I cacciatori di foche della baia di Baffin/10. Alla costa

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10. Alla costa

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9. Il naufragio 11. Il ritorno di Grinnell


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CAPITOLO X.

Alla costa.


Il banco frantumato dall’enorme massa dell' ice-berg, come già dicemmo, si era suddiviso in numerosi banchi, di cui alcuni avevano ancora delle dimensioni non piccole.

Quello su cui si trovavano i cacciatori di foche, era uno dei più grandi, poichè aveva una lunghezza di tre o quattrocento metri ed una larghezza quasi eguale, ma aveva anche questo subìto dei gravi danni in quel cozzo formidabile, e si vedevano qua e là delle altre spaccature, che dovevano aprirsi totalmente in un altro urto.

Liberatosi dai ghiacci vicini, era scivolato lungo i margini dell' ice-berg ed aveva ripresa la sua corsa disordinata verso il nord-ovest, spinto dalle onde e dal vento.

Quantunque fosse ancora così vasto, rollava vivamente come se fosse un’immensa zattera e crepitava in siffatto modo, da temere che da un’istante all’altro dovesse cedere sotto gli urti e le scosse incessanti delle masse liquide. [p. 204 modifica]

Mastro Tyndhall ed i suoi compagni, raddrizzata la baleniera che aveva perduto una gran parte del suo carico che era rotolato nella spaccatura apertasi quasi sotto la chiglia, vi si erano cacciati dentro, per essere più pronti a riprendere il mare nel caso che il banco nuovamente si aprisse.

Il nebbione era calato su quel mare tempestoso e più nulla potevano scorgere.

Solamente di tratto in tratto vedevano scintillare, per qualche istante degli ice-bergs che subito scomparivano.

Udivano però sempre gli urti di quei mostri polari lottanti fra di loro per aprirsi il passo verso il nord-ovest ed i loro capitomboli, i quali sollevavano delle ondate così mostruose, da spazzare il banco da un’estremità all’altra.

Il vento non si era ancora calmato, ma pareva però che soffiasse con meno violenza. Lo si udiva a ruggire fra le alte vette degli ice-bergs, ma con meno frequenza e ad intervalli irregolari.

Il mare però si conservava sempre cattivissimo e le onde si succedevano alle onde, scagliandosi rabbiosamente contro i margini del banco, come fossero impazienti di demolirlo e d’inghiottire i disgraziati marinai della Shannon.

Mastro Tyndhall ascoltava sempre sperando di udire, fra quei mille fragori, o i latrati di Fox o la voce di Grinnell. Usciva di frequente dalla scialuppa e si spingeva verso l’orlo del banco, per vedere se sui vicini ghiacci distingueva qualche forma umana o quella del cane, ma il nebbione, che il vento sconvolgeva, ora diradando ed ora accumulando, ben presto tornava a piombare e nascondeva ogni cosa.

Intanto il ghiaccione continuava la sua corsa sempre [p. 205 modifica] ondeggiando e crepitando. Qualche volta urtava contro dei ghiacci più piccoli, ma non perdeva che dei pezzi insignificanti e non si apriva quantunque fosse stato così gravemente guastato.

Verso le due del mattino però, quando maggiore era l’oscurità e quando il nebbione cominciava a sciogliersi in neve, avvenne un cozzo così violento, che una grande parte del banco si spezzò e la scialuppa, che era mantenuta in equilibrio da due monticelli di ghiacciuoli, fu rovesciata, gettando l’un sull’altro i marinai che vi si erano accoccolati dentro per gustare un po’ di sonno.

Mastro Tyndhall e Charchot, temendo che anche l’ultimo pezzo stesse per fracassarsi, si portarono verso uno dei margini per vedere contro quale ostacolo avevano urtato, ma fatti pochi passi si arrestarono entrambi, esclamando:

– Ma noi siamo immobili!...

Infatti il banco non ondulava più, quantunque le onde lo assalissero da ogni parte con estremo furore. Pareva che si fosse saldato a qualche altro campo di ghiaccio o che si fosse arenato su qualche bassofondo.

– Sì, siamo immobili, ripetè Tyndhall.

– Che le onde ci abbiano spinto verso le coste della Terra di Baffin?...

– Lo credo, Charchot.

– Sarebbe una bella fortuna, mastro.

– È vero, poichè se il banco continuava la sua corsa verso il nord-ovest, avrebbe finito collo sfasciarsi contro gli ice-bergs, rovinandoci forse la baleniera.

– E Grinnell, che sia già giunto a terra?

