Guerino detto il Meschino/Capitolo XLI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XLI

../Capitolo XL ../Capitolo XLII IncludiIntestazione 26 marzo 2019 100% Da definire

Capitolo XL Capitolo XLII
[p. 314 modifica]
Guerino detto il Meschino p0017a.png


CAPITOLO XLI.


Il Tradimento.


Conforto ripresero i cittadini e la gente di Persepoli, e furono sortite le guardie ordinatamente. Dopo molti giorni, una mattina venne alla città un messaggiero, ed essendo il Meschino a tavola che mangiava, il messo gli disse in presenza di tutti: «Utinafar e Melidonio, figliuoli del valentissimo Galismarte, nipoti del re Astiladoro, tuoi nemici capitali, ti mandano a dire che tu ti renda a loro per prigione, e che tu debba rendere la città di Persepoli all’Almansore soldano di Persia, e la meretrice Antinisca tu la debba dare nelle mani di Lionetto, ch’ei la vuol far ardere e gittarne la polvere al vento». — Allora disse il Meschino: «S’io non guardassi alla fede che ho promesso di non far oltraggio a niun messaggiero, io ti farei cavar la lingua, perchè tu parlasti male contro Antinisca, ma per la fede ch’io ho promesso ti perdono». Poi disse il messaggiero: «Il mio signore Utinafar ti richiede di battaglia, e che tu fidi il campo;» poi dimandò chi era il ferocissimo Artibano di Liconia, e gli fu mostrato. Ei di disse: «Artibano! il figliuolo di Baranif ti manda a disfidare come mortale nemico, perchè tu uccidesti suo padre a tradimento». Rispose il franco [p. 315 modifica]Artibano: — «E se il padre suo fu traditore, ei lo somiglia: imperocchè sì bene mi fidò, già pochi giorni, e poi mi fece assalire da tutto il campo come un traditore, e per la fede ch’io giurai al principe di Taranto mio signore s’io mi potessi fidare di non esser tradito, io accetterei la battaglia». E così rispose il Meschino contro Utinafar, che volevano due ostaggi. — Il messo tornò al campo, ed essendo avanti a Lionetto fece l’ambasciata. Utinafar si rivoltò al fratello Melidonio, e lo pregò che volesse andarvi per ostaggio, ed ei non voleva andarvi; ma il fratello tanto lo pregò che pure fu contento d’andare. Mandarono pel salvo condotto e fu mandato dentro Melidonio turco ed ordinata la battaglia per la seguente mattina.

La mattina il Meschino per aver ogni suo onore, subito quando il sole apparve venne alla battaglia di fuori della città; pregò Alessandro che attendesse acciò Melidonio non fuggisse, e pregò Parvidas che guardasse bene la città, e disse ad Artibano che stesse ben armato; che sebben avessero l’ostaggio non era da fidarsi di essi. — Allora disse Artibano: «Per il Dio che mi ha fatto salvare, se essi faranno alcuna mossa, farò tagliar la testa a Melidonio;» poi si armò e stette armato con molti cavalieri. — Quando il Meschino fu fuori della terra, e trovato il suo nemico, lo salutò. Rispose Utinafar: «Guerino, tu sia il mal venuto, che tanti del mio lignaggio hai fatto perire, ma per virtù di Macometto tu non ucciderai più niuno!» Allora disse Guerino: «Se io li ho uccisi, non lo feci a tradimento, ma li ho ammazzati con la spada in mano e però non posso essere biasimato se non a torto». — Quindi si sfidarono colle lancie in mano, e aspramente si percossero. Utinafar era buon cavaliero, e non fu tra loro con le lancie alcun vantaggio, e venuti alle spade fecero una gran battaglia, tagliandosi tutte l’arme ed alla fine si stancarono. Presero alquanto di riposo, e uno dimandava all’altro che si rendesse, e Utinafar diceva di perdonargli la vita e fargli perdonare da Lionetto, il quale era con molti signori appresso a loro una mezza arcata, per vedere la battaglia. In questo mezzo Alessandro che vide mover Lionetto dal padiglione, dubitò che non assalissero il Meschino, e armato montò a cavallo, raccomandando Melidonio a Parvidas cittadino. Poi se ne venne alla porta, e disse [p. 316 modifica]ad Artibano quel che aveva veduto, e tutti e due uscirono dalla città con quattro mila cavalieri, e se ne stavano a lato delle mura. Mentre che queste cose seguivano, essendo Melidonio sotto la guardia di Parvidas che conosceva, e tenendolo per mano, salendo su per una scala, disse Melidonio: «O Parvidas! che credi tu del fine di questa guerra?» Egli rispose sospirando! — «Disse Melidonio: «Voi siete mal consigliati a volere per una vil femmina disfar la vostra città». E Parvidas sospirava! — Allora riprese Melidonio: «Per mia fede, se tu farai il mio consiglio, conserverai questa città, ch’ella non sarà guasta e disfatta». Rispose Parvidas: «Io non tradirei mai questo cavaliero e più presto consentirei di morire». Disse Melidonio: «Tu non sei savio, e pensa d’onde potresti mai aver soccorso. Essi son cristiani e tu sei della nostra fede, però devi ajutare la nostra legge. Oh quante vostre figliuole saranno maltrattate, e voi e i vostri figliuoli sarete morti e morirete di fame! Non vedi tu che il Soldano è di là dal fiume? D’onde potrete aver soccorso? Non vedi tu quanta gente è di qua con Lionetto? Non è d’aver speranza se non di morte e distruzione della città. Per Macometto! Se tu vorrai acconsentire, ti farò perdonare la vita, farò perdonare alla città e sarete tutti salvi, solo che mettiate il Meschino ed Alessandro nelle mani di Lionetto e ancora vi prometto di far perdonare ad Antinisca». — Parvidas udendo queste promesse e vedendo esser giuste, acconsentì al volere di Lionetto, e disse: «Come potremo far questo?» Melidonio rispose: «Quando io sarò in campo tratterò sotto finta di pace che voi mandiate dieci cittadini dei migliori della città a parlamento col Soldano, e vi farò promettere sotto malizia di perdonare al Meschino per amor di quello che fece nell’altra guerra contro di mio padre, e tu tieni modo di essere uno di quelli che hanno da confermare la pace». — Così ordinarono di finire questo trattato.

