I Marmi/Parte prima/Ragionamento sesto/Il Porcellino speziale, il Cerrota torniaio e Barlacchi banditore

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Il Porcellino speziale, il Cerrota torniaio e Barlacchi banditore

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Il Porcellino speziale, il Cerrota torniaio e Barlacchi banditore
Parte prima - Ciano, Pandolfino e Lorenzo Scala Parte prima - Ragionamento settimo

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Il Porcellino speziale, il Cerrota torniaio
e Barlacchi banditore.

Porcellino. È egli vero o no che tu facci un libro nuovo di cose sotto terra, cioè che tu mostri che ogni nostra materia è lá sotterrata e che a poco a poco esca fuori?

Cerrota. Questa è pure una cosa grande che a’ Marmi si sappia tutti i fatti d’altri! Chi t’ha detto di mio libro, miei umori o materie?

Porcellino. Si sa, è cosa publica.

Cerrota. Come publica, che a pena n’ho fatto quattro fogli di scrittura?

Porcellino. Ascolta se sono quattro o cinque: primamente e’ dicono che tu ti sei immaginato d’esser sotto terra e poter passare per tutte le caverne con quella facilitá che tu passeggi su questa piazza e poter andare di caverna in caverna e di sotto un monte sotto l’altro e, brevemente, per ogni vena, luogo sotterraneo, bagno, pozzo e grotta senza impedimento, come fa l’ombra.

Cerrota. Io non ho giá pensato tanto inanzi; costoro dicano piú di me un pezzo.

Porcellino. Pensa che gli hanno detto che tu camini per tutti i fondi del mare e racconti le novitá che tu v’hai trovate; e, per parte di questa cosa, per dirti se si dice inanzi, e’ vogliono che tu trovi, per tutto dove tu vai, ombre, ombre, ombre.

Cerrota. Forse che di questo potrebbon dir il vero.

Porcellino. La prima ombra è che tu t’imagini, in quei profondi del mare, d’esser in un altro mondo, come questo, e che tutta l’acqua sia il tuo cielo e aere; e sanno che tu ti sei creduto che, súbito che ti vien voglia, come dire d’un giardino fiorito, egli apparisca e tu lo goda insinoche tu fai un’altra [p. 100 modifica] imaginazione, come dire d’essere a una mensa apparecchiata e a modo tuo fornita di cibi, di donne e di convitati; dopo questa ei ti venga voglia di volare, d’andare in un súbito, di godere una cosa, di farti invisibile, e tanto, brevemente, quanto tu t’imagini, sia fatto tanto presto quanto si fa il moto con l’intelletto.

Cerrota. Una parte vi sono di cotesti umori; ma a chi io voglio male, che dicono che io faccio?

Porcellino. Súbito che tu vuoi fargli divorare da mille serpenti insin suPl’ossa, ecco fatto: quando tu pensi di fargli di nuovo vivi e di nuovo morire con tanti tormenti quanti ti sai pensare, sia fatto mille e mille volte.

Cerrota. E’ son per la via: oh, io concio male i miei nimici, lá in quei fondi!

Porcellino. Dimmi il vero: come chiami tu cotesto libro, 11 titolo, dico?

Cerrota. Il mondo nuovo. Dimmi se tu ne sai altro.

Porcellino. Mille cose hanno detto che tu vi metti dentro in cotesto, poi che tu l’hai battezzato, Mondo nuovo. E’ mi par che tu voglia che le figure di marmo e di pietra non si faccino dagli scultori, anzi, che gli scultori non le sanno fare.

Cerrota. O che sanno fare?

Porcellino. Sanno scoprirle, ché le son dentro a quel pezzo di marmo fatte.

Barlacchi. La mi va questa ragione, perché io ho veduto levar, levare e levar tanto che la scuoprino, e, come l’è scoperta, non ne lievin piú.

Porcellino. E coloro che levano troppo d’una spalla o d’un piede o d’un ginocchio non vengano eglino a fare...?

Barlacchi. A guastare, dice il libro, n’è vero, Cerrota? a storpiar quella bella cosa che vi era dentro.

