I Saluzzesi/IX

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VIII

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IX.


     1885Bella fra tutte umane imprese è quella
Dell’uom che avvampa di desìo di pace
E di perdon, non per suo proprio bene,
Ma per altrui! ma per servire a Dio,
Ed alla dolce patria e ad infelici
1890Cuori ch’egli ama e consolare anela!
Tal nell’ire civili è il vostro uficio,
O vegliardi autorevoli che all’ara
Del Dio di pace consecraste i giorni!
     Ecco arrivare al campo Ugo e Maria:

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1895E mentre del marchese al padiglione
Van rivolgendo accelerati i passi,
Veggono appunto da catena stretto
A fisso legno fra custodi Arrigo.
     Con qual pianto e quali impeti di grida
1900Prorompe la fanciulla infra le care
Braccia paterne! e qual celeste han suono
Sue filïali tenere parole
A genitor così infelice? Ei serra
Al sen quella innocente; e sclama:
                                                                      — Oh gioia!
1905Ma insana gioia! Oh nuovi affanni orrendi!
Deh, perchè a me non li sparmiava Iddio?
Non misero abbastanza era il mio fato,
Ugo crudel? Tu qui la figlia traggi
A vedermi morir!
                                   — Padre, ei mi tragge
1910A salvare i tuoi dì.
                                      — Che? supplicando
Codardamente il vincitor maligno
Di largirmi il perdon? Non sarà mai!
La stirpe mia non annovrò guerrieri
Che morir non sapessero da forti.
1915D’espor ti vieto il virginal sembiante
Ai barbaro sorriso de’ felici!

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Io so morir, io morir voglio prima
Che la mia figlia a’ piedi altrui si prostri!
     — Padre, lasciami: il so, ti disdirebbe
1920Di coraggio scarsezza ai più tremendi
Giorni della sconfitta, e se il nemico
Te immolar vuol, da prode cavaliero
E da cristiano perirai pregando
Non gli uomini, ma Dio. Lasciami: un altro
1925Dovere è quel di figlia. A me ignominia
Fora il non chieder la tua vita al sire.
     — Vilipesa sarai.
                                       — Pur vilipesa,
Degna sarò d’ossequio e di compianto:
Avrò adempiuto quanto amor di figlia,
1930Quanto la voce del Signor m’impone.
     Contendeano in tal foggia, e l’ostinato
Arrigo persistea nel suo divieto;
Ma di Staffarda l’infulato duce
Strappò Maria dalle paterne braccia,
1935Ed attraverso a numerose tende
Corrono di Tommaso al padiglione.
     Udivan essi da lontano gli urli
Del corrucciato Arrigo:
                                                — A tutte dunque
Serbato io son le più esecrabili onte!

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1940Di me la figlia indegnamente stesa
Ad implorar la vita mia, la vita
Che mi si fa spregevol, che non posso,
Che non voglio accettar! Riedi, ten prego,
Tel comando! paventa il furor mio,
1945Il maledir d’un genitor morente!
Ghibellino fu sempre Ugo, e nol move
Pietà di noi. L’ipocrita vegliardo
Del nostro duolo infamemente esulta,
E per farlo maggior vuol che d’Arrigo
1950L’ultima figlia esempio doni abbietto.
     Del minacciar paterno e delle ingiuste
Voci contr’Ugo questa inorridiva;
Ma il venerando abate alla fanciulla
Reggeva il cor, dicendole: — Salvarlo,
1955Dobbiam malgrado l’ira sua superba.
     Ma qual d’entrambi è l’animo allorquando
Dalle guardie interdetto al padiglione
Vien lor l’ingresso! Non bastàr nè preghi,
Nè lagrime, nè strida. Un assoluto
1960Cenno del sir faceva inesorati
Tutti i guerrieri che cingean la tenda.
     Stavano dentro a quella in assemblea
Col supremo signor parecchi duci;
E questi duci tutti eran da lunghi