Ricominciata il Meschino e Utinafar la battaglia più fieramente che prima, Lionetto e gli altri molto laudavano ambedue per franchi cavalieri. I due campioni si abbracciarono, cadettero in terra dai cavalli, e nel cadere Utinafar andò di sotto, a cui il Meschino s’affrettò di rompere la visiera, e senza dimandare che si rendesse, col coltello l’uccise. Quando fu morto, montò a cavallo, che niuno l’offese, e tornò verso la città, ed i Turchi mandarono [p. T40 modifica]S’impalmarono l’uno l’altro. [p. 317 modifica]spronando un cavaliere a dimandare al Meschino il corpo di Utinafar, e richiedere ch’ei gli rendesse Melidonio. Venne il messo a palazzo dove si faceva gran festa per la vittoria ricevuta e massime per la bella Antinisca. Quando Melidonio udì che suo fratello era morto, fece gran lamento, malediceva la guerra, la quale aveva disfatto lui e tutto il suo lignaggio. Gli fu fatto intendere da parte del Meschino che ritornasse nel campo, ond’egli subito si partì, tornò dal Soldano e dissegli tutto il ragionamento ch’aveva avuto con Parvidas. Il Soldano fu contento di perdonare ai cittadini, per non guastare la terra. E radunati al padiglione del Soldano Lionetto, molti re ed altri signori, fu parlato della pace; ma era tenuto secreto il tradimento e alla fine fu rimesso in tre persone, cioè Lionetto, Melidonio e Margara, che quello che loro facessero fosse ben fatto. E passati molti giorni, non vedendo il modo di venir all’esecuzione, Melidonio pensatosi una maniera speculativa, ordinò che il Soldano si mostrasse adirato con Lionetto e volesse che almeno facesse pace con la città, e perdonasse al Meschino per amor di quello che fece nella guerra passata contro il re Galismarte e perdonare anco a’ suoi compagni; e finse che Lionetto e Melidonio tenessero insieme. Mostrò più volte di far levare il campo a rumore e con far fuggir gente nella città, che dicessero esser fuggiti per amore dei Turchi, dubitando di esser un giorno morti per la differenza che era nel campo, dicendo che il Soldano voleva perdonare al Meschino ed alla città, per amor della guerra già da lui fatta, e come Lionetto non voleva. Dissero com’eran bandeggiati di Media, dicendo: — «Se i Turchi che tengono con Lionetto fossero morti, noi saremmo morti con loro, e tra quelli di Persia avremmo mal stare!» — Dopo questi mandò il Soldano due cavalieri nella città, e dissero in cospetto di tutti, che il Soldano voleva perdonare a quelli della città; non facessero altro motivo sino che s’accordassero insieme egli e il figliuolo, e che apparecchiassero ambasciatori che venissero a domandare la pace, quando fossero d’accordo col figliuolo. Gli fu fatto per questo onore, e si fece grande allegrezza per tutta la città. Parvidas cominciò a parlare sotto questa coperta ai principali cittadini, e tutti convertì alla sua volontà tanto che ognuno lo seguitava.