Cerrota. Tu l’indovinasti. Volete voi vedere che non sanno fare? Che s’una figura è rotta, di quelle antiche, e’ non vi son membra posticcie che stien bene: adunque non sanno se non, levando, scoprire. Non sapete voi di quello scarpellino che Michel Agnolo Buonarruoti messe intorno a quel pezzo di [p. 101 modifica] pietra, e dicendogli: — Lieva di qua, scarpella un poco da questo canto, subbia qui, da capo; trapana qua disotto — e: — bevane un poco di costí — e: — lima un altro poco colá — egli gli fece fare un bel termine? Quando lo scarpellino si vedde quella cosa inanzi, se gli voltò e disse: — Chi avrebbe detto che ci fosse stato sí bell’uomo in questo sasso sí brutto? Se voi non me lo facevate scoprire, mai ce l’avrei veduto dentro. —

Barlacchi. Sará bella cosa il vostro libro, se dice di queste cose nuove! Tenete menato, e ditecene quattro altre.

Cerrota. Tutte le cose che sono, inanzi che le fussino, l’erano disunite, e non è cosa bella, se la non è unita,

Barlacchi. Squadernatemi questa logica filosofica, ché io vo tastoni per coteste parole.

Cerrota. Un architettore che vuol fare un palazzo, súbito si mette nel capo calcina, pietre, mattoni, travi, usci e finestre. Questo maestro non è egli di terra?

Barlacchi. Questo non si può negare.

Cerrota. Ecco che egli cava dentro alla sua terra, sotto terra, la prima cosa il disegno di quel palazzo e ve lo ha tutto tutto finito a punto a punto.

Barlacchi. Altrimenti non potrebbe far modegli: chiarissimo.

Cerrota. Quando egli l’ha dentro, di’ che lo getti fuori! Non mai; anzi, sí come egli l’ha lá sotto la terra, fa mestiero che di sotto terra lo cavi; e tosto fa cavare i sassi dalla calcina, la terra da mattoni, le pietre per i conci e a poco a poco mette su, mette su tanto che lo fa venir fuori della terra tutto: e l’avrebbe fatto tutto a un tratto, ma bisogna esser maestro e non ombra del maestro. Non direte voi che quel palazzo era sotto terra?

Barlacchi. Si, ma in pezzi.

Cerrota. Io dico intero intero.

Barlacchi. In pezzi, in buon’ora!

Cerrota. Intero, in buon ponto! Ma come avresti voi tirato a un tratto una cosa sí grande, che pesa tanto, fuori a un tratto? Se la fosse stata possibile a fare, l’avrebbe fatta. [p. 102 modifica]

Vedete che l’Aguglia, che era sotto terra anch’ella, perché non era di pezzi, si cavò fuori intera intera: il palazzo è di pezzi, però non si può trar fuori saldo e intero.

Barlacchi. Questa né è stata piú detta su’ libri né a bocca; e sará Mondo nuovo da dovero.

Cerrota. Le figure che si fanno di terra si cavano di sotto terra; ma perché le son tènere, bisogna farle nascere a poco a poco.

Barlacchi. Forse che quelle che si cavano di sotto terra a Roma, perché son dure, nascono intere e, per esser dure, si sbarbano intere intere.

Cerrota. A quelle che manca la testa o il piede, la gamba o una mano?

Barlacchi. Sonvi state poco sotto terra; bisognava lasciarvele insino che le facessin tutti i membri.

Cerrota. Le son pazzie da dire le vostre?

Barlacchi. Sí, che siate Salamone, voi, e dite cose savie, per dio!

