Il Lago Maggiore, Stresa e le Isole Borromee - Vol. 1/Libro I. Capo XXIV

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Libro I. Capo XXIV. Della condizione dei popoli intorno al Lago Maggiore durante il regno de' Longobardi

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Libro I. Capo XXIV. Della condizione dei popoli intorno al Lago Maggiore durante il regno de' Longobardi
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CAPO XXIV.


Della condizione dei popoli intorno al Lago Maggiore durante il regno de'Longobardi


Quale fosse la condizione delle popolazioni in generale d'Italia, dove penetrarono i Longobardi, e in particolare di quelle intorno al Lago Maggiore in cui primordii di questo regno, è facile argomentare da quello, che sin qui fu da noi riferito. Possiamo asserire senza tema di errare, che la miseria e la fame erano divenute il retaggio di queste infelici contrade. Bastava anche la più leggera resistenza al ferro invasore de'Barbari, perchè le città che tanto avessero osato, fossero tosto saccheggiate e distrutte. Muove a pietà lo stato lagrimevole, a cui fu ridotta intorno a questi tempi Milano, città un giorno sì potente e sì florida1. Nè migliore certo dovette essere quello di Novara, di Vercelli e di Como, città limitrofe al nostro territorio. I cittadini Romani, col qual nome si designavano allora comunemente gli abitatori antichi d'Italia in opposizione ai nuovi inquilini, venivano, specialmente se ricchi, non solo spogliati dei loro averi, ma spesso ancora trucidati dall'ingordigia del vincitore, sicchè la romana aristocrazia ben può dirsi in quell'epoca se non del tutto, certo in gran parte scomparsa2. È lo stesso Paolo Diacono, che ce lo attesta, onde non può cader dubbio di esagerazione su [p. 160 modifica]questo punto. Ecco in qual modo ci descriva la condizione de'nostri al tempo de'Clefi e del governo dei duchi. His diebus, scrive (II, 32), multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt, reliqui per hospites (altri leggono hostes) divisi, ut tertiam partem suarum frugum Longobardis persolverent, tributarii efficiuntur.

Diverse sono le interpretazioni che si danno a questo passo dagli eruditi3. La più comunemente accettata è che gli antichi abitanti divisi tra i Longobardi furono obbligati a pagar loro il terzo dei prodotti delle loro terre, se possessori di fondi (o de'loro guadagni, altri aggiungono, se artieri viventi nelle città), ridotti perciò alla condizione di tributarii, detti anche per questo tertiatores, non però di schiavi, come pretendono alcuni. Quanto alle imposizioni personali non sembra farsene più menzione, ed è opinione del Savigny (l. c. p. 261), che queste fossero allora abolite.

Quanto tempo abbia durato questo stato di cose, non si può dire; sono però alcuni di avviso, tra i quali è il nostro Balbo (l. c. p. 79), che i Longobardi tuttochè rifuggissero dal lavoro manuale, non meno che dalla coltivazione del suolo, pur col tempo, omai sicuri della loro conquista, si risolvessero al modo più mite di prendere il terzo, cioè non più in frutti, ma in terre. Checchessia di questa opinione, e' pare, che la cosa dovesse nondimeno riuscire a questo termine anche per altre ragioni, non fosse altro per quella delle alterazioni, che subiscono inevitabilmente le proprietà fondiarie col processo del tempo. Sicchè non è a dubitare che una gran parte pure de'Longobardi divenissero per questo mezzo proprietarii di lati fondi. Nel libro seguente avremo occasione di riconoscerne alcuni anche sulle sponde del nostro Lago.

Ricercano poi gli eruditi, se i Longobardi abbiano lasciata intatta l'antica costituzione dei vinti e la libertà municipale [p. 161 modifica]romana. Oggi giorno i più vi propendono dietro il Savigny, il quale osserva, che senza questo non si saprebbe come spiegare la persistenza e durata del gius Romano, che sarebbe un assurdo senza tal libertà; mentre d'altro lato si spiegherebbe assai facilmente, come nel XII secolo si fossero potute ristorare le antiche forme di governo, non essendo state di fatto giammai interrotte4. E veramente ci pare, che possa aversi di ciò anche una prova nella concessione fatta dai Longobardi agli Italiani di vivere secondo la propria legge, cioè la romana; mentre essi stessi vivevano secondo gli usi e consuetudini della propria nazione, la longobarda. Poichè dall'essere rimessa o meglio mantenuta in vigore la legislazione romana, è agevole la conseguenza, che dovesse in qualche modo rimanere anche il governo municipale o la curia, per ciò che spetta l'interna amministrazione e il civile governo dei cittadini5.