– Chi può dirlo?... Ma lo cercheremo, Charchot, non dubitare. Io non sono uomo da abbandonare i miei marinai nel pericolo. [p. 206 modifica]

– Lo so, mastro!... Ah!... Guardate!... È la costa che ci sorge dinanzi!...

Tyndhall guardò nella direzione che Carchot gli indicava e scorse, attraverso alla nebbia che il vento lacerava, un’alta costa che biancheggiava verso l’ovest a meno di un miglio.

– Sì, è la Terra di Baffin! esclamò. Il nostro banco si è saldato ai ghiacci delle spiagge.

– Sì, mastro, vedo i banchi che si stendono lungo la costa.

– Andiamo a narrare ai nostri poveri compagni la buona notizia.

Stavano per ritornare verso la scialuppa, quando fra i fischi del vento e le urla delle onde, udirono dei latrati sonori.

– Hai udito? chiese Tyndhall, stringendo le braccia di Charchot.

– Sì, mastro rispose il marinaio, arrestandosi.

– È Fox!

– Sì, è il cane di Terranuova.

– Che ci sia anche Grinnell con lui?

– Bisogna andarlo a cercare, mastro.

– Vieni, Charchot.

Quantunque il nebbione fosse tornato fitto e la neve cadesse turbinando, il mastro ed il marinaio si slanciarono innanzi, dirigendosi verso i banchi che si stendevano in direzione della costa.

La via era tutt’altro che facile, perchè quei ghiacci che si erano accumulati contro la spiaggia non erano lisci, per di più avevano delle larghe fenditure entro cui si udiva l’acqua muggire e rimuggire.

Vi era anche il pericolo di smarrirsi fra quella caligine, ma fortunatamente i latrati del cane bastavano a guidarli. [p. 207 modifica]

Il povero animale pareva che avesse fiutata la vicinanza del suo padrone, poichè continuava ad abbaiare con maggior lena, ma doveva essersi smarrito fra la nebbia, poichè la sua voce ora si avvicinava ed ora si allontanava.

Balzando attraverso i crepacci che tagliavano i banchi in tutti i sensi, ora arrampicandosi sugli avallamenti dei ghiacci ed ora sprofondando entro veri trabocchetti pieni di neve, il mastro ed il suo compagno avanzavano sempre, lanciando di tratto in tratto delle grida per attirare l’attenzione dell’animale, ma trovandosi ancora vicini al mare, le loro chiamate venivano soffocate dai muggiti delle onde.

Erano giunti sull’orlo d’una vasta spaccatura, quando sulla sponda opposta scorsero confusamente Fox che latrava in mezzo al nebbione.

– Qui, Fox!... tuonò Tyndhall.

L’animale udendo la voce del padrone si slanciò verso la fenditura, vi balzò entro senza esitare e nuotando con vigore, toccò il margine opposto.

– Mio povero Fox! esclamò Tyndhall, con voce commossa, accarezzandolo.

– E Grinnell?... Dov’è Grinnell?

Il cane udendo quel nome volse il capo verso la costa e lanciò un lungo urlo lamentevole.

– Fulmini!... gridò Tyndhall. Quest’urlo presagisce una disgrazia!

– Che quel povero camerata si sia annegato? disse Charchot rabbrividendo.

– Fox, mio bravo Fox, cerca Grinnell!...

Il grosso Terranuova invece di slanciarsi innanzi, emise un secondo urlo più lamentevole, più triste del primo.

– È toccata una disgrazia a Grinnell, disse il mastro [p. 208 modifica] con dolore. Se fosse ancora vivo, Fox non urlerebbe così.

– Che le onde abbiano frantumato il ghiaccio che lo portava, mastro?

– Lo temo, Charchot. Silenzio ora coi compagni; non bisogna che s’impressionino in questi momenti.

Ritornarono tristamente sul banco dove si trovavano i loro compagni rannicchiati nella scialuppa e dissero loro che nulla avevano potuto sapere sulla sorte dello sventurato Grinnell, ma che la costa era ormai tanto vicina, da non aver più da temere la rabbia del mare.

Continuando l’oscurità in causa del nebbione e non stimando prudente avventurarsi attraverso i banchi che offrivano tanti pericoli colle loro spaccature, decisero di prendere alcune ore di riposo.

Essendosi la temperatura assai abbassata e continuando a cadere la neve, stesero sopra la baleniera una grossa tela che doveva servire di tenda e vi si rannicchiarono sotto, avvolgendosi nelle pellicce d’orso che avevano avuto il tempo di salvare, prima che la Shannon venisse schiacciata.