In questo mezzo i Persiani mandarono due ambasciatori nella [p. 318 modifica]città, i quali, essendo radunati molti cittadini col Meschino, con Alessandro ed Artibano, dissero: «O nobilissimi siqnori, o Alessandro, o Parvidas, o Artibano! oh! quanto avete da lodare Dio, ch’essendo voi assediati con perduta speranza di non avere mai soccorso, il nostro Almansore e Soldano, come gentile e discreto signore, è contento di perdonare a tutti i nemici, e questo fa solamente per non essere ingrato al benefizio ricevuto da Guerino, ed ha fatto una gran fatica a fare questo, di quietare il suo figliuolo; ma per la grazia di Macometto la pace è fatta tra il padre e il figliuolo, ed è rimasto contento il figliuolo di quello che piace al padre, per ordinare dieci ambasciatori, cittadini di questa città, che vengano a parlamento col Soldano, a trattare e affermar sodamente la pace con lui, e sarete figliuoli del Soldano». — A questo tutti i cittadini concordi dicevano che si mandassero ambasciatori. Il Meschino per non turbare la città fu contento, e furono eletti dieci cittadini, il principale de’ quali fu Parvidas. Dissero agli ambasciatori del Soldano che tornassero al campo, che nella seguente mattina sarebbero dal Soldano e da Lionetto, ed essi tornarono al padiglione. Allora il Soldano ordinò che i sopraddetti tre, in cui la pace era rimessa, cioè Lionetto, Margara e Melidonio, dovessero vedere e trattare con gli ambasciatori della città e quel che facessero fosse ben fatto.

La sera il Meschino parlò con i dieci cittadini, e disse loro: — «Carissimi miei, io son molto allegro della vostra salute; voi sapete bene, che per liberarvi dalle mani de’ Turchi, molte battaglie ho fatto e portato grandi pericoli. Io sentii in Grecia il vostro gravoso assedio, e venni in vostro soccorso, nel quale fui per essere ucciso da Baranif signore di Comopoli. Per la mercè di Dio e di questo cavaliero Artibano, altramente per nome chiamato Fidelfranco, sono campato, e sono stato circa un anno in questa vostra città in difesa vostra e d’Antinisca, la qual dovete amare come vostra figliuola. Però vi prego in questa vostra andata, che voi formiate la pace con sicuri patti, acciocchè abbiate riposo, ma non vinca tanto la volontà che voi abbiate di pace per aver poi guerra. Legate i patti per modo, che non siate ingannati, e che la vostra città e i vostri figliuoli e le vostre donne non sieno disfatte e vadano per il mondo raminghi. [p. 319 modifica]E a noi tre, io, Alessandro e Artibano, non può altro ch’una cosa nuocere, cioè la morte, nella qual sempre saremo vivi nel cospetto degli uomini. E per l’amor ch’io porto a voi, carissimi fratelli, mi muovo a dire queste parole con sicurtà». — Quindi raccomandò a loro Antinisca, e che nella pace si contenesse in prima conclusione che Antinisca fosse salva. — Allora parlò Parvidas, e disse che l’amor della città toccava più a loro che al Meschino che lo ringraziavano; e che farebbero sì fatta pace, ch’egli e i compagni sarebbero salvi, e Antinisca ed i cittadini sarebbero contenti, e quando non fosse buona pace non la farebbero. Ancora promise di non confermare la pace, se prima non fosse riferito tutto al Meschino e al consiglio della città, e con questa conclusione si partì la mattina, e andò al campo del Soldano con gli altri compagni. Quando furono partiti, Trifalo figliuolo dell’oste secretamente parlò col Meschino dicendogli: — «O signor mio, potrei io soffrire per l’onore che ho io ricevuto da te, avendo mandato Parvidas per ambasciatore, che io non ti dicessi il tradimento che Parvidas ti fa! Sappi ch’egli ha tutti i cittadini rivolti alla volontà del Soldano, e credo che questa pace non sia buona, imperocchè ella è viziata, credendo io che Parvidas la cominciasse con tradimento a trattare con Melidonio il giorno che l’ebbe in guardia. Però, Signor mio, guardati da lui, che temo ch’ei sia contra di te; tu sai che mio padre fu morto in battaglia e non ho altro parente che la tua persona, la quale mi fece cavaliero; però fatti buona guardia!»