Tutto questo però di dee ritenere ordinato alcun tempo dopo la conquista e allorquando i Longobardi si viddero tranquilli nel loro possesso: ed è anche per questo che al medesimo tempo si deve riferire, come io penso, l'elogio che fa lo storico loro del governo de'Longobardi, che riporterò colle sue stesse parole: Erat sune, scrive Paolo Diacono (III, 16), hoc mirabile in regno Longobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae, nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat: non erant furta, non latrocinia: unusquisque quo libebat, securus sine timore pergebat.

Comecchè si vogliano esagerate queste parole, nè si devano applicare ai tempi anormali e di guerra fuori casa, chè altra era certamente la condotta dei Longobardi nelle ostilità contro le città assediate e il territorio nemico, tuttavia se vogliamo paragonare la storia loro con quella de'Franchi, scrittaci dallo stesso Gregorio Turonense, si vedrà di leggieri che [p. 162 modifica]non si trovano nella storia di quelli le perfidie o gli atti feroci e freddamente crudeli, che si riscontrano di continuo nella storia di questi, che da alcuni ci si vorrebbero far credere apportatori all'Italia di civiltà6. Che se abbiamo detto, ciò non ostante, miserabile in questi tempi la condizione d'Italia e delle nostre contrade in ispecie, gli è anche a riflettere, che il male che viene ultimo, ancorchè più leggiero dei precedenti, non si sente meno di quelli, se non forse anco più, appunto per questo, che si aggiunge ad aggravarne la somma.

E che la condizione de'nostri paesi siasi venuta via via migliorando, possiamo anche rilevarlo dalla conversione dei Longobardi al cattolicesimo. Abbiamo già detto che questi a principio erano Ariani: ora è a dire che a tutta gloria di Teodelinda, e mercè le cure e le industrie del sommo pontefice S. Gregorio, che per opera di lei, convertito prima re Agilulfo suo sposo, a poco a poco tutta la nazione fu ridotta a professare la religione cattolica; sicchè in breve i Longobardi furono visti gareggiare cogli stessi cattolici nei doni alle chiese ed ai monasteri. Tra i monumenti della pietà della regina Teodelinda è da annoverare la Basilica di S. Giovanni Battista in Monza7 e tra quelli di Agilulfo marito di lei, la donazione ch'ei fece a favore di S. Colombano, il quale, scacciato di Francia per opera della regina Brunechilde, riparò in Italia coi suoi compagni8 e si ebbe da lui il territorio all'intorno della Basilica di S. Pietro di Bobbio sino all'estensione di quattro miglia, come da carta del 24 luglio 612 pubblicata nel Vol. I Chartarum dei Monumenta Historiae Patriae. Questa donazione fu poi confermata da Adaloaldo, figlio e successore di Agilulfo l'anno 616, come da altra ivi stesso del 7 luglio, e da Frodoaldo in una terza del 4 novembre 652. Tale è l'origine del celeberrimo [p. 163 modifica]monastero di Bobbio, uno dei fari più luminosi in quei secoli oscurissimi, che succedettero a questo. Nè è da tacersi a lode di Agilulfo, ch'egli sborsò grosse somme di danaro per riscattare gl'Italiani fatti schiavi dai Franchi, come ci attestano Gregorio Turonense nella sua storia (X, 3), Fredegario nel Cronico (c. 13) e Paolo Diacono (l. c. IV, 1).

