I cacciatori di foche della baia di Baffin/11. Il ritorno di Grinnell

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11. Il ritorno di Grinnell

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11.

IL RITORNO DI GRINNELL


Se l'urto del campo di ghiaccio contro l'enorme ice-berg era stato fatale alla Shannon, il contraccolpo che aveva prodotto quella fenditura, entro la quale era caduto il disgraziato Grinnell, era stato non meno disastroso per ciò che conteneva la baleniera.

Essendo questa stata rovesciata proprio sull'orlo del grande crepaccio, una buona parte degli oggetti salvati poco prima del naufragio, erano caduti in acqua.

Fu con vera disperazione che mastro Tyndhall ed i suoi compagni, constatarono la mancanza delle cose più utili e più necessarie per uomini perduti in quelle desolate regioni del gelo.

Dei viveri precipitosamente imbarcati, non rimanevano che due cassette di pemmican del peso di venti chilogrammi ciascuna, due prosciutti salati, pochi biscotti e una fiaschetta di ginepro della capacità di appena un litro; delle armi un solo fucile a due colpi, due ramponi e tre pistole con delle munizioni molto limitate; delle vesti, due sole pellicce d'orso bianco ed un capotto di pelle di foca, e degli utensili due sole pentole di ferro. La tenda, oggetto assolutamente indispensabile, era rimasta, ma la lampada ad alcool necessaria per riscaldare le vivande, le provviste di liquori, di thè e di caffè, il cioccolato, la farina, le quattro casse di biscotti, un barile di porco salato e tutti gli altri fucili, erano stati ingoiati dall'abisso apertosi sotto la baleniera.

– Amici, – disse Tyndhall con voce commossa, – il disastro non poteva essere più tremendo, ma noi non ci scoraggeremo per ciò e mostreremo all'avversa fortuna come sanno lottare gli uomini della nostra tempra. Bisogna partire senza perdere un solo istante o nessuno di noi rivedrà mai più la Groenlandia, né tutti coloro che abbiamo lasciato laggiù. Bisogna marciare senza posa attraverso i deserti di neve e di ghiaccio, o la fame ci farà cadere tutti sulle coste della Terra di Baffin. Abbiamo dei viveri appena sufficienti per otto giorni e prima che finisca l'ottavo dì, bisogna giungere al deposito dei balenieri. Vi accordo ventiquattro ore per cercare Grinnell, ma non un'ora di più o saremo perduti.

– Siamo pronti alla lotta, mastro – risposero i marinai. – Comandate: cosa dobbiamo fare?

– Raggiungere subito la costa, innanzi tutto. I ghiacci possono ancora spezzarsi e trascinarci al largo.

– Partiamo, mastro.

Divisero i viveri e le armi, trascinarono la baleniera su di un campo di ghiaccio che pareva da anni saldato alla costa, per poterla un giorno ritrovare, nel caso che fossero stati costretti a ritornare in quei paraggi, e volsero le spalle al mare, preceduti da Fox.

I banchi di ghiaccio, compressi dagli ice-bergs che si erano appoggiati contro i loro margini e sollevati dalle furiose ondate scatenate dall'uragano, non presentavano più una superficie liscia ed unita. Dappertutto si vedevano profonde spaccature che si allungavano in tutte le direzioni; dei massi enormi che si erano accatastati gli uni sugli altri, spinti fuori dalla forza irresistibile delle pressioni, punte aguzze, piramidi semidiroccate, guglie troncate, poi nuove spaccature, buche e nuovi avallamenti, che rendevano la marcia penosa anche a quegli uomini, sebbene fossero abituati a camminare sui ghiacci.

Quei campi dovevano aver subìto delle convulsioni tremende durante l'uragano e non erano ancora tornati tranquilli, poiché si vedeva la crosta a fremere sotto la costante pressione dei ghiacci marini e talora tuonavano come se nel loro seno scoppiassero delle mine.

I marinai però non s'inquietavano e continuavano la loro marcia, ansiosi di giungere alla costa per cominciare di là le loro ricerche. Si affrettavano anche perché il nebbione, che si era solamente sollevato, minacciava di scendere ancora.

A mezzodì giungevano finalmente dinanzi alla costa e si arrestavano dinanzi ad una specie di caverna di ghiaccio, che poteva offrire un rifugio durante la notte.

Scaricatisi dei viveri, ripartirono per mettersi in cerca del loro disgraziato compagno, avendo il mastro dichiarato che l'indomani avrebbero abbandonato per sempre quei paraggi.

Mentre gli uni seguivano i banchi verso il nord ed altri esploravano le spiagge del sud, Tyndhall si era arrampicato sull'alto bastione formato dalla costa, volendo, prima di mettersi in marcia, formarsi una chiara idea di quella terra.

Avendo trovato un passaggio, una specie di fenditura che saliva fra due rocce colossali, ma ormai completamente incrostate di ghiaccio, poté giungere senza molte difficoltà sulla cima e di là spaziare gli sguardi sul paese circostante.