Cerrota. Mettiamo che voi non avessi mai piú veduto lume e uno vi mostrassi un pinocchio, poi vi mostrassi un pino e vi dicessi: — Vedi tu questo cotalino picciolo? Io lo voglio far diventar grande come questo arbore. — Voi ve ne ridereste. — No — direi io — qui sotto terra è questo arbore, dove lo ficco questo poco di cosa. — Egli poi nascessi e crescessi e voi vivessi tanto infino al par di quello, che direste voi? Non potresti giá dir altro se non che a poco a poco e’ fosse uscito di sotto terra, e direste il vero. — Noi altri mangiamo tutte le cose che di sotto la terra escono e ce le mettiamo in bocca, perché le ci fanno crescere — dirá ognuno. — Messer no, che la non è cosí: la terra dá della terra all’altra terra, che sián noi, e noi della nostra diamo all’altra; poi alla fine noi ci adiriamo insieme, perché ciascuna di queste terre gli pare esser da piú, e una dice: — Io ti lavoro — e l’altra: — Io ti pasco e ti fo crescere; ciò che tu hai, l’hai cavato di qua sotto; dammi il mio! — Non — dicián noi — l’ho fatto io di sopra questo palazzo, questa roba e ogni cosa. — E’ non è vero; tutto è [p. 103 modifica] uscito di qua e lo rivoglio. — All’ultimo, noi ci abocchiamo insieme, e andiamo dinanzi a chi ci giudica; ma la lite è lunga come un secolo: però siamo parte su e parte giú e spesso spesso c’è fatto fare la pace e stiamo insieme e a poco a poco ripigliamo tutte le nostre cose che vivendo avevamo cavate di sotto terra e ve le ritorniamo.

Barlacchi. Quando quel palazzo che era sul Tevere fu inghiottito dalla terra, dovettero esser coloro che v’eran dentro che, dovendo andar sotto, furon d’accordo le terre insieme, id est l’uomo e la terra; e però tirarono con esso loro il palazzo in un medesimo punto, senza avere a litigare; o pure il palazzo era tutto d’un pezzo ed entrò sotto d’un pezzo, come d’un pezzo n’era uscito.

Cerrota. Chi ti volesse dare una minuta di coteste novelle a punto, bisognava esser nato quando egli si pose sopra terra: basta che non si vedde mai piú. Quando gli scalzarono l’Aguglia, un di questi anni, non fu per altro che per voler vedere se l’era ben barbata, se quella gran cosa era nata quivi o pur cavata di sotto terra; ma quando furono un pezzo in giú, trovarono che l’era barbicata bene bene e non si potettero chiarire. Oh, chi potesse fare che la terra stessi cheta e non litigassi con esso noi (in fine egli è il diavolo a piatir con i cimiteri) per ispazio di trenta o quaranta mila anni, che risa faremmo noi di noi medesimi! Veramente noi paiamo tanti bacherozzoli che andiamo bucando di qua e di lá, che ci aggiriamo intorno e torniamo e ritorniamo a far e rifare quelle medesime cose che fatte e rifatte mille e mille volte abbiamo. O poveretti a noi, che girandoliamo senza aver mai un riposo al mondo, per non nulla! A che pensate, Barlacchi, che vi séte cosí afissato?

Barlacchi. Penso che gli elementi si prestano l’un l’altro; e quando uno ha goduto un pezzo qualcosa, l’altro la vuole; come dire, quando l’aere ha tenuto un pezzo il freddo, il fuoco, che è il caldo, vuol goder la parte sua; quando il freddo e il caldo, che uno è aere e l’altro fuoco, s’è pasciuto, l’acqua vuol la sua parte della terra e la terra vuol quel che se gli conviene d’acqua, di fuoco e d’aere. [p. 104 modifica]

Cerrota. Bene, oh bene! Ma bisogna ancor considerare che da questo pareggiamento si mantiene questa macchina — disse il filosofo secco — insieme, che non cresce e non scema. È ben vero che certi savi della villa tenevano, in quel tempo del diebusilli che vivevon, che il fuoco la vinca, id est che a poco a poco la vadi consumando; ma egli è tanto poco che non si può in sí poco corso di vita comprendere, perché etá di cento uomini non la vede sminuire un dito; in modo che voglion dire che il fuoco la finirá questa macchina del globo terreno.

Barlacchi. Diascol, voi séte dotto! la signoria vostra sa dir globo! Io ho ben considerato talvolta il monte di Fiesole, dove si cavano tutti i macinghi, perché s’adoprano a fabricare in Firenze, e mi pare una gran cosa che quel monte non iscemi, cavandone tante e tante migliaia di some; ché se si potessin metter tutte le pietre che sono uscite di Fiesole l’una sopra l’altra, le farebbono altrettanto monte.