Più tardi Ariberto I edificò in Pavia la Chiesa di S. Salvatore, compiuta l'anno 660, e riccamente da lui dotata, e Liuprando nel 728 in quella stessa città il monastero chiamato di S. Pietro in cielo d'oro9, al quale fece dono tra le altre cose anche della corte di Vergonte (Verguntum) col diritto di pesca nel fiume Toce, dono riconfermato poi da Corrado il Salico con suo diploma del 24 gennaro 103310. Questa [p. 164 modifica]cognizione è preziosa pei nostri luoghi; giacchè è la prima volta, per quanto io sappia, che ci viene menzionata la Corte di Vergonte nell'Ossola Inferiore. È messa in questo modo fuor di dubbio la sua antichità, apparendo posseduta per lo meno un circa tre secoli innanzi dai re Longobardi; la qual cosa ci è prova altresì e di una popolazione ivi stabilita e della sua chiesa plebana, una certamente delle più antiche di queste nostre contrade11.

[p. 165 modifica]Finalmente è ancora da ricordare che sotto i re Longobardi divenuti cattolici i Vescovi godettero di una somma considerazione e cominciarono a piantare le fondamenta della loro successiva potenza. I monasteri acquistarono beni e si arricchirono, e rare sono le chiese alquanto cospicue, che non possano mostrare documenti della pia liberalità Longobarda, come n'assicura il Bottazzi nelle sue Antichità di Tortona (p. 218), che annovera pur questa chiesa tra le beneficate da essi.

In particolare poi dobbiamo riferire, come Desiderio, ultimo re de'Longobardi (756-774) abbia fatto parificare in Massino e consacrare il tempio pagano, che ivi ancora esisteva, dedicandolo alla Beata Vergine sotto il titolo della Purificazione, ed abbia fondato sotto quel medesimo titolo un'abbazia di monaci Benedettini, ricordata nell'istrumento di cessione fatta della corte di Massino dall'abate Vernerio del monastero di S. Gallo a Giovanni Visconti, del quale faremo parola a suo luogo.

Da tutto questo possiamo eziando argomentare, che sotto i Longobardi sia scomparsa affatto l'idolatria dalle nostre contrade, non solo lungo le sponde del Lago Maggiore, ma e nelle valli altresì contermine a quelle dell'Ossola, benchè, salvo le poche traccie sin qui accennate, ci manchino al tutto positive notizie sotto questo rispetto.

Qui sarebbe ancora a parlare della divisione territoriale della Lombardia durante questo regno; ma reputo più conveniente rimettere questo discorso al seguente libro.