Fox vegliava al di fuori, mezzo sepolto fra la neve, riparo più sufficiente per gli animali della sua specie.

Il sonno dei naufraghi fu però tutt’altro che tranquillo. Il banco scricchiolava sempre, o tuonava o muggiva e provava delle brusche oscillazioni in causa delle pressioni che esercitavano su di lui gli altri ghiacci, che venivano ad unirsi ai banchi della costa. Vi erano anzi certi momenti, che pareva si sollevasse ad arco verso il centro, minacciando di spezzarsi.

Calmatosi però l’uragano ed abbassatesi le onde, i naufraghi poterono finalmente gustare un po’ di sonno. [p. 209 modifica]

Quando si risvegliarono, il nebbione era scomparso, il vento non soffiava quasi più ed il mare si era un po’ calmato.

All’orizzonte un sole pallido, senza raggi, rassomigliante ad un disco di metallo leggermente incandescente, s’alzava lentamente, specchiandosi sulle acque del mare e tingendo di rosa i ghiacci.

Il freddo, notevolmente accresciuto da quella nevicata e dalla vicinanza di tutti quei colossi polari radunatisi attorno alla costa della Terra di Baffin, aveva già cominciato a gelare l’acqua racchiusa nei canali. Un piccolo termometro salvato dal mastro segnava già -12° ed il mercurio accennava a scendere ancora.

I marinai usciti dalla baleniera per stirarsi le membra indolenzite, volsero subito gli sguardi verso la costa che giganteggiava a meno di un chilometro e mezzo.

Era una specie di bastione, alto assai, con larghe spaccature che s’addentravano profondamente entro la terra, tutta incrostata di ghiacci e di neve. Non si vedeva traccia alcuna di vegetazione, nè alcun animale; solamente pochi uccelli svolazzavano sulle cime di quella ripida costa.

– Non so se riusciremo a spingere lassù la baleniera disse mastro Tyndhall. Decisamente la fortuna, che prima ci proteggeva, si è voltata contro di noi.

– Volete approdare, mastro? diceva Mac-Chanty.

– È necessario. Fra qualche giorno tutto il mare gelerà e la baleniera non potrà più giovarci.

– Ma dove avete intenzione di svernare, mastro? chiese Charchot.

– Al deposito dei balenieri.

– Ma sarà lontano. La tempesta deve averci spinto molto al nord. [p. 210 modifica]

– Lo so, ma se noi non giungiamo al deposito, moriremo tutti di fame e di freddo, amici. Bisogna fare uno sforzo disperato e trovare il fiord.

– Ma non potremo spingere la baleniera fin là, mastro disse Thorn. Perderemmo un tempo prezioso ed esauriremo inutilmente le nostre forze.

– L’abbandoneremo qui.

– Ma come ritorneremo poi in Groenlandia?

– Amico Charchot, per ora abbandona la speranza di far ritorno a Discko. Solo una marcia attraverso la Terra di Baffin può salvarci. Noi sverneremo al deposito dei balenieri e vi rimarremo fino al ritorno della buona stagione. Quando comincerà lo sgelo, cercheremo di giungere sulle spiagge della baia di Fox.

– E troveremo qualcuno colà? chiesero i marinai.

– Sì, degli esquimesi che sogliono svernare nei dintorni del capo Willeughby e che durante l’estate scambiano le pellicce degli animali uccisi durante l’inverno, coi cacciatori della Compagnia della baia di Hudson. So che tutti gli anni una navicella della Compagnia si reca su quella costa.

– Mastro, disse Charchot, voi sapete che noi siamo uomini rotti a tutte le fatiche, già provati ai più rigidi inverni delle regioni polari e che abbiamo in voi una fiducia illimitata, essendo voi il più intrepido lupo di mare della baia di Baffin e di tutta la costa groenlandese. Comandate e noi tutti vi obbediremo; è vero camerati?

– Sì, mastro, siamo sempre pronti a seguirvi dissero i marinai.

– Grazie, ragazzi miei rispose Tyndhall. Sapevo già prima d’intraprendere questa disgraziata spedizione, che potevo contare su di voi come di me stesso. Faremo ora [p. 211 modifica] l’inventario dei nostri viveri, poi marceremo verso la costa.

– E Grinnell?...

– Lo cercheremo, amici miei, e non lasceremo questi paraggi se non quando l’avremo trovato vivo ancora, od almeno avremo scoperto il suo cadavere. Sbrighiamoci; gettate sul ghiaccio tutto ciò che contiene la scialuppa.