Cerrota. Ecco quel che io dico: che bisognerebbe poter vivere parecchi migliaia d’anni, a fare cotesto giudizio. E che sí, se venisse a Fiesole il primo scarpellino che vi scarpellasse mai, che si stupirebbe, e direbbe: — Dove sono stati portati mai tanti conci che sono stati levati di questa montagna? Oh l’era grande! la non è la metá! —

Barlacchi. Forse che i sassi crescono: che sai tu di questo? Ma crescano a poco a poco, come fanno i denti in bocca di noi altri. I denti son pur duri come osso, e pur crescano; cosí gli stinchi e le costole, che son dure come i denti. La terra debbe far crescere ancor lei le sue ossa, che sono i sassi; e come voi dite (perdonatemi, io dico «tu» e «voi» e «la signoria vostra» come mi vien a bocca, ché questa usanza non era de’ vecchi di dire altro che «tu»; ma queste cortigianie ci hanno messa questa usanza fastidiosa, e quell’altra di cavarsi la berretta, che gli venga il gavocciolo; or su), se si vivessi cinquanta o dugento mila anni, si vedrebbe di belle cronache.

Cerrota. Toglietene bene: la cosa non andrebbe molte migliaia inanzi, che si vedrebbe fare il medesimo, le medesime [p. 105 modifica] cose, i medesimi fatti; brevemente, voi vedresti una ruota che fa e disfa, va e torna: però disse il maestro delle concordanze, nel libro del Contrasto dí Carnesciale e della Quaresima, che noi torneremo in capo a un certo tempo lungo lungo, e, perché la memoria non è ricordevole, però noi ce lo dimentichiamo.

Barlacchi. Il fare che noi facciamo e l’operare che noi operiamo mi par che sia un mettere insieme molte cose disunite e farne una unita: il veder lá in terra una statua di marmo in pezzi son disunioni; mettegli insieme, fa un’unione d’una figura.

Cerrota. Ecco un esempio che è migliore: qua è un quadro d’Andrea del Sarto mirabile; e un pittor valente valente come Bronzino ti mostrerá una tavoletta, co’ venticinque colori sopra, e dice: — Vedete voi qua? Quel quadro è in questi colori; e che sia il vero, lo farò conoscere adesso adesso. — E comincia sopra d’un altro quadro a ritrarlo. Chi fosse nuovo uccello, a questa cosa stupirebbe. I colori son tutti usciti della terra; però non è maraviglia se dipingono un uomo colorito, perché l’uomo ha cavato della terra anch’egli il colore; e questa terra participa di tutti gli elementi, id est gode, sí come l’uomo ne gode anch’egli.

Barlacchi. I frutti ancóra sono usciti della terra e il dipintore con la terra gli dipinge che paion veri al colore; in modo che terra con terra, produce di terra, fa di terra, e ogni cosa va in terra. Però si dice: «Ricordati che tu sei terra e terra tornerai».

Cerrota. I frutti son sotto terra cosí begli e cosí coloriti, suavi e delicati come di sopra, secondo il mio Mondo nuovo; ma escon fuori a poco a poco, come fa una gran chiocciola della sua piccola casa. Chi ti mostrasse una chiocciola serrata di verno e te la dipingessi come ella è fatta, con le cornetta, con la bocca, occhi e tante altre cose, non credereste che la potesse capire in sí poco guscio; quando l’è cavata fuori, mai ve la fareste star dentro tutta; e pur son cose naturali, che non ci son capaci! — Oh questa cosa è nata qui! — Nata [p. 106 modifica] sarebbe ella, se súbito a perfezione la saltasse fuori, come fanno le cose della Badia a Buonsollazzo, che si trova la prima sera che si muore, dove il piovano Arlotto si stava a far buon tempo, secondo che scrive il Doni nelle sue lettere in burla.

Barlacchi. Cotesto sará un Mondo nuovo da vero. Andiamo insino a casa, poi diremo un’altra sera il resto.

Cerrota. Oh quante cose vi son dentro nuove da dire!

Porcellino. La mi riesce meglio che io non pensava. E’ non ne sanno il terzo adunque costoro.

Cerrota. Né ancóra un debil principio; e si credon saperne il fine!