Quando il Meschino intese le parole di Trifalo, pensando ai certi strani segni di Parvidas, subito mandò per Alessandro ed Artibano, di questo parlando a loro in presenza di Trifalo. Il franco Artibano disse: — «Quand’egli tornerà, se mi date licenza, con le mie mani gli taglierò la testa». — Rispose Guerino: «Non è da far cosa alcuna, perchè il popolo tiene da lui e così quelli di fuori, ma noi terremo modo e maniera di campare». — Disse Artibano: «O Trifalo, se noi potessimo sconosciuti passar il campo, non ti darebbe il cuore di guidarci per luoghi che non fossimo visti?» — Rispose Trifalo: «La tua fede! se noi scappiamo fuori di questo campo, io vi guiderò per ignoti luoghi [p. 320 modifica]per cinque giornate, che mai niuno di costoro ci troverà». — Allora s’impalmarono l’uno l’altro di dormir insieme con le spade in mano, se alcun accidente gli travenisse e di stare armati insieme ad aspettar la risposta di Parvidas, e ordinarono di parlare ad Antinisca per menarla con loro. Appena Antinisca di questo fu avvisata, grandissimo pianto fece tremando tutta di paura, e disse al Meschino: — «Io farò tutto quello che mi comanderai!» Il Meschino disse ch’ella stesse attenta onde sentire quello che si trattava.

Giunti gli ambasciatori di Persepoli nel campo dinanzi al Soldano e Lionetto con i due eletti, fecero a loro proposta sopra l’aspra e falsa pace, dicendo di dare la città in mano del Soldano e ch’ogni ingiuria fosse perdonata ad Antinisca e a tutti quelli della città, che il Meschino e i compagni fossero salvi e sicuri condotti in Armenia per modo che liberi in Costantinopoli potessero andare, e Antinisca fosse moglie di Lionetto, e se egli più non la volesse, fosse maritata ad un barone del reame di Persia. Il Soldano rispose, che tutte queste cose rimetteva nelle mani di Lionetto, Margara e Melidonio, e quello che tutti tre facessero fosse ben fatto. — Ad istanza di Parvidas, il Meschino fu avvertito del contrario, perchè non s’avvedesse del tradimento. — «Allora, disse Lionetto, se voi volete la pace da noi, io voglio nelle mani il Meschino e Alessandro ed Artibano, e sono contento che voi diate nelle mani del padre la bella Antinisca, ed ella poi si mariti e faccia il suo volere». Disse Parvidas: — «Noi la daremo per moglie a Melidonio, il quale voi avete allato!» Ognuno se ne rise, e Melidonio l’accettò. Allora Parvidas e i compagni giurarono di dare la città a Lionetto, che giurò di perdonare a loro, e formarono la pace col padre di lui, sicchè restò conchiuso veramente che essi darebbero nelle mani di Lionetto i tre baroni prigioni o veramente morti, ed egli perdonerebbe a tutti quelli della città salvo che i Cristiani predetti. E così fu affermato il tradimento contra il franco Guerino e i suoi compagni.