Come aveva preveduto, dinanzi a lui si estendeva, a perdita di vista, un vero deserto di ghiaccio e di neve, assolutamente disabitato. Era un immenso altipiano, senza montagne, senza colline, senza depressioni e che doveva prolungarsi, senza variazioni, dalle spiagge della baia di Baffin a quella di Fox e dello stretto di Fury.

Solamente lungo la costa della baia, si sollevava capricciosamente in causa dei fiords e di alcuni ghiacciai che si vedevano scintillare verso il sud.

Mastro Tyndhall stette parecchio tempo assorto in quella contemplazione, poi volse gli sguardi verso il mare guardando con viva attenzione i numerosi banchi di ghiaccio che erravano in balìa delle onde. Egli cercava di distinguere, su quei candidi mostri polari, qualche macchia oscura che indicasse la presenza di qualche corpo umano, ma i suoi sguardi invano percorsero quelle scintillanti superfici, che il pallido sole tingeva di un rosso scolorito e che il nebbione si preparava a offuscare.

Guardò lungo la spiaggia e scorse i suoi uomini disseminati pei banchi. Esploravano le fenditure guidati dal cane, visitavano i margini dei ghiacci cercando almeno di scoprire il cadavere del disgraziato loro camerata e di tratto in tratto gettavan delle tuonanti chiamate o bruciavano qualche carica, ma senz'altro effetto che quello di spaventare i radi uccelli marini che svolazzavano sul mare ormai semigelato.

Ridiscese lentamente il bastione appoggiandosi ad un remo della baleniera, e ritornò alla caverna di ghiaccio.

Poco dopo i suoi compagni, affranti da quelle ricerche e scoraggiati, lo raggiungevano. La nebbia calava allora fitta assieme alla neve, ed aveva interrotto la loro escursione.

– Proprio nulla? – chiese Tyndhall.

– Nulla, mastro, fuorché alcuni rottami della Shannon – rispose Charchot con voce triste. – Egli è morto.

– Povero Grinnell!... E chissà se noi gli sopravviveremo.

Cenarono in silenzio con un po' di prosciutto e con pochi biscotti, poi si avvolsero nelle loro pellicce e si sdraiarono gli uni accanto agli altri, per mantenersi un po' caldi. Al di fuori era rimasto solamente Fox a vegliare.

L'oscurità ormai era diventata profonda. Ululava sinistramente il vento sulla costa, travolgendo il nebbione e la neve, ed i ghiacci tuonavano sordamente sotto le continue pressioni degli ice-bergs che si accumulavano sui margini dei banchi.

I naufraghi, vinti dalla stanchezza, si erano addormentati e russavano sonoramente. Erano già trascorse parecchie ore, quando furono bruscamente svegliati dai latrati di Fox.

– Che vi sia qualche orso? – chiese mastro Tyndhall, cercando le sue pistole. – Sarebbe il benvenuto per rifornirci di viveri.

– Vado a vedere, mastro – disse Charchot. – Rimanete: può essere un falso allarme.

Afferrò una fiocina, si passò nella cintola una pistola e uscì.

La notte era oscurissima e un ventaccio gelido soffiava dalle regioni nordiche, sibilando e urlando fra i picchi e le guglie dei banchi. La nebbia scendeva a ondate strisciando sui ghiacci o turbinando sulle ali delle raffiche, impedendo di scorgere un oggetto qualunque a dieci passi di distanza.

Charchot cercò il cane, ma questi era scomparso; però fra il tuonare dei ghiacci, udiva, ad intervalli, i suoi latrati, i quali si allontanavano in direzione del mare.

– Chi può avere allarmato Fox? – si chiese il marinaio. – Se fosse stato un orso, non sarebbe di certo fuggito.

Cercò di orizzontarsi alla meglio per non smarrirsi fra il nebbione, e si avanzò costeggiando un crepaccio che si allungava in direzione del mare.

Aveva già percorso tre o quattrocento passi procedendo con somma precauzione, quando gli parve di distinguere una forma oscura, avanzarsi lentamente attraverso i ghiacci.

– Corna di caribou!... – esclamò. – O m'inganno assai o sto per trovarmi faccia a faccia con un orso.

Girò rapidamente sui talloni non osando da solo affrontare il feroce animale e si slanciò in direzione della caverna. A mezza via s'incontrò col mastro il quale, inquieto, era pure uscito, armato delle sue due pistole.

– Vi è un orso che mi segue – disse Charchot.

– Cercheremo di non lasciarcelo sfuggire – rispose Tyndhall. – Quella carne ci assicura i viveri per una buona settimana.

– Devo chiamare i compagni?

– Si sono già riaddormentati e noi due bastiamo. Ho il mio coltello e vale più d'un fucile.

– Andiamo, mastro.

Tenendosi vicini per portarsi reciprocamente soccorso e tenendo in pugno le pistole, s'avanzarono lungo il crepaccio.

