodia: cioè la costumanza, mentovata da Strabone, de’ giuochi lampadj, e cose simili. Deesi anche osservare da ciò, ch’è detto, che benche Palepoli, e Napoli fussero Città vicine, e quasi uno stesso popolo; ci avea però qualche diversità di costumi: e non erano tanto vicine, che non vi avesse per lo meno fra di loro lo spazio d’un miglio; poiche Livio dice, che i Consoli L. Cornelio, e Q. Publicio assediando Palepoli, amica de’ Sanniti, circa l’anno 426. dall’edificazion di Roma; posero l’esercito fra Napoli, e Palepoli, acciò questa non fusse soccorsa da’ Napoletani. E’ vero chele vestigia di Palepoli non sappiamo quai sieno; però dall’altro canto sciocchi sono coloro, che le cercano entro l’antico circuito di Napoli; come a gran ragione suol dire il Dottor Matteo Egizio, mio eruditissimo amico, a cui debbo le suddette conghietture.

Varie sono state le forme di governo di [p. 474 modifica]questa Città. Sul principio visse colle leggi Ateniesi, e mentre fu confederata, ed amica de’ Romani; ma poi ubbidì alla loro potenza, e qual Colonia ne ricevette le leggi. Caduto l’Imperio, circa l’anno 412. fu travagliata da’ Goti; e nel 456. da’ Vandali. Venne quindi in poter degl’Imperadori Greci nel 490. poi degli Eruli, e in fine degli Ostrogoti, a’ quali fu tolta nel 537. da Belisario. La prese poscia Attila Re de’ Goti, e la tenne per anni 18. dopo di che fu ridotta da Narsete di bel nuovo sotto gl’Imperadori Greci; e stette buona pezza quasi in forma di Repubblica: non senza gran pericolo, anzi colla morte di quasi tutti i Cittadini, sofferendo l’assedio de’ Saracini. Si sottopose in fine nel 1128. a Ruggieri III. Normando, Duca di Puglia, il quale ne fu intitolato Re da Anacleto Antipapa. Finita la linea de’ Normandi, succedettero gli Svevi, circa l’anno 1195.; de’ quali essendo stato l’ultimo Re Manfredi, ucciso in battaglia da Carlo I. d’Angiò; fu quelli dichiarato legittimo Rè di Napoli da Clemente IV.; ed indi a qualche tempo spense in tutto il sangue Svevo, facendo decapitare nella piazza del mercato l’infelice Corradino. [p. 475 modifica]Signoreggiarono il Regno otto Re di quella famiglia; e rimastane alla fine erede Giovanna II. adottò Alfonso Re d’Aragona; il quale nel 1442. avendo vinta la fazione di Renato d’Angiò, prese Napoli per via degli aquidotti, e ne restò pacifico possessore. Regnarono cinque della famiglia d’Aragona, sino a tanto, che l’ultimo Federigo ne fu scacciato dagli Spagnuoli, e Francesi; i quali, a danni del terzo, aveano patteggiato di dividersi il Regno. Ma perche dissimilium infida societas, e’l regnare è un punto indivisibiie, e geloso; vennero indi a non molto tempo, in contesa i Capitani di Lodovico XII. e di Ferdinando il Cattolico; e riuscì a Gonsalvo di Cordova, altrimente detto il Gran Capitano, di cacciare in tutto i Francesi dal Regno, circa il 1503. A Ferdinando essendo succeduta Giovanna sua figlia, madre di Carlo V. è rimaso il Reame nell’Invittissima Casa d’Austria, che di presente, con tanta mansuetudine, il governa.

Per tante guerre, e mutazioni di Dominio, non si truova più in Napoli l’antica Napoli; anzi oggidì (dilatata più volte) è cresciuta a tal segno, che il circuito delle sue mura è presso a dieci miglia; e di tutte le abitazioni, compresivi i Borghi, [p. 476 modifica]vent’uno, e un quarto, in cui abitano più di cinquecento mila anime. Tiene nove porte dalla parte di terra, e sedici dal Mare. I Castelli sono tre, ben forniti d’artiglieria, e soldati; perocchè quello di Capuana non merita tal nome; e vi si radunano oggidì i Tribunali solamente.

Grandissima eloquenza quì mi sarebbe d’uopo, per celebrare tutte le doti, che la prodiga Natura diede al paese, in cui giace sì bella Città; e agli abitanti altresì: ma io non mi veggo abile a tanta impresa; e poi non v’ha Scrittore, o antico, o moderno, che non celebri la vaghezza, e fertilità de’ suoi piani, e de’ colli; la freschezza dell’acque, la generosità de’ vini, l’esquisitezza delle frutta, la copia de’ fiori; e in fine quivi unito tutto ciò, che di buono per lo Mondo è disperso: senza gir rammentando l’amenità de’ giardini, e le delizie del suo Posilipo. Bastevole argomento di ciò sarà, essere stata trascielta per loro abitazione, da’ più cari figliuoli delle Muse; come dal Principe de’ Poeti Virgilio, da Stazio, T. Livio, Orazio, Claudiano, Silio Italico, ed altri infiniti ne’ secoli appresso; da’ quali par che sia derivata a’ Napoletani Cittadini una particolare inchinazione a gli studj più nobili; ed ameni. [p. 477 modifica]