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1965Danni e da amare perdite innaspriti,
Sì che spinto da lor venìa il marchese
A costante fierezza, insin che, espulsi
Pienamente i nemici, astro securo
Di comun gioia sfavillar potesse.
     1970Entro la rocca di Saluzzo chiuso
Erasi il rio Manfredo, e colà ancora
Ei da stranieri iva sperando aïta,
Benchè spersi fuggissero, inseguiti
Dall’antico Giovanni e da Eleardo.
     1975Di questi duo suoi fidi cavalieri
Or più Tommaso non avea contezza
Già da due dì. Certo parea il trionfo;
Ma se fallito avesse? e se impensate
Novelle squadre di possenti guelfi
1980Nel paese irrompessero? Que’ dubbii
Nutron lo sdegno di Tommaso. Impone
Che congedati sien Ugo e Maria,
E quai si fosser supplicanti.
                                                        Allora
Pria di ritrarsi il presul generoso
1985Resistendo alle guardie, alzò la voce:
     — Nobil marchese di Saluzzo, ascolta
I moti del cor tuo: non meritato
Da’ tuoi nemici è di tua grazia il raggio,

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Ma so ch’aneli d’emanarlo, e Iddio
1990L’adempimento di tua brama aspetta
Per benedirti più e più! . . .
                                                          Troncato
Fu duramente da’ guerrieri il pio
Grido del vecchio, e fu troncato il grido
Dell’angosciata vergine, e repente
1995Lunge dal padiglione venner sospinti.
     Videli Arrigo a sè tornare, e disse
Con amaro sogghigno: ― Il pianto vostro
Non terse dunque il vincitor? Lucraste,
E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puro
2000Son di codesto obbrobrio vostro almeno!
A Dio mi curvo; a nessun uomo in terra!
     Ma dopo quel sogghigno e quell’acerba
Favella, intenerissi alle dirotte
Lacrime di Maria. Con lui rimase
2005La sconsolata, e ritornò alla tenda
Il santo amico lor, novellamente
Tentar volendo di Tommaso il core;
Ed intanto la vergine abbracciando
Del padre le ginocchia, or lo pregava
2010Di placar Dio con miti sensi, ed ora
A Dio medesmo rivolgea sue preci.
     Ugo, ahimè, ricompar! nulla otteneva,

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Nulla ottener più spera! Alta mestizia
Al degno sacerdote in volto siede,
2015Ma mestizia di forte alma che viene
Un moribondo a regger nel tremendo
Agonizzar dell’ore sue supreme.
     Maria l’intende, e misera prorompe
In impeti di duolo inenarrati;
2020Smarrisce i sensi, e inconsapevol tratta
Viene appartatamente infra pietose
Donne che a lei soccorrono. Prostrossi
Arrigo allor del sacerdote a’ piedi,
E confessò sue colpe. E dacchè sciolto
2025Gli fu in nome di Dio di queste il laccio,
Si rïalzò con pacatezza altera,
Ma non di quella indomita alterigia
Che in lui dianzi apparia, qual di nociva
Fosca meteora formidabil luce.
2030Or quell’ardito e dignitoso sguardo
Porta di pace e d’umiltà un’impronta
Che vien dal Ciel, dal Cielo, autor sublime
Di stupende armonie!
                                             — Dov’è mia figlia?
Ugo, traggila a me: l’estrema volta
2035Benedirla degg’io. Meco brev’ora,
Star si potrà.

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                            Fu ricondotta al padre
La sventurata, ed ancorchè d’affanno
Le sanguinasse il cor, pur di lui vide
Con maraviglia la quïete, e grazie
2040Alla Donna degli Angioli ne rese,
Ed impose a sè stessa umiltà, pace,
Eroica forza. Ella piangea, ma freno
Ponea a’ lamenti, e con devote ciglia
Mirava il padre, e sue parole tutte
2045Accoglieva nell’anima siccome
Parole d’uom che santamente muoia.
     Festivo era quel giorno, e perciò l’altro
Pei supplizi aspettavasi. Omai tarda
Era la sera, ed Ugo apparecchiati
2050A pio morire aveva altri prigioni.
Ritorna ei quindi presso Arrigo, e i proprii
Palpitamenti di pietà vorrìa
Celare in parte: — O cavaliero! o donna! . . .
Tutto puossi con Dio! . . .
                                                    — Dal padre amato
2055Deh, ch’io non venga separata ancora!
Lontana è l’alba.
                                   — Più crudel sarìa
Vicino all’alba separarvi.
                                                    Arrigo