Ad un tratto udirono i latrati di Fox, ma cosa strana, parevano latrati festosi invece che di collera. Charchot, sorpreso, stava per fare l'osservazione al mastro, quando vide avanzarsi fra la nebbia, strisciando sul ghiaccio, la forma oscura.

– Eccolo, mastro! – gridò.

Tyndhall balzò innanzi colle pistole in pugno. Già si preparava a fare fuoco, quando quella forma oscura si mise a gridare:

– Fermi!... Sono Grinnell!... Non fate fuoco!...

– Per centomila balene!... – urlò il mastro. – Tu Grinnell!

– Sì, mastro.

– E noi stavamo per ucciderti!...

Si precipitò verso il marinaio, lo alzò come se fosse un bambino e se lo strinse fra le vigorose braccia, ripetendo:

– Tu!... Tu!... Ah! Quanto sono contento di averti ritrovato, mio bravo marinaio.

– Ed io forse più di voi, mastro.

– Qua una stretta camerata – gridò Charchot. – Quando penso che noi stavamo per ucciderti credendoti un orso, mi viene la pelle d'oca.

– E gli altri, sono vivi tutti? – chiese Grinnell.

– Tutti – rispose Tyndhall. – Ma tu, come ti sei salvato? Ti avevamo pianto come morto.

– Sono vivo per miracolo, ma racconterò ciò più tardi. Portatemi in qualche rifugio, poiché sono assiderato e non posso più reggermi in piedi.

Il povero marinaio diceva il vero; era ridotto in uno stato veramente miserando. Il suo vestito di pelle d'orso era tutto inzuppato d'acqua e incrostato di ghiacciuoli: il suo viso era diventato bianco per un principio di congelazione e le sue membra erano già così irrigidite che non riusciva più a piegarle.

Il mastro se lo prese in braccio e si mise a correre verso la caverna seguìto da Charchot e dal cane, il quale abbaiava festosamente.

I marinai, svegliati da quei latrati e dalle grida del mastro, si erano già alzati. Vedendo il loro camerata che ormai avevano creduto di non più ritrovare, gli furono tutti attorno soffocandolo di domande, ma Tyndhall impose a loro silenzio.

Fece stendere a terra la tenda, vi sovrappose una pelle d'orso, vi adagiò Grinnell e lo spogliò rapidamente.

– Presto, della neve o quest'uomo gelerà – disse.

Mac-Chanty e Thorn si slanciarono fuori e rientrarono con due grosse palle di neve, mettendosi a strofinare vigorosamente le membra del loro camerata.

Intanto Tyndhall aveva sturata la fiaschetta contenente il ginepro e dopo di averne fatto bere alcuni sorsi, aveva inzuppato un fazzoletto e si era pure messo a strofinare il petto del marinaio.

Quando vide la pelle riprendere il primiero colore, avvolse per bene quel corpo semigelato in una pelle d'orso, poi nella grossa tela della tenda.

– Ti senti meglio, amico mio? – chiese.

– Benissimo, mastro, – rispose Grinnell, – ma se tardavate a trovarmi, morivo gelato.

– Ma come ti sei salvato? Non eri caduto nelle fenditure del banco?

– Sì, mastro, e se Fox non mi avesse afferrato per la pelliccia e mi avesse trascinato su di uno stream staccatosi dal banco, non mi avreste di certo più ritrovato vivo.

– Ah! È stato Fox?... Bravo e fedele cane! Ma perché ti ha poi abbandonato?

– Siamo stati divisi, essendosi lo stream spaccato per metà in causa d'un urto. Essendo il nebbione assai fitto ed il mare orribilmente sconvolto, il bravo cane non poté più raggiungermi.

«Navigai tutta la notte su quel pezzo di ghiaccio, flagellato dalle onde e sempre col pericolo di venire subbissato ed in mezzo ad una continua oscurità, finché un urto tremendo mi fece cadere svenuto.

«Cosa fosse accaduto io non lo so, ma suppongo che qualche blocco di ghiaccio mi fosse piombato addosso nell'incontro con qualche ice-berg.

«Non rinvenni che poche ore fa, quando la nebbia tornava a scendere sul mare. Mi trovavo ancora sullo stream il quale veniva spinto dalle onde verso la costa.

«Appena toccò i banchi, lo abbandonai, poiché ero certo che voi avevate raggiunta la spiaggia e cercai di portarmi ai piedi dell'alta barriera, ma ero sfinito e mezzo assiderato.

«Vagai due ore fra il nebbione, trascinandomi di banco in banco, perché non potevo più reggermi, ed aiutandomi alla meglio con un rampone che avevo trovato su di un ghiacciaio, uno de' nostri di certo, spinto colà dalle onde.

«Vi ho ritrovati, ma come dissi, se rimanevo ancora un'ora esposto al freddo, mi avreste raccolto gelato come una foca.»

– Basta, mio bravo marinaio – disse Tyndhall. – Dormi e cerca di rimetterti presto in forze, perché se non ci affrettiamo a lasciare questa costa, la finirà male per tutti.