Il Meschino e i compagni mostrarono di ciò esser contenti, e fecero vista di non avvedersi del tradimento. Sentirono come di notte volevano fare l’entrata; si dimostrarono contenti e [p. 321 modifica]seguitarono a pregare Parvidas, che facesse i partiti sicuri che essi non fossero ingannati, ed ei così promise facendosi per questa pace grandissima allegrezza nella città. Il valente Trifalo amico del franco Guerino, parlò ad uno di que’ cittadini che erano stati con Parvidas, il quale non credendo che Trifalo li andasse a palesare, manifestò ogni cosa per ordine. Trifalo se ne mostrò molto allegro, e quando potè, se ne venne secretamente dal franco Meschino, e ogni cosa per ordine gli disse. Per questo ordinarono la notte, quando Parvidas andasse al campo, di mandare trecento cavalieri con lui, ed essi armati quella notte e travestiti, con Antinisca e Trifalo e i compagni fuggirsene verso Media secretamente. Là il ferocissimo Altibano disse: — «Uccidiamo prima Parvidas». — Rispose il Meschino: «Tu non vedi che tutto il popolo inclina a questo tradimento, e non siamo che quattro, e come ci potremo noi difendere in una città da tanta nemica gente?» — Per questo rimase accordato che non uccidessero Parvidas, perchè ancora s’avvidero che i Mediani s’erano accordati per la terza notte. Essi dissero al franco Meschino che volevano andare al campo e attendere alla promessa del Soldano, e il franco Guerino faceva loro allegro volto e disse a Parvidas: — «O caro mio fratello, fa i patti chiari che io non sia ingannato!» e detto questo soggiunse: «Io manderò con te trecento cavalieri per tuo onore, tutti con le lancie in mano». — Di questo Parvidas fu molto contento e il Meschino disse: «Va e mettiti in punto, che io farò armare i cavalieri!» E così fece. Il franco Meschino subito mandò a dire ad Antinisca che s’apparecchiasse come avevano ordinato, e subito ella si vestì come maschio in parte armata. Guerino e i compagni apparecchiarono cinque cavalli i migliori della corte, ed aspettarono tutti cinque che Parvidas venisse per le chiavi, il quale venuto, andò il franco Meschino ancora a pregarlo ch’ei facesse i patti chiari. Disse Parvidas: «Se voi volete, io farò venire il Soldano in persona a giurare a voi la pace». Rispose il Meschino: «Io mi fido tanto di te, ch’io non curo niente; ancora io ti do piena balía e libertà, e conosco la lealtà del Soldano, che non acconsentirebbe a niun inganno». — Allora Parvidas si partì colle chiavi della porta, chiamata porta Rabbia, [p. 322 modifica]la quale andava verso la città di Damasco, e quando fu partito, il franco Guerino fece serrare la porta di dietro che usciva per il giardino, avendo l’elmo sfornito di ogni ricchezza, per non parere un signore, e tutti i suoi compagni con Antinisca uscirono armati a cavallo, tutti con le lancie in mano, eccettuato lui che non aveva elmo, ma un cappello alla turchesca, un arco ed un turcasso. Tutti avevan vesti contraffatte ed era circa a mezzanotte quando giunsero alla porta che ancora non erano fuori i trecento cavalieri. Essi in fretta uscirono dalla città, e Parvidas, perchè il campo non si levasse a rumore, li fece star a lato il fosso e mandò verso il campo due i quali significassero ch’era Parvidas. Allora venne Melidonio, Durachio d’Artinis e Tarsidonio di Comopoli, i quali erano tutti armati, ed aspettavano Parvidas, ed era quasi tutto il campo armato. Questi lo menarono verso il padiglione di Lionetto. Il Meschino e i compagni in questo mezzo stretti insieme si cominciarono ad allontanare da loro. — Parvidas giunse al padiglione. — Già era Trifalo lungi da loro mezzo miglio, passarono pel campo verso Media, e andarono tutti cinque scostandosi sempre dai nemici.

Parvidas, quando giunse al padiglione di Lionetto, trovò molta gente armata, e Lionetto fecegli grandissimo onore, e appresso poco stettero che misero con loro gran quantità di gente. Venne Parvidas con mille armati, presero la porta e dopo di lui giunse Melidonio il turco e la sua compagnia, Durachio d’Artinis e Tarsidonio da Comopoli con dieci mila armati, il re Margara e Nacarin con trenta mila, e dietro di loro venne Lionetto con tutto il resto del campo. Poichè Parvidas ebbe presa la porta, entrò dietro la seconda e la terza schiera. Disse Lionetto: «Andiamo al palazzo dove è il Meschino!» E giunti, trovandolo serrato, credettero che si volesse mettere in difesa. Comandò che fosse per forza preso il palazzo; allora fu combattuto e niuna persona lo difendeva. Quando fu aperto il palazzo andò cercando per tutto, e non trovando il Meschino, nè i compagni, nè Antinisca, molto s’adirò Lionetto. Chiamò Parvidas e disse: «Dove sono costoro?» Gli rispose: «Signore, lo lasciai qui, e subito serrarono la porta quando mi partii da loro». Disse Lionetto verso Parvidas: «Tu li hai scampati!» e gridò a’ suoi cavalieri che l’uccidessero, e fu [p. 323 modifica]tosto tagliato a pezzi. — Per questo si levò gran rumore tra la gente di Persia, e cominciarono ad uccidere quelli della città, e la misero a sacco, e furono morti tutti gli uomini della città, e tutte le donne andarono a male con le loro fanciulle, sforzate con vituperj. Quando il Soldano seppe la rovina della città, e come non si trovava il Meschino, ebbe molto per male la molte de’ cittadini. Le genti di Melidonio cominciarono a combattere i Persiani. Levato il rumore tra i Persiani, il terzo giorno ch’erano entrati in Persepoli fu morto Melidonio, e tutti i Turchi ch’erano con lui, e non si seppe dove fossero andati i Cristiani. La città di Persepoli fu per la maggior parte disfatta. — Il Soldano tornò ne’ suoi paesi di Persia e tutti gli altri signori ognuno nel suo paese, facendosi gran maraviglia come il Meschino fosse campato.


Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841 (page 419 crop).jpg