Se poi vorremo por mente al suo sito, ella sembra un bel Teatro, elevandosi a poco a poco sulle falde de’ vicini colli, che ha da Settentrione: se alle strade, sono ottimamente lastricate di viva pietra, e convenevolmente spaziose; se a’ palagi, et edificj pubblici, non spirano, che maestà; se alle Chiese, elleno sono quasi infinite, e tutte magnificamente ornate di oro, e di ottime dipinture: per tacer della vaga simmetria, ed architettura. Dall’altro canto non v’ha Città d’Europa, in cui sia tanta nobiltà di spirito, e di sangue; ed è difficile il comprendere se sia maggiore il numero de’ Letterati, o de’ Signori. Dalle sue scuole sono usciti tanti uomini illustri, che delle loro opere solamente potrebbesi fare una copiosissima, e perfetta libraria; se non regnasse una troppo gran negligenza (ma chi sa qual ne sia la cagione) di porre alla luce le virtuose fatiche degli eruditi.

S’aggiunge per cumulo di sue laudi, che anche le Provincie, soggette a sì gloriosa Metropoli fan produrre, ed han prodotto in ogni tempo scienziati uomini: e per tacer di Sallustio, nato in Amiterno, oggidì l’Aquila, di Ovidio in Sulmona, Ennio in Rudia, presso Lecce, [p. 478 modifica]Nevio in Capua, Pacuvio in Brindisi, Orazio in Venosa, Giovenale in Aquino, ed altri infiniti; la sola Magna Grecia, a cui è ristretto di presente il nome di Calabria, basta a darne materia d’un intero volume. Certamente se vi ha gloria di sapienza in Italia indi ebbe il suo cominciamento; imperocchè chi è colui che non sa, quanto ampiamente ivi si dilatasse la Filosofia Pitagorica, che con altro nome Italica venne appellata? e se Pittagora insegnando in Cotrone, ebbe tal volta sino a seicento discepoli; e dall’altro canto niuno nella di lui scuola fu giammai ricevuto, che ben disposto della persona, e di mente atta al filosofare non fusse; Diog. laër. chi di grazia potrà negare, che indi a non molto tempo infiniti, e tutti egregj filosofanti nelle nostre contrade dimorassero? C. c. Tuscul. 3. et alibi. Cicerone senza dubbio avvisa, che quel divino ingegno tutta Italia: Doctrinis omnibus expolivit: ma se attentamente leggerassi il libro di Iambuco Calcidico, là dove favella della setta Pittagorica, troveremo, che ella era presso, che tutta di Calabresi composta. Non voglio entrare in quistione se Pittagora stesso nato si fusse in Samo di Grecia (giusta la comunale opinione) o pure di [p. 479 modifica]Calabria, come affermò Teodoreto; Plutarc. in sympos. avvegnache Plutarco lo faccia di Locri; forse perche Samo era posta nel Territorio Locrese: ma niuna persona del Mondo potrà disdirmi, che oltre i meno famosi, Calabresi di Reggio si furono Teeteo, al quale Platone dirizzò il dialogo della scienza; Cic. definib. lib. 5. Tuscul. 1. e Timeo dell’istesso Platone maestro, Teagene primo spositor d’Omero; ed Aristide, e Parmenide, e Melisso, Archita, Zenone, e Zeleuco, gran filosofo, e legislatore: Tatian. advers. Gręcos. come anche Senocrate, poeta eroico, e musico; Iambl. defect. Pytag. Stesicoro poeta lirico, Alesside parimente Lirico, Orfeo, scrittore dell’Argonautica; Plin. lib. 1. (imperoche il Tracio, che fiorì innanzi la guerra Trojana, non potea a patto alcuno far menzione Clem. Alex. strom. 1. del Re Alcinoo, che visse ben 300. anni dopo) Menandro Comico Plutarc. de Musica.; e’l famoso Filolao, i di cui libri fur comperati dal divino Platone per 40. mine Alessandrine. Ne’ tempi poi più vicini, chi non invidierà la Calabria, per aver prodotto Cassiodoro, Giano Parrasio, Coriolano Martirano, Pomponio Leto, Berardino, ed Antonio Telesj, e Sertorio Quattrimani Suidas Lascaris de Philos. Calabr.; e a nostri dì, Marco Aurelio Severini, e Tommaso Cornelio, delle buono lettere, e della Filosofia ristoratori? Ma io [p. 480 modifica]troppo forse mi son disteso su questo punto; e temo che al cortese leggitore, ormai sazio del mio mal tessuto ragionare, non piccola noja avrò recato. Fie bene adunque, che già compiuto, grazie al Signore, il Giro del Mondo, egli a migliori studj rivolga l’animo; ed io alla fatica dello scrivere, non minore certamente del viaggio stesso, dia compimento.


IL FINE.