  1. Galvagno Fiamma nel suo Manipulus florum presso il Verri, Storia di Milano, 1783, T. 1, p. 42, così ce la descrive: Civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus quamplurimum composita, unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur. Con che si spiega, soggiunge il Verri, la frequenza degli incendii ancora nel secolo X e XI e al principio del XII, ai quali si legge che andò soggetta.
  2. Vedi il sullodato Savigny, l. c. p. 261.
  3. Si possono vedere presso il medesimo Savigny l. c. o. 250 e segg., dove illustra questo passo anche con esempi ponendolo altresì a confronto coll'altro dello stesso Paolo (III, 16): Populi tamen aggravati per Longobardorum hospites partiuntur. Altri leggono pro Longobardis hospitia partiuntur.
  4. Il Savigny l. c. p. 265 e segg. tratta a lungo questa questione.
  5. Di questa sentenza è anche il Co. Porro nella sua dotta Prefazione al Codex diplomatica Longobardiae pubblicato in Torino l'anno 1873, e che forma il Tomo XIII dei Monumenta Historiae Patriae già ricordati più volte. Vedi la p. 33 e segg.
  6. È questa un'osservazione che credo giustissima nella Prefazione citata p. 8.
  7. Vedi Paolo Diacono l. c. IV, 22.
  8. Altro compagno di S. Colombano e come lui di patria Irlandese, fu S. Gallo, fondatore del celebre monastero, attorno al quale poi sorse la città, che ebbe nome da lui, e del quale ci occorrerà di far parola più avanti.
  9. Si suole riportare a favore di questo monastero una carta del 2 aprile 712 con titolo: Liutprandi Longobardorum regis praeceptum pro monasterio Papiensi S. Petri in coelo aureo, dietro l'apografo del XII secolo esistente nell'Archivio si S. Fedele in Milano; sul quale documento merita di essere riferita la nota che vi appose il Co. Porro: «Benchè questo diploma sia evidentemente falso e ne darò le prove, pure credo opportuno di pubblicarlo, perchè fu probabilmente steso su dati autentici e tradizioni esistenti nel monastero di S. Pietro in cielo d'oro, e perchè importante per la corografia.» È questo il primo documento da lui pubblicato nel Codex diplom. Longob. già citato. Siccome in esso sono ricordati più luoghi che ci riguardano, per la stessa ragione credo opportuno anch'io di riferirne quel brano, che ci può tornare di qualche utilità all'illustrazione di alcuni luoghi intorno al Lago Maggiore: Et in Archiepiscopatu Mediolanensi Gerencianum (Gerenzano) et in Turao (Turate) et in Mazao (Mozzate) et in Vetegnano et Casteno (Castano) et in Giano (Sangiano) et in Besezola (Bizzozero, o Besozzo) et in Scamno (Schianno) et in Gavirado (Gavirate) et in Ispira (Ispra) et in Bardelo (Bardello) et in Balaxe (Barasso) et in Orgiano (Oriano), et in Bernade (Bernate) et in Tranzago et in Calariade et in Azemonio (Gemonio) et in Curigl et in Olino (Orino) et in Aei (Azzo) et in Traveglo et in Mercuralo (Marchirolo) et in Lavenna (Lavena), et in Maglacciso (Malghisio) et in Blagmugno et in Cumano et in Canobio (Canobio nel Canton Ticino) et in Beligno (Blegno o Blenio) et in Leventina (Val Leventina) et in Valle Mazia (Val Maggia) et in Atigna (Val Sassina) et in Gambarogo (Gambarogno) et in Telamo cum ecclesiis inibi fundatis, etc. Accennerò da ultimo che del preceptum Liudprandi vegis è menzione nel diploma di Corrado, di cui nella nota seguente.
  10. Fu pubblicato dal Muratori, Antiquit. Ital. T. 2, p. 259 e segg. È notevole che in questo diploma si nomina bensì Liutprando qual fondatore del monastero suddetto, ma senza il titolo di re, che è sempre aggiunto quando si parla delle concessioni fatte da esso re a quel cenobio. La qual cosa potrebbe indurre il sospetto, che la fondazione di esso monastero sia anteriore alla di lui assunzione al trono, ovvero che sia stato edificato da un altro di egual nome, e poscia dotato da lui. Leggiamo difatti, che Corrado concede omnes res et proprietates, possessiones, omnesque illas cortes, quas quisque usque modo beneficiali ordine (cioè a titolo di beneficio) obtinuit et que vassalorum dicebantur et quascumque idem Cenobium longo tempore dinascitur possedisse, a Liudprando ipsius loci fundatore concessas. Idest cortem ... per preceptum Liudprandi regis. E più sotto Corrado concede omnes carpentarios, quos ipse sanctus locus per precepti possidet paginam tempore antecessoris nostri Liudprandi regis, etc. e finalmente si dice tutto questo stabilito in perpetua secundum concessionem et confirmationem Liudprandi regis. È anche notevole come Corrado chiami Liutprando suo antecessore, il che mostra che anche gli Imperatori e re di Germania avevano adottata risptto, ai Longobardi la politica di Carlo Magno. Tra le cose poi, delle quali in questo diploma è confermato il possesso, basterà per non riportare duas corticellas, Maliacem scilicet et Calaradum cum Sussella et Lenco, atque Capella, que est in honore Sancte Dei genitricis Mariae, que dicitur Primasca que constructa est in calle Belizona (sic) et illas terras que habere vixum est in Beligno et in Liventina (sic), cum omnibus suis pertinentiis. Cortem insuper, que Vergonte dicitur et Piseariam, que est in Tauxa, cioè nella Tosa o Toce.
  11. Durante il regno di Liutprando fu anche fondato il celebre monastero della Novalesa, a poche miglia da Susa, da certo Abbone patrizio, uomo ricchissimo, come si ha da una carta del 30 gennaio 726, pubblicata nel T. 3 dei Monum. Hist. Patr., e della cui Cronaca abbiamo già parlato di sopra (p. 27 e seg.). — Re Liutprando edificò inoltre una chiesa ed un monastero in onore di S. Anastasio martire in Olona, corte e villa insigne dei Re Longobardi in questi tempi. Anche il monastero famoso di Nonnantola nel Modenese deve la sua esistenza a un re Longobardo, cioè Astolfo, morto nel 756.