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Stringeva al sen la figlia, e lei disporre
Desïava a partir. Ma la infelice
2060Alla prova tremenda obblïò i miti
Sentimenti di pace, e la ragione
Le si turbò miseramente. — Oh guerre
Scellerate di popoli! oh stendardi
Di virtù menzognere! oh glorie infami
2065D’emuli cavalieri, onde son frutto
Crudeltà e morte! Ah! perchè Dio fecondi
Alla feroce umana stirpe ognora
Fa gl’imenei, se la catena intera
De’ secoli spruzzata è d’uman sangue?
2070E qual di sì esecrande ire perenni
Colpa abbiam noi, dell’uom compagne e figlie,
Nate ad amar, nate a compianger, nate
A viver senza offesa, assorte in Dio!
Di qual delitto intrisa son, perch’oggi
2075A me tolgano il padre i masnadieri,
Nè generoso pur vi sia terrestre
O celeste poter, che degli oppressi
Alla difesa accorra? Ed Eleardo
In ch’io tanto fidava, anco Eleardo
2080Ch’io tanto amava, abbandonommi!
                                                                           Il campo
Suona improvviso di festanti grida.

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Balza il core, a Maria; porge ella ascolto:
Che sarà mai? Reduci sono il prode
Antico Doglianese ed Eleardo,
2085Apportatori di vittoria piena.
     Brillan del presul le ispirate luci
Per novella speranza, e i passi affretta
Ver l’amato nepote; il giunge, il ferma,
E d’Arrigo gli parla.
                                           Intanto usciva
2090Del padiglion Tommaso, e lieto amplesso
Porgeva a’ trionfanti; e ratto a lui
Volgea tai detti di Dogliani il sire,
Indicando Eleardo: — Alla prodezza
Di questo forte molto devi, o prence;
2095Le più valenti squadre egli ha sconfitte.
     Stende il marchese al giovin glorïoso,
L’amica destra. Ei gliela bacia, e prono.
— Signor, grida, signor, me qui tu miri
Astretto a chieder dalla tua clemenza
2100A’ pochi miei servigi alta mercede.
     — Quai pur sieno tue brame, o campion mio,
Le manifesta, e saran paghe.
                                                          — I giorni
Chieggo salvi d’Arrigo. Il so, fu reo:
Non corrucciarti del mio ardito prego.

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2105Arrigo a me qual padre ebbi molt’anni,
E padre è di colei che sul mio core
Sin dall’infanzia regna.
                                                Ondeggia alquanto
Il magnanimo prence, indi prevale
Benignità sugli altri affetti, e sclama:
     2110— Ho perdonato! ogni prigion si sciolga,
Ed a’ suoi tetti rieda, apparecchiando
A più nobile oprar suoi dì futuri.
     A quella augusta consolante voce
Mill’altre voci eccheggiano, e fra loro
2115Quella del vecchio di Dogliani, e quella
Del presul di Staffarda, e più robusta
Quella del giovin che all’amata donna
Rendere può del genitor la vita.
     A tanti applausi si nasconde il prence
2120Rientrando commosso entro sua tenda:
Ed ecco volan Ugo ed Eleardo
A scior d’Arrigo i lacci.
                                               Il prigioniero
Uso ad ira e superbia, esitò prima,
Poi fu da conoscente animo vinto
2125E da dolcezza, ed Eleardo al seno
Colla figlia serrando, inginocchiossi,
E disse a Dio: — Sovra Tommaso schiudi

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Tuo più giocondo riso, e prosperato
Sia nel dominio e nella prole, e cessi
2130A lui d’intorno ogni fraterna guerra!
     Modestia e gratitudine e contento
E maraviglia e amor davano agli occhi
Della vergin bellissima un novello
Indicibile incanto, onde il fedele
2135Suo cavalier gioiva inebbrïato.
     Scorge i lor voti il padre, e prende e unisce
Le destre loro. Un grido alza di gioia
Il felice Eleardo, e la tremante
Fanciulla irrompe in lagrime soavi,
2140Benedicendo la celeste aïta
Che i lunghi affanni in tanto gaudio volse.
     Di Saluzzo la rocca indi a tre giorni
Spalancar si dovette. Uscì Manfredo
Con pochi suoi compagni ed esularo;
2145E in sua paterna sede il buon Tommaso,
Se non durevol pace, almen godette
Signorìa da virtudi alte illustrata,
E alle rovine di Saluzzo orrende
Nuovi successer tetti e nuovi prodi.


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